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Don Giacinto ‘O Presebbio

Don Giacinto ‘O Presebbio

di Antonio Greco

( articolo del compianto M° presepista stabiese, Antonio Greco,
pubblicato sulla rivista “il Presepe” numero 66 di giugno 1971 )

presebbio

Presepe napoletano: particolare della “Natività” (opera del M° Opera del M° Antonio Greco)

Don Giacinto “o presebbio” (scherzoso nomignolo affibbiatogli dagli amici intimi), era un modesto funzionario della R. Dogana, conduceva una modesta esistenza tra casa e ufficio. Un sigaro lo fumava volentieri, ma quando glielo offrivano, altrimenti non c’era verso che varcasse la soglia del tabaccaio.
Si imponeva un itinerario fisso tra casa e lavoro senza l’uso del tram, ma, se usciva dal suo abituale, faceva volentieri una passeggiata a fine mese verso S. Biagio dei Librai a curiosare sulle soglie dei fondachi di S. Gregorio Armeno: là spendeva tutti i risparmi di un mese 2.50 o al massimo 4 lire acquistando qualche figurina eccezionale o alcuni accessori o qualche animale finemente trattato.
Fatto l’acquisto si avviava felice verso casa e a chi bene lo conosceva, passando diceva: sono andato a comprare la mia razione di “toscani” e l’altro ammiccando al pacchetto maliziosamente di rimando diceva: “Don Giacì sempre ‘o presebbio!..”.

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Il Canino ed il Molare (foto Maurizio Cuomo)

San Michele

San Michele
di Maria Moreno Amendola

Su gentile concessione della sig.ra Lucia Amendola, pubblichiamo questo ricordo della mamma Maria, scritto nel lontano 1952 per futura memoria e dedicato ai figli.

“Le invio una testimonianza di mia madre lasciata a noi figli, su di una gita al monte Molare (mia madre, oltre a essere una valente insegnante di matematica e fisica si dilettava a scrivere, ottenendo anche qualche successo letterario)”.

Lucia Amendola


“Si. E’ proprio la sagoma cara, imponente, inconfondibile del San Michele. Davanti le ridono i monti della costiera e il mare, spicchio di madreperla, stende ai piedi della catena una splendida striscia chiara.
San Michele: il mio monte -Il muto testimone della mia più pura ora di ebbrezza- La vostra inconsapevole culla – Il pietroso custode dei miei ricordi più belli.

Il Canino ed il Molare (foto Maurizio Cuomo)

Il Canino ed il Molare (foto Maurizio Cuomo)

San Michele. Accanto la fontanina di San Catello zampilla sotto la grotta ove l’Arcangelo apparve, e impose al pio Vescovo la costruzione del piccolo tempio, poi diroccato, ora ricostruito. E la cresta di Faito scende, dritta, fino alla villa Giusso, cosparsa di fiori profumati, di erbe miracolose. E le acque di Stabia, le portentose acque, già care ai romani, gorgogliano alla base, sgorgando ricche dei sali della montagna, feconde di emanazioni radioattive, per fortificare i corpi e guarirli. Continua a leggere

‘E stufe a rena

‘E stufe a rena
di Ferdinando Fontanella

Il naturalista stabiese Ferdinando Fontanella scrive di suo nonno, lo scritto, racconta in modo semplice e veritiero uno spaccato di vita stabiese.

Il Lungomare con la sabbia Vulcanica

Il Lungomare con la sabbia Vulcanica (coll. Catello Coppola)

Peccato per tutte quelle erbacce e quella immondizia, adesso che questa spiaggia era diventata così grande sarebbe stata il posto ideale per fare delle belle e salutari “stufe a rena”. A questo pensava Mastu Ciccio ogni qualvolta gli capitava di fare quattro passi lungo l’arenile di Castellammare. Immaginava i punti dove sarebbe stato più opportuno scavare le buche, si dilettava a calcolare quante persone avrebbero potuto beneficiare di quella sabbia calda e asciutta. Curarsi con le sabbiature, o per dirla con un termine medico che aveva sentito da un professore, la psammoterapia era, un tempo, uno dei grandi vantaggi che offriva la sua città. Una cura semplice e gratuita per guarire o alleviare i reumatismi, le artrosi. Un toccasana soprattutto per la gente più povera che per campare faceva lavori logoranti, mangiava poco e viveva nei bassi, case piccole e umide al piano terra o nei seminterrati dei palazzi del centro antico dove raramente arrivava il sole Un lungo e piovoso inverno passato in queste condizioni spesso lasciava profondi segni nello spirito e nel corpo. Segni dolorosi che solo l’arrivo della calda estate, del sole, dell’aria di mare e della sabbia potevano mandare via. Una sabbia costituita da un miscuglio di minerali unico al mondo, una ricetta i cui ingredienti erano stati portati dal vicino Vesuvio, dal Fiume Sarno e dai circostanti monti calcarei come il Faito. Una sabbia ricca di preziosi minerali che il sole asciugava e riscaldava fino ad una temperatura di 50-60 gradi. Continua a leggere

Santa Caterina (foto Enzo Cesarano)

Cicco d’oro

Cicco d’oro

di Corrado Di Martino

Dedicato ad un’amica per la quale nutro smisurata stima, una flaneuse

Santa Caterina (foto Enzo Cesarano)

Il Centro antico (foto Enzo Cesarano)

Premessa dell’autore
Secondo Baudelaire e forse anche Nietzsche, il flaneur da cui ho mutuato flaneuse, è un passeggiatore, un camminatore, che senza una meta o uno scopo preciso vaga in luoghi che conosce a memoria stupendosi del fatto che magari in cima ad un palazzo a lui molto familiare ci sia una finestrella mai notata prima, o che un dato campanile abbia un angelo sulla facciata etc.. un vagare alla scoperta del vecchio, dell’antico senza porsi il problema di farlo, tendendo se si riesce al rilassamento. Così l’ho inteso in Cicco d’oro, (metaforicamente) il mio sta diventando un camminare all’indietro nel tempo grazie a voi tutti, e lo faccio senza pretese, per rilassarmi a per rivivere un passato [tiempe belle ‘e ‘na vota] che ho amato tanto, nei colori, nei sapori, nelle vicende che riaffiorano vive come se le rivivessi or ora. Grazie per avermi dato la possibilità di “smetaforizzarmi”. Con stima. Corrado

Un flaneur venendo da Via Santa Caterina, prima che largo Spirito Santo si gonfi come una pera, sulla sinistra incrocia ‘a Chiazza (Via Piazza Grande): una volta era una stradina in basolato realizzata a gradoni. Un luogo ricco di umanità, con una teatralità tutta sua; quell’andar su a gradoni le conferiva l’aria di una palcoscenico a più livelli. Un venerdì di novembre del 1960 (non sono sicuro dell’anno) veniva giù da questo vicolo, urlando qualcosa, una donna vestita di nero, minuta, segaligna, mento sporgente, quasi senza denti, i capelli grigi raccolti in una crocchia sulla nuca – purtava ‘o tuppo –. Era Filumena ‘e Cuozzo, la madre di Cicco d’oro. Continua a leggere

Lo stabiese Frank Avallone

La storia del mio passato

La storia del mio passato
di Frank Avallone

L’italo americano Frank Avallone, stabiese in Florida, racconta la storia della sua vita.

Alle otto e mezza di sera, del primo gennaio 1939, venni al mondo. La levatrice che mi aiutò a nascere, di cui nessuno sa il vero nome, era chiamata “Pane ‘e farina(1). Nacqui “Mmiez’‘a Funtana“, nel popoloso quartiere del centro antico cittadino. All’ età di 3 anni andai a vivere con i miei nonni materni a Fondi, in provincia di Latina. Poiché, nel frattempo, la famiglia si era arricchita di una sorella e un fratello, e mia madre aveva bisogno di aiuto, circa un anno dopo anche i miei genitori si trasferirono a Fondi, perché la presenza dei Cantieri Navali e dell’Avis poteva essere un possibile obiettivo militare, avendo quindi timore di restare a Castellammare, pensarono che fosse meglio andare a vivere in una zona non industriale e di nessuna importanza strategica. Che sbaglio madornale!! I tedeschi prepararono la loro difesa proprio a sud di Fondi, sul fiume Garigliano, alle falde di Montecassino. Ci trovammo quindi, per 4 lunghi mesi, in piena zona di guerra. Dal Sud le armate degli alleati avanzavano fino al fiume Garigliano, ma non riuscivano a sfondare le difese tedesche. A nord di Anzio, erano sbarcate altre forze alleate; per cui noi eravamo, insieme ai tedeschi, imbottigliati fra due armate, che facevano da pane e noi da companatico. La battaglia di Montecassino iniziò il 17 gennaio del 1944 e finì il 18 Maggio dello stesso anno. In questa battaglia furono uccise circa 100.000 persone fra militari e civili. I bombardamenti erano incominciati negli ultimi 2 mesi del 1943. Il paese dei miei nonni era stato colpito da questi bombardamenti, per cui ci trasferimmo in un podere di loro proprietà nella località di Quarto di san Pietro. Vivevamo in una grossa capanna, che normalmente serviva come deposito per il fieno, i semi e per gli attrezzi agricoli. Ricordo il rumore della pioggia sulla capanna. Era un suono riposante che invitava a dormire. Inoltre la pioggia ci portava una buona raccolta di lumache, che ci aiutavano a sbarcare il lunario. I tedeschi avevano requisito tutto il cibo che avevamo, incluso le mucche, il cavallo, le galline, etc. Noi ci dovemmo arrangiare. Ma che lezione imparammo da questa situazione. Mio padre, ottimo pescatore, pescava qualche anguilla o del pesce nei vicini ruscelli. Io pescavo rane e qualche granchio di fiume. Mia madre e le mie due zie, raccoglievano la cicoria selvatica e qualche patata rimasta nei campi. Mio nonno Paolo CIMA, che prima della guerra, faceva il commerciante di bestiame nei vari mercati di Latina e Frosinone, con mio padre e i miei zii, organizzò, una spedizione a Sonnino (provincia di Frosinone), per comprare una mucca da macellare. Viaggiarono a piedi di notte, e alcuni giorni dopo, ritornarono con il loro acquisto che macellarono, una parte della carne fu venduta, per racimolare il capitale necessario per ripetere l’operazione. Il resto della carne la mangiammo noi famigliari. Eravamo una quindicina in tutto. Qualche settimana dopo ripartirono, ritornarono con un’altra mucca. Ma questa volta le cose andarono diversamente. Qualcuno informò i tedeschi, che vennero e sequestrarono la mucca. Senza più soldi,che fare? Ma si sa “chi cerca trova” e scava, scava, mio nonno venne a sapere che ad alcuni chilometri da noi c’era un contadino, che possedeva un’asina zoppa. Così mio nonno racimolò un po’ di oro e comprò l’asina. Di notte fu macellata, la testa e la pelle, sotterrata a qualche chilometro da noi. La carne fu venduta ed il capitale, per comprare un’altra mucca fu racimolato ancora una volta. La carne piacque, infatti, la gente ritornava per comprarne ancora. Diceva un cliente “questa mucca era tenera come una giuncana”. Alcuni giorni dopo dei cani randagi, ed affamati, diseppellirono la testa e la pelle dell’asina. Tutti si chiedevano cosa fosse successo? Nessuno lo sapeva, eccetto, i colpevoli del Ciuccicidio!!! Ricordo i bombardamenti su Montecassino. Durante la notte sembravano fuochi d’artificio, che duravano all’infinito. La case dei miei nonni fu distrutta dai bombardamenti, infatti ,circa la metà, delle case nel paese di Fondi furono distrutte. Fondi era un cumulo di rovine. Ricordo vividamente il giorno in cui il fratello di mia madre Onorato Cima, al ritorno (in bicicletta) dal paese, arrivato al ponticello che portava al podere, cadde e piangeva come un bambino, disperatamente. Portava la notizia della casa distrutta. Ricordo le batterie anti-aerei che sparavano, continuamente, tutti i giorni. A volte gli aerei sorvolavano il podere in cui eravamo, e sparavano su qualsiasi cosa si muoveva. Finalmente arrivarono gli americani! Avevano un campo militare vicino al podere. Quello che non dimenticherò mai è l’odore del pane bianco che gli americani, dividevano con noi tutti.
Mio nonno Paolo, parlava la lingua inglese, perché nel 1901 era emigrato in America, nel 1906 era diventato cittadino Americano e nel 1912 era ritornato in Italia per mettere su famiglia. Lui faceva da interprete alle truppe americane, per cui da quel giorno in poi il cibo non ci mancò. Ricordo però un episodio che avvenne fra mio nonno ed un sergente di artiglieria americano. Questo sergente voleva piazzare una batteria anti-aerea, nel mezzo del campo, che era dietro alla capanna. Mio nonno gli diceva che aveva appena seminato il grano e che la batteria avrebbe distrutto tutto il lavoro fatto e la possibilità di avere un raccolto, con cui dare da mangiare alla famiglia.
Ne seguì un battibecco accesissimo, mio nonno era un gigante d’uomo; circa un metro e novanta, sui centoventi chili. Insomma era un uomo poderoso, col quale non si poteva discutere quando si arrabbiava. Ad un certo punto mio nonno disse al Sergente, in perfetto inglese, che lui sapeva esattamente dove piazzare quella batteria e non era assolutamente nel campo, ma in un altro posto, che io non voglio spiegare con dovizia di particolari. A quel punto passò un Capitano americano che disse al Sergente “Ascolta il nonno, perché sono convinto che sia capace di portare a termine la sua minaccia”.
Così la batteria fu posta nei pressi della capanna e la sera, con mio nonno e i soldati americani, addetti alla batteria, si raccontavano storie successe durante il conflitto, che mio nonno interpretava per noi, intorno a un bel fuoco Questi per me sono stati tempi indimenticabili, per l’amore, l’affetto, il dividersi tutto con tutti, tempi che mi fanno capire che l’uomo ha capacità in se, e che queste vengono fuori quando è necessario e che lo spirito umano è indomabile!
Alcuni mesi dopo, i miei genitori, ritornarono a Castellammare al civico 27 di Largo Spirito Santo. Io e i miei nonni ritornammo a Fondi; macerie dappertutto, per mesi si sentivano storie di qualcuno che aveva messo piede su una mina ed era rimasto ucciso, o di chi aveva trovato bombe inesplose, etc. etc. insomma il pericolo non era completamente svanito. Come già sapete, il palazzo dei miei nonni era completamente distrutto… così andammo ad abitare a Via Porta del Vescovo, in un palazzo di proprietà del fratello di mia nonna, che si chiamava Vincenzo Zannella. Eravamo molto vicini a questo zio, anche perché la moglie era la sorella di mio nonno Paolo. Noi abitavamo al primo piano e loro al secondo. Il terzo piano era adibito a deposito di cereali, raccolti nei loro poderi, e a luogo di conservazione di salsiccia, lardo, prosciutto etc. Le finestre erano tenute sempre aperte, per far circolare l’aria e mantenere queste provviste in ottime condizioni. C’erano anche delle grosse giare di creta, in cui conservavano, melograni, mele, noci, etc. Così per circa altri tre anni rimasi a Fondi con i nonni ed ebbi l’opportunità di conoscerli molto bene. Mia nonna Attilia non era alta, forse 1 metro e 55 centimetri , ma era una donna forte e decisa (una vera potenza militare!) La domenica mattina, convinceva alcune vicine a spendere poche lire per portare i figli al mare nella vicina Sperlonga. Così mia nonna guadagnava un po’ di soldi trasportando al mare queste vicine e i loro figli. Il mezzo di trasporto era il carretto trainato da “Gigetto”. Durante il tragitto ci fermavamo a raccogliere le more che crescevano nei rovi, lungo la strada. Arrivati al mare mia nonna, allora sui 54 anni, slegava il cavallo dalla carretta, vi montava sopra e andava nel mare, come un’amazzone. Noi bambini, pescavamo le telline nella sabbia del mare. I viaggi da Fondi a Castellammare, per andare dai miei genitori, mi rimarranno sempre impressi nella memoria. Se il treno partiva alle otto mia nonna mi svegliava alle cinque; per le sei e un quarto o le sei e mezzo, noi eravamo già alla stazione. Mia nonna mi diceva; noi possiamo aspettare il treno, ma il treno non aspetta noi !!! Per farvi conoscere meglio mia nonna; ecco un breve episodio che accadde a Castellammare: mia nonna amava i film di Tarzan (però solo quelli interpretati da John Weissmuller) e i film dei cow boys (interpretati da John Wayne o Randolph Scott), una sera, volevamo andare al cinema, erano circa le cinque del pomeriggio e ci fermammo a guardare le locandine del film che si proiettava al cinema “Corso” , improvvisamente, mia nonna, afferra per petto, con la mano sinistra, una ragazza di circa 18 anni, e con la mano destra, le dà due schiaffoni, poi mette la mano in petto alla ragazza e recupera il suo portafoglio, lo rimette in tasca, ancora due ceffoni e le dice: “Proprio a me vuoi rubare il portafoglio?!” Ve l’avevo detto io: potenza militare! A Fondi mio nonno aveva assunto dei muratori e la casa fu ricostruita, parzialmente, in circa un anno e mezzo. Io andavo a scuola, prima e seconda elementare, in un edificio che si chiamava, indovinate un po’? Edificio scolastico. Il mio passatempo preferito era di arrampicarmi sulle macerie, e qualche volta aiutavo un ragazzo di qualche anno più grande di me. Non ricordo il suo primo nome, ma il cognome era Zenobia; lui cercava nelle macerie articoli di metallo, che vendeva al rigattiere, per aiutare la sua famiglia, che era molto povera. I miei nonni mi avevano proibito di scavare in queste macerie perché era molto pericoloso, ma io all’ insaputa dei nonni, aiutavo il mio amico. A sette anni non conoscevo cosa era il pericolo. Un giorno, circa alle cinque e mezza del pomeriggio, mi fermai dal mio amico, che viveva vicino casa, alla località “Pizzo del Mastuccio”, gli chiesi se voleva venire al cinema con me e mia nonna, a vedere un film di tartan, mi disse, avviati, ho da finire un piccolo lavoro e ti raggiungo. Eravamo al cinema, non più, di 15 minuti quando udimmo un boato spaventoso. Il mio amico, seppi dopo, aveva trovato una bomba aerea inesplosa, di sette o otto kg., voleva togliere la spoletta, che gli sembrava di bronzo o ottone, colpì col martello il percussore e la bomba gli esplose tra le gambe e rimase completamente dilaniato dallo scoppio!!!
Nel frattempo a Castellammare la mia nonna paterna, con l’aiuto di mio padre e i miei zii, aveva riaperto la gelateria, e i carrettini dei gelati erano di nuovo nelle strade di Castellammare, questa gelateria aveva iniziato ad operare intorno al 1925, forse la gelateria più antica di Castellammare: la gelateria era la stanza d’ingresso della casa di mia nonna, a fianco della stessa vi era la rivendita di “Cinciniello”, venditore di cozze, vongole e lupini di mare. Mio padre si era inventato altri lavori; da giovane aveva lavorato all’Avis, come saldatore, ed ora si era messo a fare caffettiere napoletane, pentole etc. Si era messo anche a fare i bomboloni cuoceva lo zucchero e poi attaccava la pasta a un grosso chiodo, infisso nel muro e tirava, tirava, fino a che tutto filava, lui lo faceva a pezzettini o a bacchettine e le vendeva. In seguito comprò una macchina con la quale faceva zucchero filato, all’Acqua della Madonna, vendeva con molto successo il suo prodotto. Mia madre era diventata contrabbandiere, però, alla buona: vendeva ‘a cartuccelle ‘e tabacco ai masti r’‘o cantiere e ad altri avventori.
La mia nonna materna la chiamavano “Girella‘a cafettera” nata Girella Cesino, era la sorella di “‘Ngiulinella‘e Zibbacco”. Se la mia nonna materna era “potenza militare”, la mia nonna paterna era invece“potenza diplomatica”. Aveva avuto 18 figli, quando il secondo nato morì, ne adottò un altro. 10 suoi figli sopravvissero fino all’età del matrimonio (7 figli e 3 figlie).
Sempre tranquilla, sorridente, serena. Se qualcuno le avesse detto: “Gire’ la tua casa si è incendiata”, lei avrebbe risposto “E cche’ vuo’ fa’, so’ cose ca’ succedono!” La ricordo ogni sabato mattina, andava al bancolotto, vicino al Caffe’ Umberto, di fronte a Scognamiglio, e si giocava, poche lire, un ambo sulla ruota di Napoli. L’altra sorella di mia nonna era zi’ Maria ‘e ll’Acquaferrata. Teneva il banco d’acquaiola, sotto al Palazzo del Mulino (che ora non c’è più). Ma zi’ “‘Ngiulinella‘e zibbacco”, era una grande potenza militare… i romani divennero famosi per il “De bello gallico” ed altri teatri di guerra.
‘Mmiez’‘a Funtana divenne famosa per le guerre fruttarole: zi’ ‘Ngiulinella e Laurella, due giganti della “frutta e verdura”, si facevano la concorrenza, come se fossero state la Fiat e l’Alfa Romeo… che battaglie, urla, appiccicate, altro che Guelfi e Ghibellini, oppure Tore ‘e Criscienze e Antonio‘e Puortemasse. Queste erano battaglie vere, sentite, appassionate. Io sono convinto (credo) che zi’ ‘Ngiulinella avesse ragione, sempre, anche perché, io segretamente facevo il tifo per lei. Pensate un po’, quando io passavo davanti al suo “posto”, lei spesso mi regalava qualche ciliegia o una noce. Quando poi c’era la figlia, zi’ Maria, allora qualche pesca, ‘na pera, o un grappolo d’uva lei me lo dava. Che bella persona era zi’ Maria ‘e Zibbacco, era bella dentro e anche di presenza.
Ma ritorniamo a Fondi, dove io ero. La vita trascorreva tranquilla, senza eventi. Mia nonna faceva il pane in casa, come ogni donna d’allora che si rispettava.
Ogni 10 giorni, mia nonna caricava un sacco di grano sulla bicicletta e spingendola a mano, andavamo al mulino a macinarlo. Questo si trovava alle spalle del castello di Fondi; la proprietaria si chiamava “Sabina” ed era la comare di mia nonna. Tornavamo a casa con la farina; mia nonna la setacciava, metteva da parte la crusca, che poi si dava da mangiare al maiale, che ci stavamo crescendo alla capanna. Impastava la farina, non tutta, una parte si conservava per fare le tagliatelle, gli gnocchi o altra pasta, mischiava, nell’impasto, un pezzo di pasta, conservato dalla volta precedente. Poi faceva delle pagnotte rotonde e le infornava, nel nostro forno a legna. Io aspettavo, perché mia nonna mi faceva, sempre una focaccia con olio, origano e pomodoro.
Grazie, nonna Attilia, il sapore era fantastico, saporitissimo; io lo so che tu ci mettevi un ingrediente secreto… l’amore per il tuo primo nipote!
Mio nonno Paolo, faceva il sensale di bestiame, vino e prodotti agricoli. Un giorno della settimana, credo fosse il sabato, c’era il mercato a Fondi, e io e il nonno andavamo. La gente si rivolgeva a mio nonno, per un parere, quando dovevano comprare un cavallo o una mucca da latte, un asino etc.
Mio nonno osservava, palpava, apriva la bocca al cavallo o all’asino e dava la sua opinione; ad affare concluso, lui veniva compensato.
Spesso, qualche macellaio locale, gli chiedeva di apprezzare un vitello o un altro animale da macello. Mio nonno non accettava soldi dai macellai; questi lo ripagavano con la carne per il ragù della domenica. La sera mi portava con lui in cantina, giù a Portaroma da Attilio Testa. Lì insieme ai suoi amici, beveva vino rosso e fumava i famigerati sigari toscani. Qualche sorsetto lo bevevo pure io! Che atmosfera… bevevano, fumavano, mangiavano, sputavano e bestemmiavano… roba da serie A! Da loro imparai il nome di santi, che non avevo mai sentito nominare prima! A volte, il cantiniere Attilio Testa, chiedeva a mio nonno di andare ad apprezzare l’uva di un certo vigneto, o di un raccolto che gli avevano proposto. Voleva sapere due cose: quantità e qualità del futuro vino. La mattina dopo, io e mio nonno, ci mettevamo in viaggio col carretto e il nostro fedele “Giggetto”. Mio nonno arrivato a destinazione, guardava, assaggiava l’uva e il suo giorno di lavoro era completato. A mezzogiorno ci fermavamo lungo la strada, mio nonno apriva il grosso tovagliolo a scacchi, e tirava fuori: pane, olive, formaggio, pomodoro e a volte un pezzo di salsiccia fatta in casa, naturalmente. Mangiavamo e bevevamo vino rosso, da un’anforetta, di circa due litri; a Fondi, quest’anforetta era chiamata “‘o cannatiello”, credo perché aveva un becco, come una canna di 5 o 6 cm . Mio nonno portava, attaccato al carretto, un corno pieno di sale e una fiaschetta d’olio d’oliva. Dopo aver mangiato e bevuto vino, direttamente dal cannatiello, salivamo sul carretto per il ritorno a casa. Io mi addormentavo, appoggiato a mio nonno; ancora oggi sento nelle mie narici, l’odore della sua giacca. Mia nonna, non so perché non era molto contenta del vocabolario, che stavo imparando dagli amici del nonno. Chissà perché!!
Sentivo la mancanza dei miei genitori, così nell’estate del 1947, ritornai a Castellammare, “Miez’‘a Funtana Grande”. Qui il mondo era interamente diverso da quello, quasi bucolico, di Fondi. Io parlavo con un accento differente (come Nino Manfredi: “fusse ca’ fusse”) così i miei nuovi compagni, quasi immediatamente, mi appiopparono per nomignolo “‘o tedesco”. Miez’‘a funtana, tutti avevano un nomignolo: “Ciccio ‘o stuorto”, “‘a naso ‘e cane” etc.
Io che avevo una fervida fantasia, pensavo di essere circondato dalla nobiltà internazionale, eccovi alcuni esempi:
Nobiltà francese ( Nanninel de la moshé – Ngiulinel le zibbaccò )
Nobiltà finlandese ( Caprannocchen, Cecchechennocchen )
Nobiltà spagnola ( Cinciniellos, Cicco de oro )
Nobiltà romana ( Nase e canem )

Lo stabiese Frank Avallone

Lo stabiese Frank Avallone

Frequentavo la terza elementare a Piazza “Vescovado”, nel palazzo del Seminario. Il mio maestro si chiamava Cirillo, ex ufficiale dell’esercito; severo, preciso, militare. Ogni mattina, prima di entrare, nel portone della scuola, lui ci metteva in riga, come soldatini e via… si marcia! Appena in classe dovevamo cantare il coro del Nabucco e Va pensiero. Io ero felice di averlo come insegnante, perché appena lui capì che ero bravo in matematica, mi diede da risolvere problemi di quinta elementare e se mi capitava di scrivere un tema che gli piaceva, lo portava in giro per tutto l’edificio. Questo mi manteneva interessato ad imparare sempre di più (poiché il mio vero problema era che tutto mi riusciva facile e naturale). Infatti, avevo bisogno di essere spronato per rimanere interessato ad imparare e per non annoiarmi. Lui questo lo capì meglio di ogni altro insegnante. Il professore era anche fortunato, perché nella mia classe c’erano altri due studenti eccezionali, Angelo Del Gaudio e Alfonsino Conte. Dopo gli orari di scuola ci chiedeva di andare a casa sua ( abitava quasi di fronte al carcere di Castellammare ), il nostro compito o meglio dovere, come la vedeva lui, era di aiutare gli altri studenti che erano rimasti un po’ indietro.
Il professore Cirillo le mazzate le dava, ma mai ai suoi tre pupilli. Una sera a casa sua mostrò, con grande orgoglio, a me e ad alcuni altri studenti, la sua sciabola e la fascia che si metteva a tracollo, nelle parade militari, quando era un giovane patriottico e fedele. Continua a leggere