
Fanny Lewald a Castellammare
di Giuseppe Zingone
Introduzione
C’è una cosa che noi meridionali sappiamo fare meglio di chiunque altro, ed è l’arte dell’accoglienza. Ma non quella dei grandi alberghi con i camerieri in livrea che ti sorridono solo se vedono il portafoglio gonfio; no, parlo di quell’ospitalità verace, spontanea, che Luciano De Crescenzo avrebbe definito “un atto d’amore puro“, senza dimenticare che abbiamo anche tanti problemi ancora da risolvere.
Ebbene, nell’estate del 1846, una scrittrice tedesca colta e sensibile di nome Fanny Lewald1 decise di scendere quaggiù, tra Castellammare e Sorrento. Nel suo Italian Sketch-book, Fanny ci ha lasciato un ritratto straordinario delle nostre terre.
Leggendo le sue pagine, mi è sembrato di sentire l’eco delle commedie di Eduardo, dove la miseria e la nobiltà d’animo ballano insieme lo stesso valzer. Fanny guarda la nostra gente non con la puzza sotto il naso del turista nordeuropeo, ma con lo stupore incantato di chi, abituato alle nebbie e ai silenzi di casa sua, viene travolto da una cascata di sole, di canzoni alla chitarra, di profumo di zagare e di occhi neri che ridono.
I LUOGHI DELLE VACANZE DI MARE
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Castellammare non è altro che la Baden-Baden2 dei napoletani, il luogo eletto dove la “buona società” di Napoli ama passare i mesi estivi. Questa piccola cittadina si allunga pigramente sulla riva del mare, proprio ai piedi di una collina verdeggiante e ricca di boschi, sul cui pendio sorge la residenza estiva del Re di Napoli.Già il nome, Quisisana, dice tutto: qui si sana il corpo e lo spirito, grazie alla salubrità dell’aria. Tutta la collina che unisce Castellammare a Quisisana è un ricamo fitto di case di campagna e villini che fanno capolino, con grazia, tra i vigneti lussureggianti e i boschi di castagni. Una strada ben curata conduce fino alla dimora reale; tuttavia è così ripida che persino una carrozza leggera, trainata da una coppia di cavalli, fa una faticaccia enorme a salirci.
Ed è per questo motivo che i villeggianti di Castellammare, di santa ragione, preferiscono affrontare la salita a dorso di mulo o di asinello, specialmente se l’intenzione è quella di raggiungere la vetta: oltre la residenza del Re, infatti, le carrozze non possono più proseguire.
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Non vi aspettate, però, di trovare qui una stazione termale intesa alla maniera tedesca, con tutte quelle formalità rigide. Né a Castellammare, né a Sorrento e nemmeno a Vico esiste un “Casinò” o una sala da ballo dove la gente si ritrova per il gioco, la musica o le danze di società; e scordatevi pure quei viali di passeggio eleganti e ghiaiosi, rallegrati dalla musica della banda militare.A Sorrento, che è la meta preferita dagli artisti, ognuno viene lasciato a se stesso, libero di naufragare nei propri pensieri e sognare per ore nei magnifici giardini del Piano di Sorrento, o tra quegli aranceti ombrosi e profumati che si sporgono sul mare azzurro e immobile. Qui la felicità sta tutta nel sapersi godere l’armonia intatta di una natura sovrana e generosa.
Inoltre, i proprietari delle case private che affittano le stanze ai forestieri non sono stati ancora “corrotti” da quella che noi chiamiamo civiltà: non hanno perso il fascino della loro primitiva semplicità e di quella fiducia innata verso il prossimo. Dai pittori tedeschi avevo sentito raccontare meraviglie sulla cordiale ospitalità dei sorrentini, ma non avevo ancora avuto modo di provarla sulla mia pelle; durante il mio soggiorno a Sorrento, infatti, ero ospite di amici che avevano affittato un’intera villa con tanto di servitù.
Ma una sera dell’estate del 1846, di ritorno a Sorrento parecchio tardi da un’escursione a Capri con un gruppo di amici, non mi andava proprio di disturbare i miei ospiti a quell’ora sconsiderata. Decisi così di rimediare una stanza per la notte nello stesso palazzo dove alloggiavano i miei compagni di viaggio. Ebbene, la realtà ha superato di gran lunga ogni racconto sulla leggendaria accoglienza sorrentina.
La famiglia era composta da padre, madre, due figli grandi e ben sei figlie femmine, oltre a un neonato un po’ graciletto, il “figlio della vecchiaia”, che era l’idolo e il tesoro di tutta la casa. Le sette donne della famiglia, alle quali portavo i saluti affettuosi di un mio amico che era stato loro inquilino tempo prima, mi accolsero con un entusiasmo travolgente, manco fossi una di famiglia. Una delle ragazze mi fece accomodare sul sofà, altre si affrettarono a silarmi le scarpe per farmi stare comoda, controllavano i miei vestiti, mi portavano rinfreschi,
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e mi misero persino in braccio il fratellino neonato per mostrarmelo con orgoglio. Mi fecero vedere i regali ricevuti da quell’amico comune, il quale, durante una lunga malattia, era stato accudito dai figli maschi con l’amore di un fratello. Fui travolta da queste e da mille altre attenzioni affettuose. A dire il vero, forse un briciolo di premura in meno mi avrebbe lasciata più a mio agio, ma l’intenzione era così pura che non si poteva non voler bene a quella gente.Dopo cena, due delle ragazze ci accompagnarono sul terrazzo sul tetto della casa. La notte era di una bellezza che levava il fiato. Un profumo intenso di zagare saliva dai giardini vicini e, tutt’intorno ai muretti del terrazzo, fiorivano in grandi vasi di terracotta una quantità industriale di garofani rosso cupo. Il mare era una tavola d’argento splendente. Su richiesta dei miei compagni, le ragazze presero le chitarre e cominciarono a suonare e cantare per noi. Non avevano voci da usignolo, sia chiaro, ma la melodia e il sentimento erano così perfettamente in sintonia con la magia della serata che ne restammo tutti incantati.
Alla fine salì la madre, decretando con autorità materna che per me era giunta l’ora del riposo. Mi lasciai scortare in camera da tutte e sette le donne, sfilando come una bambina. Con una certa fatica riuscii a convincerne cinque a lasciarmi sola: ero sfinita e desideravo solo dormire. C’era qualcosa di incredibilmente singolare nei loro modi; mi sembrava di essere finita in mezzo a una tribù di indigeni del Pacifico, ma di quelli buoni e generosi.
Ogni mio oggetto, il nécessaire, le cose da toeletta che erano comunissime, accendevano la loro curiosità fanciullesca. E persino dopo che la buona madre, a dispetto del caldo estivo, mi ebbe rimboccato le coperte fin sotto le orecchie con un piumone pesante e fatto sparire i canarini dalla stanza per non disturbarmi, una delle figlie tornò indietro, in punta di piedi, solo per vedere se mi fossi addormentata.
Questo genere di “servizio di corte”, lo confesso, a lungo andare sarebbe stato insopportabile, ma per una sera me lo sono goduto di cuore. Nel giro di due ore ero stata messa al corrente di tutti gli affari di cuore delle figlie e dei fatti intimi della famiglia. Una di loro era fidanzata con un falegname, proprietario di una bottega di quegli splendidi oggetti in legno intarsiato che si fanno a Sorrento; il matrimonio era ormai alle porte.
Due delle ragazze aiutavano la madre nelle faccende domestiche, mentre le altre andavano a lavorare “fuori”: venivano impiegate nei giardini vicini per avvolgere le arance nella carta velina argentata e sistemarle nelle cassette per l’esportazione. Guadagnavano circa otto pence al giorno. Con questi soldini si compravano i vestiti.
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Mi mostrarono furiose alcuni abiti di cotone stampato molto vistosi, entrati nel paese di contrabbando e acquistati, di conseguenza, a un prezzo stracciato. Due pezze di tessuto non erano ancora state tagliate e, siccome mi scappò di elogiare il disegno e di dire che erano davvero un affare, le sorelle insistettero in tutti i modi affinché scegliessi quella che mi piaceva di più per acquistarla, assicurandomi che, grazie a un capitano loro amico, avrebbero presto rimpiazzato la stoffa.Mi offrirono in dono scatole di legno intarsiate dal fidanzato e babbucce ricamate a mano; riuscii a rifiutare quei doni gentili solo spiegando che alla frontiera del mio Paese non mi avrebbero mai permesso di introdurli.
Quando mi svegliai la mattina dopo e suonai il campanello, lo “sciame” mi circondò di nuovo. Anche se mi dava un po’ fastidio tutta quella confusione, non ebbi il coraggio di cacciarle. Vollero a tutti i costi acconciarmi i capelli e prepararmi la borsa da viaggio. E giù con altre storie, pettegolezzi e domande senza fine!
Devo ammettere che la cena della sera prima era stata mediocre e il caffè lasciava molto a desiderare, ma il letto — come tutti i letti italiani — era comodissimo, e quei modi così singolari e affettuosi mi avevano scaldato il cuore. Non dimenticherò facilmente quelle ragazze così cordiali, con i loro occhi neri e ridenti e la loro vitale laboriosità. Vi dico la verità: mi sono sentita molto più allegra e felice tra loro che in tanti alberghi di lusso, dove camerieri assonnati ti offrono solo un servizio freddo e mercenario.
A Sorrento, comunque, non mancano alberghi o pensioni: ce n’è per tutte le tasche e per tutte le pretese, e persino i sofisticati inglesi si trovano magnificamente al Tasso o alla Cocumella. Dico questo per rassicurare i molti che potrebbero non gradire, a differenza mia, l’idea di alloggiare, sia pure per una sola notte, nel bel mezzo di una verace famiglia del popolo.
Il mattino seguente, ritornando nella nostra casa alla Marina di Castellammare, trovai i miei due amici già sul balcone, con i binocoli puntati verso il mare. Tutta Castellammare era in subbuglio, e la popolazione sembrava essersi radunata in massa sulla spiaggia. Uomini eleganti, vestiti con leggere giacche bianche — un abbigliamento azzeccatissimo per le mattine estive del sud — si facevano largo tra una folla di venditori di cibo e di asini. Questi ultimi, non contenti di stare sulla riva, entravano direttamente in acqua per andare incontro ad alcune barche cariche di gente che si stavano avvicinando rapidamente alla spiaggia.
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Quelle imbarcazioni trasportavano parte degli equipaggi delle navi del Principe di Joinville;3 la sua flotta, infatti, durante la notte precedente aveva gettato l’ancora nel porto di Castellammare, a poca distanza dalla riva. Questo era un evento capace di creare un’agitazione enorme in un luogo di villeggiatura come Castellammare, dove all’epoca si trovavano radunati molti uomini di Stato.Francesco d’Orléans, principe di Joinville, ritratto da Franz Xaver Winterhalter nel 1843, Reggia di Versailles
Ma anche chi non si interessava minimamente di politica era ansioso di vedere il principe, e aspettò pazientemente sulla spiaggia finché non si seppe che sua altezza era sbarcato di prima mattina e, montato su un asinello, se n’era andato quatto quatto verso Quisisana per fare visita ai reali napoletani. Per i due giorni successivi non si parlò d’altro: il Principe di Joinville, la festa che il Re stava per dare in suo onore a Capodimonte e il gran ballo che si sarebbe tenuto a bordo della nave ammiraglia francese.
Di lì a poco apparve persino sulla Gazzetta di Augusta una cronaca pomposa di queste feste, descritte come se fossero realmente avvenute. Nel frattempo, noi che eravamo a Castellammare non vedemmo la minima ombra di festeggiamenti; e mentre la parte femminile della città era ancora indaffarata a preparare gli abiti da ballo per l’occasione, con grande costernazione di tutti la flotta francese levò l’ancora. Furono scambiati i colpi di cannone di saluto tra le navi da guerra francesi e quelle napoletane, e il Principe di Joinville fece vela verso Civitavecchia per andare a congratularsi con il nuovo Papa4 a nome di Luigi Filippo.
Così, i villeggianti di Castellammare furono lasciati di nuovo a se stessi e ai loro soliti passatempi per far passare il tempo. Il bagno al mattino e, la sera, le passeggiate a Gragnano, Pompei, Vico, una camminata sulla collina fino a Pozzano, un giro in barca verso i ruderi del Castello di Pozzano (o Neviglione) e un sorbetto prima di andare a dormire al caffè della Marina: ecco in cosa consistevano i divertimenti del posto.
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Oltre a questi piaceri all’aria aperta, la sera non mancavano piccole riunioni nei circoli di amici, sfarzosi pranzi dal Barone Rothschild5 e, il sabato sera, i ricevimenti dell’ambasciatore russo. Questi ultimi offrivano uno spettacolo pittoresco e, per certi versi, forse unico al mondo. La residenza del principe Potocki6 si trovava su uno dei punti più alti della collina, tanto che si potevano scorgere fin da lontano le luci ospitali che brillavano in mezzo a quel labirinto di piante rampicanti che adornavano la veranda.Avvicinandosi alla villa, si potevano vedere gentiluomini in alta uniforme e signore in abito da gran ballo, con i fiori tra i capelli, che salivano la collina a dorso d’asino per partecipare alla serata dell’ambasciatore.
La strada che sale sulla collina oltre Quisisana è un sentiero incassato, profondamente ombreggiato da maestosi alberi di castagno. Di notte è illuminata solo fiocamente da lanterne, il cui debole barlume permette appena di evitare i sobbalzi del sentiero e di riconoscere i profili di chi ti precede. Non appena si lascia la città e ci si immette in quella strada silenziosa, buia e in salita, un leggero rumore di zoccoli colpisce l’orecchio.
Svoltando un angolo improvviso della collina, ti compare davanti il berretto rosso e la camicia bianca di un ciucciaio (un conducente d’asini) che tiene per la briglia la sua bestia; sopra vi siede una figura snella le cui vesti candide e leggere ondeggiano nella brezza della sera, mentre dal cappuccio della sua scura mantiglia sfuggono, liberi, riccioli lunghi e graziosi. Questa visione appare così all’improvviso che si rischia quasi di venirsi addosso. Subito dopo compare una brigata di allegri cavalieri e, mentre passano, cogli al volo qualche parola sulla bellezza di una donna o sul valore di un cavallo, o su qualche altro argomento altrettanto appassionante.
Mamme dal portamento robusto hanno bisogno di ben due ciucciari per guidare i loro asini affannati, mentre guardano ansiose le figlie giovani che giudicano il passo delle loro bestie fin troppo lento, tanto sono impazienti di godersi i piaceri del galoppo e della mazurka che le attendono alla fine del viaggio. E tutto questo accade nel silenzio di una natura dolce e profumata, mentre miriadi di lucciole brillano sul terreno e, sopra la testa, splende quel cielo limpido e luminoso che rende la notte una stagione così deliziosa nei paesi del sud. È impossibile immaginare una scena più incantevole.
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Ma lo spettacolo era ancora più bello quando, intorno a mezzanotte, lasciando le stanze brillanti dell’ambasciatore, tutta quell’allegra folla di ospiti montava di nuovo a dorso d’asino all’ingresso della villa. Le luci della dimora risplendevano su di loro mentre si disperdevano in piccoli gruppi attraverso i vicoli bui e le strette gole della collina. C’era qualcosa di magico, quasi di fatato, in quella scena. Poi, una volta completata la discesa e raggiunta la Marina, nessun rumore rompeva il silenzio della notte, se non il dolce mormorio delle onde che si infrangevano sulla spiaggia sabbiosa. Intanto lo sguardo si posava sul Vesuvio, da dove fieri pennacchi di fiamme salivano verso il cielo per poi disperdersi in piogge di fuoco attorno alla montagna, alla cui base riposavano centinaia di esseri umani, in un sonno pacifico e senza pensieri. Il ricordo di una di quelle notti ti restava dentro come la visione di una favola, le cui immagini poetiche erano troppo vive per poter essere cancellate dalla memoria.7
Conclusione
Cosa resta, oggi, della Castellammare e della Sorrento descritte da Fanny Lewald? Restano i profumi, restano i tramonti d’argento sulla Marina, e resta — ne sono sicuro — quell’anima verace e fanciullesca che la scrittrice tedesca paragonò ai popoli del Pacifico. Cambiano i tempi, passano i re e i principi, i ciuciari non portano più i nobili russi a Quisisana e le arance non si incartano più a mano nei giardini per otto pence al giorno. Ma l’essenza di questa terra, quella dignità ironica e appassionata che Raffaele Viviani metteva in musica nei suoi drammi di popolo, quella non ce la toglierà mai nessuno.
Note:
1. Fanny Lewald, )Königsberg, 21 marzo 1811 – Dresda, 5 agosto 1889) è stata una celebre scrittrice, saggista e attivista tedesca . Pioniera dell’emancipazione femminile, ha promosso il diritto all’istruzione e all’indipendenza economica delle donne. Tra le sue opere più importanti spiccano il romanzo Jenny (1843) e l’autobiografia Storia della mia vita.
2. Baden-Baden è una celebre ed elegante città termale della Germania, situata nel Land del Baden-Württemberg, ai margini della suggestiva Foresta Nera. Rinomata fin dall’antichità romana per le sue sorgenti calde curative, nel 2021 è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità UNESCO come parte delle “Grandi città termali d’Europa”.
3. Francesco d’Orléans, principe di Joinville, Neuilly-sur-Seine, 14 agosto 1818 – Parigi, 16 giugno 1900), è stato un nobile, militare e politico francese.
4. Il nuovo papa eletto nel 1846 fu il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, che prese il nome di Pio IX. Fu eletto il 16 giugno 1846 e incoronato il 21 giugno, dando inizio al pontificato più lungo della storia della Chiesa dopo quello tradizionalmente attribuito a San Pietro.
5. Nathaniel de Rothschild, Londra, 2 luglio 1812 – Parigi, 19 febbraio 1870) è stato un banchiere ed enologo britannico. Era il quarto figlio di Nathan Mayer Rothschild, e di sua moglie, Hannah W. Cohen. Era un membro della famiglia di banchieri Rothschild d’Inghilterra, strettamente connessa alla famiglia di banchieri Rothschild di Francia.
6. Molto probabilmente si tratta di: Maurycy Eustachy Ludwik Potocki nato il 13 gennaio 1812 a Varsavia , morto il 13 gennaio 1879 a Krzeszowice – figlio di Aleksander Stanisław Potocki.
7. Fanny Lewald, The Italian Sketch-Book, (tradotto dal tedesco), London 1852, pag. 195-201.

Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l’arte, la fotografia e l’amore per la sua Castellammare di Stabia.





