Antonio Cecchi: storia di un rivoluzionario

( a cura del dott. Raffaele Scala )

(Saggio pubblicato su Cultura e Società, n 2/ 2008, rivista edita in Castellammare di Stabia)

Premessa dell’autore:

Vi invio una biografia su Antonio Cecchi, l’amico di Amedeo Bordiga che rifondò la Camera Confederale del Lavoro di Castellammare di Stabia, dopo quella sfortunata del 1907 fortemente voluta da Catello Langella. Cecchi fu uno dei massimi protagonisti delle vicende del movimento operaio della nostra città dal 1912 al 1922. Quella di Cecchi è una illustre famiglia che ha dato molto a Castellammare a partire dal padre, Basilio, direttore didattico, la sorella Rosa, anch’essa direttrice didattica, il fratello Mario, medico generoso membro del Comitato di Liberazione stabiese nel secondo dopoguerra e soprattutto il fratello Pasquale, leggendario sindaco comunista dal 1946 al 1954 e già vice sindaco nella prima giunta rossa, affondata sotto i colpi dell’assalto fascista a Palazzo Farnese nel gennaio 1921 e noto come la strage di Piazza Spartaco. Mi è doveroso ricordare che il saggio fu pubblicato nel 2008 nel numero 2 della rivista “Cultura e Società”. Lascio, naturalmente, a voi la valutazione se pubblicarlo o meno.

Antonio Cecchi

Antonio Cecchi

Infanzia e adolescenza a Scafati
Originario di Perito, in provincia di Salerno, il maestro elementare, Basilio Mariano Cecchi (1865 – 1932), aveva insegnato ad Oliveto Citra, prima di essere trasferito a Scafati, dove aveva conosciuto e sposata Clotilde Langella (1862 – 1941) anche lei maestra elementare. Andarono ad abitare in Via Casa Bracco, dove nacquero, tra il 1891 e il 1905, i loro sei figli, quattro maschi e due femmine: Camillo, Pasquale, Antonio, Rosa, Giovanna e Mario. Il terzogenito Antonio nascerà il 23 aprile 1895. In una sua breve memoria autobiografica, l’ormai ottantenne Pasquale Cecchi (1893 – 1979), ricorderà come Scafati fosse un centro operaio molto importante con le sue fabbriche di filature presenti fin dalla prima metà dell’Ottocento e tra queste, due rivestivano particolare importanza, quelle appartenenti agli industriali svizzeri-tedeschi, Wenner e Weidmann, dove vi lavoravano centinaia di donne.

Sotto l’abitazione della casa di Via Bracco vi era la Camera del Lavoro, luogo di lunghe discussioni politiche, d’interminabili riunioni, d’infuocate assemblee operaie, delle quali dovettero essere iniziali passivi spettatori ed ascoltatori i piccoli fratelli Cecchi, nelle cui menti cominciarono ad entrare i primi pesanti interrogativi sul perché tanta gente s’incontrava, discuteva e spesso gridava su questioni legate alla fatica quotidiana, al lavoro che non c’era e al salario sempre insufficiente.

Intorno al 1908-1909, si trasferirono in Piazza Fontana, dove quasi tutte le domeniche si tenevano comizi di propaganda progressista da parte d’oratori socialisti e repubblicani. Proprio sul finire del 1907 avevano aderito alla Camera del Lavoro di Scafati le mille lavoratrici del cotonificio Wenner per ridurre il pesante sfruttamento attraverso la richiesta di riduzione dell’orario di lavoro, l’aumento del salario e l’eliminazione del massacrante turno notturno per le donne e i ragazzi. Ma fu l’autunno 1910 a vedere protagoniste queste tessitrici, dove alcune operaie furono licenziate per rappresaglia a seguito di un’agitazione contro l’amministrazione comunale per le eccessive tasse imposte. Il fatto provocò lo sciopero ad oltranza di tutte le dipendenti, con la conseguente reazione padronale pronta a servirsi in maniera spregiudicata della legge: le forze dell’ordine utilizzarono tutti gli strumenti disponibili per piegare la volontà delle lavoratrici, dalle violente cariche utilizzate per spaventare le donne, incuranti delle decine di feriti provocati, alla devastazione della Camera del Lavoro, dagli arresti indiscriminati di scioperanti fino all’intimidazione nei confronti di Felice Guadagno, Segretario Generale dell’organizzazione economica. Furono necessari 134 giorni di durissima lotta prima di concludere positivamente questa durissima vertenza il 7 febbraio 1911. [1]

Camillo, Pasquale e Antonio Cecchi, assistevano a questo movimento di lotta e istintivamente partecipavano per gli operai e le operaie in sciopero, decidendo così, senza pensarci oltre, di frequentare la sede del Partito Socialista e di iscriversi alla sezione giovanile, diventando in breve tempo attivi militanti. Antonio si mise ben presto in luce, fino a diventare corrispondente del famoso settimanale socialista napoletano, La Propaganda. Intanto , fin dal 1905 Basilio Cecchi era direttore didattico a Castellammare di Stabia, dove aveva vinto un concorso bandito dal comune e faceva quindi la spola tra luogo di lavoro e quello di residenza, fino a quando, il 27 settembre 1912, non fu accettata la domanda di trasferimento dalla scuola elementare di Scafati a quella della città stabiese, fatta dalla moglie. Nella sua richiesta Clotilde accettava il ruolo di supplente fissa nonostante ricoprisse a Scafati, fin dal 1892, il ruolo di vice direttrice per la quale percepiva un’indennità fissa nello stipendio. Così, sul finire di novembre la famiglia Cecchi lasciò definitivamente Scafati per trasferirsi nella città dei cantieri navali, andando ad abitare in Via Catello Fusco 169, nel tratto ora (dal 1931) denominato Via Roma.

Castellammare di Stabia

Città d’antichissima tradizione industriale, Castellammare vantava una ramificata presenza di piccole e grandi aziende metallurgiche, alimentari e tessili ma a questo non corrispondeva un’altrettanta forte presenza organizzata del movimento operaio. Tentativi n’erano stati fatti tanti, in un passato lontano e recente: da quello del novembre 1869, quando fu costituita una sezione della Prima Internazionale, forte di oltre 500 iscritti, con Luigi Maresca, “noto rivoluzionario”, Vincenzo Carrese e Gioacchino Citarella, [2] a quello del 1902 con Raffaele Gaeta e Vincenzo De Rosa, segretari della prima lega metallurgica degli operai della Cattori; gli stessi ci riprovarono un anno dopo, sotto la guida di Giuseppe Spalletta, con l’ambizione maggiore di costituire una Camera del Lavoro, ma entrambi i tentativi non superarono la rispettiva estate. Anni dopo, nell’ottobre 1907, finalmente con Catello Langella, primo Segretario Generale, il sogno divenne realtà, ma non durò molto. Solo pochi mesi d’illusione e il naufragio si presentò puntuale chiudendo i battenti nel marzo 1908. Il nuovo fallimento non scoraggiò per niente il nucleo d’irriducibili alla testa del movimento operaio di Castellammare. Alle sconfitte si rispondeva con nuove iniziative tese a ricostruire il rapporto con la gente e si ricominciava sempre daccapo, con tenacia e testardaggine insieme alle diverse leghe operaie, alcune presenti fin da inizio secolo. Si arrivò a chiedere l’aiuto della Borsa del Lavoro di Napoli e al suo Segretario Generale, Oreste Gentile, che si rese disponibile a guidarla in prima persona, almeno fino a quando non si fosse trovata una soluzione locale. Nel novembre 1910 Raffaele Gaeta, Vincenzo De Rosa, Vito Lucatuorto, Pietro Carrese e i pochi altri, riuscirono a far riaprire i battenti ad una nuova Camera del Lavoro e l’ennesimo tentativo suscitò un entusiasmo mai spento tra gli operai, nonostante le forti delusioni del passato. Questa Camera del Lavoro sopravvisse a se stessa, senza mai diventare un vero e proprio punto di riferimento, trasformandosi, come accadeva in tanti altri luoghi, in uno stanco dopolavoro. Eppure impressionò non poco i benpensanti della città, almeno stando al resoconto di un conservatore periodico locale dell’epoca

…I socialisti stanno facendo immensi progressi con la Camera del Lavoro e col circolo giovanile… [3]

Era questa la situazione, quando la famiglia Cecchi si trasferì a Castellammare: Camillo (1891 – 1943), già ventenne e ben inserito nel movimento operaio salernitano, continuerà a frequentarlo candidandosi nelle elezioni provinciali del 1914. [4] Dirigente della Camera del Lavoro di Salerno, si sposerà nel 1926 e andrà a vivere definitivamente ad Angri dove manterrà la sua professione di medico chirurgo; Antonio e Pasquale faranno invece la scelta di calarsi nella nuova realtà stabiese per diventare protagonisti delle vicende legate al movimento operaio di questa città. I due giovani incontreranno altri ragazzi della loro età, in particolare i fratelli Gaeta, Oscar e Guido, figli di Raffaele, Oreste Lizzadri (1896 – 1976), Antonio Esposito, Ignazio Esposito, corrispondente da Castellammare dell’Avanti! e Catello Marano (1884 – 1971).

Per Antonio, Castellammare non rappresentava un ambiente completamente nuovo: in questa città aveva frequentato il Regio Ginnasio, preferendo poi l’indirizzo magistrale e sobbarcandosi per questo il sacrificio quotidiano di viaggiare in treno fino a Sala Consilina, dove completò gli studi nel 1915. Anche Pasquale aveva conseguito la licenza ginnasiale nella Città delle Acque per poi frequentare il liceo di Nocera Inferiore.

Il 2 aprile 1912, Amedeo Bordiga (1889 – 1970) aveva fondato a Portici il Circolo Socialista Rivoluzionario Intransigente, Carlo Marx, con una quindicina di compagni dissidenti, provenienti quasi tutti dalla provincia, con lo scopo di opporsi alla sezione napoletana del PSI infeudata dalla massoneria e per battersi contro la … politica bloccarda di cui i funesti effetti si cominciano ora a notare… [5] Non sappiamo se Antonio aderì al Circolo fin dal primo momento, come pure potrebbe essere, avendo già conosciuto Bordiga durante le incursioni di quest’ultimo a Scafati, dove tenne più di un comizio e diverse riunioni con i socialisti della piccola città salernitana, oppure sia stata una scelta maturata qui a Castellammare, dove il 13 ottobre era uscito, su iniziativa del 22enne Ignazio Esposito, proprietario e direttore del giornale, il primo numero del periodico, La Voce , organo della sezione PSI ma da subito anche entusiasta strumento propagandistico nelle mani dei giovani socialisti, tutti d’accordo con la posizione di rottura assunta dal gruppo Carlo Marx. Di certo fra i due s’instaurò un legame politico e umano, segnando Antonio per tutta la vita. [6] Nella redazione del quindicinale socialista stabiese, in Via Nuova 10, strada situata nel cuore del Centro Antico cittadino, allora caotico polmone commerciale, ricco di botteghe artigiane, di circoli associativi e passionale quartiere operaio, si andò formando un nucleo di giovani rivoluzionari, alcuni dei quali destinati ad assumere, in seguito, un ruolo nazionale nel movimento operaio, politico e sindacale, come Ruggero Grieco e Oreste Lizzadri. Un ruolo di rilievo lo rivestirà anche Pasquale Cecchi, designato vice sindaco nella prima Giunta amministrativa socialista del 1920, guidata da Pietro Carrese. Perseguitato dal fascismo durante il ventennio e per questo costretto più volte a cambiare sede d’insegnamento, Pasquale divenne il primo sindaco comunista nelle prime elezioni democratiche tenutesi il 7 aprile 1946 e riconfermato in quelle del 6 novembre 1949. Sconfitto nelle amministrative del 28 marzo 1954, fu eletto consigliere provinciale nel 1956, senatore nel 1958 e consigliere comunale fino al 1972. Gli stessi fratelli Gaeta, ma in particolare Oscar, sapranno ritagliarsi un loro spazio politico a livello regionale, prima di perdersi durante il regime fascista, rinnegando, forse, la loro storia. Oscar Gaeta (1895 – 1977) fu redattore della rivista teorica nazionale, Rassegna Comunista, pubblicata tra il 1921 e il 1922 e parteciperà con Bordiga, Umberto Terracini ed altri al mitico III Congresso della Terza Internazionale, tenutosi a Mosca nell’estate del 1921.

In quest’ambiente, dunque, e al fianco di simili compagni d’avventura, Antonio Cecchi andò maturando il suo impegno politico, diventando rivoluzionario di professione e attirandosi ben presto l’attenzione della polizia politica, schedandolo non ancora ventenne come pericoloso sovversivo. La prima grande occasione per misurarsi sul terreno politico, la nuova generazione di rivoluzionari stabiesi la ebbe con le elezioni del 26 ottobre 1913, le prime a suffragio universale maschile e utilizzate dagli intransigenti per misurarsi contro gli stessi compagni dell’Unione Socialista Napoletana. Il giovane, ma già deciso Bordiga, criticava aspramente sia gli accordi con le forze liberal – democratiche asservite alla massoneria, sia di volere imporre i candidati della coalizione in tutti i collegi della provincia, senza nessuna discussione con le varie sezioni locali. Il Circolo Carlo Marx nasceva dunque con l’intenzione di liberare il partito socialista napoletano dalla pesante ipoteca della massoneria e dalle varie consorterie, entrambe capaci, ormai da anni, di condizionare le scelte politiche dello stesso PSI. Da questo fenomeno non era immune lo stesso socialismo stabiese, come dimostrano i numerosi articoli apparsi sui periodici locali dell’epoca. [7] Tra i capi della massoneria di Castellammare era indicato il repubblicano Rodolfo Rispoli, leader incontrastato del blocco popolare formato da socialisti, repubblicani e radicali. Contro tutto questo stato di cose, nel collegio elettorale di Castellammare, il Circolo Carlo Marx, presentò uno dei suoi fondatori, il lombardo commesso viaggiatore, Mario Bianchi, giunto a Napoli nel 1911 nel suo lungo peregrinare per città e paesi. Anche questa volta, come accadeva dal 1900, il candidato unico del blocco popolare era Rodolfo Rispoli (1863 – 1930), stavolta, però, l’avversario non proveniva soltanto dal fronte moderato e clericale ma dalla sua sinistra. I giovani socialisti rivoluzionari avevano ricostruito una sfasciata sezione ed eletto come segretario il diciottenne Oscar Gaeta, così come stavano ricostituendo la Camera del Lavoro, apprestandosi a lanciare la loro sfida verso la conquista del Partito. La lotta era naturalmente impari e, infatti, nonostante l’attivissima campagna elettorale sostenuta dai quindici militanti del Circolo, Mario Bianchi, l’uomo che riassumeva in sé il filone dell’intransigentismo socialista… – come aveva scritto lo stesso Bordiga sulla Voce del 22 giugno 1913 – era stato votato unicamente da 53 sostenitori contro i 4877 dell’avvocato repubblicano, Rodolfo Rispoli, tornato finalmente in parlamento dopo la breve parentesi del 1902-1904, quando riuscì a sconfiggere l’altro stabiese, esponente dei moderati, Alfonso Fusco (1853 – 1916). [8]

Diversi anni dopo, all’indomani delle elezioni politiche del 15 maggio 1921, dove, tra gli altri, si candidarono il fratello Pasquale, Michelangelo Pappalardi (1896 – 1940) e Antonio Esposito, tre dei quindici arrestati e ancora in galera per i fatti di Piazza Spartaco, Antonio Cecchi ricorderà questa sua prima battaglia politica con un articolo sul Soviet del 22 maggio, quando, dopo aver fatto alcune considerazioni sull’ultimo voto stabiese e sulle preferenze ottenute dal neonato Partito Comunista d’Italia, annoterà:

…Chi scrive ricorda la battaglia elettorale del 1913. Quelli che attualmente formano la sezione comunista, allora giovani, avevano dato alla sezione socialista stabiese un indirizzo rivoluzionario. I risultati della lotta, 53 voti. E noi fummo contenti. Ci combattevano allora la quasi totalità dei dirigenti socialisti attuali, allora feroci nostri avversari…

I feroci avversari della corrente rivoluzionaria erano i massoni, forse i padroni incontrastati del PSI nel Mezzogiorno. Tutto questo doveva durare ancora poco, perché il Congresso d’Ancona dell’aprile 1914 riuscì ad imporre l’incompatibilità tra l’iscrizione al Partito e quella alla massoneria. Frutto di questa sofferta decisione fu l’uscita dal PSI di tre dei cinque deputati napoletani appena eletti nel Parlamento, Arturo Labriola, Arnaldo Lucci e Alfredo Sandulli. Contro queste candidature si erano ferocemente battuti i rivoluzionari del circolo Carlo Marx e al Congresso d’Ancona, Amedeo Bordiga e Mario Bianchi, rispettivamente delegati dalle sezioni di Gragnano e San Giovanni a Teduccio, riuscirono finalmente a prendersi la loro rivincita. [9]

Nel napoletano ad uscire dal Partito non furono soltanto esponenti famosi come i tre deputati citati o sindacalisti come Oreste gentile, Segretario della Borsa del Lavoro di Napoli, ma si ebbe una vera e propria scissione con la maggioranza degli iscritti pronti a seguire i dirigenti massoni dell’Unione Socialista Napoletana, mentre una minoranza costituì la sezione socialista con il riconoscimento ufficiale della direzione nazionale. L’assemblea del 29 maggio 1914 da parte della sezione socialista depurata dai massoni consentì l’adesione di Amedeo Bordiga, degli altri intransigenti di sinistra e la chiusura del Circolo Carlo Marx ritenendo superata la frattura che ne aveva determinato la nascita. [10] Questo episodio sarà ricordato da Oreste Lizzadri con eccezionale lucidità, in una testimonianza rilasciata molti decenni dopo a Franca Pieroni Bortolotti in occasione della biografia da lei scritta su Francesco Misiani: …A tanti anni di distanza rammento bene che a Napoli di circa duecento iscritti ne rimasero non più di una trentina, in maggioranza giovani e fra questi Bordiga, De Meo, Tarsia, Senise, Gaeta, i fratelli Cecchi e il sottoscritto… [11] Anche Antonio Cecchi manterrà vivo il ricordo di quegli anni e della lotta contro la massoneria vinta con il Congresso di Ancona. Lo farà con una lettera scritta il 20 settembre 1935 al suo maggiore artefice, Benito Mussolini, nel frattempo diventato Duce d’Italia:

…Io mi sento vicino a voi come nel ‘14 ad Ancona, dove quasi profeta colpiste l’idra di tutti gli intrighi e di tutto l’affarismo politico. La massoneria. E’ sempre quella il veleno della vita sociale. Il suo ibridismo di progresso fonde le più opposte etiche, ma nella realtà si veste da rivoluzionaria per consolidare il vecchiume conservatore e si fa conservatrice per tagliare il passo al corso della storia che è il vero progresso…[12]

 In quella calda estate del 1914 l’Europa e il mondo conobbero i feroci orrori della Prima Guerra Mondiale. In questa fase iniziale l’Italia se n’era chiamata fuori dichiarandosi neutrale, ma ben presto divamparono opposte passioni e il nostro Paese si divise tra interventisti e neutralisti. La stessa divisione s’inserì ben presto anche nello stesso Partito Socialista Italiano con il direttore dell’Avanti! Benito Mussolini, fieramente schierato contro ogni ipotesi d’intervento italiano, fino a quando, sorprendentemente, non apparve il suo ormai celeberrimo articolo del 18 ottobre sulla neutralità attiva ed operante, seguito, due giorni dopo dalle dimissioni dal giornale.

Contro il trasformismo mussoliniano il 22 ottobre ci fu la pronta risposta di Amedeo Bordiga dalle colonne del periodico, Il Socialista, organo del PSI napoletano, con l’articolo sull’antimilitarismo attivo ed operante. Anche Antonio Cecchi intervenne sull’organo della FGSI, Avanguardia, il 13 dicembre, attaccando Lido Caiani (1890 – 1958), il segretario nazionale dei giovani socialisti che aveva preso le difese di Mussolini:

Lido Caiani biasima quel che è stato scritto dall’Avanguardia sul conto di Mussolini e il biasimo viene fatto su Il Popolo d’Italia (…). Oggi che l’ex direttore de l’Avanti! ha lanciato tutto il fiele putrido del suo animo, venduto al capitale borghese, contro il Partito e i suoi migliori uomini, io condanno l’adesione del nostro segretario politico a questo novello Rabagas. Perché quest’adesione vuol dire plauso all’assassinio di Mussolini contro il Partito. Ebbene, se ne vada con Mussolini. Anch’io ho ammirato Benito Mussolini, anzi, l’ho amato, l’ho idolatrato, quando però educava il proletariato ad avere fede nell’idea e non negli uomini. Ma oggi che voleva che avessimo fede in lui e non nell’Idea, oggi io non sento nessuna simpatia per quest’uomo. E come i suoi articoli su l’Avanti! mi entusiasmavano così le sue interviste di questi giorni mi hanno nauseato…

 Michele Fatica pubblicando quest’articolo nel suo volume, già citato, così lo commenta:

 … Il linguaggio che egli adopera è indubbiamente violento, la sua concezione del socialismo non è priva di suggestioni idealistiche, ma è senz’altro valida la tesi che egli sostiene, cioè che Mussolini aveva attirato attorno alla sua persona una corrente di simpatie unicamente come divulgatore del marxismo rivoluzionario; cessata questa funzione, veniva a cadere ogni motivo per farne un idolo…. [13]

Propagandista della Federazione Giovanile Socialista della Campania, Antonio Cecchi, benché ancora studente, era gia un funzionario retribuito con uno stipendio di 150 lire, meno di 500 euro attuali, ed incaricato di propagandare la linea del Partito girando per le sezioni dislocate sul territorio regionale. In questa nota prefettizia del 4 febbraio 1915 si risalta la pericolosità del futuro segretario della Camera del Lavoro di Castellammare, provando come non ancora ventenne il giovane socialista rivoluzionario fosse già sottoposto a sorveglianza.

Il 14 novembre partecipò al V Congresso della Gioventù Campana raccogliendo i frutti del suo intenso lavoro con l’elezione a Segretario della Federazione regionale. Inesauribile nel suo frenetico attivismo, continuò a propagandare le idee del socialismo e del pacifismo tra le masse operaie nelle campagne del Circondario e della vicina Scafati dove in particolare puntò la sua azione anche tra gli elementi femminili…, in conformità delle decisioni assunte dal Congresso, tese ad intensificare la lotta contro la guerra, contando sull’azione delle donne e dei ragazzi. Su sua iniziativa, nel marzo 1916, si costituì in Valle di Pompei, allora contrada del comune di Scafati, un circolo denominato, Educazione Indipendente, nel quale egli stesso faceva propaganda socialista. In particolare i suoi sforzi tendevano a costituire

 …Subito dopo la guerra, in Castellammare di Stabia un’importante Camera del Lavoro e una sezione socialista, essendosi – dopo scoppiata la guerra – sciolta quella che già esisteva. Tale Camera del Lavoro dovrebbe essere unica per vari comuni finitimi, compreso Gragnano, le cui classi operaie dovrebbero convenire in Castellammare di Stabia per la tutela dei loro interessi…

 In questa nota della Prefettura di Napoli, del 13 maggio 1916, il giovane rivoluzionario è descritto come pericoloso sovversivo da vigilare attentamente perché …nutre odio profondo contro le istituzioni che ci reggono…. [14] Nel settembre di quello stesso anno sono arrestati i membri nazionali del Comitato Centrale della Federazione Giovanile Socialista e, a seguito di questi fatti, l’otto ottobre è convocato nella capitale per essere cooptato nella direzione nazionale, ed eletto nella carica di Segretario politico. La soddisfazione di aver raggiunto la vetta della FGSI durò solo pochi giorni perché già il 16, come apprendiamo da una nota della solita Prefettura

… il sovversivo Cecchi, a cui vennero affidati le mansioni di Segretario politico della federazione Giovanile Socialista Italiana, ha rassegnato le dimissioni dalla carica e altresì da membro del Comitato Centrale”. [15]

Le motivazioni di questo gesto ci sono sconosciute. Intanto, dopo avere ottenuto il diploma d’abilitazione all’insegnamento nel 1915, il 25 settembre di quel 1916, come già l’anno precedente ma senza nessun risultato, aveva fatto domanda al Commissario Prefettizio, Luigi Brandi, reggente in quella fase il comune di Castellammare di Stabia, per ottenere una supplenza nelle scuole elementari. Questa volta la sua domanda era stata accolta e aveva quindi iniziato la sua attività di maestro, compito assunto senza grande passione considerando le sue numerose assenze, per indisposizione, annotate tra il 26 febbraio e il 25 giugno 1917. Note controfirmate dal direttore didattico, suo padre, immaginiamo con quale spirito.

Un uomo non comune, Basilio Cecchi: stando al ricordo lasciato dal figlio Pasquale nella sua breve biografia non si piegò mai al fascismo, rifiutandone l’iscrizione, il 14 giugno 1930 gli fu conferita la medaglia d’oro quale benemerito della istituzione popolare dal Ministro per l’Educazione Nazionale. Nell’immediato dopoguerra, riconoscendone le doti di sincero democratico e le profonde doti di educatore, la prima amministrazione repubblicana della città, con delibera di giunta del 27 maggio 1944, gli intitolò lo stesso edificio scolastico dove aveva esercitato le sue funzioni fino alla morte. [16] Dei sei figli avuti da Mariano, Camillo e Mario (1905 – 1958) scelsero la carriera medica – entrambi scomparsi prematuramente – gli altri furono tutti maestri elementari. [17] In realtà l’insegnamento elementare per Antonio fu soltanto una breve parentesi. Anche Pasquale diventerà Direttore Didattico e, come il padre, riceverà, nel 1957, la medaglia d’oro quale benemerito della pubblica istruzione. Le due donne, Rosa (1897 – 1978) e Giovanna (1899 – 1992) seguiranno lo stesso percorso di maestre elementari, di direttrici e d’ispettrici scolastiche. Rosa, come già il padre, ebbe anche l’onore di vedersi intitolata una scuola elementare a Pompei quale riconoscimento di una vita dedicata all’insegnamento. Basilio scomparirà il 28 marzo 1932, all’età di 67 anni.

La costituzione della Camera Confederale del Lavoro

Il giovane Antonio non aveva tempo per la scuola, troppo gravosi gli impegni politici, troppo grande la sua passione civile in quei terribili mesi di guerra. Con Amedeo Bordiga e altri giovani compagni di Napoli e della provincia, non ancora richiamati al fronte, continuò a tessere instancabilmente, ma quasi clandestinamente, la trama della nuova organizzazione rivoluzionaria. A Castellammare di Stabia, come a Torre Annunziata, a Ponticelli, a San Giovanni a Teduccio, a Valle di Pompei, ovunque l’instancabile gruppo rivoluzionario metteva nuove radici e aumentava il proselitismo intorno al progetto utopistico di impiantare il socialismo nel nostro Paese. Ancora la Prefettura ricorda come la sera del 17 febbraio 1917 Cecchi partecipasse ad un convegno di giovani socialisti in Via del Seminario. Venne infine la chiamata alle armi e l’arruolamento nel 3° Genio telegrafisti, ponendo fine a questo suo frenetico attivismo. Del resto, tutti i suoi compagni erano già partiti: il fratello Pasquale, già mobilitato dal maggio 1915 e inviato, dopo un corso accelerato, al fronte nel novembre successivo con il grado di sottotenente, anche Oscar Gaeta partecipò al conflitto come ufficiale facendosi onore fino a conquistare due medaglie d’argento al valor militare e riportando una ferita permanente, Oreste Lizzadri, arruolato come telegrafista nella marina, meritandosi la croce di guerra e Antonio Esposito, Il perduto sovversivo dal carattere violentissimo, [18] studente in ingegneria, partirà per il fronte come tenente d’artiglieria e tornerà dalla guerra con una ferita alla testa. Esposito sarà il futuro assessore ai lavori pubblici nella prima amministrazione rossa del 1920, protagonista dei fatti di Piazza Spartaco e per questo arrestato e poi assolto insieme con gli altri, ultimo segretario della sezione stabiese del Partito Comunista d’Italia, ancora in attività nei primi mesi del 1923, prima della definitiva repressione del nascente regime fascista.

A Castellammare Cecchi rientrerà il 21 marzo 1919 dandosi immediatamente da fare per riprendere la sua intensa attività di propagandista e portare a compimento quanto s’era prefissato prima di essere chiamato alle armi, di ricostituire, cioè, la Camera Confederale del Lavoro. In questo fu particolarmente aiutato da Pietro Carrese (1875 – 1949), figlio di Vincenzo, l’anarchico, operaio del regio cantiere, uno dei protagonisti della fondazione della sezione stabiese della Prima Internazionale nel novembre 1869. A sua volta Pietro, professore di matematica presso l’istituto Salvator Rosa di Napoli, era stato uno dei tre consiglieri comunali socialisti eletti nelle amministrative del 1903, con Raffaele Gaeta e Andrea Luise (1877 – 1947). Gli stessi avevano fondato, Lotta Civile, il primo quindicinale socialista pubblicato a Castellammare il 12 aprile 1903 con discreto successo iniziale e nel gennaio 1907 la Voce del Popolo, entrambi organi ufficiali della sezione socialista.

L’instancabile e irrefrenabile attività dei due sovversivi e degli altri compagni di Partito diede i frutti sperati e nel giro di poco più di un mese, il 25 aprile, Antonio Cecchi poté già essere eletto Segretario Generale della nuova Camera Confederale del Lavoro, dandole immediatamente un indirizzo rivoluzionario.

 …in tale qualità ha fatto tanto in seno alla Camera del Lavoro, quanto in pubblici comizi qui tenutosi dal 1° maggio (1919) ad oggi, ad iniziativa della sezione socialista, continua propaganda bolscevica, inneggiando alla rivoluzione russa ed ungherese e, profittando del momento in cui le masse operaie si agitavano per ottenere miglioramenti economici, tenta con ogni mezzo, anche violento, prepararle alla rivolta. Ha ascendente sulle masse operaie… [19]

 Nel rapporto di polizia, redatto nel 1919, viene anche definito di discreta cultura e di sveglia intelligenza, statura media, spalle larghe, capelli castani e folti, fronte spaziosa, colorito bruno e, secondo la scheda, notevolmente brutto. Anche il carattere non era dei migliori, come dimostrano le denunce ..Per eccitamento alla rivolta e per attacco alle istituzioni.. [20] e la querela del professore Catello Langella (1871 – 1947) per ingiurie, minacce e lesioni. Catello Langella, portatore di molti primati, era stato uno dei primi socialisti di Castellammare, redattore dell’Avanti! fin dal 1897, condannato ad un anno di carcere per i moti popolari del maggio 1898, fondò la prima sezione socialista nel luglio 1900, contribuendo alla vittoria amministrativa del 1907 e portando per la prima volta un socialista, l’avvocato Raffaele Gaeta, ad essere designato assessore nella prima Giunta di Centro sinistra, diremmo oggi, di questa città. Il 13 ottobre 1907 fondò con un altro manipolo di socialisti la prima Camera del Lavoro, lasciando poi l’Italia per l’Australia nel marzo 1908. Tornò a Castellammare alla vigilia della prima guerra mondiale, pieno d’idee nazionaliste, delle cui istanze si fece portavoce dalle colonne del Risveglio di Stabia, da lui fondato e diretto dal 1916 al 1926 e sul quale conduceva appassionate battaglie per la valorizzazione di una Castellammare turistica e delle sue splendide Terme. Il suo fervente nazionalismo lo porterà, il 10 maggio 1919, a fondare con i tenenti Francesco Rega e Umberto Paroli, il primo Fascio di combattimento della Campania, dopo quello del capoluogo sorto il 30 marzo. Nel 1921 fonderà il quindicinale, Il Popolo Tirreno, sostenendo l’avanzata fascista verso il potere. Nel 1945 sarà designato dal CLN Commissario prefettizio dell’Azienda di Soggiorno e Cura, lavoro svolto con straordinaria passione. Scompare il 26 maggio 1947. Negli ultimi tempi si era riavvicinato al socialismo aderendo con nuovo entusiasmo al Partito Socialista dei lavoratori Italiani nuova formazione politica voluta da Giuseppe Saragat in rottura con il PSI di Pietro Nenni. [21]

Il 1919 rappresentò un forte risveglio delle lotte del movimento operaio, dopo l’obbligatoria stasi dovuta al conflitto mondiale, partendo dalla richiesta delle 8 ore avanzate dai metalmeccanici. In realtà la rivendicazione delle 48 ore settimanali non causò di per sé grandi agitazioni, infatti, già il 20 febbraio a Milano la FIOM concludeva l’accordo sulle otto ore, strappava la costituzione delle Commissioni Interne e alcuni aumenti salariali. A Castellammare, nonostante la presenza d’alcune Leghe storicamente consolidate e di altre che si andavano formando, in quei primi mesi del 1919, la Camera del Lavoro ancora non era stata ricostituita, ma non per questo i metalmeccanici e le altre categorie fecero mancare la loro voce nella difficile vertenza per la conquista delle otto ore. Il 19 gennaio anche i metalmeccanici e diverse altre categorie stabiesi parteciparono compatti allo sciopero generale provinciale con una manifestazione da tenersi nella stessa Castellammare.

In quegli stessi giorni si costituiva la Lega degli impiegati privati, sotto l’auspicio di Vito Lucatuorto (1880 – 1938), un appassionato socialista della prima ora nato a Grumo Appula, piccola cittadina della provincia di Bari, ma da sempre residente a Castellammare, dove aveva preso anche moglie nel 1911. Lucatuorto era impiegato presso la Banca Italiana di Sconto, di cui divenne successivamente direttore, ma questo non gli impedì di essere fin dai primissimi anni del’900 un attivo militante della sezione socialista.

Ancora prima che la guerra finisse vi erano state, in diversi comuni della provincia, violenti agitazioni popolari dovute alla forte inflazione e contro la quale non c’era aumento salariale in grado di fronteggiarla. A Castellammare, le manifestazioni culminarono nei violenti tumulti del 7 luglio 1918, con gli assalti e i saccheggi ai negozi e ai depositi di generi alimentari. Fra l’11 e il 18 gennaio 1919, vi furono numerose agitazioni tra gli stessi maestri delle scuole elementari, seppure con una scarsa partecipazione.

La ricostituzione della Camera del Lavoro fu quindi propiziata da un clima sociale già di per sé incandescente e da un lavoro politico e sindacale svolto da quanti erano rimasti a Castellammare, consentendo ad Antonio Cecchi di trovare terreno fertile tra i lavoratori. E come gli animi erano predisposti alla lotta si vide anche in occasione della Festa per il Lavoro. Gli industriali, nonostante il clima surriscaldato, pretesero che il Primo Maggio dovesse considerarsi giornata lavorativa a tutti gli effetti e come tale obbligare i lavoratori ad entrare in fabbrica. La risposta fu un’impressionante partecipazione popolare. In prima fila gli arsenalotti del Regio Cantiere e poi anziani, donne e studenti d’ogni ordine e grado, spaventando non poco moderati e reazionari, facilitando in questo modo il loro letale abbraccio al sorgente fascio. In una Piazza Orologio gremita e sulla cui torre fu ammainata la bandiera tricolore per issare quella rossa della rivoluzione, parlarono Pietro Carrese e Antonio Cecchi nella sua qualità di neo Segretario Generale della rifondata struttura sindacale. [22] Forti manifestazioni per il Primo Maggio si erano svolte anche a Napoli, mentre nei giorni successivi ripresero nelle diverse fabbriche scioperi e manifestazioni per ottenere aumenti salariali e per protestare contro il carovita. Nella vicina Torre Annunziata furono i pastai a scendere in sciopero rivendicando l’abolizione del cottimo e la paga settimanale. In realtà la situazione precipitava in tutto il Paese, con gravi tumulti in quelle stesse giornate della prima settimana di luglio, alla Spezia, a Forlì, ad Imola, a Faenza e a Milano, ovunque le agitazioni contro l’alto costo della vita assunsero carattere sovversivo. La stessa nascita dei Soviet annonari, di Comitati di requisizione popolare, con iniziative assunte dalle sezioni socialiste e da numerose Camere del Lavoro, vogliose di fare come in Russia, fece credere a Costantino Lazzari di essere alla vigilia della soluzione finale, l’esplodere della tanta agognata rivoluzione. Ma lento, troppo lento era il gruppo dirigente nazionale del PSI nell’assumere decisioni, tant’è che la Direzione , senza idee, senza un programma definito e forse senza i necessari capi per gestire situazioni come queste, fu convocata soltanto il 10 luglio, quando il movimento era già in declino e solo per decidere di rifiutare ogni forma di collaborazione tra i lavoratori e i Comitati Annonari municipali! [23]

Mentre a Napoli le agitazioni erano ormai permanenti e non mancavano manifestazioni popolari contro il caro vita, culminate il 7 luglio con tumulti in diversi quartieri della città e assalti ai negozi, a Castellammare fin dai primi giorni di giugno, i lavoratori dei Cantieri Navali si erano mobilitati rivendicando aumenti salariali e la sistemazione degli avventizi, stanchi di vivere una situazione di precarietà. Infatti, per essere ammessi come effettivi gli allievi, circa 700 in quel periodo, erano obbligati a frequentare per cinque anni le scuole serali e poi superare un esame finale prima di essere definitivamente assunti come operai.

Lo stato di tensione popolare portò pochi giorni dopo alla proclamazione dello sciopero generale di tutte le categorie, da tenersi dal 19 al 22 luglio. Toccò al nuovo sottoprefetto, Francesco Farina, giunto a Castellammare per assumere il suo nuovo incarico soltanto il 3 di quello stesso mese, impugnare la penna per stendere, il 18 luglio, una riservatissima nota da inviare con urgenza al Regio Commissario:

 Qualora nei giorni 20 a 22 corrente, per l’occasione d’eventuali disordini di piazza, si avessero dei feriti, possano questi essere subito ricevuti e curati nell’ospedale San Leonardo. Occorre perciò stabilire appositi turni di guardia e tenere pronti nell’ospedale civile e in municipio barelle e portaferiti, per essere utilizzati all’occorrenza senza eccezioni di sorta. [24]

 Fortunatamente non ci furono incidenti. Violenti disordini si ebbero invece in settembre, quando una manifestazione popolare contro il carovita fu dispersa tra Piazza Municipio e lungo Via Bonito da una violenta carica della polizia a cavallo. Con le sciabole sguainate, i soldati si avventarono sulla folla impaurita ed inerme, provocando diversi feriti e numerosi arresti. [25]

Questa rovente estate in qualche modo passò e venne ottobre, quando, dal 5 all’8 si tenne a Bologna il XVI Congresso del PSI, dove la tendenza elezionista del Partito ebbe la schiacciante maggioranza dei consensi, costringendo la Frazione Astensionista a rinunciare a qualsiasi iniziativa scissionista. Si costituì, invece, ufficialmente la Frazione Comunista eleggendo un suo Comitato Centrale, guidato dallo stesso Bordiga, e un suo Organo ufficiale, il Soviet. Al Congresso partecipò anche Antonio Cecchi, delegato dalla sezione di Castellammare a votare a favore della Frazione Comunista Astensionista. Questo gruppo si riunirà a convegno a Firenze, l’8 e 9 maggio 1920, dove fu votato, tra l’altro, l’ingresso nel Comitato Centrale del giovane Segretario Generale della Camera del Lavoro stabiese. La promozione sanciva il forte impegno nel sindacato e nel Partito a favore dell’astensionismo, proiettando in questo modo Antonio Cecchi tra i quadri nazionali del partito, avanguardia della nuova formazione politica nata il 21 gennaio 1921.

Pochi mesi dopo il convegno fiorentino, però, si ritrovò improvvisamente sospeso dall’incarico e dalla Frazione per avere preso posizione a favore della partecipazione alle elezioni amministrative del 31 ottobre 1920, violando in questo modo una delle tesi cardine degli astensionisti per i quali il potere andava conquistato soltanto attraverso la rivoluzione. [26] Lo stesso Bordiga in un’intervista rilasciata al Giornale d’Italia, pochi giorni prima, il 24, lo aveva attaccato violentemente, prendendone le distanze. Nella sezione socialista di Castellammare il dibattito pro o contro la partecipazione alle elezioni amministrative non era stato facile e fu accompagnato da forti polemiche. La pubblicazione di una tabella sul Soviet del 25 aprile, in cui si dava conto delle diverse posizioni assunte nelle singole sezioni, non sembrava dare conto di tutto questo. Non a caso i 41 astensionisti e 5 elezionisti su 68 iscritti della sezione stabiese [27] alla fine non impedirono di decidere la partecipazione alle elezioni amministrative. In lista furono candidati tutti gli uomini migliori, vecchi dirigenti alla testa del Partito fin dalle origini, come Pietro Carrese, meno giovani come, Raffaele Guida, operaio del Regio Cantiere ed ex Segretario della FIDES, potente Federazione Italiana Dipendenti Statali, sindacato governativo e sotto l’influenza massonica, poi passato con tutta l’organizzazione con la Camera Confederale del Lavoro, altri più giovani come Pasquale Cecchi, Luigi Bello e Antonio Esposito. [28]

Nonostante le astiose polemiche e le dure prese di posizione dei diversi dirigenti della Frazione Comunista Astensionista, il Partito partecipò alle elezioni amministrative del 31 ottobre, riuscendo a conquistare oltre 2mila comuni in tutta Italia, quasi interamente concentrate nel Centro Nord del Paese. In Campania la bandiera socialista sventolò unicamente in due comuni: Castellammare di Stabia e Torre Annunziata. E mentre nella città dell’Arte Bianca si insediava sulla poltrona di Primo cittadino il Segretario Generale della potente Camera del Lavoro, Gino Alfani, nella Città delle Acque diventava sindaco Pietro Pio Carrese. Suo vice fu Pasquale Cecchi. A completare la vittoria fu la supremazia anche nelle elezioni provinciali, dove, finalmente, anche nel mandamento di Castellammare, si affermava un candidato socialista, Rodolfo Serpi, sconfiggendo il democratico liberale, Antonio Vanacore, da oltre venti anni indiscusso vincitore e spesso alleato del vecchio blocco popolare. Questa prima amministrazione socialista non ebbe vita lunga, travolta dopo 63 giorni dai fatti passati alla storia come la strage del 20 gennaio 1921 di Piazza Spartaco, con sei morti e un centinaio di feriti. Una strage, causata dall’assalto fascista al Municipio rosso, per la quale furono accusati e imprigionati 15 socialisti, tra cui lo stesso vice sindaco Pasquale Cecchi.

Il fatto è troppo noto per riportarlo in questa sede e comunque è stato brillantemente ricostruito dallo storico Locale, Antonio Barone, nel suo, Piazza Spartaco. Il processo a carico dei 15 socialisti imputati, ritenuti i maggiori responsabili della strage, ebbe inizio il 7 febbraio 1922. Tra gli avvocati difensori ricordiamo Alfredo Sandulli, Arnaldo Lucci, Oscar Gaeta, Gino Alfani e Matteo Schiavone Palumbo. Il processo si concluse nel pomeriggio del 6 aprile con l’assoluzione per tutti gli imputati. Immediatamente rilasciati e rimessi in libertà, rientrarono a Castellammare verso le 19 e in Piazza Ferrovia, dove ad attenderli trovarono una folla plaudente, su un palco improvvisato presero la parola Oscar Gaeta, Luigi Vanacore e Michelangelo Pappalardi.

 Segretario della Camera del Lavoro di Napoli

Dopo la nascita del Partito Comunista d’Italia, il 21 gennaio 1921, si tenne a Napoli, il 29 di quello stesso mese, la prima assemblea del gruppo comunista per costituire ufficialmente la sezione napoletana. Alla riunione partecipava anche Antonio Cecchi, di nuovo riammesso nel Partito. E a lui toccò aprire, con una relazione introduttiva, il I° Congresso provinciale del PCd’I tenutosi a Ponticelli il 19 e 20 marzo, venendo alla fine eletto nel Comitato esecutivo insieme all’altro stabiese, Oscar Gaeta. Nella stessa sede si tennero le elezioni per rinnovare le cariche alla Camera del Lavoro napoletana a seguito delle dimissioni date all’indomani della nascita del partito di Bordiga. Queste si rivelarono favorevoli ai candidati comunisti strappando la maggioranza agli ex compagni di partito, consentendo in questo modo di riconfermare nei loro incarichi, Francesco Misiano, Tommaso Borraccetti e Antonio Cecchi.

Nell’ aprile 1920 il 25enne pericoloso sovversivo aveva lasciato la guida della Camera del Lavoro di Castellammare, sostituito dal giovane universitario della Facoltà di Lettere, Michelangelo Pappalardi, per andare ad assumere quella, ben più importante e prestigiosa, del capoluogo campano. Nei dodici mesi trascorsi alla testa del movimento operaio stabiese, Antonio Cecchi, aveva portato la locale Camera del Lavoro ad essere una delle più importanti sul piano regionale, per numero d’iscritti, la seconda dopo quella di Napoli, e la più pericolosa per capacità di lotta, con le sue 17 Leghe e i suoi 3mila iscritti, divenuti, rispettivamente, 24 e 4500, nella fase legata al suo trasferimento nell’esecutivo camerale di Napoli, alla cui guida c’erano Gino Alfani e Francesco Misiano. Questi ultimi erano ormai troppo impegnati nei rispettivi molteplici incarichi, l’Alfani nella sua qualità di Sindaco e di Segretario Generale della Camera del Lavoro di Torre Annunziata, Misiani, deputato al Parlamento e occupato nella costruzione del nuovo Partito. In questa sua frenetica attività, Antonio si ritrovò il 12 giugno 1919, denunciato sotto l’accusa di attacco alle istituzioni ed eccitamento alla rivolta e pochi giorni dopo, il 21, querelato da Catello Langella per ingiurie, minacce e lesioni. Antonio nella sua frenetica attività di rivoluzionario non si era accontentato di ricostituire la Camera del Lavoro e la sezione del Partito Socialista, di essere protagonista della nascita del partito comunista, ma si era adoperato anche per il ritorno in edicola dell’antico e glorioso periodico della sinistra socialista, La Voce la cui prima diffusione risaliva all’ottobre 1912. Il giornale aveva chiuso i battenti il 29 novembre 1914 per mancanza di fondi dopo 24 numeri, riprendendo le pubblicazioni il 21 febbraio 1915. Di questo quindicinale non uscirono molti numeri perché in maggio,.. Per le condizioni generali del momento attuale.., [29] fu nuovamente costretto ad interrompere le sue uscite. Sul Soviet del 22 giugno 1919 si dava conto della necessità espressa dai socialisti stabiese di riprendere le pubblicazioni della Voce. Nonostante il parere contrario espresso dall’organo del partito, il periodico riprenderà le pubblicazioni facendo uscire il suo primo numero il 24 agosto 1919, cessando definitivamente di uscire nell’aprile 1920, …Perché sarà sostituito con la pubblicazione di un altro giornale socialista., [30] di cui non abbiamo reperito nessuna notizia.

Lasciata la Camera del Lavoro di Castellammare per quella di Napoli, forte delle sue 84 Leghe e 40mila iscritti, un quarto dei quali metallurgici, il giovane estremista originario di Scafati divenne l’anima del movimento operaio napoletano, sempre presente in ogni lotta e vertenza. Si era nella fase calda del biennio rosso, scioperi e manifestazioni si susseguivano freneticamente sull’onda delle rivendicazioni economiche e di acquisizione di maggiori diritti sindacali nelle fabbriche. Non vi era nessun piano prestabilito, nessun programma finalizzato alla conquista del potere, pure si respirava un’aria di rivoluzione perché sembrava essere lì a portata di mano e di questo ne avevano sentore tutti, opportunisti compresi. Non a caso in quei mesi frenetici ci fu una vera e propria corsa ad iscriversi alla CGL e al Partito Socialista, salvo scomparire quando ci si rese conto di aver sbagliato cavallo e allora con la faccia tosta tipica dei voltagabbana, cambiarono tranquillamente scuderia, indossando senza nessun ritegno la camicia nera del fascismo. [31] Intanto in quei mesi di passione cieca, tutto sembrava possibile, mancava solo chi prendesse in mano le redini della situazione, qualcuno in grado di assumersi la responsabilità di dire: “Compagni è l’ora!”, ma nessuno, al di là delle parole roboanti, aveva il coraggio, la certezza che l’ora era veramente quella, che non si poteva, non si doveva più aspettare. Claudio Treves (1869 – 1933) così sintetizzò la situazione il 30 marzo 1920 in un suo discorso alla Camera:

 ….La crisi, il suo tragico è proprio questo, che voi non potete più imporci il vostro ordine e noi non possiamo ancora imporvi il nostro… [32]

Da Torino era partito in aprile l’ormai leggendario sciopero, iniziato a seguito dell’adozione dell’ora legale e rifiutato dagli operai in fabbrica. Antonio Gramsci e il suo gruppo dell’Ordine Nuovo, colsero il segno del cambiamento riuscendo ad ampliare le rivendicazioni operaie, chiedendo ed ottenendo, tra l’altro, il riconoscimento dei Consigli di Fabbrica da parte degli industriali. Da quello sciopero nella capitale dell’auto, partì, quasi senza rendersene conto, la grande ondata dell’occupazione delle fabbriche: s’iniziò il 29 agosto a Milano in 300 officine, si finì in settembre con anche Napoli, Pozzuoli, Torre Annunziata e Castellammare a far sventolare le bandiere rosse dalle ciminiere delle fabbriche. Ormai ovunque vi fosse una fabbrica, un centro operaio, si gridò alla rivoluzione, ma al coraggio degli operai rispose la viltà o forse soltanto il realismo dei dirigenti nazionali del PSI e della CGL i quali non seppero o non vollero decidere per lo scontro di classe, per la prospettiva rivoluzionaria e fu la fine.

L’ondata rivoluzionaria, sconfitta nelle fabbriche, per ottenere una immediata rivincita si riversò prima nel voto amministrativo del 31 ottobre 1920, conquistando 2162 municipi su 8059 e 25 province su 69 e poi in quello politico, dove riuscì complessivamente a difendere la propria rappresentanza, portando 122 deputati socialisti e 15 comunisti in parlamento, sconfiggendo il tentativo fascista di cavalcare la tigre del partito d’ordine, fermando a 35 il numero dei deputati neri eletti. Ma ormai tutto questo aveva poco senso perché se i numeri sancivano una nuova sconfitta ufficiale dei fascisti nelle elezioni politiche, questi vincevano nelle piazze seminando il terrore e la morte. I segnali venivano da lontano, ma nessuno aveva capito, nessuno aveva reagito con la necessaria fermezza: da Bologna il 21 novembre 1920 con l’assalto al comune e 10 innocenti uccisi, passando per Ferrara in dicembre e poi Castellammare, il 20 gennaio 1921. Erano attaccate e distrutte le Camere del Lavoro, le sedi dei giornali e delle cooperative rosse, si uccidevano tranquillamente, sicuri dell’impunità, militanti e dirigenti democratici, socialisti e comunisti, chiunque tentava di opporsi alle nuove barbarie.

Contro Antonio Cecchi non si muovevano soltanto i socialisti irritati dall’eccesso di protagonismo dei loro cugini comunisti, a provocare dissidi e malumori contro il Segretario della Camera del Lavoro provvidero anche i suoi compagni di Partito. La principale critica rivolta dai dirigenti del partito a quelli sindacali si riferiva alla blanda applicazione della linea comunista. In realtà si accusava il gruppo dirigente della Camera del Lavoro di non essere subordinato al Partito e questo non era tollerabile, tanto più quando si registrava contemporaneamente un pesante condizionamento socialista sull’organismo sindacale. Qualcuno ricordava Cecchi da sempre refrattario alla disciplina di Partito, non a caso, non molto tempo prima, era stato espulso dall’allora Frazione Astensionista perché non aveva voluto rinunciare a dare il suo contributo nella campagna elettorale durante le amministrative del 31 ottobre 1920 e se era stato riammesso dopo qualche mese lo si doveva unicamente al suo stretto rapporto con Bordiga, come ricorda anche Nicola De Ianni nel suo citato, Operai e Industriali a Napoli. A rincarare la dose contro Cecchi e Tommaso Borraccetti intervenne anche Ortensia De Meo (1883 – 1955), maestra elementare di Napoli e moglie di Amedeo Bordiga, sposata il 9 gennaio 1914, attivissima militante fin dai tempi del Circolo rivoluzionario intransigente sorto nel 1912, scrivendo un articolo di fuoco sul Soviet del 18 febbraio 1922:

…Non è da noi tollerare, ammesso che vi siano, gli opportunisti, i cacciatori di stipendi, gli spostati in cerca di fortuna, che quasi sempre antepongono agli interessi del partito la propria utilità pratica, la propria carriera economica e politica… [33]

L’accusa per niente velata era rivolta a Tommaso Borraccetti per avere concentrato nella sua persona ben cinque incarichi di Segretario di Lega [34] e ad Antonio Cecchi su cui pendeva l’accusa di condurre una vita privata sfarzosa. Queste polemiche, ma soprattutto l’accusa di mantenere una direzione della Camera del Lavoro poca energica e largamente condizionata dai socialisti, furono portate alle estreme conseguenze da Ugo Girone, un professore di Lettere, originario di San Michele di Serino (AV), dirigente della Federazione provinciale del Partito, facendo promuovere un’inchiesta ufficiale sia nei confronti di Borraccetti, sia dello stesso Cecchi. [35] Borraccetti riuscì a cavarsela senza subire gravi ripercussioni, mentre Cecchi si ritrovò immediatamente e definitivamente allontanato da ogni incarico di responsabilità. Contro questa condanna, il rivoluzionario originario di Scafati, preferì rassegnare le dimissioni dalla Camera del Lavoro.

Quando queste polemiche erano già in corso, ma non avevano ancora raggiunto l’apice del loro dramma, il Partito stava proseguendo nella sua opera di proselitismo e di crescita della propria base costituendo un organismo teso a curare l’istruzione del proletariato e fondando con ciò un Istituto di Cultura proletaria. Anche Antonio Cecchi fu chiamato a tenere, in un primo ciclo, due conferenze, la prima sulla dittatura del proletariato e l’altra sul ruolo dei sindacati nella rivoluzione. Un secondo ciclo di conferenze si tenne tra giugno e luglio e un terzo in ottobre. In quest’ultimo, Cecchi tenne un corso di pratica sindacale.

Dopo anni d’incontrastata egemonia, anche per Antonio Cecchi era venuto il momento delle critiche e delle invidie, fenomeno da sempre legato al successo e al potere. Negli ultimi tempi troppe cose non andavano per il verso giusto e tutto sembrava dovesse precipitare da un momento all’altro: il 3 febbraio 1922 era stato, forse per la prima volta, fischiato in un’assemblea tenuta nella Camera del lavoro, dagli operai della Miani & Silvestri, azienda nella quale erano stati operati 43 licenziamenti e altri se ne prospettavano, perché voleva subordinare la convocazione del Consiglio Generale delle Leghe per la proclamazione dello sciopero generale, all’esito della trattativa che si doveva tenere in una riunione già convocata dal Prefetto. La Miani & Silvestri era un’industria importante nell’economia napoletana con i suoi 1573 dipendenti, ma in realtà l’intera situazione occupazionale cittadina era in via di peggioramento a seguito dell’esaurirsi dei benefici della Legge Nitti e di altre concause, tra le quali il fallimento della Banca Italiana di Sconto, che trascinò in una profonda crisi altri istituti bancari con i quali aveva costituito un cartello per un programma di forti investimenti nel settore edile. Il crak finanziario aveva avuto immediate ripercussioni sull’apparato industriale: il 9 gennaio l’Ilva licenziava 120 operai, altri ne seguirono nella Pattison, alla Miani & Silvestri e tra i portuali. Il 9 febbraio fu quindi proclamato lo sciopero generale, ma questo si rivelò un incompleto insuccesso, anche per le pesanti intimidazioni messe in essere dalle sempre più pericolose squadre fasciste. L’11, all’indomani del fallimento dello sciopero generale, Antonio fu attaccato perfino dal Soviet con l’accusa di una conduzione della trattativa morbida ed eccessivamente conciliante. [36] Intanto contro la violenza sempre più marcata dei fascisti andava formandosi a Roma, l’Alleanza del Lavoro, su indicazione del sindacato ferrovieri e a seguito di un convegno tenutosi il 18 febbraio, proponendosi di organizzare i vari sindacati in un fronte comune contro il fascismo, trovando l’adesione di tutte le forze intransigenti. A Napoli una iniziativa di questo genere poteva partire soltanto da Antonio Cecchi e questi il 25 marzo presiedette l’assemblea costitutiva della nuova organizzazione antifascista con il consenso delle diverse categorie sindacali. Ormai, però, era troppo tardi per preparare una qualunque resistenza contro l’avanzata fascista e così ci fu la capitolazione favorita e accelerata dall’incapacità, in particolare da parte dei due partiti di sinistra ma in generale dell’intero fronte democratico, di capire la gravità di quanto stava accadendo. L’incapacità dei due partiti nati dalla scissione di Livorno fu favorita sicuramente dalle rivalità reciproche e dalle stesse lotte intestine che si ripercossero nella stessa CGL dove la sfida tra i due schieramenti si riproponeva nella stessa identica misura, senza, esclusione di colpi. Così le sezioni dei partiti comunista e socialista, come le sedi delle Camere del Lavoro, furono assalite, distrutte e chiuse o in ogni modo messe nelle condizioni di non nuocere, mentre i militanti della sinistra politica e sociale erano picchiati, arrestati, uccisi, in molti casi costretti all’emigrazione o a piegarsi. Cominciò in questo modo la lunga notte del fascismo. [37]

Mentre anche a Napoli, come nel resto del Paese, si precipitava nella morsa della violenza fascista e il partito mussoliniano si andava rafforzando aprendo nuove sedi, [38] nella Camera del Lavoro di Napoli, tra il 25 e il 27 marzo 1922, un anno dopo le elezioni precedenti, in un clima teso, si rinnovavano le cariche sindacali dopo le dimissioni per scadenza dei termini del precedente esecutivo – la commissione esecutiva veniva, infatti, rinnovata ogni anno. Ancora una volta furono presentate due liste, quella comunista appariva fortemente rinnovata, infatti, su 11 nomi da eleggere si ripresentarono soltanto tre uscenti tra cui Tommaso Borraccetti e Antonio Cecchi. Non di meno fecero i socialisti con 9 nomi nuovi su 11 candidati.

Ancora poche settimane e poi il processo, la condanna senza appello, la destituzione da ogni incarico di responsabilità, le dimissioni irrevocabili, l’abbandono del sindacato e della politica. A sostituirlo nella direzione della Camera del Lavoro era chiamato Michelangelo Pappalardi, già segretario della struttura sindacale stabiese, arrestato per i fatti di Piazza Spartaco, processato e assolto proprio in quelle settimane infuocate. A reggere le sorti della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia era stato chiamato in sua vece Primo Galasso, un marchigiano emigrato a Milano dove aveva maturato le sue esperienze politiche e sindacali.

 Al confino politico e l’abbandono della militanza

Chi invece aveva consumato la sua esperienza politica e sindacale era Antonio Cecchi: uomo dal carattere ribelle, violento nelle sue manifestazioni, capo carismatico delle masse operaie, poco incline ai compromessi, l’ex sindacalista si arrese agli eventi e scomparve dal movimento di lotta. Non sappiamo cosa fece dopo l’ennesima sconfitta subita dall’Alleanza del Lavoro rivelatosi un inutile e tardivo strumento di difesa contro la violenza delle camicie nere e dopo l’insediamento al potere di Benito Mussolini diventato Presidente del Consiglio. Sbandato come tanti suoi compagni di lotta, disoccupato e privo di prospettiva, si ritrovò il 21 gennaio 1923 ad essere ricercato dalla polizia, accusato di essere il responsabile di una presunta truffa e arrestato il 13 febbraio. Torna qui alla mente un episodio del passato, quando sul Soviet del 27 marzo 1921 appare un articolo a difesa del rivoluzionario stabiese attaccato dal Mattino, dov’era accusato di essere un ladro. In particolare, secondo il quotidiano napoletano, il Questore avrebbe detto ad un operaio ungherese, recatosi in questura in cerca di lavoro, di non andare alla Camera del Lavoro perché lì c’era il professore Cecchi che rubava denaro agli operai. L’episodio non merita neanche di essere commentato tanto è evidente la provocazione poliziesca e diffusa, tra l’altro, nelle stesse ore in cui vi erano le elezioni per rinnovare le cariche nella Camera del Lavoro napoletana e quindi con il probabile intento di indebolire la sua posizione nelle Confederazione. Così come è inverosimile il tentativo di truffa da parte del giovane rivoluzionario, [39] come dimostra, del resto, una nota riservata dei carabinieri del 23 dicembre 1926, in cui si dichiara di non esserci nessun precedente penale a suo carico.

Questi primi anni sotto il regime, Antonio, lasciato il Partito che aveva contribuito a fondare, li visse riprendendo gli studi universitari in giurisprudenza interrotti durante la guerra e poi sospesi per la sua successiva, frenetica attività politico sindacale. In pochi mesi, tra il 1923 e il 1924 sostenne 17 esami riuscendo a laurearsi il 13 dicembre di quell’anno. Provò anche a lanciarsi in questa sua nuova professione ma con scarsi risultati e non gli furono d’aiuto la facilità di parola e l’intelligenza svegliata, troppo complicato il mondo forense, troppi avvocati nella Napoli delle pagliette, come si diceva degli stracciafaccende pullulanti il cortile del tribunale di Porta Capuana. Anni in cui sembrava avesse deciso di non occuparsi più di politica, ma forse questo, nonostante tutto, era più forte di lui, o, più probabilmente, era quanto intendeva lasciare credere. Stando ad un rapporto dei carabinieri, Antonio, nonostante fosse strettamente sorvegliato, continuò a mantenere i contatti con i compagni di fede e a professare propaganda contraria al fascismo. [40] Del resto non aveva mai rotto i rapporti con Amedeo Bordiga al quale era legato da vincoli, oltre che politici, anche di sincera e profonda amicizia, cosicché può essere verosimile quanto raccontato da Antonio Barone, secondo il quale nel settembre 1925 i due leader nazionali, Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci si sarebbero incontrati in una non meglio identificata scuola elementare di Rovigliano, nei pressi del fiume Sarno. L’episodio è storicamente accertato dalle diverse testimonianze, da quelle di Gaetano Marino e Antonio Cafasso, militanti comunisti napoletani, a quella dello stabiese Catello Bruno, [41] tutti presenti a questa riunione. L’incontro fu organizzato dai militanti comunisti dell’area stabiese torrese, tra i quali Gino Alfani, Pietro Carrese e lo stesso Antonio Cecchi, complessivamente una trentina di persone di Napoli e provincia. [42]

Probabilmente, stando alle notizie ufficiali in nostro possesso, possiamo considerare questo come l’ultimo incontro politico di Cecchi, ma intanto nuovi eventi si muovevano contro di lui.

Il 31 ottobre 1926 ci fu a Bologna uno strano e fallito attentato da parte del quindicenne Anteo Zaniboni contro il Duce, consentendo al fascismo di giustificare una serie di leggi speciali, sopprimendo i giornali antifascisti, di sciogliere tutti i partiti, di creare il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, oltre a proclamare la decadenza dei 120 deputati dell’opposizione con l’accusa di aver disertato i lavori parlamentari. Ancora prima, provocò da subito, nella notte tra il 1° e il 2 novembre, la reazione furibonda, in tutta Italia, delle squadre punitive fasciste che devastarono le case dei più noti esponenti della sinistra socialista, comunista e democratica, tra queste anche quella della casa paterna dei Cecchi. Non ebbero miglior fortuna Pietro Carrese, cui i fascisti portarono via anche i libri di matematica scambiando per cifrari segreti le formule algebriche. Stessa situazione capitò ad Oscar Gaeta, la cui casa paterna andò completamente distrutta, ad Achille Gaeta a cui misero a soqquadro l’Hotel Stabia, a Gino Alfani e tanti altri, tutti vittime dell’inutile, stupida, violenta ferocia fascista.

Ad entrare immediatamente in funzione furono anche le Commissioni provinciali istituite con il Regio Decreto del 6 novembre: tra i primi 20 a vedersi assegnato il confino politico – 12 comunisti e 8 socialisti – fu Antonio Cecchi con la seduta del 2 dicembre a cui seguì l’arresto la sera dell’8, il processo farsa e la condanna al confino politico per tre anni. Con lui, la sera prima, furono arrestati altri due stabiesi, Giovanni D’Auria (1898 – 1967) e Vincenzo Giordano, già protagonisti dei fatti di Piazza Spartaco. Per tutti e tre l’accusa era di aver svolto propaganda sovversiva in epoca precedente all’avvento del fascismo al potere e di aver fatto parte dell’organizzazione comunista. Giovanni D’Auria e Vincenzo Giordano, trascorsero il confino politico a Lipari, ma non per questo ritornarono domati, infatti, li incontreremo ancora tra i protagonisti del movimento operaio stabiese fin dal 1° settembre 1943 e per tutti gli anni ’50. In particolare D’Auria, uno strano e inquietante personaggio, violento di carattere, addirittura sanguinario, stando ai rapporti di polizia, assumerà la segreteria cittadina del PCI dal 1943 al 1951.

…In tutta la provincia di Napoli vi erano almeno altri cento sovversivi molto più pericolosi. Di questi soltanto pochissimi furono ammoniti o diffidati, mentre tutti gli altri non ebbero alcuna censura. Sorge spontaneo chiedersi: se la polizia era informatissima sull’attività comunista (…) che aveva tenuto all’interno del partito suoi informatori, come può spiegarsi che alla fine del 1926 indicava alla commissione provinciale quel gruppetto di comunisti così esiguo e scarsamente rappresentativo dell’attività del partito? Antonio Cecchi aveva lasciato la politica attiva addirittura dal 1922 (…), D’Auria e Giordano erano esponenti di provincia su cui il partito poteva contare, ma certo non i soli a meritare il confino…

 si chiedeva Nicola De Ianni nella sua particolareggiata ricostruzione di questa delicata fase del primo antifascismo. L’autore si dà, naturalmente, alcune risposte partendo dal presupposto che l’attività della Commissione Provinciale in quella prima fase volesse dare unicamente degli ammonimenti, incarcerando alcune figure di antifascisti a loro modo carismatiche. Il valore esemplare di quelle prime condanne sarebbe stato un monito per tutti gli altri, raggiungendo lo scopo prefissato di reprimere ma anche di prevenire. Evitando un’eccessiva durezza in quella prima fase si puntava ad ottenere il doppio scopo di spaventare e disorientare vecchi e nuovi sovversivi scoraggiandoli dal prendere qualsiasi iniziativa contro il regime e dando una prova della propria forza. L’analisi non ci trova pienamente concordi perché i tre stabiesi arrestati, e in particolare Antonio Cecchi, avevano dimostrato tutta la loro pericolosità politica e sociale con la loro costante azione alla testa delle masse popolari. Non a caso i tre erano ancora considerati i maggiori esponenti della zona. In realtà a De Ianni mancano una serie di documentazione e ricerche da sempre carenti per quanto riguarda in particolare l’attività dei militanti della provincia, ancora oggi in larga parte sconosciuta. Soprattutto non tiene conto, nel caso di Cecchi, della probabile sua stretta osservanza delle direttive date dallo stesso Bordiga che aveva raccomandato i suoi di occultarsi in quella fase critica. Ciò non diminuiva naturalmente la pericolosità del soggetto, sottoposto a stretta sorveglianza fin dal 1914, come abbiamo avuto modo di vedere. Sulla stessa linea il giudizio dato da Rosa Spadafora, per la quale

 … Le prime ordinanze colpirono soprattutto coloro i quali avevano svolto in passato e a vario titolo attività politica comunista, socialista o anarchica senza che fosse necessario da parte loro un chiaro atteggiamento d’opposizione al regime che intese così tutelarsi nei confronti di persone rese pericolose dall’esperienza politica maturata in seno a partiti estremi e che perciò avrebbero potuto rappresentare importanti punti di coagulo e di riferimento delle istanze antifasciste locali. Ed è per questo che nessuna delle ordinanze pronunciate nel 1926 colpì apolitici mentre furono confinati 7 anarchici, 28 comunisti, 3 socialisti, 1 socialista massimalista e 1 antifascista. Complessivamente 40 campani sui 203 arrestati in quei primi mesi del 1926… [43]

Del resto questa fu anche la linea difensiva dello stesso Antonio Cecchi nel ricorso presentato il 14 dicembre alla Commissione d’Appello contro l’assegnazione al confino di polizia nella colonia di Lipari, in provincia di Messina, disposto successivamente con telegramma del Ministero dell’Interno, il 15 gennaio 1927. L’ex rivoluzionario ricordava di avere abbandonato ogni attività politica fin da maggio 1922, di essersi unicamente occupato dei suoi studi universitari interrotti a causa della guerra, quindi, riteneva il provvedimento una conseguenza ..di livore personale, così facile a trovare sfogo nei piccoli centri… [44]

Un ultimo tentativo di salvarlo dalla condanna al confino lo fece anche la madre, scrivendo direttamente al Duce il 19 gennaio 1927 una supplica rimasta senza risposta. Finalmente il 23 gennaio partì per la sua destinazione di Lipari, dove lo attendeva la dura condanna di prigioniero politico. Il suo carattere inquieto gli impedì di accettare e di vivere quella condanna passivamente e così reagì come sapeva, ribellandosi al suo stato di detenzione e partecipando alla riorganizzazione di una cellula comunista. Nuovamente denunciato con altri 40 confinati, fu arrestato il 10 dicembre 1927 e trasferito dalla colonia di Lipari al carcere di Siracusa per essere di nuovo sottoposto al giudizio del tribunale Speciale. Prosciolto dalla commissione istruttoria dalla nuova accusa di sovversione, il 16 agosto 1928, il trentatreenne rivoluzionario stabiese fu trasferito il 3 settembre da Lipari a Ponza, in provincia di Latina, una colonia istituita proprio in quell’anno e riservata agli elementi più pericolosi. Non a caso accolse elementi come Giorgio Amendola, Umberto Terracini, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giuseppe Romita, Pietro Secchia e Mauro Scoccimarro. E lo stesso Mussolini nel 1943, all’indomani del Gran Consiglio del 25 luglio! A Ponza, Antonio fece particolare amicizia con Domizio Torrigiani (1876 – 1932) il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, la potente loggia massonica sciolta dal regime nel 1925.

Nonostante non vedesse nessuno dei suoi familiari da ormai due anni, quando nei primi giorni dell’ottobre 1928 chiese il nulla osta per ricevere una visita da parte dei genitori e della fidanzata, Tullia Tommasi, un’ostetrica, sua coetanea, nata a Poppi in provincia d’Arezzo, la richiesta fu respinta dalla Direzione della Colonia in quanto aveva … troppa intimità con Torrigiani… Il Gran Maestro della massoneria, condannato a cinque anni di confino, era sottoposto a particolare, attenta sorveglianza, impedendogli qualsiasi tipo di contatto con l’esterno. Da qui il divieto allo stesso Cecchi di incontrare i genitori in quanto si temeva che attraverso Antonio, Torrigiani potesse far passare, clandestinamente, una serie d’informazioni. Antonio presentò puntigliosamente ricorso al Ministero dell’Interno con istanza del 26 ottobre. Il ricorso fu puntualmente respinto. Il divieto fu superato soltanto il 20 gennaio 1929, quando fu consentita ad Antonio Cecchi di poter incontrare periodicamente genitori e fidanzata, a seguito dell’assenza di Domizio Torrigiani dall’isola. Ritenuto pericoloso sovversivo, nei confronti dell’antico rivoluzionario erano applicate rigorose restrizioni, subite con sempre minore pazienza e venne il momento in cui l’irruente stabiese si decise, il 16 ottobre 1929, a scrivere una lettera di protesta a

 Sua Eccellenza Benito Mussolini, Capo del Governo – Ministro per gli affari interni (…). Nella certezza che quanto è stato attuato dalla Direzione e che colpisce il sottoscritto nella tranquillità spirituale e nelle condizioni fisiche, siano contro la legge, lo spinge a chiedere il suo personale intervento…. [45]

I confinati dormivano in un alloggio comune privo delle più elementari regole igieniche e strettamente sorvegliati da agenti di polizia e questo fatto contrastava con le condizioni fisiche di Antonio, sofferente di reumatismi cronici. Lo stesso medico della colonia gli aveva consigliato di trasferirsi in un migliore e più salubre alloggio. Questa possibilità era consentita dal regolamento a quanti avevano le possibilità economiche di sostenerne la spesa e non era ritenuto pericoloso, com’era invece il caso di Antonio. L’ex Segretario della Camera del Lavoro di Castellammare lamentava che nella camerata dormissero più persone di quanto questa ne potesse ospitare perciò alla fine, secondo il suo giudizio, il confino differiva dal carcere

 … soltanto perché si può uscire all’area libera dalle 7 del mattino alle 19 di sera, ma non è peggiore per le condizioni igieniche..”. Tutto questo, protestava Antonio nella lettera al duce, “… contrasta con il regolamento per l’esecuzione della Legge di P.S. approvato con decreto 21 gennaio 1929, n. 22, in particolare si viola l’articolo 340, il quale recita che il confino di polizia non implica lo stato di detenzione ma si concreta sostanzialmente in una conciliazione di libertà di domicilio accompagnata da una rigorosa vigilanza. Pertanto non può, in massima, vietare al confinato di provvedere a proprie spese di un alloggio privato, quando la casa sia sorvegliabile (…). Il provvedimento della Direzione ha passato più di un segno su tale disposizione..

 Nell’inviare l’istanza al Ministero dell’Interno, l’Alto Commissario segnalò il rifiuto di Cecchi di .. alloggiare nei locali a piano terreno dell’infermeria che sono in condizioni notevolmente migliori dei comuni…, riconoscendo quindi implicitamente quanto effettivamente precarie e disagiate fossero le condizioni in cui vivevano i confinati. Ad Antonio non arrivò nessuna risposta, forse in considerazione del fatto che tre mesi dopo, alle 23,30 dell’8 dicembre 1929, poteva varcare nuovamente la soglia della propria casa paterna. [46]

Ultimato il periodo di confino, il 7 dicembre 1929, Antonio Cecchi rientrò a Castellammare, nella sua casa paterna, sotto la stretta sorveglianza della polizia politica. Trovò lavoro a Napoli, come procuratore presso lo studio legale dell’avvocato Marino Guerritore. Per richiedere l’abbonamento ferroviario fu necessario il parere favorevole della Questura che lo rilasciò unicamente per il tratto Castellammare – Napoli. Nell’aprile 1930, dopo lunghi perigliosi anni di fidanzamento, sposò Tullia Tommasi e andarono ad abitare a Napoli in Via Solitario 39. Nel dicembre 1933 si trasferì a San Benedetto del Tronto, accettando una supplenza presso il locale istituto tecnico magistrale. Anche se da anni si era chiamato fuori da ogni impegno politico, la sua presenza fu segnalata alla Questura di Ascoli Piceno perché attivassero la necessaria sorveglianza nei confronti dell’antico sovversivo, di cui ancora si temeva la pericolosità. Il 2 luglio 1934 fece ritorno a Napoli riprendendo il suo stato di disoccupato. Antonio aveva due lauree, ma c’è sconosciuto quando acquisì la seconda, probabilmente fu questo il periodo in cui riprese gli studi universitari per acquisire la seconda laurea, stavolta in Lettere e Filosofia.

 La resa

I momenti attraversati dal giovane Cecchi non furono sicuramente dei più felici e una crisi profonda dovuta alla mancanza di lavoro e ai conseguenti giorni di miseria, la lunga stressante vigilanza della Questura cui era sottoposto, furono forse tra i motivi che lo spinsero, il 20 settembre 1935, a scrivere una lettera al Duce, intrisa della retorica tipica del regime:

 … Voi in questa ora affermate non solo il diritto indeclinabile del popolo italiano, ma sollevate nelle coscienze un problema che è di tutti perché il diritto e il dovere alla vita è degli individui come dei popoli (…), io mi sento vicino a voi come nel ’14 ad Ancona dove quasi profeta colpiste l’idra di tutti gli intrighi e di tutto l’affarismo politico: la massoneria..”. La lettera continua affrontando il suo stato attuale e si chiude dicendosi al suo servizio, “In sei anni sono vissuto di rinunzie e di miserie. Un diploma di maestro, una laurea in Legge ed una in Filosofia potevano procurarmi un pane più tranquillo, attraverso l’inchinamento supino e cieco. Non è stato mai possibile. Io volevo comprendere, volevo sentire (..). Voi Duce mi avete dato la luce e a voi ritorno con cuore aperto e ferma fede (…). Io non vi chiedo la tessera (..). Io sono ritornato a voi che esprimete il diritto, l’onore e la forza rinnovatrice dell’Italia (…). Io sono a vostra disposizione in qualunque posto e con qualunque incarico…. [47]

 Si era alla vigilia della guerra d’aggressione contro l’Etiopia, scatenatosi nei primi giorni d’ottobre con l’occupazione di Adua e il fascismo era all’apice del suo prestigio. L’opposizione era stata ormai cancellata del tutto o comunque ridotta ai minimi termini e resa praticamente inoffensiva, come aveva dimostrato il plebiscito del 25 marzo 1934, voluto dal regime. A Napoli e provincia gli elettori erano 492.952 e di questi ben 471.201 dissero Sì al fascismo. I No furono complessivamente 92 di cui 64 nel solo capoluogo. Come continuare a resistere quando i suoi migliori amici e compagni di tante battaglie o erano emigrati e di loro non si sapeva più nulla, come Luigi Bello, Michelangelo Pappalardi e Antonio Esposito, tutti fuggiti all’estero, oppure erano rimasti, ritirandosi nel privato, nascondendosi nell’anonimato della vita quotidiana, così come avevano fatto i suoi fratelli Camillo e Pasquale dediti al proprio lavoro di medico e insegnante, come Gino Alfani, tornato alla sua professione d’avvocato, Pietro Carrese alla sua cattedra di matematica presso l’istituto Salvator Rosa di Napoli. Finanche Mario Bianchi, il rappresentante del socialismo più intransigente nelle elezioni politiche del 1913, aveva aderito al fascismo fin dal 1929, dopo essere ritornato definitivamente a Milano nel 1916, ritirandosi da ogni attività politica. Del resto come avrebbero potuto fare diversamente, controllati com’erano dalla pericolosissima OVRA e quindi costretti come tutti a pensare soltanto a se stessi, pur senza piegarsi, consapevoli di non poter fare di più? L’alternativa era cedere al regime fascista per quieto vivere, per convenienza se non, addirittura, con entusiasmo e convinzione. Oscar Gaeta aveva aderito al fascismo nel 1934, trasferendosi a Napoli nel luglio 1935 insieme ai suoi vecchi genitori e poi a Roma nell’aprile 1940, continuando nella capitale la sua attività d’avvocato. Anche il fratello, l’ingegnere Guido, l’antico fervente antimilitarista del 1914, si era avvicinato al regime e adesso viveva a Milano dal 1932. A lasciare Castellammare, dove forse l’aria si era fatta politicamente irrespirabile, era stato anche Mario. Il più giovane dei fratelli Cecchi se n’era andato a Roma il 24 febbraio 1933, sposando il 30 marzo 1935 Adelaide Amendola (1910 – 1980), figlia del grande liberale di sinistra, Giovanni, ucciso dalla violenza fascista, sorella minore di Giorgio, dirigente comunista. [48]

Ora toccava a lui abbassare la testa, inchinandosi al più forte, ma anche questa umiliazione non servì a niente perché la sua supplica si scontrò con il parere negativo dell’Alto Commissariato, il quale dopo avere percorso in sintesi l’attività politica dell’antico Segretario della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia e di Napoli, così concluse il parere, dando giudizio negativo alla sua riabilitazione politica:

…Il Cecchi è disoccupato (…) ed impartisce qualche lezione privatamente ritraendo così i mezzi di vita. Per i suoi precedenti non si ritiene opportuno, almeno per ora, di accogliere integralmente le istanze trasmessomi (..). Ho peraltro dato disposizioni perché la vigilanza sul suo conto sia contenuta in forma saltuaria e riservata… [49]

 Nel dicembre 1938, con lo pseudonimo di Antonio Guido Sarnico, pubblicò un libretto a carattere educativo pedagogico di 180 pagine, dedicandolo alla sorella Rosa e al fratello Mario. Lo stesso Cecchi nell’introduzione definì il suo manuale come

 …frutto di una lunga esperienza vissuta con i miei alunni e colle mie allieve. Raccolta di lezioni tenute per prepararli al concorso magistrale e riordinato in modo da formare un problema unico .. [50]

 Il 23 marzo 1940 fece ufficialmente domanda di essere ammesso, in qualità di ex combattente nel Partito Nazionale Fascista e per questo convocato quasi un anno dopo, il 25 febbraio 1941, presso la Federazione dei Fasci di Combattimento. Ancora una volta ebbe l’amara sorpresa di vedersi respinta la richiesta per indegnità morale e politica, ma non per questo si perse d’animo e scrisse direttamente al Questore, ripercorrendo brevemente il suo itinerario politico, ricordando la condanna scontata al confino politico ma anche di aver abbandonato fin dal 1930 ogni attività antifascista e di aver pubblicato nel 1938 un volume in cui dimostrava la sua adesione al regime. Scrivendo ebbe un improvviso scatto d’orgoglio, qualcosa dell’antico ribelle che risorge e accusa:

 (…) Il regime di solidarietà nazionale è soltanto esercitazione retorica della stampa quotidiana? Credevo che se lo Stato è l’unità di tutti i componenti nei doveri e nei diritti, la realizzazione di tale unità non dovesse dipendere dall’arbitrio e dal capriccio…

L’esposto si chiuse facendo appello all’autorità del Questore affinché si tenesse conto della sua attuale posizione politica. Il funzionario girò l’appello alla prefettura e questa il 9 marzo scrisse al Ministero dell’Interno così concludendo il suo parere:

…Poiché il Cecchi ha dato concrete e sicure prove del suo ravvedimento politico ed in considerazione anche che lo stesso ha testé chiesto l’iscrizione al PNF quale ex combattente, questo ufficio propone la di lui radiazione da codesto Casellario Politico Centrale… Il 18 marzo arrivò dal Ministero la risposta della radiazione dal novero dei sovversivi del nominato in oggetto. [51]

 Non sappiamo cosa ne ricavò da questa sua capitolazione, se veramente andò a ritirare la sua nuova fiammante tessera d’iscrizione al PNF, quel partito nemico mortale di tante battaglie il responsabile delle migliaia di arresti politici, di tanti suoi compagni perseguitati, torturati e anche uccisi, il colpevole delle sue privazioni, della miseria di milioni d’operai, dei tanti disastri provocati al Paese, compresa l’orrida guerra ancora in corso. La vera domanda da porsi è se fu vera resa la sua, se non fu piuttosto una linea tattica tenacemente perseguita, come già aveva fatto il suo antico amico e fondatore del PCd’I. Amedeo Bordiga era stato espulso dal Partito nel 1930 ed era nota la sua sfiducia nella possibilità del partito di potersi seriamente impegnare in un’aperta lotta politica in Italia, riteneva necessario attendere il ricrearsi di nuove situazioni per ricominciare, ma nel frattempo era opportuno estraniarsi. Antonio conosceva perfettamente il pensiero di Amedeo e questo spiegherebbe l’atteggiamento assunto subito dopo l’avvento del fascismo. Come spiega anche il suo ritorno in campo quando lo scenario mutò.

 Il ritorno del rivoluzionario

Antonio Cecchi seppure ormai lontano dalle vicende di Castellammare non si sentiva estraneo a quanto accadeva nella Città delle Acque: qui erano rimasti tutti i suoi familiari e qui spesso ritornava per incontrare i fratelli e gli antichi compagni. La famiglia Cecchi era stata e rimaneva un potente clan, ricoprendo ognuno incarichi di prestigio, dal fratello maggiore, Pasquale, eletto sindaco il 7 aprile 1946, a Mario rientrato da Roma il 6 agosto 1940 e nominato il 15 maggio 1944 assessore all’Igiene, nettezza Urbana e Cimitero nella prima Giunta retta da Carlo Vitelli. Ma Mario non era portato per la politica e già il 13 dicembre si dimise, sostituito, alcuni mesi dopo, dal liberale Raffaele Di Nola, riprendendo, senza nulla chiedere, il suo lavoro di medico condotto. La sorella Rosa, aveva sposato l’avvocato Luigi Rosano, Presidente del Comitato di liberazione dopo le dimissioni di Silvia Gava e, in seguito, avvocato legale del comune. Di Giovanna sappiamo quasi niente, ma entrambe le sorelle, dopo aver esercitato per diversi anni il lavoro di maestre elementari, avevano vinto il concorso di Direttrici scolastiche. Rosa lo aveva vinto nel 1924 e Giovanna nel 1931, come dipendenti dello Stato, perpetuando quella strada paterna che tanto livore aveva provocato nel fascismo locale. Come non ricordare, per esempio, il furioso attacco dei fascisti subito dall’intera famiglia Cecchi, sul finire d’ottobre del 1922, a seguito di una feroce polemica sul nuovo vincitore di concorso di Direttore didattico rionale, Guido Lisardi, assunto per collaborare con Basilio Cecchi nella direzione delle scuole elementari comunali cittadine? Polemiche sorte quando ancora non si erano sopite quelle contro la moglie Clotilde, accusata di avere usurpato per anni, illegalmente, ruolo e stipendio di vice direttrice didattica al fianco del marito. [52]

Intanto Antonio, non era rimasto con le mani in mano, subito dopo la caduta di Mussolini, riprese immediatamente i suoi contatti con gli antichi compagni, quelli maggiormente legati ad Amedeo Bordiga. Ma li aveva veramente mai interrotti? Stando a quando scriveva nel 1934 il comunista napoletano, Giuseppe Berti (1901 – 1969) sulla rivista teorica del PCd’I in esilio, Stato Operaio, nessuno dei membri del Comitato Centrale della Frazione eletti nel convegno astensionista di Firenze dell’8-9 maggio 1920, tra cui Cecchi, era ora iscritto al Partito e nessuno più militava nel movimento operaio. Addirittura Berti si chiedeva, Quanti oggi lo rammentano ancora? [53] Subito dopo la caduta del Duce e la successiva ritirata dei tedeschi si era ricostituito un embrione di Partito Comunista, formato da quanti avevano combattuto in clandestinità stando in patria e all’estero, riconoscendosi nella linea ufficiale del PCI, dettata dalle tesi di Gramsci e portate avanti da Togliatti, ma anche da quanti a vario titolo si erano allontanati se non addirittura espulsi per deviazione dalla linea ufficiale del Partito, come accadde a Bordiga nel marzo 1930 e a tanti altri. Il rientro a Napoli, subito dopo l’armistizio, di Eugenio Reale (1905 – 1986) con l’incarico di assumere la segreteria della Federazione, su mandato della direzione nazionale, con altri dirigenti calati dall’alto, provocò le prime frizioni e la nascita di due gruppi alternativi ma non ancora nemici. La sede ufficiale fu trovato al primo piano di un vecchio palazzo alla prima rampa della salita S. Potito, sfondando la porta e affiggendo al balcone una grande tabella con la scritta, Federazione Campana del Partito Comunista Italiano. Contemporaneamente un altro gruppo capeggiato da Enrico Russo (1895 – 1973), Mario Palermo (1898 – 1985), Eugenio Mancini, i fratelli Libero ed Ennio Villone e, naturalmente Antonio Cecchi, si stava organizzando per sopravanzare quelli “ufficiali” e conquistare l’egemonia nel Partito, ritenendo, Reale, Maurizio Valenzi e gli altri dirigenti nominati dal Centro ancora clandestino, degli usurpatori non rappresentativi della base comunista. Nell’attesa della conta, come racconta Mario Palermo nelle sue Memorie, [54] non mancarono azioni comuni come quella del 30 settembre, quando s’incontrarono, insieme alle altre forze politiche, con Leopoldo Piccardi, ministro dell’Agricoltura nel Governo di Pietro Badoglio, per discutere della sostituzione del prefetto Domenico Soprano, reo di avere collaborato con i nazifascisti dopo l’armistizio. Mentre la discussione ferveva, si presentò Giuseppe Cenzato, il Presidente dell’Unione Fascista degli Industriali di Napoli. Nel vederlo Vincenzo Ingangi cominciò ad inveire contro questa inopportuna presenza, sostenuto prontamente da Antonio Cecchi e con fare brusco lo invitarono ad allontanarsi, suscitando le proteste degli esponenti dei partiti non di sinistra. Eugenio Reale per evitare il peggio apostrofò ad alta voce Ingangi definendo impolitico il suo atto. Come se questo non bastasse il 1° ottobre il prefetto Soprano si affacciò al balcone prefettizio insieme con alti ufficiali delle forze Alleate per ricevere l’applauso della folla inneggiante alla liberazione. Un gruppo di militanti comunisti si recarono allora presso la sede del Comitato di Liberazione per protestare contro questa provocazione. Contemporaneamente un altro folto gruppo di militanti capeggiati da Antonio Cecchi, Eugenio Mancini e Vincenzo Ingangi si recò sotto la sede della prefettura cominciando a fischiare contro il prefetto, poi invase la sede, ma gli venne incontro dallo studio di Soprano il ministro Piccardi per ascoltare le ragioni della loro protesta. A nome dei presenti parlò Eugenio Mancini, leader riconosciuto del gruppo, chiedendo le immediate dimissioni del Prefetto e di tutti gli esponenti fascisti ancora al loro posto. Improvvisamente, cogliendo tutti di sorpresa, intervenne Eugenio Reale, dicendosi contrario a questa proposta e apostrofando in malo modo lo stesso Mancini. Su queste basi diventava difficile, se non impossibile, ogni convivenza portando l’ala dissidente a riunirsi il 23 ottobre e programmando un incontro chiarificatore tra i due gruppi rivali per il giorno dopo. Secondo la ricostruzione fatta da Salvatore Cacciapuoti (1910- 1992), mitico dirigente della federazione napoletana del PCI e uno dei principali protagonisti di questi avvenimenti:

… il Russo e il Cecchi sapevano cosa volevano, predicavano una linea politica, seppure disorganica, diametralmente opposta a quella del Partito Comunista, erano notoriamente dei bordighisti e si ritenevano i capi naturali dei comunisti di Napoli…

Così come previsto la mattina del 24, la Federazione fu invasa da un folto gruppo di dissidenti capitanati da Mancini, Russo e Cecchi, dichiarando decaduto il Comitato federale e nominandone uno nuovo, eletto nella riunione tenuta il giorno prima. Chiesero la consegna delle chiavi della sede, ma Cacciapuoti si rifiutò di darle e dopo una lunga discussione si decise di nominare una commissione paritetica. Le parti concordarono per il giorno successivo una prima riunione della commissione per proporre la nomina del nuovo gruppo dirigente che tenesse conto delle reciproche esigenze. Antonio Cecchi era livido di rabbia, forse fu l’unico a capire di essere stati giocati, ma al momento non c’era modo di dimostrarlo e fu costretto a fare buon viso e cattivo gioco. Fece un ultimo disperato tentativo di avere le chiavi della sede dalle mani dello scaltro Cacciapuoti, ma Mancini lo dissuase, fiducioso di avere stretto un patto tra gentiluomini,

… Dalla lista dei nomi che Mancini aveva letto per il nuovo Comitato federale capimmo che sarebbe stato impossibile raggiungere l’indomani un minimo di accordo. Al di fuori di un gruppo che, anche se avevano le idee sballate erano persone pulite e comunisti, la maggioranza solo il diavolo sa chi erano! Erano un pò di tutto, erano lo specchio di un pezzo di Napoli della fine del 1943… ricorda ancora il vecchio dirigente comunista nella sua autobiografia, Storia di un operaio napoletano. Quanto avesse ragione di dubitare Antonio Cecchi se ne rese conto la mattina dopo, quando con suoi compagni trovò la porta della federazione comunista sbarrata. Gridarono, bestemmiarono e giurarono di ritornare nuovamente, cosa che puntualmente fecero, ma ancora una volta trovarono la porta chiusa. Gli animi erano sovraeccitati e tutto poteva accadere, quando all’improvviso si presentò Eugenio Mancini, radunò i compagni nell’atrio del palazzo e disse loro, Tutti in Piazza Montesanto, quella è la sede della Federazione dei comunisti campani. Si crearono in questo modo due federazioni campane del partito comunista italiano, una in Via Salvatore Tommasi e l’altra in Piazza Montesanto. La stessa denominazione e tabelle uguali ai balconi. Da quel momento cominciò anche una battaglia di nervi tra le due fazioni, una guerra a suon di comunicati, alcuni dei quali pubblicati il 28 e 30 ottobre sul quotidiano, Il Risorgimento. Le reciproche scomuniche gettarono nella confusione le migliaia di simpatizzanti impossibilitati a capire di chi fosse la ragione. Dopo due mesi, durante i quali nessun gruppo riusciva a prevalere sull’altro, ci si rese conto della inutilità di quella assurda situazione, cosicché (… ) Dopo un approfondito esame della situazione e sulla scorta delle indicazioni venute dalla maggioranza dei nostri compagni, decidemmo la riunificazione (…). E così verso la fine del dicembre 1943, l’unità era ricostituita…,

scrisse Mario Palermo nelle sue Memorie di un comunista napoletano. Naturalmente questo era solo parzialmente la verità perché se la maggioranza dei dissidenti rientrò con Palermo, Ingangi, Mancini, altri decisero la definitiva fuoriuscita del gruppo operaista capeggiata da Enrico Russo, Libero Villone e Antonio Cecchi. Ancora prima della consumazione della rottura fra i due gruppi, ma quando questa era ormai avviata, nei primi giorni di novembre il gruppo dissidente, in accordo con i socialisti e il nascente Partito d’Azione, aveva promosso un convegno cui parteciparono i rappresentanti di numerose categorie di lavoratori, anch’essi impegnati a ricostituire le diverse strutture sindacali mentre le stesse Camere del lavoro erano in via di formazione nelle principali città a forte tradizione operaia. Dal Convegno emersero i gruppi dirigenti della ricostituita Camera del Lavoro di Napoli e il Segretariato meridionale della Confederazione Generale dell’Italia liberata, sotto la guida di Enrico Russo. A questa Confederazione aderirono le diverse strutture sindacali che si andavano formando nel napoletano in quei mesi successivi alla ritirata dei tedeschi, a Castellammare di Stabia, nella vicina Scafati, a Torre Annunziata, Torre del Greco, Pozzuoli e nel resto della Campania e del Mezzogiorno. Il Congresso costitutivo con l’elezione dei gruppi dirigenti si tenne a Salerno dal 18 al 20 febbraio 1944. Vincenzo Iorio fu eletto Segretario della Camera del Lavoro di Napoli, mentre ad Enrico Russo fu affidata la segreteria del Confederazione Generale del Lavoro. La rottura non produsse, al momento, nessun allontanamento di Enrico Russo e dei suoi più stretti collaboratori dalla Confederazione e dalla Camera del Lavoro, democraticamente eletti nel convegno di novembre e riconfermati nel primo e unico congresso tenutosi a Salerno in febbraio. [55]

Se la pace era stata raggiunta fra le due frazioni comuniste, l’odio nei confronti di quanti avevano deciso di seguire una strada diversa rimase e si accentuò. Eugenio Reale si era dimostrato da subito un uomo autoritario ed ambiguo, fedele esecutore del mandato ricevuto da Togliatti, di essere duro con gli estremisti e diplomatico con le forze alleate e istituzionali, anche quelle reazionarie, non a caso si era scontrato fin dai primi giorni con Vincenzo Ingangi, Antonio Cecchi ed Eugenio Mancini. Quando nella primavera 1944, Norman Lewis, giovane agente del controspionaggio inglese di stanza nella capitale partenopea gli chiese per l’ennesima volta di fargli i nomi dei fascisti clandestini, l’uomo di Togliatti gli disse finalmente si, non esitando a dargli informazioni distorte, da cui riteneva di trarne vantaggio.

(… ) Mi ha messo in mano un pezzo di carta sul quale aveva scritto i nomi dei quattro uomini più pericolosi di Napoli e quello di un giornale sovversivo che andava soppresso. Purtroppo i nomi sono risultati essere quelli di Enrico Russo, capo dei trozckisti e dei suoi luogotenenti, Antonio Cecchi, Libero Villone e Luigi Balzano. Il notiziario fascista di cui mi ha parlato Reale è un foglio dei comunisti di sinistri, Il Proletario. Tutta fatica sprecata. Dovevo immaginarlo…,

ricorda lo stesso Lewis nel suo diario alla data del 31 maggio. [56] Secondo Maurizio Valenzi, in una sua autobiografia in cui ripercorre con lucidità quell’anno cruciale e avendo conosciuto Reale con il quale condivise quegli anni difficili, l’atteggiamento dell’allora segretario del PCI non è oscurato da nessuna doppiezza, volle semplicemente (… ) giocare un tiro beffardo a quel giovanotto inglese in divisa indicandogli quattro improbabili nomi di cospiratori… ” [57]

 Il patto di Roma, sottoscritto il 3 giugno da Di Vittorio, Canevari e Grandi, portava alla nascita della CGIL sotto l’egida dei tre grandi partiti di massa, quelli comunista, socialista e democristiano, venendo subito in attrito con “l’organizzazione rossa” nata a Napoli, la CGL. Con il passare delle settimane gran parte delle Federazioni e delle Camere del Lavoro, comprese quelle di Castellammare e Torre Annunziata abbandonarono l’organizzazione creata da Enrico Russo per passare con la CGIL di Giuseppe Di Vittorio. Il 27 agosto si tenne l’ultimo convegno della dissidente CGL rossa per decidere la sua adesione al Patto di Roma e confluire nella più grande Confederazione. Vi parteciparono oltre cento delegati del napoletano e altri provenienti dalla diverse zone dell’Italia liberata. Tra i delegati vi era Antonio Cecchi che intervenne presentando due ordini del giorno: nel primo evidenziava l’aspirazione all’unità di tutti i lavoratori, riaffermava la funzione classista del sindacato proletario e auspicava che anche i lavoratori organizzati nella CGIL facessero valere tale principio nel successivo convegno unitario in modo tale da addivenire ad una unità reale; nella seconda mozione auspicava che l’organizzazione nata a Roma riprendesse il vecchio nome di CGL e che si riaffermasse il principio dell’autonomia delle Camere del Lavoro nell’ambito nazionale. Gli ordini del giorno furono approvati all’unanimità. [58] Il convegno della CGIL, in preparazione del 1° Congresso della CGIL da tenere a Napoli dal 28 gennaio al 1° febbraio 1945, cui accennava Antonio, si tenne il 15 e 16 settembre a Roma. Questo, sulla base di un rapporto di Giuseppe Di Vittorio, adottò una risoluzione in cui si raccomandava di eleggere i gruppi dirigenti entro tre mesi dall’istituzione delle diverse categorie sindacali, di costituire sindacati nazionali per ramo d’industria attraverso congressi nazionali tenendo conto della rappresentanza dei sindacati locali di categoria e di proclamare l’indipendenza della CGIL da tutti i partiti politici. [59] Ciononostante, Antonio Cecchi, con Enrico Russo e Libero Villone, decisero in ogni caso di non aderire alla CGIL e inutilmente Di Vittorio cercò di trattenere i tre dissidenti, dispiaciuto di perdere dirigenti così prestigiosi del movimento operaio meridionale.

Da qui in avanti poco o nulla si conosce del percorso politico e privato di Antonio Cecchi. Di certo partecipò con gli altri dissidenti, dopo l’autoscioglimento della Confederazione rossa nella seconda metà del 1944, alla costituzione a Napoli della Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani con lo scopo di unificare i diversi gruppi d’opposizione. Il gruppo non passò inosservato, tanto da essere oggetto di un rapporto della Prefettura dell’ottobre 1944, conservato presso l’Archivio Centrale di Stato, nel fascicolo “Il gruppo di Antonio Cecchi, Enrico Russo, Iorio, Puglia”, dove si andava segnalando l’esistenza di questa Frazione, forte di circa mille iscritti. Nel rapporto si ricostruivano alcuni episodi dei militanti della Frazione, dalle manifestazioni contro il Ministro Togliatti per la sua politica d’unità nazionale con le forze moderate, alle provocazioni operate durante i comizi comunisti, causando talvolta incidenti tra le opposte fazioni, fino ad invadere i convegni del PCI, come fecero a Torre Annunziata, al Teatro Moderno dove era presente Maurizio Valenzi. Il 6 e 7 gennaio 1945 la Frazione organizzò un Convegno delle Sinistre prospettando lo sviluppo di una situazione rivoluzionaria che richiedeva la formazione di un partito di classe. Dopo la liberazione del Nord, furono stabiliti contatti con il Partito Comunista Internazionalista e in un nuovo convegno del 29 luglio 1945 la maggioranza della Frazione decise di sciogliersi aderendo al PCInternazionalista. Ormai ultracinquantenne Cecchi ritrovò, forse – ma questo lo possiamo soltanto ipotizzare – il suo entusiasmo giovanile diffondendo, Il Pensiero Marxista, un settimanale dalla vita breve, organo del Centro Marxista d’Italia, in quei secondi infuocati anni Quaranta, una strada senza prospettive future. Forse questa consapevolezza, chiara al più saggio Pasquale e al flemmatico Mario, indusse i due a tentare di dare una mano al terribile fratello, cercando un impossibile recupero politico. Così, quando nel marzo 1945 il Prefetto scrisse al sindaco di Castellammare, Raffaele Perna, chiedendogli una terna di nomi per nominare il Commissario prefettizio dell’Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno, questi, su proposta del Sottocomitato di Liberazione Nazionale, oltre ai nomi di Catello Langella e Catello Sorrentino fece anche quello di Antonio Cecchi. [60] L’indicazione proveniva chiaramente dai potenti e stimati fratelli Cecchi, ma nessuno dei due aveva tenuto conto del pensiero dell’irriducibile sovversivo. Questi non poteva accettare un incarico che lo avrebbe riportato nell’alveo delle istituzioni, non poteva fare di nuovo violenza alle sue idee. Se era un posto quello di cui avvertiva la necessità gli sarebbe stato più comodo e sicuramente più in linea accettare l’offerta della CGIL di Giuseppe Di Vittorio: nella peggiore delle ipotesi, una sedia di segretario della Camera del Lavoro non gliela avrebbe negata nessuno, visto la scarsità di quadri dirigenti capaci nella confederazione sindacale.

Continuò quindi a vivere di stenti, dando lezioni private e potendo contare sull’aiuto della moglie Tullia e del suo lavoro di ostetrica Dal matrimonio non erano nati figli (una condizione questa uguale a quella dei suoi fratelli e sorelle, nessuno dei quali avrà eredi lasciando estinguere il ramo della famiglia), non c’era quindi chi pagava per le scelte estreme di un rivoluzionario non disponibile ad accettare compromessi. Ebbe qualche cattedra precaria fino a quando nel 1956 trovò una prima stabilizzazione insegnando materie letterarie nella scuola media statale “Pasquale Scura” a Napoli dal 7 dicembre 1956 al 1° giugno 1957, insegnò poi materie giuridiche presso l’istituto tecnico commerciale “Masullo” di Nola e presso l’”Enrico de Nicola” di Napoli. Nel 1962 farà domanda al ministero della Pubblica Istruzione per prolungare il suo stato di servizio fino al 70° anno non avendo i requisiti minimi per accedere alla pensione. La conferma di poter continuare ad insegnare gli giungerà il 2 marzo.

Sulla strada dell’ipotesi – ma probabilmente è un azzardo – considerando l’antica consolidata amicizia con Bordiga, Antonio partecipò alle diverse vicissitudini del suo mai dimenticato leader, seguendolo nel suo tormentato itinerario politico. Se così fosse, prese parte nel 1951 alla costituzione del gruppo bordighiano di sinistra, sorto in seno al Partito Comunista Internazionalista, con Bruno Fortichiari, Onorato Damen e Arrigo Cervetto riunitosi a Napoli il 1° settembre. Probabilmente nel DNA dei comunisti vi è il morbo della scissione, tanto più acuto, quando più si dichiarano alla sinistra di qualcun altro e, infatti, non trascorsero molti mesi e questo gruppo si scisse in due nuove micro frazioni: da un lato Damen e Fortichiari, portandosi appresso due periodici, Battaglia comunista e Prometeo, dall’altro Bordiga riorganizzatosi intorno al periodico, Programma Comunista, diretto da Bruno Maffi. [61] Se rimane valida la nostra ipotesi iniziale, Antonio Cecchi seguì, ancora una volta, il suo irrequieto compagno di lotte. L’ipotesi è tanto più verosimile considerando la scelta fatta anche da un altro antico sovversivo, Luigi Balzano (1900 – 1954), uno dei quattro uomini più pericolosi di Napoli nel 1944, secondo Eugenio Reale, anche lui irriducibile al fianco del fondatore del PCd’I in questa nuova avventura.

Di sicuro continuò a frequentare fino agli ultimi giorni gruppi d’irriducibili in un bar di Piazzetta Matilde Serao, trasformato in un “covo di rivoluzionari”. Veniva spesso a Castellammare dove continuava a vivere il resto della sua famiglia originaria. Camillo era scomparso nel 1943, Mario era morto a 53 anni, il 16 giugno 1958 in un incidente stradale ad Agerola, ma restava Pasquale già sindaco dal 1946 al 1954, poi consigliere provinciale e senatore della Repubblica, ma ancora consigliere comunale e le sue due sorelle, Rosa e Giovanna, ispettrici scolastiche. Un vecchio compagno, Luigi Alfani (1922 – 2006), dirigente del PCI e della CGIL, a cui chiesi se sapeva qualcosa di Antonio Cecchi, se per caso lo avesse conosciuto, mi disse, come parlando tra sé: Antonio Cecchi, il professore…era un bordighista…un pazzo., la stessa cosa sentii dirmi dal professore Guido Cecchi, un loro cugino residente a Napoli da sempre: ”Aveva idee strane, troppo lontane dalle mie. Morì praticamente tra le mie braccia, nel suo letto.

Era il 1° ottobre 1969, aveva 74 anni e fu sepolto nella tomba di famiglia, nel cimitero di Castellammare, dove ancora si conservano i resti mortali di Basilio e degli altri componenti della famiglia.

Antonio Cecchi fu grande idealista, studioso di problemi politici e sociali, fu combattente per la libertà, per l’emancipazione delle classi lavoratrici e per il progresso sociale. Subì persecuzioni e sofferenze che egli sempre affrontò con forza e serenità. Professore di Lettere, di Filosofia e di Diritto, profuse nella scuola tesori di intelletto e di sapere, fu apprezzato e stimato da superiori e colleghi, fu amato e venerato dai discepoli che ne esaltarono l’ingegno e la cultura. Ora ha chiuso la sua vita terrena lasciando nei suoi cari un gran vuoto e un inconsolabile dolore. [62]

 
[1] Francesco Barbagallo: Stato, parlamento e lotte politico sociali nel Mezzogiorno. 1900-1914, Guida Editore 1980, pag. .401-405
[2] Archivio Storico Napoli, d’ora in poi ASN, Gabinetto Prefettura b.57
[3] L’Aurora, n. 16 del 4 dicembre 1910, La nuova tattica della massoneria stabiese. Per tutte le vicende legate alle origini della storia della Camera del Lavoro e del socialismo, vedi Raffaele Scala: Catello Langella (1871 – 1947 Origini del socialismo, della Camera del lavoro e lotta politico sociali a Castellammare di Stabia, nella miscellanea edita dal comune di Castellammare di Stabia nel 2002, Studi stabiani in memoria di Catello Salvati
[4] Avanti! del 29 maggio 1914, art. Verso le elezioni amministrative, “ Scafati. La sezione socialista, presente Bordiga, delibera all’unanimità la tattica intransigente con lista di minoranza. Candida a consigliere provinciale il compagno Camillo Cecchi ”.
[5] La Soffitta , giornale della frazione intransigente, 4 marzo 1912, art. La situazione del partito nel napoletano.
[6] Sulle vicende del Circolo Carlo Marx e sull’impegno politico del giovane Amedeo Bordiga, anche sull’area stabiese torrese, cfr Michele Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli, La Nuova Italia , 1971
[7] Aurora n. 17 del 18 dicembre 1910, art. Ancora la massoneria stabiese: Per l’opera assidua e pertinace dell’ex Rodolfo Rispoli, il quale occupa un alto posto in massoneria, la loggia massonica Pitagora di Castellammare è stata ricostituita. Essa si è prefissa lo scopo di radunare nel suo seno i principali dirigenti dei partiti popolari per sfruttare il lavoro degli incoscienti giovanotti socialisti (…). I massoni sono riusciti ad infilarsi non solo nel partito radicale e repubblicano e quello cosiddetto democratico, ma anche nella sezione socialista che ormai è asservita alla loggia…
[8] Michele Fatica: cit.
[9] Gli altri due deputati socialisti eletti – ma non iscritti al partito – erano Ettore Cicciotti e Carlo Altobelli. Al Congresso di Ancona la sezione stabiese delegherà Benito Mussolini, leader degli intransigenti, con questo ordine del giorno pubblicato sull’Avanti! Il 17 marzo 1914: “ La sezione stabiese riunita in assemblea il 10 marzo 1914, discutendo in ordine alle prossime elezioni amministrative, considerando che i blocchi si sono sempre risolti in danno del Partito, deliberano di affidare il mandato intransigente al suo rappresentante al Congresso nazionale di Ancona, riservandosi di esprimere il proprio parere sulla piattaforma da seguire appena saranno pervenute le relazioni del segretario. Il mandato di rappresentare la sezione è stato affidato al compagno Benito Mussolini”.
[10] Michele fatica, cit.
[11] Franca Pieroni Bortolotti: Francesco Misiano. Vita di un internazionalista, Editori Riuniti Roma, 1972
[12] Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, d’ora in poi ACS, CPC Antonio Cecchi, busta 1219, fasc. 44931
[13] Confrontare l’intera vicenda su Michele fatica, cit.
[14] ibidem
[15] ibidem
[16] Angelo Acampora – Giuseppe D’Angelo: Le fonti bibliografiche per la storia di Castellammare di Stabia, pag. 167, Nicola Longobardo Editore. In precedenza il plesso scolastico era intitolato al padre del Duce, Sandro Mussolini, morto nel 1910.
[17] Camillo scomparirà nel 1943 ad Angri dove risiedeva con la moglie ed esercitava la professione medica, Mario perirà in un incidente automobilistico ad Agerola il 16 giugno 1958.
[18] ACS, CPC Antonio Esposito, busta 1894, fasc.123625
[19] ACS, CPC, Antonio Cecchi
[20] ACS, CPC, Antonio Cecchi
[21] ASC, CPC, Catello Langella, busta 2713, f .103031 e cfr Raffaele Scala, cit.
[22] Soviet del 14 maggio 1919, Grandiosa manifestazione per il 1° maggio.
[23] Angelo Tasca: Nascita e avvento del fascismo, pag. 37, Universale Laterza 1982.
[24] ibidem
[25] Antonio Barone, cit. pag. 64
[26] Cfr Tesi della Frazione Comunista Astensionista sul parlamentarismo pubblicate dal Soviet, il 3 ottobre 1920
[27] Soviet, n.2 dell’11 gennaio 1920, art. Castellammare. L’ adesione alla Frazione e n. 12 del 25 aprile, art. Dai gruppi aderenti alla Frazione. Nella vicina Torre Annunziata si ebbe esito contrario, con 48 elezionisti e 8 astensionisti su 79 iscritti, ma questa sezione era dominata dal carisma di Gino Alfani, convinto elezionista e pronto ad allearsi con il blocco popolare, come aveva dimostrato la vittoria socialista nelle amministrative del 1914. Stessa sorte a Gragnano dove su 24 iscritti, 12 erano elezionisti e soltanto 3 astensionisti.
[28] Antonio Barone, Piazza Spartaco, Editori Riuniti, 1974, cfr anche Soviet n. 15 del 30 marzo 1919, art. “Lega impiegati privati di Castellammare”. Raffaele Guida rimarrà socialista per tutta la vita: responsabile della Commissione Interna nella Navalmeccanica nel secondo dopoguerra, ricostituirà nel 1943 la sezione socialista di cui diventerà Segretario ed eletto consigliere comunale per quattro consiliature, fino alla prima metà degli anni sessanta. Scomparirà nel 1967. Cfr. Raffaele Scala
[29] ACS, Ministero Interno. Stampa. it, La Voce. 1912-1920, busta 23
[30] ibidem
[31] Il Partito Socialista passò dai 58mila iscritti del 1914 ai 216mila del 1920, salvo precipitare ai 10mile del 1923, la CGL balzò dai 321mila iscritti del 1914 a ben 2.150mila del 1920, per poi ritornare sotto i 250mila nel 1923.
[32] Angelo Tasca: Nascita e avvento del fascismo, pag. 122
[33] Soviet del 18 febbraio 1922, art. Moniti e propositi di Ortensia De Meo Bordiga
[34] Secondo De Ianni ai cinque incarichi ricoperti da Borraccetti, corrispondevano cinque stipendi, ma su questo nutriamo seri dubbi. Vedi Nicola De Ianni, cit.
[35] Ugo Girone sarà espulso dal PCd’I nel giugno 1925, per gravi mancanze disciplinari, in realtà per avere aderito al Comitato d’Intesa di Bordiga e per avere agito come funzionario di parte, percependo uno stipendio e accusato di frazionismo ma reintegrato dopo qualche settimana a seguito delle vibrate proteste di Amedeo Bordiga. Arrestato nel 1928 diventerà quasi subito un confidente della polizia politica, subito scoperto da Eugenio Mancini. Il suo nome sarà inserito nella lista dei confidenti dell’OVRA pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 145 del luglio 1946
[36] Raffaele Colapietra: Napoli tra dopoguerra e fascismo, cit. pag. 176/180
[37] A Torre Annunziata veniva ucciso in un agguato, Diodato Bertone, operaio socialista, dirigente della Camera del Lavoro, sindacalista delle Ferriere del Vesuvio, padre di nove figli, barbaramente trucidato in un agguato con diversi colpi di pistola, la notte del 25 febbraio 1921.
[38] Fasci di Combattimento si aprivano a Torre Annunziata il 23 febbraio 1921 su sollecitazione dello stesso gerarca Nicola Sansanelli e a Gragnano il 21 aprile, sotto la guida di Giacomo Cuomo.
[39] Soviet del 27 marzo 1921, come ripreso da Antonio Barone in Piazza Spartaco, cit. pag. 167
[40] ACS; MI DGPS, AGR, Confino politico busta 229, Informazioni sul conto di Antonio Cecchi, 23 dicembre 1926
[41] Catello Bruno era nato a Castellammare di Stabia nel 1898, operaio dei CMI, partecipò ai fatti di Piazza Spartaco del gennaio 1921, durante il fascismo ricostruì con Luigi Di Martino una cellula comunista clandestina composta da una quindicina di militanti. Arrestato nel gennaio 1936 con altri membri del gruppo per avere diffuso volantini contro il fascismo, fu condannato al confino da scontare a Ventotene. Qui, il 23 marzo 1936 fu raggiunto da un nuovo mandato d’arresto perché contro di lui emersero altri elementi di sovversione politica e denunciato con i fratelli Perez, Guglielmo e Francesco, Vincenzo Giordano, Amedeo Bacchi e Luigi Blundo, a loro volta già proposti per il confino. Nuovamente assolto, fu definitivamente scarcerato in luglio. Cfr. ACS CPC, Catello Bruno, busta 865 e ACS, MI, DGPS, AGR, Confino Politico, busta 158
[42] Antonio Barone: Gramsci e Bordiga. Uno storico incontro, Cultura e Territorio n. 9, 1992 pag. 133/140
[43] Rosa Spadafora: Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania. Ed. Athena, 1989. Notizie su D’Auria sono state rilevate anche consultando l’archivio dell’ufficio anagrafe di Castellammare.
[44] ACS, MI, DGPS, AGR, Confino politico, Antonio Cecchi, cit
[45] ibidem
[46] ibidem
[47] ACS, CPC, Antonio Cecchi
[48] Il matrimonio tra Mario Cecchi e Adelaide Amendola sarà annullato dal Tribunale di Roma il 15 giugno 1945
[49] ACS, CPC, Antonio Cecchi
[50] Antonio Cecchi con lo pseudonimo di Antonio Guido Sarnico: L’ideale educativo e la formazione spirituale del maestro della nuova Italia, Edizioni La Corrente , 1938, XVII E. F.
[51] ACS CPC, Antonio Cecchi
[52] Cfr. nota 7
[53] Lo Stato Operaio, n. 12, dicembre 1934, Il gruppo del Soviet nella formazione del PCI, di Giuseppe Berti
[54] Mario Palermo: Memorie di un comunista napoletano
[55] Antonio Alosco: Alle radici del sindacalismo, SugarCo edizioni, 1979
[56] Norman Lewis: Napoli ’44, pag. 175, Adelphi 1998
[57] Maurizio Valenzi: C’è Togliatti, pag. 127, Sellerio Editore 1995
[58] Antonio Alosco, cit.
[59] I Quaderni di Rassegna sindacale, n. 117 di novembre dicembre 1985: I Congressi della CGIL. 1945-1981
[60] ASC, Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo, busta 524
[61] Franco Livori: Amedeo Bordiga, pag. 379/381
[62] La frase è scritta sul retro dell’immaginetta fatta stampare dalla famiglia a seguito della morte di Antonio Cecchi, probabilmente scritta dal fratello Pasquale, se non dalla stessa moglie, Tullia.
 
 

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Nato a Castellammare di Stabia, laureato in sociologia, sposato con due figli, vive a Santa Maria la Carità, lavora a Napoli, è autore di diverse pubblicazioni di carattere storico incentrate sulla storia del movimento operaio stabiese e del suo circondario.

2 pensieri su “Antonio Cecchi: storia di un rivoluzionario

  1. raffaele

    Quando pubblicai questo saggio, nell’ormai lontano 2008, ero consapevole dei vuoti biografici che non ero riuscito a coprire e questo, inevitabilmente, incise su alcuni giudizi di merito. A distanza di anni, ho ritrovato nuova e interessante documentazione che mi stanno portando a riscrivere l’intera seconda parte. Rimarrà ancora il silenzio sugli ultimi venti anni, anni in cui sembra essere stato cancellato dalla storia, un destino questo comune a molti comunisti che scelsero la dissidenza nei confronti del rigido stalinismo, imposto anche ai partiti comunisti dell’Europa occidentale dalla guerra fredda. Rimane la possibilità, per quanti lo hanno conosciuto, ancora viventi, di poter testimoniare sugli ultimi anni del grande rivoluzionario. Chiunque abbia notizie e voglia contattarmi lo faccia senza indugi. Avrà la mia eterna gratitudine e di quanti amano la storia del movimento operaio dell’area stabiese torrese.

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