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Stagnaro (antichi mestieri)

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


‘o Stagnaro
( a cura di Gioacchino Ruocco )

Lo stagnino, noto nel nostro dialetto come ” ‘o stagnaro “, era un artigiano ambulante capace non solo di fare la stagnatura (ovvero quella particolare operazione mediante la quale la superficie interna dei recipienti di rame, veniva rivestiva di stagno), ma anche di vere e proprie riparazioni, quali: rappezzo di buchi, livellamento delle ammaccature e sostituzione o riattacco dei manici rotti ai contenitori.

stagnino

La figura dello stagnaro era presente un po’ in tutte le regioni d’Italia, ma è ormai un po’ di anni che non se ne vedono in giro. Il mestiere veniva esercitato solamente in alcuni momenti dell’anno, tenuto conto che si svolgeva sulla strada, sulle aie, nei portoni, delle vecchie costruzioni, in prossimità delle abitazioni dei committenti, dei proprietari dei recipienti, ma sempre all’aria aperta per allontanare da sé, il più possibile, le esalazioni del carbone, acceso per fornire la temperatura di fusione dello stagno, e le esalazioni dell’acido muriatico che è l’elemento indispensabile nel processo di stagnatura.
Quando si affacciava sul territorio, come ogni altro operatore ambulante, richiamava l’attenzione degli interessati facendo sentire la sua voce che annunciava appunto l’arrivo dello stagnaro.
Erano quasi sempre degli artigiani che, nei momenti in cui la richiesta di prestazioni calava nella zona di residenza, prendevano gli attrezzi necessari o il minimo indispensabile e si avventuravano sui territori vicini e, certe volte, anche all’estero, per procurarsi la propria sopravvivenza e quella della famiglia.
La cassetta che portavano a spalla conteneva come minimo il martello per battere le superfici o per ridurre lo spessore delle lastre che portava di scorta, la mazzuola per togliere le ammaccature, le forbici per tagliare la lamiera, una lima in ferro con fori di diverso diametro per il dimensionamento dei chiodi che realizzava al momento, una piccola incudine fissata su un asse di legno che doveva servire di appoggio per renderla stabile, il polso, attrezzo di ferro a forma di fungo che serviva per ribattere, le tenaglie con manici lunghi che gli servivano per mettere o togliere dal fuoco l’oggetto da riparare, il mantice per dare aria e ravvivare il fuoco, lo stagno in bacchette, l’acido muriatico ben chiuso in una bottiglia, ovatta in quantità, tanto ottimismo e tanto buon senso per contrattare il giusto compenso con la clientela che nel tempo poteva diventare una fonte sicura di guadagno e di pubblicità anche presso altri soggetti.
Oggi, il più delle volte, questi attrezzi li troviamo belli esposti in piccoli musei di quei paesi di frontiera con la Francia, con la Svizzera, con l’Austria, che hanno fondato il proprio benessere sulle attività stagionali e ambulanti che vi andavano a praticare.
Di questo mestiere ho solo pochi ricordi sul nostro territorio. L’operatore che lo svolgeva, un tipo smilzo, secco e alto, sempre con una sigaretta in bocca, si aggirava per le vie di Castellammare e raccoglieva le pentole da stagnare che portava, forse, al suo laboratorio, se ne aveva uno, per restituirle dopo qualche giorno ai legittimi proprietari in cambio del prezzo pattuito. Se qualche volta mi è capitato di vedere un’operazione di stagnatura lo devo all’opera di qualche zingaro che da sempre sanno lavorare il ferro e altri metalli tra cui il rame.
Perché si stagnano le pentole in rame? Il rame viene utilizzato per cuocere i cibi in quanto è un buon conduttore di calore, ma si stagna per avere la superficie di cottura esente dalle ossidazioni che danno luogo al verderame (solfato di rame) usato in agricoltura come fungicida e per la depurazione dell’acqua, ma che risulta nocivo per l’uomo anche se il rame è presente nel nostro corpo determinandone equilibri funzionali a seconda delle percentuali che vengono a determinarsi.
Come si svolgeva l’attività dell’ambulante? Dopo aver ispezionato il contenitore da riparare e fatta la debita valutazione degli interventi da effettuare, e aver discusso della sua richiesta economica con la committente, si appartava nel cantuccio prescelto e si posizionava sottovento per allontanare da se i fumi del carbone che accendeva e i vapori dell’acido muriatico nel momento in cui lo adoperava.
La sua posizione cambiava col cambiare della direzione del vento e non altro. Era meglio un posto riparato ed arioso. Prima di arrivare alla stagnatura procedeva alla eliminazione delle imperfezioni della forma dell’oggetto, determinate da eventuali cadute durante l’uso. Le ammaccature venivano eliminate appoggiando il contenitore sull’incudine che serviva da superficie rigida di contrasto battendole al contrario, rinforzava la chiodatura di tenuta dei manici o la sostituiva con nuovi chiodi sempre in rame, realizzati al momento ricavandoli dal rame in piastra che portava appresso o già approntati per l’uso.
Successivamente ripuliva la pentola dalle incrostazioni determinate dalla cottura del cibo che ormai erano attaccate alla superficie in modo duraturo per i continui utilizzi.
La pulitura avveniva mettendo la pentola sul fuoco senza porvi liquidi dentro per portare lo stagno alla temperatura necessaria e farlo fondere con l’aiuto dell’acido muriatico. Una volta asportata la vecchia stagnatura, si procedeva a quella nuova che al termine del procedimento dava alla pentola o alla padella o al paiolo un volto nuovo più vivo che mai.
Lo stagno fonde alla temperatura di 231,9 °C , ma per effetto del trasferimento del calore all’olio di frittura o ai cibi in cottura resta a temperatura più bassa senza degradarsi.
‘O Stagnaro! Finito un lavoro si spostava di via in via, lanciando il suo grido di avviso, nella speranza di trovare nuovi clienti e di portare a casa lo sperato sostentamento per la famiglia anche per i giorni a venire.

Panzaruttaro

Antichi mestieri stabiesi

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

Maurizio Cuomo


‘o Panzaruttaro
( a cura di Gioacchino Ruocco )

Già all’epoca dei romani c’era la consuetudine di consumare cibi per strada acquistandoli nelle botteghe sottocasa o posti sui decumani; peccato che a quei tempi dalle nostre parti si ignorasse ancora l’esistenza della patata (importata per la prima volta in Europa nel 1535, dallo spagnolo Francisco Pizarro, quando al suo rientro in patria da un viaggio in America, ne fece dono ai regnanti), un particolare questo che di certo ha negato ai nostri avi il piacere di degustare qualsiasi stuzzicheria a base di questo tubero.

cuoppetiello di frittura

Personalmente ho visto per la prima volta un panzaruttaro ambulante, all’età di dieci anni, quando i miei genitori mi permisero di andare a cinema assieme ai ragazzi più grandi che abitavano nel vicolo. All’uscita dell’allora cinema “Nazionale” dove avevamo assistito, credo, al film dal titolo “La cena delle beffe” con Amedeo Nazzari, l’odore del fritto mi attirò inevitabilmente perché era tardi pomeriggio ed incominciavo ad avere fame, “tenevo na lopa”, come si diceva allora, quando Mc Donalds non era ancora arrivato dalle nostre parti. Dietro al banchetto c’era un uomo che riduceva , di volta in volta, un impasto informe in piccole palle che poggiava su un panno bianco per dar loro, successivamente, la forma di sigari girandole velocemente tra le mani. Nella parte del banchetto vicino alle stanghe, che servivano per guidarlo nelle fasi di trasferimento, era alloggiata una caldaia in rame stagnato per la cottura del prodotto che non era l’unico, vista la varietà di cibi di strada presenti nel repertorio culinario napoletano, come le palle di riso, i carciofi fritti, la pizza fritta, gli scagliuozzi e le crocchette di patate, che noi in dialetto chiamiamo panzarotti senza dimenticare quelli che hanno la forma di mezza luna e vengono riempiti con mozzarella e pomodoro, ecc. Bastarono due di essi a calmare il borbottio dello stomaco anche perché il costo di ognuno di loro non mi consentiva di comprarne di più con i soldi che mi erano stati assegnati. Il carrettino poggiava su due ruote e su un puntale dalla parte delle stanghe, in modo da avere un assetto stabile in fase di fermo, in più presentava una copertura per proteggere il piano di lavoro contro la piaggia e dei ripiani vetrati che consentivano all’avventore di guardare il prodotto disponibile ma di non toccarlo: unica garanzia di igiene alimentare che all’epoca veniva offerta. Nelle mie escursioni saltuarie a Castellammare, l’ultima volta che mi è capitato di vederlo è stato una decina di anni fa. Di sera il carrettino veniva illuminato con una lampada ad acetilene che nel tempo lasciò, per la sua pericolosità esplosiva, il passo a quelle alimentate da GPL (gas di petrolio liquefatto). E’ vero che le perdite e le scomparse ci fanno recriminare contro il progresso o le norme che vietano la produzione di beni con le condizioni di igiene descritte, ma non ho mai saputo di qualcuno che abbia sofferto per i panzarotti così prodotti. I mestieri scomparsi nella pratica sono tanti, basta riandare alle pubblicazioni che ne trattano, fortunatamente per i golosi del fritto, questo mestierante ambulante è ancora attivo in diverse zone di Castellammare. La ricetta dei panzarotti (crocchette di patate) che ho rintracciato nell’Enciclopedia della donna (ed. Fabbri) e in altre pubblicazioni, prevede necessariamente le patate, il parmigiano, le uova, la noce moscata, sale quanto basta e olio per friggere. Le patate, le uova e il sale sicuramente c’erano nell’impasto di allora; il parmigiano e la noce moscata non credo proprio. Il pepe, estraneo alla ricetta, era sicuramente presente perché, profuso in abbondanza, dava fastidio allo stomaco. Il resto, nella mia prima volta, lo fece l’appetito, la fantasia e la temperatura calda del prodotto che fu divorato caldo, come raccomandava il panzaruttaro e l’autore del ricettario.

Gioacchino Ruocco

Vulesse riturnà, ma po’ che faccio…
(Ostia Lido, 7 settembre 2009)

‘A nustalgia ch’‘e vote me piglia
tu nun ‘o saie ‘o male ca me fa.
Me fa passà jurnata ‘e maraviglie
e ate ca me fanno disperà.

E’ comme sta cu ‘e piede
int’‘a cchiù scarpe:
vulisse cammenà
ma ‘nn’‘o può fà.

Passe cchiù tiempo
a ricurdà ‘o tiempo
c’arrete nun ritorno
c’‘a vita ca mò campe.

Ato che ballo ‘e ll’urzo!
Si ‘a carne
rest’attaccata all’uosso
‘o core ‘nn’‘o faie fesso,

nun te fa cchiù campà.
Che fa rituorno?
E addò t’appuogge?
Ll’amice ch’erano tesore

che ll’haie sentute cchiù?
Chistu paese è bello,
m’‘a nostalgia
ca te fa venì

comme ‘a na malatia
te spacca ‘e cerevelle.
Te porta pe mmano
p’‘e vie ca tu saie

e ancora tu vuò fà.
Ma cu ll’età ca tengo
trovo na carrozzella?
Me guardo attuorno

e me sento perzo
dint’a st’eternità.
Saglienno p’‘o Castiello,
scennenno pe’ Varano

spera ‘e truvà
na mano ‘a stregnere
na faccia ‘a ricurdà
e salutà qualcuno.

Ma chi m’aspetta
si nun c’è cchiù nisciuno
ca s’arricordo ‘e me?
E guardo attuorno,

ma chi m’era frate
ormaie nun ce sta cchiù.
Soltanto ‘e voce
parene ancora ‘e stesse…

A uno ca me ferma:
-Ma tu nun sì pe caso…
‘O guardo ma c’‘o dito ‘ncopp’‘o naso
le dico ‘e nun parlà.

Chiagne o sto suffrenno
senza na lacreme
e nu dolore ‘npietto
m’astregna ‘o core
e quase m’arricetta.

M’assette e chiudo ll’uocchie
speranno ca nu suonno
me porta a n’ata parte,
ma tremmene ‘e denocchie
chi ‘o sa si po’ ci ‘a faccio.

Ma tu nun si?
Chi songo? Nun ‘o saccio.
Parite na perzona ca conosco…
Ca canuscive forse,

ma io nun songo ‘e ccà.
So furastiere ormaie,
forse tant’anne fà
ma po’ redenno

ce strignimme ‘a mano
e ce guardammo pe ce salutà
comme a quann’eremo guagliune
sicure ‘ancora ‘e ce truvà.

Ma ‘ncap’‘a me: – Chisto m’è fatto fesso! –
‘E castelluoneche so sempe ‘e stesse
ma songo gente ‘e core.
Te vonno fa sentì comm’uno ‘e lloro.

* * *

“Caro Maurizio, ti unisco una poesia che ho scritto stamattina. La storia è quella che tanti di noi hanno vissuto partendo da Castellammare per trovare una sistemazione altrove. Molti son riusciti a trasferire non solo se stessi ma anche i propri cari, il proprio amore, il proprio mondo mentre altri hanno perso per strada pezzi importanti delle propria vita, forse, perché non avevano il valore che gli attribuivano. Il distacco ha fatto giustizia di molti amori e di molte amicizie. Chi si è trovato amaramente in questi frangenti è dovuto correre ai ripari dando alla propria vita una nuova fisionomia salvando, in buona parte, soltanto il ricordo del proprio paese di origine e la voglia di rivederlo almeno attraverso internet, attraverso il tuo sito che, andandogli in soccorso, gli ripropone Castellammare sia com’era in passato, sia nel presente con gli avvenimenti e le cronache della vita di ogni giorno, i turni delle farmacie, i vicoli, il sito archeologico, i giochi di quando si era bambini, i modi di dire, i soprannomi, ecc., ricreandogli una memoria che rischiava di perdere. Il protagonista, senza dimenticare i momenti felici vissuti con chi si è preso la briga di inviargli la “meza cartulina” e non dimentico del suo paese di origine, quasi per sfregio verso questa donna che, forse, ormai libera da impegni affettivi gli si ripropone sconvolgendogli almeno per un attimo l’esistenza risvegliandolo dal torpore dell’età, le risponde che di Castellammare non può fare a meno: – Castiellammare ‘o guardo dint’‘o sito… perché “Castiellammare è tutto nu surriso”, ma di lei si perché non è in grado di perdonare na ‘nfamità come questa che lo fa sentir male più di quello che ha già sofferto. E’ una poesia, però, dedicata al mio paese che, come il protagonista, sto riscoprendo grazie al tuo sito che mi permette di riandare agli anni che vi ho trascorso durante i quali incominciavo a dare corpo ai miei sogni che in buona parte, come hai potuto leggere, si sono avverati o si stanno ancora avverando. Saluti e buon Ferragosto… Gioacchino Ruocco”.

Sta meza cartolina che m’he scritto

‘Sta meza cartolina che m’he scritto

m’ha scumbinata ‘a vita.

Ma chi t’ha fatto fa?

Si chisto è nu dispietto, t’è riuscito!

Int’‘a stu core tengo nu casino,

na confusione can nun me dà pace

e nun me dà ‘o curaggio

‘e te penzà.

Te veco cu ‘e llacreme ‘int’‘a ll’uocchie

dint’‘a na villa chiena ‘e ombre nere

a cammenà comme a duie pazze,

addò nun fuie capace ‘e te rassicurà

ca io partenne nun te lasciavo,

nun me ne jevo pe’ t’abbandunà:

“Dimane piglio ‘o treno e sto addà te!”

Ma po’ passanno ‘o tiempo

qualcosa succedette.

Nun m’arricordo chi ‘e nuie

facette ‘a primma mossa,

si fuie io ca nun te rispunnette

o tu ca nun scriviste cchiù.

Cercaie na ragione e nun ‘a truvaie.

Forse sbajaie tanno e pure mò.

Nu juorno ca qualcuno me dicette:

“Nannina s’è spusata!”

faciette ‘a parte ‘e chi nun vò capì.

Quant’ire bella

quanta suspire tu m’è fatto fa!

‘O tiempo ca perdevo

regneve ‘e suonne ‘e na felicità

ca io nun capevo

pecchè nun me facive ragiunà.

Vulesse riturnà, ma nun ‘o faccio.

Cu quale faccia c’avessemo guardà?

Si pigli’‘o treno nun è cchiù ‘o stesso

ca me fa turnà!

M’he miso ‘ncuollo na malincunia

ca me dà freva e nun me fa campà.

Chi me sta attuorno me guarda,

ma nun sape ‘o male ca m’è fatto,

pecché io sto suffrenno.

E’ meglio ca m’arrenno,

o tiro ‘nnanze?

Castiellammare ‘o guardo dint’‘o sito,

ma scanzo ‘a villa e me ne vaco

p’‘e vie ca nun saie.

Ma a chi ‘a racconta chesta jacuvella?

Me sento dint’‘e mane nu prurito

ma penzo ca sta vita è ancora bella.

Chello ch’è stato è stato, c’aggia fa!

Ma st’internet mò c’appiccio a fa?

Castiellammare è tutto nu sorriso

a parte ‘a ‘nfamità ‘e qualcheduna

ca sape ‘e me fa male e me vò muorto

pe chill’ammore che l’è juto stuorto.

Torino immagine tratta dal Web

I miei anni a Torino

I miei anni a Torino

di Gioacchino Ruocco

Torino immagine tratta dal Web

Torino immagine tratta dal Web

Gentile signor Nocera, approfittando della sua risposta (rif.: rubrica “Lettere alla Redazione” – 30 agosto 2009), vorrei portare alla luce alcuni aspetti della vita che, negli anni della mia permanenza a Torino, conducevano i nostri compaesani meno abbienti, mentre noi, più fortunati, avevamo la nostra isola, quieta e rassicurante, sulla quale vivere e consolare la nostra emigrazione.
Perché mi trovavo a Torino: avevo smesso di navigare e cercavo un posto a terra quando alcuni colleghi mi parlarono di un ente di diritto pubblico che assumeva personale per lo svolgimento dei compiti ispettivi di natura tecnica. Fra i tanti riuscii a spuntare come destinazione Torino che avevo conosciuto letterariamente attraverso i libri di Cesare Pavese. M’innamorai perdutamente di questa città e del Piemonte: il lavoro mi permetteva di girare in lungo e in largo e visitare tanti paesi che fino ad allora per me non erano mai esistiti. Mi innamorai così del Canavese e delle Langhe. Arrivavo per il mio lavoro fino a Ceresole reale nel parco del Gran Paradiso lontano dalle nebbie e dalle diatribe della pianura, ma tra le tante esperienze mi capitò di incontrare anche nostri paesani. Inizialmente pensavo che a Torino, di Castellammare, ci fossero soltanto il sottoscritto e il compagno d’avventura Fortunato Setale, impegnato nello stesso lavoro fino a quando non mi capitò di recarmi, per motivi di lavoro, in un palazzo di via Cibrario, dove per poco non andavo al manicomio. Varcando il portone d’ingresso, come a volte capita, mi trovai in una realtà diversa da quella che mi ero lasciato alle spalle soltanto qualche metro prima. Le voci che percepivo, e non una, ma tante, si rincorrevano all’interno di quella realtà, erano di gente che parlavano il mio dialetto, quello di Castellammare e quando il portiere che mi stava aspettando si rese conto che io ero un suo paesano, dal centro del cortile grido a tutti: “L’ispettore è paisano nuosto. E’ de Scanzano!” Le voci che prima interloquivano in maniera evidente e rumorosa zittirono di colpo e i volti appesi alle ringhiere, assieme ai panni messi ad asciugare, diventarono tanti. Odori di sugo, di verdure, di fritti. Dopo lo stupore, mille domande: come mi chiamavo, a chi appartenevo, fino a quando non spuntò uno di loro che, colpo di scena, mi conosceva. Mi guardò con occhi sorridenti e increduli, come per dirmi: “Ma non mi riconosci?” Poi quando mi disse il suo cognome Sorrentino, mi sembrò impossibile di aver ritrovato Carlo e la sua chitarra, con quale avevo composto qualche canzone giù al Centro sociale INA CASA del San Marco. Durante il servizio militare l’avevo perso di vista, anche se lui attraverso la radio privata dove lavora mi aveva cercato per propormi come autore e collaboratore. Dovetti accettare per forza un invito a pranzo e promettere di ritornare con mia moglie a far loro visita. Cosa che avvenne regolarmente per qualche tempo e mi toccò, per riconoscenza, dare una mano a chi me la chiedeva. Da quel momento i miei compaesani saltavano fuori da ogni dunque facendomi scoprire nuove isole, nuove assembramenti in cerca della sopravvivenza. Erano come i girasoli della cicoria in mezzo ai campi, ne cercavi uno e, dopo un attimo ne trovavi cento: a Nichelino, a Favria, a Moncalieri. A Ciriè, mi dicevano, c’erano più gragnanesi che piemontesi e non mancavano presenze in altre località. Molti amavano mimetizzarsi, poi, al dunque, si manifestavano con tutta la loro natura appena percepivano la voce di un loro paesano. Ho conosciuto molti piemontesi innamorati del nostro paese. Se ne erano innamorati sentendone parlare. Dopo due anni a Torino andai a vivere a Settimo Torinese per permettere a mia moglie di stare vicino alla scuola che aveva scelto come sede definitiva ed anche lì apparvero altri compaesani, ma di diversa estrazione e con pretese di sistemazione, con retribuzioni stratosferiche, senza vergognarsi di dirmi in faccia che, secondo loro, tutti ex marittimi, conducevo una vita modesta. Certe volte non sapevo se era meglio negarmi o accettare comunque questi rapporti, per rendere meno pesante la vita dei miei compaesani nei primi approcci con Torino e le problematiche che come “terroni” affrontavano per trovare una casa, per farsi capire, ecc. ecc.
Io non ho mai rinunciato al mio dialetto, anzi la mia biblioteca era abituata da anni ad ospitare Pavese accanto a Pasquale Ruocco, Fenoglio accanto a Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Chiurazzi, Di Giacomo, Galdieri, scrittori italiani accanto a scrittori russi, americani, spagnoli, ecc.
Anche io avevo la mia isola paesana. Mia moglie aveva dei parenti in Piemonte che erano arrivati per altre strade di lavoro, ed ogni settimana era un obbligo riunirsi a turno presso uno di noi per il pranzo della domenica e per raccontarsi vita, morte e miracoli di parenti, amici, conoscenti e per sentire la voce dei genitori, ma mia moglie pensava sempre di ritornare. Le riunioni acuivano questo desiderio e la mancanza del paese diventava più forte nei giorni di nebbia e di freddo, anche se intorno a lei crescevano la stima e la simpatia, i favori dei locali che apprezzavano il suo impegno professionale.
Io, invece, a dire il vero, mi stavo integrando anche se il cuore desiderava il contrario. Vivere di malinconia non mi è mai piaciuto, ma essendo stabiese nell’animo e nella mente non potevo venir meno alla mia individualità ed indipendenza per cui nel 1972 lasciai Torino per Roma. Al di là delle mie peripezie, sento che chi è stabiese non può vivere altrove perché non sa o non vuole dimenticare l’appartenenza alle proprie origini tanto da fargli rispondere sempre e comunque allo stesso modo, a chi gli chiede: “Sei di Napoli?” – “No, so’ ‘e Castiellammare”, che resta l’unico teatro possibile delle rappresentazioni delle sue gesta.

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Scanzano negli anni ’50

Scanzano negli anni ’50

di Gioacchino Ruocco

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Orologio a Scanzano

Premessa dell’autore
Non so se chi vi comunica i soprannomi che pubblicate (nella rubrica dove ho ritrovato anche l’appellativo della famiglia di mia nonna “ ‘e Chiuvetielle” , che abitava a Vicolo Sorrentino, ‘ncopp’‘o Suppuorteco), vi fornisce anche una descrizione del soggetto di riferimento, che altrimenti potrebbe restare un nome astratto o solo di conoscenza di pochi. Nella vostra carrellata ho notato alcuni soprannomi a me noti da quando ero ancora presente a Castellammare, ma tranne che per pochi, non sono sicuro di aver individuato con certezza la persona alla quale è riferito. Per quelli che vi invio ho tracciato un cenno biografico che potrebbe costituire un inizio di identikit da ampliare in una eventuale vostra pubblicazione. A me per esempio, mentre frequentavo il nautico di Piano di Sorrento, affibbiarono il soprannome di ‘o Poeta, perché scrivevo poesie in napoletano che vennero pubblicate sul giornale locale “La voce di Stabia”, ma non so quanti si ricordano di queste pubblicazioni.
A seguire metto alla vostra attenzione alcuni soprannomi storici, i personaggi e gli usi e costumi relativi al territorio di Scanzano negli anni ’50.

Personaggi di Scanzano

‘O Sissante (padre) aveva un asino con il quale effettuava trasporti di non so che genere e ‘a Sissantella (figlia) così appellata per la sua modesta altezza per l’età che aveva.

Gennaro ‘o purchiaccone che aiutava Giusuppina ‘e Milano nella fattura del pane durante la notte e durante la giornata metteva a disposizione la sua modesta abitazione di chi nel gioco delle carte dilapidava i modesti guadagni dietro modeste ricompense. Aveva litigato, forse per il vizio del gioco, con tutta la famiglia e da quel momento aveva eletto a suo esilio ‘o Suppuorteco. Un giorno mi disse che erano venti o trent’anni che non scendeva a Castellammare. Nei momenti d’ozio si sedeva vicino all’ingresso del tabaccaio e vi passava diverse ore interloquendo con tutti quelli che passavano.

Teresa ‘a lacertesa fruttivendola di modeste pretese che integrava con la sua attività i guadagni del marito che faceva il cocchiere. Viveva a piano terra nel Vicolo Sorrentino.
L’unica figlia era andata in moglie a Pauluccio ‘e maccarone, da alcuni definito guappo per i suoi comportamenti spavaldi. Abitavano nelle prossimità dell’Istituto Diocesano di Scanzano (zona “California”).

Biasina invece aveva una pasticceria su via Micheli, nella sua bottega di dolci, produceva caramelle di zucchero di forma quadrangolare di colore giallastro(1), il cui aroma adesso non so definire, forse alla camomilla.

Giggino ‘o russo negli anni cinquanta (quando il sottoscritto abitava ancora nel vicolo Sorrentino), per modificare la sua condizione che lo poneva tra chi non aveva ne arte ne parte, espatriò in Brasile con altri connazionali. Frequentò i corsi di qualificazione senza i quali era impossibile espatriare.

‘O trippone di professione fruttivendolo ambulante, abitava a Privati, con il suo carretto carico di verdura acquistate al mercato ogni mattina permetteva alle famiglie, lungo il percorso di avvicinamento a casa, di rifornirsi a buon prezzo di verdura fresca di campagna. Alcuni suoi discendenti sono ancora presenti sul ponte di Varano.

Peppe ‘o pazzo così chiamato dai miei amici più adulti, era il centauro di Mezzapietra che in sella ad una motocicletta, marca Gilera, molto potente, percorreva a folle velocità quel tratto di autostrada dove noi giocavamo a palla (il traffico a quei tempi era ridottissimo): se non era soddisfatto del modo come aveva affrontato la curva in prossimità del ponte di Mezzapietra, Peppe tornava indietro per riprovarci con maggiore velocità. Dicevano pure che aveva un negozio di moto.

‘O zione era un tipo grande e grosso che aveva una rivendita di vini gestita prima del ponte di Mezzapietra. Per chi si fermava a bere, a richiesta preparava anche delle merende “p’appuggià ‘o bicchiere ‘e vino”, che, a detta di molti, era veramente buono.

A stuccaiola la cui famiglia aveva un negozio di stoccafisso tra piazza Orologio e ‘a Scala ‘e Tatone (forse per questo l’avevano soprannominata con quell’appellativo), era un bel pezzo di ragazza: alta, formosa e appariscente. Negli anni Cinquanta si era data allo spettacolo esibendosi al Salone Margherita di Napoli con incerta fortuna.

(1) “le caramelle gialline, a quadrettini di cui parla il signor Ruocco, le chiamavamo, ‘e caramelle e sciuscelle” (e-mail del 6 agosto 2009, a firma di Frank Avallone – stabiese in Florida).

Cosa mangiavamo

Come mangiavano gli italiani negli anni Cinquanta, immagine presa dal web

Come mangiavano gli italiani negli anni Cinquanta, immagine presa dal web

Ricordo il pane caldo di forno ‘e Giusuppina ‘e Milano con sugna, al posto del burro, e alici salate che, anni dopo, mi ritrovai a consumare durante una delle prime colazioni a bordo di un dragamine del Gruppo Dragaggio di Napoli al Molo San Vincenzo;

‘E menuzzielle, che erano le teste degli spaghetti, che utilizzavamo per la pasta e fagioli i cui avanzi venivano consumati il giorno dopo averli ripassati in padella dopo che si era formata per effetto dello strutto di maiale una crosta (‘e scurzetelle).

‘E purchiacchielle, che oggi vengono vendute in vaso come piante di arredamento per terrazzi, che messi ad asciugare al sole venivano consumati nel periodo invernale assieme ad altre risultanze (melanzane, ecc.) anch’esse seccate che in famiglia chiamavamo “pacche secche” (vedi ricetta già pubblicata dal sito) con aggiunta di peperoncino e pomodori (tipo buttiglielle) conservati appesi fuori al balcone o nel sottotetto in forma di “spugnielle”.

Altro sfizio che andava di moda a Scanzano erano le briosce prodotte da un panettiere che esercitava nella zona chiamata “Abbasci’‘o Santo”, località ad alta frequentazione del “Munaciello”, come certe signore raccontavano.

Altri ricordi

Quanti ricordi affiorano alla mente, ma sento di essere stato fortunato di averli vissuti. Sull’autostrada tra località California e Vicolo Sorrentino giocavamo a pallone che più di una volta dovemmo recuperare nel rivolo che passa per la Caperrina, scavalcando la recinzione di qualche giardino per arrivare col cuore in gola al recupero non sempre fortunato della sfera che l’incosciente di turno faceva volare oltre gli ostacoli abituali.

Ricordo pure che nel mio vicolo c’era un giovane falegname che ogni anno in occasione della festa di San Nicola di Mezzapietra tappezzava la strada con un’infiorata. Guardandola dal mio balcone era uno spettacolo che m’incantava.
Lo chiamavano Filotino, ma non ricordo più il suo cognome e il suo vero nome. La casa dove abitava esiste ancora e affaccia sulla circonvallazione nel tratto in corrispondenza con Vicolo Sorrentino dove sono nato ed ho abitato fino al 1954.