La "Madonna delle Grazie" del Botticelli (Archivio Ziino)

Una Madonna del Botticelli

Una stupenda Madonna del Botticelli in un casolare dell’Agro Stabiese

a cura di Antonio Ziino

La "Madonna delle Grazie" del Botticelli (Archivio Ziino)

La Madonna del Botticelli (Archivio Ziino)

L’importante quadro, riprodotto in foto, raffigurante la “Madonna delle Grazie”, è stato eseguito 540 anni or sono, da Sandro Botticelli e si trova ben custodito in un fabbricato alla periferia di Castellammare di Stabia. La “Madonna delle Grazie” attribuita dagli esperti, appunto, al Botticelli è custodito in una masseria che si trova lungo l’antica via Nocera, alla periferia della città. Il quadro apparteneva ad una cappella gentilizia già proprietà Bisaccia. Col passare del tempo il tutto è diventato di proprietà della famiglia Somma. Si tratta di una tavola di circa 58×80 centimetri compresa la bordatura, corrosa dal tempo, su cui è dipinta la Madonna, assisa su un grande trono, con sulle ginocchia l’augusto Figliolo. I colori, ovviamente, non sono più così vividi: la Vergine, con i capelli biondi coperti da un velo, indossa una veste a pieghe, color cinabro. Il Bambino è avvolto in un leggero panno viola. L’opera è collocabile verso il 1470. Continua a leggere

Monumento ai Caduti

Monumento ai Caduti

a cura di Maurizio Cuomo
Piazza Principe Umberto

Piazza Principe Umberto: luogo ideale per erigere un monumento solenne e maestoso.

Il monumento sorse ad iniziativa di un Comitato cittadino che, con deliberazione del 24 gennaio 1925, ne affidò l’incarico all’artista prof. Giuseppe Renda; e costò L. 150.000: somma comprensiva del bozzetto, della messa in opera del monumento atto alla inaugurazione e della direzione artistica; mentre la sistemazione dello spiazzo sistemato ad aiuole al di fuori del cancello che recingeva la base del monumento, costò L. 9000, come da deliberazione della Consulta Comunale in data 26 aprile 1928.

Ecco la relazione del prof. Renda sul significato della statua e dei quattro bassorilievi:

« Secondo il bando di concorso il monumento deve rispondere a queste condizioni:
1 – glorificare i Caduti e suscitare l’amore patrio;
2 – esprimere ciò senza simboli difficili a intendersi;
3 – ispirarsi alle grandi opere classiche.
Ho cercato di soddisfare queste esigenze con un gruppo di tre figure.
La lotta vittoriosa (rappresentata dal guerriero trionfante), i dolori sofferti (rappresentati dalla madre dei combattenti e dei Caduti), sono consacrati ed offerti a Roma, simbolo della patria. Roma risorge sulle rovine del suo passato, riprende e stringe nel pugno il mantello imperiale. La nuova potenza della patria si rivela ai combattenti, che vedono in essa la più alta glorificazione della propria opera. Mi è sembrato che così una sola rappresentazione unifichi l’esaltazione dei combattenti e l’amor patrio; che la guerra diventi vittoria della nazione e che si evitino le solite rappresentazioni di combattenti carichi di allori e di incoronati. Continua a leggere

Bagnanti sul lungomare di Castellammare

Teresa ‘e Felicella

Teresa ‘e Felicella

di Libera Coppola

Introduzione e brevi note sull’autrice
Mi chiamo Libera Coppola sono nata a Castellammare nel 1955 nel vico delle Mammane in via I de Turris (proprio a fianco al grande vico S. Catello), dopo aver vissuto lì l’infanzia e anche parte dell’adolescenza, mi sono trasferita con la famiglia in viale Europa precisamente zona (Summuzzariello), poi ventenne, sono andata a vivere a Sorrento dove attualmente vivo. Non ho mai dimenticato di essere stabiese e grazie a Dio ho buoni motivi per venirci spesso e viverne con piacere i miglioramenti.
Oggi, nel tempo libero scrivo di Castellammare e questo mi diverte molto, a volte scrivo e rido ripensando al passato e a certi personaggi, venditori di cose che non esistono più, come “il pane con la zuffritta di zia Carulina” con cui a volte facevamo colazione la mattina, “Carulina” che era anche una cognata di mia nonna, posizionava il suo carrettino davanti alla porta della sua bottega proprio tra il vico S. Catello e il vico delle Mammane, in 15 mq aveva un supermercato con la differenza che cambiava spesso merce a seconda degli affari che trovava quando si recava a Napoli e ovviamente a seconda delle stagioni. Ritornando al racconto che vi ho spedito è la vera storia di una mia prozia: Teresa Esposito di Gennaro, nata intorno al 1903 da giovane aveva “‘o puosto” di frutta e verdura al mercatino di S. Vincenzo poi lo cedette per darsi alla riffa, lavoro certamente più redditizio e movimentato. La storia è scritta di mio pugno e fa parte di una raccolta di altri scritti sulla vita che si svolgeva a Castellammare negli anni cinquanta / sessanta (alcuni dei quali sono ancora da terminare).
Questo è un regalo che voglio lasciare alle mie figlie che nonostante siano nate sorrentine, frequentano Castellammare assiduamente e “per forza di cosa”, sono anche figlie del progresso.

Bagnanti sul lungomare di Castellammare

Bagnanti a Castellammare

Teresa ‘e Felicella

lo scritto è tratto dalla versione integrale di “Teresa ‘e Felicella”

 Teresa ‘e Felicella (diminutivo di Felicia) era la sorella della mia nonna materna, di corporatura piuttosto robusta, viveva da sola al Vico San Catello sulla Caperrina (Caporivo). Era vedova di tre mariti, però la sua più grande sfortuna, era stata quella di non aver avuto figli. Comunque, la mia prozia Teresa, che tutti chiamavamo zia, era tutt’altro che depressa, molto energica e brillante, viveva di riffe e bona parola (consigli per risolvere controversie familiari e non). Ogni giorno puntuale al suo impegno di lavoro, come se avesse avuto un posto di lavoro fisso, si alzava di buon’ora, si lavava, si pettinava i lunghi capelli grigi resi un po’ appiccicosi dalla brillantina o, in mancanza, dall’olio di oliva, li raccoglieva in un grande tuppo (treccia di capelli attorcigliata dietro la nuca fermata da forcine) che posizionava dietro la testa mediante due forcine di tartaruga, metteva due bellissimi orecchini d’oro e brillanti, indossava le due o tre sottane di vario tessuto, prima quella più sottile di batista, poi la media di lino e infine la doppia di tela, rigorosamente di colore bianco, panna o beige chiarissimo e infine indossava un camicione nero con qualche fiorellino grigio che appena si notava; manica a tre quarti per essere libera nei movimenti, completava poi il tutto con un grembiulone di tela doppia più o meno dello stesso colore del vestito. Io le porgevo il paniere, contenente cartelle e tombola, che lei portava in testa, adagiato su uno strofinaccio che chiamava turciaturo attorcigliato a mo’ di tarallo; con le spalle dritte, la testa alta, fiera come una regina che indossa una corona, si apprestava ad uscire, tutti la stavano aspettando. Qualche volta mi è capitato, come del resto alle mie sorelle, di stare un po’ con lei, le piaceva tanto la nostra compagnia; così a turno, ci trasferivamo a casa sua. Continua a leggere

Cartoline: marine stabiesi

Collezione fronte/retro “Catello Coppola”

marine 46 fronte

La bellezza paesaggistica di Castellammare di Stabia, un tempo celebrata dai più grandi filosofi, scrittori e pittori, oggi è il soggetto di una vastissima raccolta di cartoline che ne illustrano, seppur molto più modestamente, le sue magnificenze architettonico/monumentali. A tanti risulterà già noto che sul nostro portale sono ospitate diverse gallerie di cartoline, molti sono infatti i collezionisti stabiesi che ci onorano della loro collaborazione, per ampliare la già vasta raccolta, ospitiamo in questa pagina le cartoline della collezione ” Catello Coppola “, una collana fronte/retro dalle cui immagini possiamo delineare il nostro passato urbanistico e una miriade di ulteriori informazioni dal retro, un dettaglio da non trascurare, che ci farà accedere ad un vero e proprio diario, dal quale si possono attingere notizie su usi e costumi della nostra popolazione, sugli ideali delle varie generazioni e sulla trasformazione culturale del popolo di Stabia.

Maurizio Cuomo


Le marine stabiesi:

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La storia di Villa Cafiero

articolo del dott. Raffaele Scala

Non lontano dall’antica chiesa di San Matteo, a Quisisana, nei pressi di Villa Mauro vi era un fondaco boschivo liberato dalla condizione di feudalità nel 1759 da Re Ferdinando IV. Adatto a costruirvi una panoramica villa gentilizia, la famiglia De Sangro, nobile e potente famiglia napoletana, di origini abruzzese e prima ancora francese, se ne innamorò, l’acquistò e vi costruì una magnifica villa. L’ultimo ad abitarla fu Placido De Sangro (1866 – 1911), Conte dei Marsi, che la eredita dallo zio Nicola, ultimo Duca di Martina, morto il 28 dicembre 1891. Placido non doveva essere un uomo felice, perseguitato com’era dai fantasmi dei suoi avi, alcuni dei quali si erano tolto la vita, fino a quando, a sua volta, non decise di seguirne le orme.

Villa Cafiero (collezione Carlo Felice Vingiani): In foto Villa Cafiero il giornalista Ugo Cafiero e famiglia

Si suicidò il 15 settembre 1911 lanciandosi dal balcone del terzo piano della sua villa, schiantandosi sul selciato sottostante, non lasciando eredi né disposizioni testamentarie. Aveva 45 anni. Ma di questa sua morte non rimase contento e si trasformò in fantasma affacciandosi spesso dal terrazzo del terzo piano, camminando in maniera disinvolta sui tetti, aprendo le imposte dei balconi e delle finestre, sorridendo, piangendo, restando immobile. Di tutto questo non poteva dirsi felice l’affranta vedova, Maria Spinelli, Contessa de Marsi, anzi spaventatissima, lasciò la casa rifugiandosi in quella più accogliente del capoluogo campano, mettendo in vendita l’immobile. Per nove mesi la villa rimase vuota e abbandonata, fino a quando ad acquistarla per 65mila lire il 28 giugno 1912, furono i fratelli, Carlo e Angelina Drowin, nativi di Verona ma da tempo residenti a Napoli, in via Mezzocannone. Con altre 15mila lire si appropriarono anche dei beni mobili. Lo fecero su fiducia, senza neanche aver mai messo piedi per un sopralluogo nella bella e fastosa proprietà. Carlo e Angelina credettero di aver fatto il grande affare comprando a sacco chiuso, ma non tardarono molto a rendersi conto, a capire di aver commesso il più grave errore della loro vita. Appena presero possesso della villa furono subito avvertiti dell’ingombrante coinquilino che li avrebbe tenuto compagnia, ma ancor più se ne accorsero cogliendone la presenza e se ne scapparono senza voltarsi indietro. Villa de Sangro rimase disabitata per altri sette anni, fino a quando il sanguigno Ugo Cafiero non si decise a fare il grande passo. Continua a leggere