Archivi tag: Carlo Felice Vingiani

1943: I “turisti” del Terzo Reich a Castellammare

articolo del Dott. Carlo Felice Vingiani

Già sul finire del 1942, a causa del precipitare degli eventi bellici, il regime fascista cominciava ad incontrare difficoltà nella gestione dell’ordine pubblico. Al fine di supportare l’alleato italiano e prevenire l’eventuale rischio di attentati ad obiettivi sensibili, il governo del Terzo Reich inviò proprie truppe a presidiare tali siti.

A Castellammare di Stabia, sede di numerose industrie, prime fra le quali i cantieri navali e quelli metallurgici, il contingente germanico, costituito da unità dei disciolti Deutsches Afrikakorps,  fu acquartierato nella odierna via De Gasperi, in quello che, ancora oggi, è conosciuto come “il Palazzo dei Tedeschi”.

5 febbraio 1943: Palazzo dei Tedeschi, il cortile interno

14 febbraio 1943: Il Palazzo dei Tedeschi visto dal mare

Gli scatti fotografici raccolti da un anonimo soldato che, nel corso del 1943, alloggiò in quella temporanea caserma, ci mostrano scene decisamente inusuali, se paragonate a quante siamo soliti vedere nei film di guerra, e ci trasmettono un’immagine assai più “umana” di quei militari.

Queste foto raccontano di giovani che suonano i loro strumenti musicali, che prendono il sole sul tetto della caserma, o che, a bordo di gommoni, simulano uno sbarco, ma il tutto finisce in goliardici giochi acquatici, nonché di escursioni a Quisisana, su Monte Faito e di socializzazione coi ragazzini del posto.

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La storia delle cartoline a Castellammare di Stabia (Prima parte, 1898-1910)

LA STORIA DELLE CARTOLINE A CASTELLAMMARE DI STABIA (Prima Parte, 1898-1910)
collezione del Dott. Carlo Felice Vingiani

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La storia delle cartoline a Castellammare di Stabia

La storia delle cartoline postali ha inizio verso il 18891, ma su di esse compare l’illustrazione solo nove anni più tardi, nel 18982, e prende piede di pari passo col consolidarsi di una borghesia sempre più facoltosa, colta e desiderosa di viaggiare e mostrare ad amici e conoscenti i tanti luoghi visitati. Questo nuovo bisogno viene soddisfatto proprio dalla cartolina illustrata, che diviene fin da principio oggetto da collezione.
Risulta abbastanza semplice riconosce gli esemplari più antichi di cartolina, ossia quelli stampati durante il primo decennio del ‘900, caratterizzati dal cosiddetto “retro indiviso” (vedi foto 1), privo cioè della linea divisoria verticale, destinata a separare l’area riservata all’indirizzo del destinatario da quella del messaggio del mittente. In questa fase pionieristica sul retro della cartolina si poteva apporre esclusivamente il recapito del destinatario, mentre i più o meno brevi messaggi di saluti trovavano posto sul fronte della stessa, andando talvolta a deturpare il soggetto raffigurato.

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  1. Furio Arrasich, “Regionalismo Italiano 1889-1950”, Ediz. Millecartoline, 2003
  2. Furio Arrasich, “L’ABC della cartolina. Tutto sul mondo del collezionismo cartofilo” Ediz. Millecartoline, 2001

La progenie del Gran Mogol

La progenie del Gran Mogol

articolo del 15 maggio 2021

del dott. Carlo Felice Vingiani

In un’epoca ormai lontana, in luoghi esotici che nel nostro immaginario restano inevitabilmente legati alle descrizioni fantastiche che ne fecero romanzieri come Jules Verne ed Emilio Salgari, si snodarono le vite di numerosi avventurieri recatisi in quelle terre in cerca di fortuna.
Spinti dalla voglia di arricchirsi, o dal semplice desiderio di avventura e gloria o, come potremmo dire oggi, bisognosi di ritrovare sé stessi, quegli uomini si resero protagonisti di azioni che, a seconda di chi le narrò, ci sono state tramandate come gesta eroiche oppure crimini brutali.
Alla luce delle odierne tendenze a rivisitare la storia in chiave obiettiva, scevra dai fronzoli narrativi che furono associati a questi personaggi al fine di conferire loro un’immagine eroica e leggendaria, potremmo giudicarli invasori privi di scrupoli, sterminatori di popolazioni pacifiche e distruttori di civiltà secolari.
Quale che sia il giudizio che la storia ha voluto dare di questi uomini e delle loro azioni, non si può negare che furono davvero tanti a lasciare la propria terra natia per non farvi mai più ritorno, il più delle volte perché il destino volle che trovassero la morte inseguendo una chimera, più raramente perché, realizzato il proprio sogno, rimasero per viverlo fino alla fine.
Pochissimi tornarono nella loro Patria e ancor meno furono quelli che lo fecero recando con sé cospicue ricchezze, oltre che le storie inevitabilmente rivisitate da poter raccontare ad amici e parenti, magari davanti ad un boccale di vino.
Fra questi ultimi, non possiamo fare a meno di annoverare due nostri conterranei: lo stabiese Catello Filose e l’agerolese Paolo Avitabile.

CATELLO FILOSE IN INDIA
Catello, nacque a Castellammare di Stabia nel 1749 circa, figlio di Gennaro Filose e di Agnella o Nella Di Capua e nipote di Giacomo Filose. Appena sedicenne, si imbarcò e non fece ritorno per lunghissimi anni, se non quando, cinquantenne, ossia nel 1799, rientrò carico di ricchezze ed unico custode di storie dette e non dette che ammantarono di mistero il suo passato, rendendo lui una figura leggendaria agli occhi degli stabiesi suoi contemporanei, che lo soprannominarono ‘o Gran Mogol.
Degli aspetti più affascinanti e folkloristici della sua vita, una volta tornato a Stabia, molti hanno raccontato: da Catello Parisi nel 1842 a Don Matteo Rispoli nel 1859, da Michele Palumbo nel 1972 a Giuseppe D’Angelo nel 2000, ma per questo vi rimando all’esauriente articolo di Maurizio Cuomo https://www.liberoricercatore.it/il-gran-mogol/
Cosa accadde, però, dal giorno in cui il giovane Catello si lasciò alle spalle il porto che l’aveva visto nascere fino a quando vi tornò?
Viene in nostro soccorso il Dott. Tomaso Vialardi di Sandigliano, autore di numerose pubblicazioni di carattere storico militare [1], che ringraziamo per le preziose informazioni ed i riferimenti bibliografici fornitici. Continua a leggere

San Catello in processione

San Catello in processione

articolo del dott. Carlo Felice Vingiani

San Catello in processione

San Catello in processione

Probabilmente, nella storia di Castellammare di Stabia, non era mai accaduto che San Catello non uscisse dalla Cattedrale, per le consuete processioni di gennaio e di maggio, per due volte consecutive.
Le misure di prevenzione resesi necessarie per fronteggiare l’epidemia di Covid-19, così come accaduto lo scorso maggio, impediscono il regolare svolgimento anche della processione di gennaio e, così, la redazione di Liberoricercatore.it ha pensato bene di presentare una carrellata di vecchie immagini che ritraggono il nostro Santo Patrono nel corso delle sue regolari uscite, con l’auspicio che tutto possa tornare alla normalità fin dal prossimo appuntamento primaverile.

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Una reliquia di San Catello

articolo del dott. Carlo Felice Vingiani

Reliquia di San Catello

Reliquia di San Catello

Il recente ritrovamento di una piccola teca di metallo, delle dimensioni di 3cm x 2,5cm, contenente un frammento di incerta natura, recante un’etichetta che lo identifica come reliquia del protettore di Stabia, San Catello, ha generato numerosi interrogativi circa la sua storia e, ovviamente, la sua eventuale autenticità.

Ma andiamo per ordine. Prima di tutto, cos’è una reliquia?
Col termine reliquia viene indicata una qualsiasi parte del corpo di un Santo o di un Beato, o un brandello di un suo indumento, oppure un oggetto appartenutogli, o in qualche modo strettamente legato alla sua vita o alla sua morte.
La venerazione delle reliquie, pratica esistente in quasi tutte le religioni, era riscontrabile già in epoca paleocristiana, ma trovò particolare diffusione nel Medioevo, allorché le città e le chiese che ospitavano reliquie di Santi importanti divennero meta di pellegrinaggi, raccogliendo offerte più generose. Per soddisfare le tante richieste, si cominciò a considerare venerabili anche le cosiddette reliquie da contatto, ossia degli oggetti che avevano semplicemente toccato le reliquie vere e proprie.
Purtroppo, in conseguenza della aumentata domanda di reliquie, attorno ad esse si sviluppò un vero e proprio mercato e, conseguentemente, si registrò la diffusione anche di falsi. Per porre un freno al dilagare di questi ultimi, la Chiesa Cattolica, in occasione del Concilio di Trento, dispose che tutte le reliquie, per essere considerate autentiche, dovessero riportare un sigillo apposto dall’autorità religiosa competente1.

Quindi, la prima domanda che sorge è: sul reliquiario di San Catello, è presente un qualche sigillo che ne attesti l’autenticità? Continua a leggere

  1. Wikipedia, enciclopedia online a contenuto libero