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Templi stabiani

Templi dell’era pagana presenti a Stabia

a cura di Gioacchino Ruocco

Templi stabiani

Templi stabiani

Tempio di Ercole:

Eretto sull’isoletta, o pietra, o scoglio che da tal tempio prese il nome; e del quale fa menzione Plinio (libro XXXIII, cap. 2) dicendo: nel territorio stabbiano, alla pietra di Ercole, ec. Ec. (pag. 10).

Tempio di Fano:

Dedicato a Diana: nel qual luogo é attualmente edificato il Convento di San Francesco di Paola e la chiesa di S. Maria a Pozzano, la di cui storia venne scritta dal P. Serafino Ruggieri, dello stesso ordine. (pag. 12). Continua a leggere

'o Pezzaro

Pezzaro (antichi mestieri)

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


‘o Pezzaro
( a cura di Gioacchino Ruocco )

'o Pezzaro

‘o Pezzaro

Era un raccoglitore di stracci, di pezze ormai inservibili, di strofinacci di cucina, di ritagli di stoffe prodotti da sarti artigianali, di stoffe ormai logore, di abiti sdruciti ritenuti non più utilizzabili o recuperabili ne con rattoppi, ne con rammendi o di poco conto, di stoffe imputridite, di calzini non più recuperabili, di risultanze di accorciature di pantaloni, di maniche di camicie portati a casa, ma mai più utilizzate perché non ne valeva la pena per i costi della mano d’opera che sopravanzava il costo di una camicia nuova o di un indumento che non ha qualità eccelse. Passava di tanto in tanto per i quartieri della città, senza scadenze precise. Non era un personaggio improvvisato, il più delle volte aveva alle spalle attività di recupero o era affiliato ad una di esse. Continua a leggere

Le chiese censite sul territorio di Castellammare di Stabia nel 1636

( a cura di Gioacchino Ruocco )

Le informazioni sono tratte dal “Tavolario” di Orazio Conca che nel 1636 su invito del vicerè di Napoli, Manuel de Zuniga, fu approntato per una indagine patrimoniale volta a stabilire il valore della città di Castellammare di Stabia ( i dati sono trascritti nella relazione originale ).

La Chiesa stabiana (foto Corrado di Martino)

La Chiesa stabiana (foto Corrado di Martino)

Ecclesia Vescovale Catridale

Grande a tre navi, con pilastri guarniti di piperni con buon disegno di architettura, coverta a lamia [e] con tre porte. Nell’affacciata d’essa vi è l’altare magiore con custodia dove di continuo assiste il Santissimo con Crocefisso di relevio; al sinistro et destro lato d’essa vi sono dece cappelle sfonnate a lamia, con cone di buona pittura di diversi santi, con l’altare privilegiato, catrida, con apparato, pergolo, fonte battesimale, sacrestia con tutte le commodità d’apparati, quattro campane coll’orologio, coro con organo; viene servita et officiata dal suo Clero, consistente il suo Vescovo con sua dignità, dieci canonici, 30 previti sacerdoti et 50 chierichi, con entrata il detto Vescovo de annui ducati 1000 incirca, et detta dignità et canonici annui ducati 80 per ciascheduno; et li sacerdoti vivono de loro entrate. Contiguo a detta chiesa vi è il Palazzo Vescovale dove risiede detto vescovo; et anco vi è congregazione di particolari.

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Venditore fichi d’India (antichi mestieri)

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


Venditore di fichi d’India
( a cura di Gioacchino Ruocco )

Venditore fichi d'India

Ieri, al supermercato, tra la frutta in vendita, vicino al banco delle noci fresche, ho trovato anche i fichi d’India. C’erano confezioni da quattro fichi e da sei, per i più voraci. Dalle nostre parti questo frutto nel dialetto parlato è identificato con il nome di figurina. Negli anni vissuti in campagna, presso i nonni materni, nel periodo della sua maturazione ci attrezzavamo per asportare i frutti dalla pianta e consumarli a volontà anche se le raccomandazioni di evitare di farne un’indigestione sopravanzavano quelle di non rovinarci le mani con le spine che li rivestono, quasi a proteggerli contro l’ingordigia di noi ragazzi. Al di là dei semi contenuti al suo interno, che possono piacere o meno, la polpa, quando il frutto è maturo, risulta gustosissima.
Il ricordo delle piante dietro la casa di mia nonna è ancora vivo: le pale, come mani enormi cariche di doni, si protendevano nell’aria per inebriarsi al sole e come tutte le piante succulente, producono un lattice che è un toccasana contro le scottature e le irritazioni; rinfresca la pelle e quasi la rigenera.
Dopo la fine della guerra, col trasferimento definitivo alla casa natia di Vicolo Sorrentino a Mezzapietra, dove i miei abitavano dal giorno del loro matrimonio, la vita nel ritornare al suo tran tran naturale faceva affacciare anche nel vicolo i mestieranti della strada che portavano a domicilio il frutto delle loro iniziative praticate un giorno dopo l’altro per sbarcare in qualche modo il lunario.
Così un giorno vi si affacciarono anche quelli che vendevano i fichi d’india. Erano per lo più dei ragazzi che trascinavano su carrettini di legno che avevano per ruote cuscinetti a sfera, cassette di fichi d’india che vendevano sia singolarmente, sia ad “appizzare”, una sorta di acquisto/lotteria che consisteva nel far cadere il coltello verticalmente con la punta in avanti sopra i frutti deposti nella cassetta per prelevarne tutti quelli conficcati sempre che non si sfilavano dalla lama che doveva restare sempre e comunque perpendicolare alla cassetta. Le prestazioni erano diverse con costi diversi. Per un numero illimitato di “appizzate”, fino a quando l’ultimo frutto sollevato non si sganciava dal coltello, vi era un prezzo, oppure si pagava per il numero di colpi che si desiderava effettuare.
Il coltello era sempre di peso modesto, con la punta acuminata e a lama liscia, senza seghettature che potevano facilitare il cliente nell’asporto. Il coltello non sempre riusciva a penetrare nei frutti per cui il più delle volte si riusciva a prelevarne ben pochi. Quando non si riusciva a prenderne nemmeno uno il ragazzo ne offriva sempre qualcuno come consolazione per la perdita.
Quando invece le cose andavano a sfavore del venditore sorgevano animate discussione sul modo con il quale si era riusciti a sollevare il coltello dalla cassetta con i frutti infilzati. Le chiacchiere continuavano anche dopo quando il venditore usciva dal vicolo quasi sconfitto e si aspettava baldanzosi il prossimo per una nuova scorpacciata.
Il Paliotti nella sua storia a fascicoli della “Canzone Napoletana”, nel fascicolo n. 9, pubblica una stampa a colori di Pasquale Mattei del sec. XIX), ma il soggetto che vi è rappresentato, è lontano mille miglia da quelli che arrivavano nel mio vicolo, dalla loro vivacità e della loro furbizia.
Oggi, a distanza di tanti anni, debbo riconoscere che avevano un carattere eccezionale, una determinazione che il sottoscritto, invece, ha acquisito soltanto nell’età adulta e messa alla prova quando ormai era indispensabile ed ineluttabile.
Comunque i fichi d’india hanno sempre lo stesso fascino e lo stesso sapore, certo, oggi, arrivano in commercio emendati dalle spine e non devi prendere più tante precauzioni nel maneggiarli. Aprirli per consumarli e assaporarli è come aprire uno scrigno dove ci sono sogni che non ti danno requie.

Venditore di frutta secca e semi abbrustoliti (antichi mestieri)

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


Venditore ambulante di frutta secca e semi abbrustoliti
( a cura di Gioacchino Ruocco )

bancarella semi abbrustoliti

“‘O fummo… ‘o fummo…” il grido a voce stesa non importunava i passanti o quelli che percorrevano il lungomare avanti e indietro, ma erano gli umori che provenivano dall’involucro di latta nel quale venivano tostate le noccioline americane: spandendosi nell’aria a secondo dell’andamento della brezza investivano in maniera allettante le narici di quelli che si approssimavano al carrettino dove l’apparecchio era installato. ‘O fummo…. ‘o fummo… Non era quello delle sigarette, che pure se ne consumavano parecchie percorrendo e ripercorrendo il lungomare, ma quello che un nostro compaesano (che un giorno apparve sul lungomare come un fulmine a ciel sereno, quasi vicino alla cassa armonica con carrettino sul quale esponeva la sua mercanzia), produceva con la macchinetta che utilizzava per tostare gli arachidi, le cosiddette noccioline americane durante la fase di tostatura. Il piano del carrettino era organizzato in riquadri, realizzati con cantinelle di legno, in modo da separare un prodotto dall’altro. La frutta secca anch’essa in vendita, veniva protetta dalle mosche e dalla polvere con un velo bianco. I semi in vendita (tostati e semitostati) andavano dai pistacchi alle noccioline americane, dalle fave ai ceci, dai semi di zucca alle carrube, agli stecchi di liquirizia, dalle castagne secche o piste a quelle del prete, alle nocciole sgusciate, ecc. ecc., senza dimenticare i lupini e il cocco ‘mmunnato e buono” con tutti gli eccetera che possono ancora seguire. All’inizio si presentò con un banco modesto che venne modificato nel tempo per ospitare altri prodotti, l’ambulante che aveva una stazza superiore alla media, aveva i capelli leggermente ondulati che coprivano tutta la testa e lo rendevano più imponente di quello che in realtà era. La sua divisa da lavoro era un golf di lana a maniche lunghe che indossava su una camicia quasi sempre di colore chiaro, per difendersi dalle brezze della sera che nella postazione che ormai aveva conquistato assumevano un moto convettivo più veloce e si facevano sentire fino a pizzicare la pelle mettendo anche qualche brivido addosso. ‘O fummo…. ‘o fummo… Fino a che son rimasto a Castellammare, cioè a casa, in quanto non avevo ancora trovato un posto a terra (come uno del nautico era solito dire), lo ricordo nei pressi della cassa armonica o un po’ più avanti, quasi di fronte alla sede della Juve Stabia. Le chiacchiere ci riempivano la testa, come sanno bene i miei compaesani, come pure ha raccontato Michele Prisco nel romanzo “Figli difficili” ambientato nel dopo guerra a Castellammare di Stabia, ma i semi scalmando i morsi della fame rappresentavano un rifornimento assicurato che ritrovavi al ritorno (se ancora ne avevi voglia), utile ad alleggerire le tensioni che le parole inevitabilmente producevano senza una soluzione immediata al problema in discussione. I soldi erano ben spesi in quanto i prodotti erano sempre di giornata, mai una volta che c’era da scartare qualcosa e i prezzi modesti. Quel carrettino era diventato soggetto del paesaggio serale, dall’imbrunire a sera inoltrata e la domenica orario speciale e prolungato. Non ho mai saputo di che rione fosse: a fine serata scompariva nel buio della prima traversa come nel nulla. Da quando me ne partii non ho avuto più modo di passare una sera sul lungomare nonostante i miei ritorni e, quindi, non so se c’è ancora qualcuno che vende frutta secca e semi tostati gridando di tanto in tanto: “ ‘O fummo… ‘o fummo…”.
Sicuramente, oggi, la voce di richiamo dovrebbe essere diversa in quanto ‘o fummo richiama alla mente altri prodotti che “non sono mica noccioline”.