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Prigioniera

Gioacchino Ruocco

Me manca ll’aria

In tema di CORO ultimo contro i provvedimenti adottati da qualche giorno dal GOVERNO, ricordo che avevo auspicato fin dall’inizio, quando fu adottata la prima zona rossa, memore dell’attività prevenzionistica che come ispettore del lavoro,avevo svolto presso la ASL RMD di Ostia Lido senza mai negare una contravvenzione a nessuno, la chiusura delle frontiere e una zona rossa che comprendeva tutto il territorio italiano per la durata del periodo di incubazione del virus per almeno 15 giorni per prendere coscienza dei provvedimenti da adottare nell’immediato e per il futuro. Parlarono in tanti sottovalutando il rischio che invece deve essere previsto da subito come pandemia.
In famiglia fui guardato come il matto del momento anche se i fattori erano talmente evidenti per chiudere le frontiere e dare quindici giorni di ferie pagate a tutti senza avere sul groppone i morti, le maldicenze e tutte le altre considerazioni che ci sono piovute addosso dall’estero e dall’interno del paese ad opera delle opposizioni e di tutti gli esperti del caso con un turno di ferie anticipate per il periodo della quarantena  da recuperare nel tempo avvenire  senza caricarci di ulteriori spese,cassa integrazione e aiuti ai settori più danneggiati.
A volte, anche io, sento la necessita di uscire, non di prendere aria che a casa mia, a secondo della direzione del vento, mi arriva o dal mare o dalla pineta, abitando ad Ostia Lido ad un passo dal mare e a 100 metri dalla Pineta che lambisce il tratto ferroviario della Metropolitana di Roma perché uscire dà un senso di libertà che il prendere aria non assomma nella sua limitatezza e allora anche a me sembra che….

Prigioniera

Prigioniera (foto Enzo Cesarano)

Me manca ll’aria
( Gioacchino Ruocco – marzo 2020 )

Me manca ll’aria
e me stongo affliggenno
pe chesto cerco ‘e ascì
cu ogne bbona scusa
pecchè si no m’arrenno.

Ma cerco ‘e me st’attiento
‘e fà ‘e st’asciute uso
justo p’’o nicessario
pecche cu ll’uocchie ‘a fora
me sento carcerato
comme nun maie
m’ero capitato.

Forse è ‘a vicchiaia
ca m’è data ‘ncuollo,
ma suro int’a sti panne
ca tu m’è miso ‘ncuollo
e sento ‘a voglia ‘e ascì
fore ‘o terrazzo,
fore ‘o balcone,
fore a stu palazzo
si no ‘devento pazzo.

Si fosse nu guaglione
pateme alluccasse
ma io le rispunnesso:
– Sule duie passe.
Sicuro? Me dicesse:-
Addò vuò Jì?

Fattelle’ncopp’a ll’asteche
o dint’’o ciardino
ca stà areta ‘a casa,
fore ‘o terrazzo
o attuorno ‘o palazzo
facenno attiento
a sta luntano a ll’ate,
comme è raccumadate
e lascia perde
ogne tentazione.

‘A nnammurata
sta bbona addò mo stà.
Pienze a passà ‘a jurnata
ca ‘int’’a nuttata duorme
senza me turmentà.

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Templi stabiani

Templi dell’era pagana presenti a Stabia

a cura di Gioacchino Ruocco

Templi stabiani

Templi stabiani

Tempio di Ercole:

Eretto sull’isoletta, o pietra, o scoglio che da tal tempio prese il nome; e del quale fa menzione Plinio (libro XXXIII, cap. 2) dicendo: nel territorio stabbiano, alla pietra di Ercole, ec. Ec. (pag. 10).

Tempio di Fano:

Dedicato a Diana: nel qual luogo é attualmente edificato il Convento di San Francesco di Paola e la chiesa di S. Maria a Pozzano, la di cui storia venne scritta dal P. Serafino Ruggieri, dello stesso ordine. (pag. 12). Continua a leggere

'o Pezzaro

Pezzaro (antichi mestieri)

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


‘o Pezzaro
( a cura di Gioacchino Ruocco )

'o Pezzaro

‘o Pezzaro

Era un raccoglitore di stracci, di pezze ormai inservibili, di strofinacci di cucina, di ritagli di stoffe prodotti da sarti artigianali, di stoffe ormai logore, di abiti sdruciti ritenuti non più utilizzabili o recuperabili ne con rattoppi, ne con rammendi o di poco conto, di stoffe imputridite, di calzini non più recuperabili, di risultanze di accorciature di pantaloni, di maniche di camicie portati a casa, ma mai più utilizzate perché non ne valeva la pena per i costi della mano d’opera che sopravanzava il costo di una camicia nuova o di un indumento che non ha qualità eccelse. Passava di tanto in tanto per i quartieri della città, senza scadenze precise. Non era un personaggio improvvisato, il più delle volte aveva alle spalle attività di recupero o era affiliato ad una di esse. Continua a leggere

Le chiese censite sul territorio di Castellammare di Stabia nel 1636

( a cura di Gioacchino Ruocco )

Le informazioni sono tratte dal “Tavolario” di Orazio Conca che nel 1636 su invito del vicerè di Napoli, Manuel de Zuniga, fu approntato per una indagine patrimoniale volta a stabilire il valore della città di Castellammare di Stabia ( i dati sono trascritti nella relazione originale ).

La Chiesa stabiana (foto Corrado di Martino)

La Chiesa stabiana (foto Corrado di Martino)

Ecclesia Vescovale Catridale

Grande a tre navi, con pilastri guarniti di piperni con buon disegno di architettura, coverta a lamia [e] con tre porte. Nell’affacciata d’essa vi è l’altare magiore con custodia dove di continuo assiste il Santissimo con Crocefisso di relevio; al sinistro et destro lato d’essa vi sono dece cappelle sfonnate a lamia, con cone di buona pittura di diversi santi, con l’altare privilegiato, catrida, con apparato, pergolo, fonte battesimale, sacrestia con tutte le commodità d’apparati, quattro campane coll’orologio, coro con organo; viene servita et officiata dal suo Clero, consistente il suo Vescovo con sua dignità, dieci canonici, 30 previti sacerdoti et 50 chierichi, con entrata il detto Vescovo de annui ducati 1000 incirca, et detta dignità et canonici annui ducati 80 per ciascheduno; et li sacerdoti vivono de loro entrate. Contiguo a detta chiesa vi è il Palazzo Vescovale dove risiede detto vescovo; et anco vi è congregazione di particolari.

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Venditore fichi d’India (antichi mestieri)

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


Venditore di fichi d’India
( a cura di Gioacchino Ruocco )

Venditore fichi d'India

Ieri, al supermercato, tra la frutta in vendita, vicino al banco delle noci fresche, ho trovato anche i fichi d’India. C’erano confezioni da quattro fichi e da sei, per i più voraci. Dalle nostre parti questo frutto nel dialetto parlato è identificato con il nome di figurina. Negli anni vissuti in campagna, presso i nonni materni, nel periodo della sua maturazione ci attrezzavamo per asportare i frutti dalla pianta e consumarli a volontà anche se le raccomandazioni di evitare di farne un’indigestione sopravanzavano quelle di non rovinarci le mani con le spine che li rivestono, quasi a proteggerli contro l’ingordigia di noi ragazzi. Al di là dei semi contenuti al suo interno, che possono piacere o meno, la polpa, quando il frutto è maturo, risulta gustosissima.
Il ricordo delle piante dietro la casa di mia nonna è ancora vivo: le pale, come mani enormi cariche di doni, si protendevano nell’aria per inebriarsi al sole e come tutte le piante succulente, producono un lattice che è un toccasana contro le scottature e le irritazioni; rinfresca la pelle e quasi la rigenera.
Dopo la fine della guerra, col trasferimento definitivo alla casa natia di Vicolo Sorrentino a Mezzapietra, dove i miei abitavano dal giorno del loro matrimonio, la vita nel ritornare al suo tran tran naturale faceva affacciare anche nel vicolo i mestieranti della strada che portavano a domicilio il frutto delle loro iniziative praticate un giorno dopo l’altro per sbarcare in qualche modo il lunario.
Così un giorno vi si affacciarono anche quelli che vendevano i fichi d’india. Erano per lo più dei ragazzi che trascinavano su carrettini di legno che avevano per ruote cuscinetti a sfera, cassette di fichi d’india che vendevano sia singolarmente, sia ad “appizzare”, una sorta di acquisto/lotteria che consisteva nel far cadere il coltello verticalmente con la punta in avanti sopra i frutti deposti nella cassetta per prelevarne tutti quelli conficcati sempre che non si sfilavano dalla lama che doveva restare sempre e comunque perpendicolare alla cassetta. Le prestazioni erano diverse con costi diversi. Per un numero illimitato di “appizzate”, fino a quando l’ultimo frutto sollevato non si sganciava dal coltello, vi era un prezzo, oppure si pagava per il numero di colpi che si desiderava effettuare.
Il coltello era sempre di peso modesto, con la punta acuminata e a lama liscia, senza seghettature che potevano facilitare il cliente nell’asporto. Il coltello non sempre riusciva a penetrare nei frutti per cui il più delle volte si riusciva a prelevarne ben pochi. Quando non si riusciva a prenderne nemmeno uno il ragazzo ne offriva sempre qualcuno come consolazione per la perdita.
Quando invece le cose andavano a sfavore del venditore sorgevano animate discussione sul modo con il quale si era riusciti a sollevare il coltello dalla cassetta con i frutti infilzati. Le chiacchiere continuavano anche dopo quando il venditore usciva dal vicolo quasi sconfitto e si aspettava baldanzosi il prossimo per una nuova scorpacciata.
Il Paliotti nella sua storia a fascicoli della “Canzone Napoletana”, nel fascicolo n. 9, pubblica una stampa a colori di Pasquale Mattei del sec. XIX), ma il soggetto che vi è rappresentato, è lontano mille miglia da quelli che arrivavano nel mio vicolo, dalla loro vivacità e della loro furbizia.
Oggi, a distanza di tanti anni, debbo riconoscere che avevano un carattere eccezionale, una determinazione che il sottoscritto, invece, ha acquisito soltanto nell’età adulta e messa alla prova quando ormai era indispensabile ed ineluttabile.
Comunque i fichi d’india hanno sempre lo stesso fascino e lo stesso sapore, certo, oggi, arrivano in commercio emendati dalle spine e non devi prendere più tante precauzioni nel maneggiarli. Aprirli per consumarli e assaporarli è come aprire uno scrigno dove ci sono sogni che non ti danno requie.