Archivi tag: Carlo Felice Vingiani

Una reliquia di San Catello

articolo del dott. Carlo Felice Vingiani

Reliquia di San Catello

Reliquia di San Catello

Il recente ritrovamento di una piccola teca di metallo, delle dimensioni di 3cm x 2,5cm, contenente un frammento di incerta natura, recante un’etichetta che lo identifica come reliquia del protettore di Stabia, San Catello, ha generato numerosi interrogativi circa la sua storia e, ovviamente, la sua eventuale autenticità.

Ma andiamo per ordine. Prima di tutto, cos’è una reliquia?
Col termine reliquia viene indicata una qualsiasi parte del corpo di un Santo o di un Beato, o un brandello di un suo indumento, oppure un oggetto appartenutogli, o in qualche modo strettamente legato alla sua vita o alla sua morte.
La venerazione delle reliquie, pratica esistente in quasi tutte le religioni, era riscontrabile già in epoca paleocristiana, ma trovò particolare diffusione nel Medioevo, allorché le città e le chiese che ospitavano reliquie di Santi importanti divennero meta di pellegrinaggi, raccogliendo offerte più generose. Per soddisfare le tante richieste, si cominciò a considerare venerabili anche le cosiddette reliquie da contatto, ossia degli oggetti che avevano semplicemente toccato le reliquie vere e proprie.
Purtroppo, in conseguenza della aumentata domanda di reliquie, attorno ad esse si sviluppò un vero e proprio mercato e, conseguentemente, si registrò la diffusione anche di falsi. Per porre un freno al dilagare di questi ultimi, la Chiesa Cattolica, in occasione del Concilio di Trento, dispose che tutte le reliquie, per essere considerate autentiche, dovessero riportare un sigillo apposto dall’autorità religiosa competente[5. Wikipedia, enciclopedia online a contenuto libero].

Quindi, la prima domanda che sorge è: sul reliquiario di San Catello, è presente un qualche sigillo che ne attesti l’autenticità? Continua a leggere

La Castellammare del 1800 in 3D

Storia e Ricerche

La Castellammare del 1800 in 3D

articolo del Dott. Carlo Felice Vingiani 

L’invenzione della fotografia è databile al 1839, anno in cui il francese Louis Mandé Daguerre e l’inglese William Henry Fox Talbot ufficializzarono la loro rivoluzionaria scoperta e le procedure che avevano rispettivamente impiegato per arrivare ad imprimere un’immagine su carta.

Appena un paio d’anni dopo, nel 1841, un altro inglese, Sir Charles Wheatstone, trovò il modo per utilizzare la nuova invenzione al fine di creare immagini che oggi definiremmo “in 3D”.

Il principio, in realtà piuttosto semplice, era basato sulla nostra capacità -definita visione stereoscopica– di vedere le cose in rilievo, grazie all’impiego combinato dei due occhi. Essi guardano l’oggetto da direzioni differenti l’uno rispetto all’altro, e le due immagini, lievemente diverse fra loro, vengono elaborate dal cervello per ricavare la percezione della profondità.

Lo strumento grazie al quale si poteva ottenere questa visione fu chiamato Visore Stereoscopico, Stereovisore, o Stereoscopio. Rispetto a quello originale, nel corso degli anni furono sviluppati modelli più complessi e funzionali, grazie ad Oliver Wendell Holmes e a David Brewster.
L’apparecchio era costituito da un visore provvisto di due lenti, da un distanziatore alla cui estremità veniva posta una coppia di immagini gemelle e da un separatore che impediva che gli occhi incrociassero i rispettivi coni visivi.

Anche la procedura attraverso cui venivano scattate due fotografie da angolazioni lievemente diverse, tali da trarre in inganno l’occhio umano, richiese una prolungata fase sperimentale.  Alla fine il metodo che risultò più pratico fu quello che impiegava fotocamere doppie, con due obiettivi ed altrettanti otturatori, che scattavano simultaneamente grazie ad un unico pulsante attivatore.

I soggetti in formato stereoscopico che, sul finire dell’800 e l’inizio del ‘900, erano maggiormente richiesti dall’alta borghesia riprendevano panorami, monumenti, immagini naturalistiche o erotiche e così, anche Castellammare, meta privilegiata del Grand Tour, stazione termale, balneare e polo culturale di spicco, richiamava i fotografi dell’epoca, alcuni dei quali riprodussero anche scorci in stereoscopia.

Galleria immagini stereoscopiche: Continua a leggere

A Castellammare le cartoline celebrano il varo

articolo del dott. Carlo Felice Vingiani

In un’epoca in cui non esistevano i telefoni cellulari con Facebook, Instagram e Whatsapp, ma neppure i vecchi telefoni via cavo, in un tempo in cui l’unico modo per dire “io c’ero” non era rappresentato da un tweet o da un post, né da una foto scattata e condivisa in tempo reale, chi voleva informare i propri cari dell’evento di cui era stato testimone spediva loro una cartolina: quel cartoncino rettangolare che celebrava l’epilogo del lavoro delle maestranze stabiesi, il culmine del loro sforzo e delle loro abilità nel trasformare semplici chiodi e bulloni, tavole di legno e lastre di acciaio in un gigante galleggiante, in una regina che avrebbe solcato e dominato i mari.

Il varo era orgoglio per gli operai, lo era per i loro familiari e per la cittadinanza  tutta. Il varo era una festa per Castellammare, era l’entusiasmo contagioso che coinvolgeva i villeggianti che affollavano numerosi la nostra città. Per le signore dell’alta borghesia era l’occasione per pavoneggiarsi negli abiti nuovi, per sfoggiare i cappelli e le acconciature, mentre con i loro mariti impettiti sfilavano per andare ad occupare i settori privilegiati delle tribune. Per la nobiltà di provincia era l’occasione per incontrare i membri della famiglia reale, che immancabilmente presenziavano all’evento. Continua a leggere

Il Terremoto del 1980 in alcuni scatti dell’epoca

Il Terremoto del 1980 in alcuni scatti dell’epoca

articolo del dott. Carlo Felice Vingiani

Il Terremoto del 1980 a Castellammare

via Roma angolo via Alvino

Ore 19.34 del 23 Novembre 1980: 1′ 30″ che nei miei ricordi di bambino, riportano alla mente le parole della sigla di un anime, che sarebbe stata trasmessa in tv solo alcuni anni dopo, ma che mi sembra calzino a pennello:

“mai, mai scorderai
l’attimo
la terra che tremò
l’aria s’incendiò
e poi
silenzio”

Ecco, quello che mi è rimasto maggiormente impresso di quei momenti, è il silenzio che attraversò la città subito dopo la scossa sismica. Un silenzio irreale, rotto solo dagli sguardi stravolti, increduli, sgomenti, atterriti e preoccupati delle persone che si guardavano intorno senza capire del tutto cosa fosse accaduto.

Quel minuto e mezzo pose fine alla vita di 24 stabiesi e sconvolse profondamente quella di chi aveva perso i propri cari o la propria casa. Con la casa, molti persero tutto ciò che possedevano, ritrovandosi all’improvviso privi di ogni riferimento materiale e affettivo.

Chi oggi racconta quei giorni lo fa con la malinconia di chi ricorda la propria giovinezza o infanzia, ma anche con profonda consapevolezza. La consapevolezza di aver trovato la forza di ricominciare e di essere riuscito a fronteggiare persino la spaventosa forza della natura.

Forse è anche per questo che, quando negli stadi italiani o nei raduni della Lega Nord veniamo chiamati “terremotati”, non ci sentiamo offesi. Anzi, proviamo quasi un senso di orgoglio nel poterci fregiare della medaglia invisibile, ma potente, di sopravvissuti.

Le immagini che corredano questo articolo furono scattate su incarico dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Campania. Servivano a stilare un inventario dettagliato dei danni subiti dal patrimonio architettonico nei centri storici della regione.

Rione-San-Marco-la-nascita-stralcio-di-articolo-coll.-Carlo-Felice-Vingiani

La nascita del Rione San Marco

La nascita del Rione San Marco

articolo del dott. Carlo Felice Vingiani

Rione San Marco (la nascita) - stralcio di articolo (coll. Carlo Felice Vingiani)

Rione San Marco (la nascita) – stralcio di articolo (coll. Carlo Felice Vingiani)

68 anni fa

Il 22 Novembre 1950 era in piena gestazione il nuovo Rione San Marco che, come si legge in questo articolo tratto dal quotidiano “Roma” (LEGGI ARTICOLO), avrebbe visto la luce entro il mese di Aprile dell’anno seguente.

L’embrione di quello che sarebbe divenuto uno dei quartieri più popolosi della città era costituito da sei palazzine “INA-CASA“, finanziate nel febbraio 1949 mediante un piano di intervento statale finalizzato alla costruzione di nuove case popolari.

Un Nuovo Rione a Castellammare di Stabia

Il nuovo rione sarebbe sorto “in una delle località più amene della città, nell’aprica e solatia zona del Campo Sportivo, che domina la lussureggiante pianura del Sarno, e che dal torrente San Marco che la irrora prende il nome”. Continua a leggere