Accadde Oggi (18 febbraio)

Accadde Oggi a Castellammare di Stabia

a cura di Maurizio Cuomo

Accadde oggi a Castellammare di Stabia

Accadde Oggi


Accadde il 18 febbraio

Gigi Nocera

Gigi Nocera

Nel 1923 nasce Gigi Nocera, figlio illustre di Stabia ad honorem

Nel giorno del 18 febbraio, giorno della sua nascita, vogliamo ricordare con affetto Gigi Nocera, stabiese nato a Castellammare di Stabia nel 1923, che ci ha onorato della sua amicizia fraterna ed ha prestato preziosa collaborazione per numerosi anni al progetto liberoricercatore.

Redattore attento e generoso, Gigi continua a parlarci attraverso i suoi numerosi contributi. In particolare, i suoi scritti raccontano i ricordi della gioventù vissuta nella città natale, prima dell’emigrazione verso Torino. Da quella memoria viva nacque la rubrica “Gli anni ’30 a Castellammare”. Un viaggio narrativo nella quotidianità, nelle tradizioni e nei volti di un’epoca lontana, che ancora oggi restituisce atmosfere autentiche della Stabia di un tempo.

Successivamente, il valore culturale di quei racconti ha trovato conferma nella pubblicazione di due quaderni tematici, curati ed editi da liberoricercatore. Così il suo lavoro continua a rappresentare una testimonianza concreta e condivisa della memoria collettiva.

Gigi Nocera ha lasciato la vita terrena alle prime ore del mattino del 17 marzo 2012, all’età di 89 anni, ma con le sue parole vive che continuiamo a custodire tra le nostre pagine e soprattutto nei nostri cuori ci ha lasciato in eredità un dono ancor più prezioso, il senso di appartenenza e la sua straordinaria umanità.

Continua a leggere

Carnevale a Castellammare

Tradizioni stabiesi

Carnevale a Castellammare

Nostalgia di un passato non tanto remoto

articolo di Maurizio Cuomo

Rivedere questa vecchia foto di bambini travestiti per il Carnevale evoca un misto di nostalgia, tenerezza e una leggera malinconia. Questo scatto, seppur in bianco e nero, è come una finestra che si spalanca sui miei ricordi.

Il Carnevale a Castellammare, ieri:

L’immagine cattura un momento fugace di innocenza e gioia, con i bambini preparati a festa, immersi nella magia della trasformazione in personaggi fantastici.

Castellammare di Stabia: Carnevale anno 1970

Castellammare di Stabia: Carnevale anno 1970

Nelle foto, si possono osservare in tutta la loro semplicità ed innocenza, maschere ingenue e costumi fai-da-te creati con amorevole dedizione dalle mamme.

Questi bambini indossano con orgoglio abiti e maschere trasmettendo un’energia contagiosa che attraversa il tempo e la memoria di ognuno di noi. Continua a leggere

Villa San Marco: sito archeologico di Stabiae

Storia e Ricerche

Villa San Marco: sito archeologico di Stabiae

articolo di Maurizio Cuomo

Tra i siti archeologici di Castellammare di Stabia, particolare attenzione merita villa San Marco; tanto si è scritto in merito, per cui Libero Ricercatore cercherà di essere sintetico e allo stesso tempo esauriente.

Situata sul pianoro di Varano, fu completamente sepolta dalla celeberrima eruzione vesuviana del 24 agosto del 79 d.C., che stessa sorte riservò alle vicine città di Ercolano, Oplonti e Pompei.

paesaggio villa san marco

Villa San Marco

Villa San Marco

Quasi del tutto dimenticata, venne esplorata diversi secoli dopo dai Borbone (ricercatori che operarono sul nostro territorio dal 1749 al 1782), i quali, sin dai primi scavi, si resero conto che la pioggia di cenere e lapilli, antica portatrice di morte e distruzione, paradossalmente, poteva essere considerata una manna dal cielo, per l’ottimo stato di conservazione in cui aveva mantenuto la struttura del complesso archeologico e i numerosi reperti ritrovati.

Villa San Marco (il colonnato)

Villa San Marco – il colonnato (foto Maurizio Cuomo)

Dopo un periodo spento dal punto di vista archeologico, finalmente nel secolo scorso (secondo il diario di scavo i lavori iniziarono a far data dal 16 febbraio 1950 e proseguirono con sacrificio e con alterne fortune fino al 1962), Stabiae rivide definitivamente la luce, grazie al nostro illustre concittadino Libero D’Orsi.

In particolare, villa San Marco è il risultato del così definito “scavo A”, operato sul fondo Gaspare De Martino e fondo Massa (guardando la collina dalla Città il sito è posto sull’estrema sinistra), la suddetta denominazione vi è stata attribuita perché la Villa è situata dove nella seconda metà del 1700, fu costruita una cappella dedicata a San Marco, ormai del tutto scomparsa.

Qui Libero D’Orsi nel maggio 1954, durante le indagini nell’ambiente n. 37 della villa, tra gli altri reperti, rinvenne tre coppe in ossidiana.

Orcio (foto Maurizio Cuomo)

Orcio (foto Maurizio Cuomo)

Villa San Marco descritta dal prof. Giuseppe D’Angelo

Ecco come il prof. Giuseppe D’Angelo (seppur brevemente) ebbe a descrivere Villa San Marco, una delle ville più rappresentative dell’intero complesso archeologico di Stabiae:

“Entrando nell’atrio con impluvium, notiamo sulla parete un lararium decorato con pittura a finto marmo preceduto da due gradini.
Dopo la zona delle cucine, prima di giungere al peristilio, incontriamo un ampio quartiere termale con calidarium, tepidarium e frigidarium (sale per il bagno caldo, tiepido e freddo).
Il peristilio si apre nel grande viridarium (giardino) con al centro una splendida piscina. Ai cui lati c’erano i due filari di platani, di cui oggi si osservano i calchi in cemento”[1. Testo tratto da: Rivivi la Città, Giuseppe D’Angelo].

Continua a leggere

La lingua di Sant’Antonio

La lingua di Sant’Antonio

di Giuseppe Zingone

Sant’Antonio e quel Prodigio della Lingua

La lingua di Sant'Antonio

La lingua di Sant’Antonio, conservata nella Basilica di Sant’Antonio di Padova, foto di Elmiralaleh

Il calendario liturgico, si sa, è una bussola che orienta non solo l’anima ma anche la memoria storica dei nostri territori. Se il 13 giugno è il giorno del tripudio e dei gigli, la festa di Sant’Antonio, esiste una data, il 15 febbraio, che per i devoti antoniani riveste un fascino quasi magnetico, sospeso tra il rigore della cronaca medievale e il soffio del miracolo: la Festa della Lingua.

Era l’8 aprile del 1263. Padova era in fermento. Sotto la guida di San Bonaventura da Bagnoregio, allora Generale dei Francescani, si procedeva alla traslazione dei resti del “Santo dei miracoli” nella nuova Basilica sorta in suo onore.
Tutto avvenne al momento dell’apertura della cassa di legno (così è documentato) con lo stupore tipico delle cronache dell’epoca. Mentre il corpo di Antonio, morto da ben trentadue anni, era ormai tornato alla terra seguendo le leggi della natura, un suo organo apparve ai presenti come se il tempo si fosse fermato: la sua lingua.2

“O lingua benedicta, quae Dominum semper benedixisti et alios benedicere fecisti, nunc manifeste apparet quanti meriti fueris apud Deum.” (O lingua benedetta, che sempre benedisiti il Signore e lo facesti benedire dagli altri, ora appare chiaro quanti meriti avesti presso Dio).

Con queste parole, San Bonaventura accolse quel muscolo ancora rosso, umido e integro, riconoscendovi il sigillo divino su quella che fu una predicazione infuocata, capace di convertire cuori di pietra e mettere a tacere gli increduli.

Perché la “Lingua”?

Per chi, come noi di Libero Ricercatore, ama scavare nel significato profondo dei simboli, questo prodigio non è un semplice “fatto bizzarro”. La lingua di Antonio rappresenta lo strumento della Parola. In un’epoca di analfabetismo e smarrimento, Antonio parlava ai pesci quando gli uomini non volevano ascoltare, e parlava ai potenti per difendere i poveri.
Il fatto che proprio quell’organo sia rimasto incorrotto è il messaggio che il Santo continua a inviare: le parole passano, ma la Parola di Verità resta salda, non marcisce.

Oggi, chi visita la Basilica del Santo a Padova, può sostare dinanzi al magnifico reliquiario in oro e argento, opera d’arte orafa che custodisce la Lingua.

La Festa del 15 febbraio (spostata rispetto alla data del ritrovamento di aprile per esigenze liturgiche) attira migliaia di pellegrini che, con la stessa umiltà dei padovani del XIII secolo, chiedono una grazia o ringraziano per un “favore ricevuto”.

Questa festa oltre a quella del 13 giugno, era cara a Fiorella LongobardiOnna Sciurella” come apprendiamo da un articolo tratto da: Echi di Stabia, a firma B. Caso.

La lingua di Sant'Antonio

Festa dell’Oratorio a Castellammare

L’Oratorio in festa

Anche quest’anno, il 14 febbraio, s’è celebrata solennemente e con grande devozione la popolare festa in onore della «Lingua di Sant’Antonio nell’ Oratorio Antoniano di Donna Fiorella, dove continuano ad affluire i fedeli, i quali, graziati dal Santo dei Miracoli, non si allontanano dai Suoi piedi, sicuri della Sua validissima protezione. Numerose Sante Messe sono state celebrate nella splendida Cappella fino a mezzogiorno e molti fedeli si sono accostati alla S. Comunione. Ha tenuto un vibrante discorso in onore del Santo il sacro oratore P. Vincenzo Gervasi dei Francescani di Napoli.

Alle ore 12,30 è intervenuto l’Ece.mo Vescovo Mons. D’Arco per benedire i poveri che, numerosi, hanno partecipato ad un abbondante pranzo, preparato con cura ed affetto da Donna Fiorella Longobardi che, memore del grande affetto che S. Antonio nutriva in vita per i poveri, nulla tralascia per venire incontro ai loro bisogni.

Neppure gli ammalati dell’ospedale ed i carcerati sono stati dimenticati: anch’essi hanno ascoltata la S. Messa e si sono accostati alla S. Comunione; anch’essi hanno goduto dei doni di S. Antonio, piangendo di commozione, mentre nei loro cuori rinasceva la speranza.

Intanto, anziché diminuire, aumentano i pellegrinaggi al Santuario Antoniano, centro di fede e di beneficenza, dove tutti, ricchi e poveri, sperimentano che sono vere le parole del Responsorio:

«Chi geme in duri vincoli, oppresso da disgrazie, Ricorra a S. Antonio e tutte avrà le grazie ».      B. CASO3

Caro lettore, se hai ricordi legati a questa festività celebrata da Onna Sciurella, non esitare a scriverci.

Articolo del 31 gennaio 2026


1. Sebbene il miracolo sia avvenuto ad aprile, la festa è stata fissata a febbraio per permettere una celebrazione più raccolta fuori dal periodo pasquale.

2. Anche se il cuore del culto è Padova, la devozione antoniana permea ogni angolo d’Italia, dalle grandi città ai piccoli borghi, dove il pane di Sant’Antonio e la benedizione della Lingua restano pilastri della pietà popolare.

3. B. Caso, L’oratorio in festa, tratto da: Echi di Stabia, Anno 3, numero 3, del 25 Marzo 1954, pag. 7.

I Conti di Castellammare – Capitolo V

Storia e Ricerche

Il Gran Tour dei Conti di Castellammare

CAPITOLO V

1° luglio Buffalora; 1° luglio – 9 luglio Milano; 9 luglio Comazzo, Casano.


All’alba dell’indomani, primo luglio, partirono con tutto il seguito per Milano, dove da tempo si erano date disposizioni per le celebrazioni in loro onore. Infatti, nonostante il tentativo dei reali di viaggiare in incognito, anche su un giornale spagnolo si legge: Assicurano che le SS. MM. Siciliane arrivano qui il 1del presente, e si danno le disposizioni per le celebrazioni che si prevede di regalare a ospiti così importanti, queste consisteranno in uno spettacolo di mongolfiere, una caccia nella Valle del Tesin[1], una pesca nel Lago Maggiore, un ballo pubblico nel Salone Reale, un ballo particolare per la nobiltà, un moxiganga[2], e finalmente, un pubblico ballo a Monza.

Giunti verso mezzogiorno a Buffalora[3],trovarono ad accoglierli l’Arciduca Ferdinando con la moglie. Dopo aver pranzato, ripartirono per Milano dove, giunti in tarda serata ,si recarono direttamente a Corte. Qui incontrarono i quattro figli dei Granduchi: Maria Teresa, la secondogenita, e i tre maschi, Francesco, Ferdinando Carlo e Massimiliano[4].Da qui andarono a cena dalla principessa Teresa Melzi[5]vedova del conte Antonio Maria Melzi,e infine esausti andarono a letto.

La mattina dopo tutta la Nobiltà in gran Gala si presentò a Palazzo per riverirli e nel dopo pranzo il re andò a presenzia real  gioco del pallone per poi farsi vedere sul tardi al Corso di Porta Orientale (fig. 32) unitamente a Maria Carolina e ai due cognati.

Fig. 32 Milano. Il Corso di Porta Orientale (dip. Canella 1834).

Fig. 32 Milano. Il Corso di Porta Orientale (dip. Canella 1834).

La sera intorno a mezzanotte andarono al Teatro grande della Scala[6], nel quale si rappresentò la nuova opera buffa Il Talismano[7] con tre balletti coreografici di Sebastiano Gallet: Il signore Benefico, il Bajram de’ Turchi e L’amore vincitore. La rivista “La Gazzetta universale”[8] così la descrive:

Continua a leggere…