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Informazioni su Enzo Cesarano

Collaboratore di Redazione Appassionato di folklore, teatro e tradizioni locali. Amante della fotografia, è l’ideatore della rubrica “Banca della Memoria stabiese” ed autore di numerosi interessanti articoli a sfondo popolar-tradizionale. E' responsabile della pagina Facebook di LR.

Sant'Anna

Jolanda e la sua Sant’Anna

articolo di Enzo Cesarano

Sant'Anna

Sant’Anna

Questa storia minima è ambientata nella Licerta1 del secondo dopoguerra, dove viveva Jolanda, madre di 11 figli, di cui: 6 femmine e 5 maschi. Le femmine erano già sposate tranne l’ultima, Concetta, ma il tempo del matrimonio venne anche per lei, infatti, si sposò col pancione. Il periodo di gestazione era quasi al termine e subito si aprì una discussione tra Jolanda e il genero, il motivo era che tutte le altre figlie avevano partorito nella sua casa non perché era molto grande o spaziosa, ma perché era protetta da una statua enorme di sant’Anna, una icona molto miracolosa, che lei custodiva gelosamente nella sua stanza da letto. In effetti, la prima cosa che si notava, se entravi in quella stanza da letto, era la grande statua di Sant’Anna, di circa 90 centimetri d’altezza, poggiata su una base in legno dorata, era situata su un mobile che in origine doveva essere stato un cassettone per la biancheria, un pezzo di arredamento che ormai era diventato un tutt’uno con la statua, ed aveva, secondo Jolanda, la sua  parte di divinità. Il motivo del disguido fra i due era che il marito di Concetta aveva imposto alla moglie di non partorire a casa della mamma, ma nella propria abitazione e ciò fu l’origine delle tante discussioni, nonostante ciò gli sposi erano fermi nella loro decisione e cosi fu! Quando i dolori incominciarono Concetta fu circondata sia dell’aiuto delle sorelle che dall’amore di sua madre, insieme alla quale le procurarono prima di tutto l’occorrente necessario, poi chiamarono l’ostetrica più conosciuta di allora: ‘a cummara Consalvo, che già aveva aiutato a partorire le altre sorelle. Insomma, tutto era pronto, l’ostetrica faceva il suo mestiere e Jolanda Continua a leggere

  1. Da “Le Strade di Castellammare di Stabia: i luoghi, i personaggi, le storie” del prof. Giuseppe D’Angelo (pag. 78), apprendiamo che l’antico toponimo “licerta” deriva dalla presenza dell’antica ed estinta famiglia nobile stabiese “Certa” che abitava nella zona, per cui si diceva “luogo dove abitano li Certa” cioè quelli della famiglia Certa.
capicchione

Capicchione

Capicchione

( Questo scritto è dedicato ad amici e compagni che hanno il vizio della “memoria” )

capicchione

Capicchione: nell’immagine sono ritratti tutti i protagonisti (compreso la lavagna) ed i testimoni della vicenda.

Sicuramente non si dimenticano mai quelli delle scuole elementari compreso il caro maestro. In classe mia eravamo più di 35 alunni, tutti diversi ed ognuno con il proprio nome, cognome e, naturalmente, soprannome. C’erano tanti Vincenzo, Catello, Ciro, Luigi perché allora mettere un nome non era un problema, ma quello che ci rendeva veramente unici era il soprannome, quello era d’obbligo, in classe mia eravamo: due pallini, un pallone, un pisello e tre pisellini, una bella banda, ma quello che dominava tutti era Antonio “capicchione”. Continua a leggere

Viviani e il maestro Vincenzo Gemito

a cura di Enzo Cesarano

In questo brano estratto dall’autobiografia “Dalla vita alle scene“,  il grande autore e attore stabiese descrive della conoscenza col Maestro Vincenzo Gemito. Raffaele Viviani sostenne nel 1926 venti lunghe sedute di posa nello studio dello scultore per il suo ritratto da modellarsi in argilla. La terracotta, oggi esposta nella sala museale della Certosa e Museo Nazionale di San Martino dedicata a Viviani.

Vincenzo Gemito (foto archivio Carbone)

Vincenzo Gemito (foto archivio Carbone)

“Papà” come affettuosamente io lo chiamo, ha avuto per la mia testa, per ripetere le sue parole, “sempre ‘na passione”. Ed io ebbi sempre l’ambizione di farmela tramandare ai posteri da lui.

Quale sogno! Lasciare una testa di Viviani eseguita da Gemito! Sarebbe stata per me una vera soddisfazione, ma le molteplici mie occupazioni non mi avevano mai consentito di attuare la cosa, per non potermi dedicare a posare. Lui, bontà sua, aveva avuto una simpatia specialissima per me e per l’arte mia, tanto che ebbe la bontà di farmi tenere una sua piccola fotografia, in data dell’11, con dedica: “Al caro Raffaele, il suo Gemito”, fotografia che è, tra i miei cimeli, al posto dovuto. E una sera che venne a sentirmi al teatro Fiorentini, nel gennaio del ’25, fu talmente preso dalla mia napoletanità e dalla mia maschera, che venne sul palcoscenico per darmi un bacio e mentre io glielo ricambiavo, carezzandogli la folta barba bianca, soggiunse:

Io t’aggi’a fà ‘na bella capa ‘e terracotta guagliò!

E poiché, ripeto, in me questa idea era un desiderio già lungamente vagheggiato, accettai con entusiasmo e pochi giorni dopo incominciò il mio pellegrinaggio al suo studio di Parco Grifeo. Venti sedute di un’ora ciascuna, ecco tutto!

Vivere in compagnia di Vincenzo Gemito costituisce, per un artista e per un sensibile, uno spettacolo di schietta bellezza spirituale. Egli vi spoglia di ogni soggezione e vi porta subito nell’atmosfera placida della sua anima buona. Vi dice cose sapienti, benché frammentarie, parole pronunciate a metà che hanno la loro logica appunto, perché dette così. Si esalta ed esaltandosi vi scopre momenti magnifici del suo profondo sapere, del suo scultoreo dire. Ci si convince che Gemito, anche parlando, scolpisce.

Quanti hanno accennato al suo dire dinamico e quanti hanno concluso che il periodo di semistasi mentale abbia lasciato nell’artista tracce evidenti di una certa discontinuità.

No, non è così: Vincenzo Gemito, con la stecca in mano o con la matita, o con lo scalpello o con i due pollici affondati nella creta per dare vita immortale a un suo soggetto, parla il suo migliore linguaggio, sfoggia la sua suadente eloquenza che non ha l’uguale nel mondo! Vi convincerete, osservandolo lavorare, che il suo spirito d’artista domina il suo cervello ed inverdisce i suoi 75 anni. Chi lavora con quello sguardo, con quella mano, chi cerca il dettaglio, chi cura il particolare più minuto, chi impazzisce alla ricerca di un ultimo capello che completi l’incanto di una chioma non è un vecchio, è un genio senza età: a cento anni sarà sempre Gemito che disegnerà.

Il periodo che io ho posato per il mio busto è stato d’infinito gaudio per il mio spirito, perché ho potuto vivere le sue ansie di ricerca e la sua soddisfazione, direi da “guaglione”, quando con un colpo di stecca poteva decidere magistralmente qualche particolare che dava all’opera maggiore evidenza e i suoi occhietti cerulei sfavillavano di gioia.

Chesta statua faciarrà addventà statue a tutte l’ati statue!

Si può essere più scultore di così?

Lo studio di Gemito, prima del riconoscimento governativo e della giusta ricompensa, era una cameretta, non più di 10 metri quadri, ingombra di vecchie cose, ma carica di modelli in cera originali, che per se stessi valgono una fortuna.

A vedere il vegliardo con forza muscolare magnifica, sollevare da una base all’altra bronzi enormi, con mossa rapida e sicura, come se si fosse trattato di piccoli gingilli, sentivate che non era il settantacinquenne patito per la sua lunga pausa di incertezza mentale, ma era il Maestro – Lui aveva la forza del Maestro – era il grandissimo artefice che abbracciava e sollevava l’opera sua, fosse stata questa anche di più quintali, era Vincenzo Gemito, l’anima sua che sosteneva lo sforzo e che dominava l’opera sua: spettacolo di forza artistica veramente stupefacente!

Le lettere scrittemi da Gemito, che io conservo come reliquie, sono brani dell’anima sua sensibile: si trovano massime e pensieri che sono assiomatici, parole dette alla buona che sonano sentenze.

Lui, pur non parlando di sé, ha già detto abbastanza con l’opere sue: L’Acquaiolo, Il Pescatore, il Filosofo, La strega, il Fortuny, il Verdi, i suoi disegni, le sue terrecotte sono il suo linguaggio migliore. Beati coloro che possono parlare così, con l’opera data d’immortale splendore per l’arte e per l’Italia.

Raffaele Viviani

San Catello Ritrovato (4)

Il San Catello ritrovato

Il San Catello ritrovato

( a devozione del Santo Patrono di Castellammare di Stabia )

articolo di Enzo Cesarano

9 maggio 2021 – Nel giorno in cui ricade il Suo patrocinio e nella certezza di fare cosa gradita ai tantissimi devoti cittadini stabiesi che con affetto seguono il nostro portale web, dedichiamo una ulteriore pagina di LR al gloriosissimo San Catello.

San Catello Ritrovato

Segnalatoci dal carissimo Massimiliano Greco, in questo articolo ci pregiamo di mostrare un San Catello inedito, che per le sue peculiarità intrinseche ai più risulterà essere più unico che raro. Continua a leggere

La famiglia Spagnuolo e gli stabiesi

Foto d’epoca (Arch. C_ Vingiani)

La famiglia Spagnuolo e gli Stabiesi, 18-04-2021 – di Enzo Cesarano

Oggi vi riproponiamo delle rarissime immagini della famiglia Spagnuolo (leggi anche: Gran Caffè Napoli Archives – Libero Ricercatore ), messe a nostra disposizione dalla professoressa Rosalba Spagnuolo. L’intento attraverso la lettura di esse è quello di ri-costruire una famiglia, ritrovando il loro quotidiano affettivo all’interno del quale ogni stabiese possa collocarsi. Si ricreano nella breve galleria fotografica, quelle dinamiche  finzionali e positive, dell’immaginare, dell’ideare, del ricostruire sentimenti e rapporti.

Dedica di Re Umberto II alla signora Di Martino (foto di proprietà di Rosalba Spagnuolo)

Dedica di Re Umberto II alla signora Di Martino (foto di proprietà di Rosalba Spagnuolo)

La foto di famiglia è contaminazione affettiva, ciascuno di noi potrà riconoscere nel passato fotografico proposto tracce della propria vita recente o passata che sia.

 

Il ritratto fotografico, produrrà l’ambito di una relazione affettiva eterna, a cui nessuno potrò sottrarsi. Famiglia Spagnuolo e stabiesi plasmano un nucleo fittivo velato di nostalgia. Infine la fotografia pur non essendo solo “ritratto” è diviene storia ordita di se stessi.