
Hyppolite Menaldo la tragica morte di un ragazzo
di Giuseppe Zingone
Quella di cui raccontiamo oggi è una storia triste. Uno di quei fatti di cronaca che riempiono i giornali sempre più frequentemente e di cui è protagonista un minore, è la storia di Hyppolite Menaldo. All’epoca dei fatti, questo episodio di cronaca nera, destò un forte sgomento ed un grande dolore sul nostro territorio, tanti i giornali italiani ed esteri che si occuparono della vicenda.
Perché scriverne? Semplicemente per recuperare un documento storico; forse anche per non tralasciare nessuna traccia di eventi positivi e negativi o forse ancora per rendere un minimo di quella giustizia terrena, a quel ragazzo che non la ebbe nemmeno dopo la morte.
La prima volta che mi sono imbattuto nella storia di Hyppolite, fu attraverso un quotidiano francese coevo alla data del processo, ma subito dopo trovai un articolo di Nimar, (Arnaldo Minarini) sul Folchetto, che vorrei usare come introduzione e apertura (ricostruzione) di un argomento così delicato.
A me che nel giugno scorso, mi recavo per il giornale a vegliare presso il moribondo Nicotera e facevo a tarda ora, spesso nella più perfetta oscurità la lunga via che da Castellammare mena a Vico, ritornava alla memoria il truce fatto e mi si accapponava la pelle.
Ed il cocchiere, unica mia compagnia, immancabilmente ogni sera, chiunque egli fosse, quasi per rianimarmi, giunto ad un dato punto si voltava in dietro e mi diceva: – Ccà, signorì succerette ‘o fatto d”o piccerillo.
Per essi, quella è una delle curiosità da vedersi.
Pel burrone, ove ora è stato costruito un parapetto, l’occhio corre giù giù sino in fondo, tra gli scogli, ove il mare, il bel mare di Sorrento e di Vico, s’infrange dolcemente e mormora, quasi ripetendo i lamenti di quell’innocente, barbaramente soppresso, e tutt’ora invendicato.
La storia è nota. L’undici novembre 1885 tra gli scogli della marina di Vico, di quelle splendide marine ove si fanno i più bei bagni di mare che io conosca, alcuni marinai rinvennero il cadavere d’un fanciullo, biondo, dagli occhi azzurri, poco più che dodicenne.
Sulla biancheria era l’iniziale L. – nella piccola saccoccia di bimbo non v’erano che 65 centesimi ed una mezzalira svedese. Se ne fece la fotografia, da cui cavo lo schizzo fedele che vi mando, e fu distribuita; ma nulla si è riuscito mai a sapere del fanciullo.Si disse che era stato visto in compagnia d’un signore, il giorno innanzi lungo quella via, un signore dalla cera spaventevole, avvolto in un mantello, un forestiero che schivò quasi lo sguardo dei passanti.
Poi lo stesso signore fu visto solo – quindi scomparve. Nulla di più.
Molte volte parve si fosse sulla via di rintracciare il reo, poi nuovamente se ne dispersero le traccie.
Oggi da Bourges si ha che un tal marchese di Nayve è stato arrestato, incolpato d’aver fatto scomparire il figliastro, per sopprimere il frutto del disonore della moglie, e contemporaneamente appropriarsi la pingue eredità del fanciullo.
I giornali francesi dicono avvenuto il delitto presso Napoli, così che tutti abbiamo ricordato il mistero di Vico Equense e messo in relazione con quello di che si accusa il marchese francese.
I giornali hanno ripresa le loro inchieste interrotte; la questura crede bene non curarsene.
Intanto questi fatti fanno la spese delle discussioni e conversazioni napoletane, ed è qualche cosa di più nuovo, certamente d’imprevisto, per coloro che son venuti a godersi le feste!
A proposito.
Mentre chiudo la presente scoppiano i primi razzi e s’incendia la cupola di S. Francesco di Paola! Io scappo.
Nimar1
Il luogo in cui avviene il delitto è Vico Equense, il giovane Ippolito Menaldo, fu sballottato in un estenuante viaggio che lo porterà dalla Francia a Castellammare, poi a Sorrento a Capri, ed infine trovò la morte a punta Scutari, secondo i giornali italiani (e molto più probabilmente) lo scoglio della Fusarella.2
Il processo del “presunto assassino” avviene solo dieci anni dopo, quando la madre di Ippolito denuncia il marito accusandolo della morte del figlio, avvenuta nel 1885.
Alcune doverose precisazioni:
I fatti di Hyppolito Menaldo, come si diceva, scossero profondamente l’intero circondario. Sembra che perfino Salvatore Di Giacomo, in veste di giornalista, scrisse a più riprese del mistero di Vico Equense. La vicenda apparve subito assai confusa, sia per le dinamiche poco chiare (omicidio, suicidio o disgrazia), sia per l’impossibilità di identificare prontamente il giovane, dati i pochissimi indizi a disposizione. Se la documentazione francese cita Punta Scutolo, la cronaca locale e italiana individua invece il luogo del delitto, nei pressi dello Scrajo, all’altezza dello Scoglio della Fusarella.
In Italia, Hyppolite venne inizialmente identificato con il nome di Henry Maubertaut: una vera e propria identità fantasma rimasta impressa nella memoria della cronaca nera dell’epoca. In un blog di qualche anno fa si asseriva persino che l’assassino fosse stato condannato; un’affermazione che trova smentita negli atti processuali francesi, dai quali emerge anzi che l’uomo la fece franca, difeso sia da un amico, sia dai suoi stessi figli.
Inoltre, dal documento che segue, sembra che a denunciare il marchese non sia stata la consorte, bensì i concittadini del paese francese in cui risiedeva la famiglia. Si tratta, insomma, di una fonte figlia del proprio tempo, che reca ancora le imprecisioni tipiche della prima cronaca italiana.
Un esempio emblematico di questa confusione — visibile sia nell’illustrazione sia nel testo allegato — è fornito dalla Tribuna Illustrata della Domenica (Anno II, n. 32 del 5 agosto 1894, pp. 1-2). In questo articolo, risalente al 1894 e dunque antecedente al processo al marchese de Nayve (iniziato nel 1895), la sfortunata vittima viene infatti ancora chiamata Henry Maubertaut e non Hyppolite Menaldo.
Colgo anche l’occasione per ringraziare il signor Alessio Duranti, della Biblioteca Comunale Dionisio Roberti e dell’Archivio Storico del Comune di Sansepolcro (AR) per la gentile concessione della copertina e dell’articolo qui sotto riproposto.
Il mistero di Vico Equense alfine svelato
La mattina del 18 novembre 1885 due pescatori percorrevano a piedi la pittoresca strada che da Vico Equense mena a Castellamare, strada che segue le sinuosità della costa, ed appiedi della quale, fra scogli ed arene, vanno a morire i flutti del golfo. A un tratto, uno de’ due pescatori, affacciandosi per caso al parapetto della strada e guardando in giù, nel burrone, mandò un grido:
— Un cadavere fra gli scogli! – esclamò.
Infatti, fra l’alghe e le punte degli scogli, giaceva un corpo umano che il riflusso del mare permetteva di vedere.
I due pescatori corsero a darne notizia al paese vicino. Accorse gente, i carabinieri e le autorità, e con molte precauzioni il cadavere fu tolto dal suo umido letto, e portato a terra.
Triste, pietoso spettacolo! Quel cadavere apparteneva ad un giovinetto, ad un ragazzo sui 13 o 14 anni, dal profilo delicato, dai capelli biondissimi, dagli occhi cerulei. Indossava biancheria e vestiti finissimi. Tutto indicava in lui un giovinetto appartenente a ricchissima famiglia.
Sulla sua persona, nulla che potesse accertarne l’identità. Sulla camicia erano impresse due iniziali L. F. Nel borsellino aveva pochi soldi e tre monete svizzere. Attorno al collo uno scapolare con delle immagini sacre ed iscrizioni in francese, ed una catenella cui era assicurato un piccolo crocifisso d’argento.
Un’orribile ferita alla testa aveva determinato la morte del poveretto. Senza dubbio, precipitando dall’alto del parapetto sugli scogli acuminati sottostanti, il misero aveva trovato la morte. Si trattava d’una disgrazia o d’un delitto?
Il dubbio fu presto risolto. Nè nei giorni precedenti nè nei seguenti, nessuno andò a denunziare alle autorità la scomparsa o la morte di quel meschino. Si trattava evidentemente d’un orribile, d’un misterioso delitto.
Cominciarono le indagini. La sera precedente alla scoperta del cadavere, un vetturale incontrò, verso le 7, su quella stessa strada, due uomini: un signore di mezza età, ed un ragazzo sui 14 anni, all’apparenza stranieri. Il signore indossava un ampio mantello ed un cappello a larghe falde che ne copriva in parte il viso. Fu notato perchè portava occhiali.
I medesimi individui furono visti mezz’ora dopo, alle 7 e 1/2 da altri due cocchieri a poca distanza dal punto dove dovette esser stato commesso il delitto. Infine, alle 8 e 1/2 un altro vetturale incontrò, a pochi chilometri da Vico, lo stesso individuo misterioso, ma solo: ed avendogli offerto i suoi servigi, l’uomo parve seccato, abbassò il cappello sugli occhi, e scomparve nel buio. Non bisogna dimenticare che dalle 7 in poi, il passaggio dei due misteriosi stranieri, nessun’altra traccia, nè a Vico, nè altrove!
Passarono i giorni, passarono le settimane.
Il mistero di Vico Equense appassionava tutto il popolo di Napoli, e la fantasia galoppava in cerca d’una soluzione dell’enigma. In quel truce fatto si vedeva un dramma d’alte sfere: in quella povera vittima, un principe del sangue che si avesse voluto far scomparire. La stessa intendenza della questura a scoprire l’arcano confermava quest’ipotesi.
Le indagini, dapprincipio, poco a poco rallentarono, ma sempre infruttuose. Si fecero circolari all’estero, si andò in traccia di tutti i ragazzi scomparsi, si confrontarono fotografie, si sospettò l’uno o l’altro… ma non si venne a capo di nulla. Anche questa volta la polizia giudiziaria italiana non aveva smentito se stessa. E cosi, finchè, dopo qualche anno, del mistero di Vico Equense non s’è parlato più.
Son passati nove anni. Quindici o venti giorni fa, il procuratore della Repubblica di Bourges, in Francia, riceveva una lettera. L’apre, la legge, inorridisce. Quella lettera gli denunzia un mostruoso delitto.
«Il signor marchese di Nayve — dice la lettera — proprietario del castello di Presle, che voi onorate forse della vostra amicizia, è un miserabile assassino. Nove anni fa, egli ha ucciso in Italia un povero bambino, figlio della propria moglie, per rubargli il patrimonio. Se la giustizia di Dio non l’ha ancora punito, lo colpisca almeno la giustizia umana!»
Sono innumerevoli le denunzie anonime che giungono ai giudici: ne ricevono quasi tutti i giorni. Quasi sempre sono frutto della calunnia e della vendetta: eppero le autorità vi si mostrano piuttosto incredule. Tuttavia, per scrupolo di coscienza, il magistrato di Bourges ordinò subito delle indagini pronte e segrete. Il loro risultato fu tale che, pochi giorni dopo, il marchese di Nayve venne arrestato, mentre tornava da un viaggio di piacere.
Chi era questo marchese di Nayve, che le prime indagini dell’autorità giudicarono tale da essere capace di sì nero delitto?
Un tipo di gentiluomo degenerato e decaduto, di quelli che sembrano fantasie di romanzieri, mentre sono spesso fotografie dal vero. Questo marchese di Nayve, dopo essersi divorato nei bagordi l’avanzo d’un patrimonio già compromesso, era ridotto nel 1877 al verde completo, ad una vita di vergognosi spedienti. Come tanti suoi pari, pensò di reindorare il blasone mediante un matrimonio ricco, transigendo anche su tutto ciò che riguarda l’onore e la dignità personale.
Non tardò ad offrirsi ciò che occorreva al caso suo. Una signorina Baudreuil, ereditiera di ricchissima famiglia, aveva avuta, a quindici anni, una sventura irreparabile: un giardiniere di casa aveva abusato di lei e l’aveva resa madre. Occorreva trovare un marito che accettasse, ad occhi chiusi, questo stato di cose, in grazia della cospicua dote che l’accompagnava.
Il marchese di Nayve fu l’uomo. Il piccolo Henri Maubertaut — così si chiamava il frutto del peccato — non venne però riconosciuto: fu messo in educazione in un collegio. Il marchese di Nayve, mercè la dote della moglie, riscattò il castello avito di Presle, divenne un personaggio importante, fu sindaco di Sidiailles, ed aspirò anche alla deputazione politica. Due bambini vennero a coronare la sua «felicità coniugale.»
Senonchè in quella famiglia a base di vergogna si svolgeva un dramma intimo. La madre, per una naturale reazione, mostrava una singolare predilezione al piccolo essere esiliato, al povero Henri, che il marito non voleva ricevere in casa. Gli aveva costituito una fortuna personale di 60 mila franchi, e nel suo testamento l’aveva nominato erede al pari degli altri due suoi figli. D’allora nacque nel marchese di Nayve il sanguinario proposito di disfarsi del piccolo «intruso», che veniva, secondo lui, a rubare la fortuna sua e de’ suoi figli.
Il piccolo Enrico, cresciuto lontano dalla famiglia, aveva indovinato, o forse saputo da qualche indiscreto, il doloroso segreto della sua nascita. Il fanciullo, di animo sensibile, era venuto su d’un umore triste e malinconico. A un certo punto, il rettore del Collegio avvertì la madre sua che il poverino aveva bisogno di forti distrazioni. Erasi allora nel 1885, ed Enrico aveva 13 anni. Il marchese di Nayve, mostrandosi toccato dalla sorte di quel poveretto, offrì alla propria moglie di condurlo a fare un lungo viaggio. La proposta fu accettata, e nell’agosto di quell’anno il marchese ed il ragazzo partirono per l’Italia…
Tre mesi dopo, il marchese tornava… ma solo. Che n’era stato del ragazzo? Mistero! A qualche vicino, fu detto ch’era morto d’infezione alla gola. Al rettore del Collegio fu annunziato che il ragazzo, sempre in preda alla sua malinconia, erasi suicidato a Napoli. Nessuno ne seppe nulla di più.
Ben seppe o indovinò la verità madre sventurata. Che cosa sia avvenuto fra i due coniugi, s’ignora; certo è che, da quel momento, cominciò in quella casa una vita d’inferno. Nayve, diventato irritabilissimo, maltrattava continuamente la moglie ed i figliuoli. E i maltrattamenti erano così palesi che a un punto gli abitanti del paese commossi e sdegnati per le ferite di cui vedevano tormentati i bambini, lo denunziarono alle autorità.
Si fece il processo, ma il marchese fu assolto; se non che Nayve ricominciò peggio di prima; e la presenza in casa d’un istitutore, l’abate Rosselot, gli porse occasione d’accusare la moglie d’essere l’amante di costui.
E fu allora che scoppiò il fulmine e che il marchese fu arrestato.
L’abate Rosselot non ebbe nessuna difficoltà a convenire d’essere stato lui l’autore della denunzia anonima. Secondo lui, il marchese aveva confessato alla moglie d’aver pugnalato il piccolo Henri una sera, su una spiaggia deserta presso Napoli, e d’averne gittato in mare il cadavere. Il mistero di Vico Equense sarebbe adunque svelato!
Ne’ suoi primi interrogatorî, il marchese protestò energicamente la propria innocenza, ed insistette nella versione che il giovinetto, eludendo la vigilanza, era scomparso, e forse s’era suicidato. Ma mal seppe giustificare il proprio contegno poi, l’omessa denunzia, le contraddittorie versioni del fatto da lui narrate. Accusò l’abate Rosselot e la propria moglie di volerlo rovinare, per continuare liberamente i loro amori.
La cosa è a questo punto. L’autorità francese ha eseguito altri arresti, sembrando ingiustificabile anche la condotta del rettore del Collegio a cui era affidato il piccolo Enrico, e che s’acquietò troppo facilmente alla di lui scomparsa.
Restano a dilucidarsi due punti molto importanti. Anzitutto, fu o non fu rogato l’atto civile di morte del piccolo Enrico? In secondo luogo, come mai le indagini della questura italiana sull’identità del cadaverino di Vico Equense non giunsero a notizia delle autorità giudiziarie o dell’ufficiale di stato civile di Bourges?
Comunque sia, il mistero di Vico Equense sembra svelato. Esso promette veramente un dramma giudiziario del più vivo interesse.
All’epoca dei fatti, questo episodio di cronaca diede vita, anche ad un romanzo storico d’attualità, pubblicato a dispense (25 uscite): Nobiltà venduta, ovvero il Mistero di Vico Equense, edito da Edoardo Perino nel 1895 e scritto dal Conte L. Di Lay (pseudonimo di Leonida Lay).3
Ecco cosa racconta il Fanfulla alla vigilia del processo: Il delitto di Vico Equense.
-E’ incominciato oggi a Bourges, 28. mezzodi, dinnanzi alla Corte di Assise, il processo contro il marchese Battistino de Nayves, imputato di avere, durante un viaggio in Italia, ucciso il 10 novembre 1885, con premeditazione, tra Castellammare e Sorrento, un giovinetto di 15 anni, a nome Ippolito Enrico Menaldo figlio naturale di sua moglie, nata Bianca Massé de Beaudreville. La sala della Corte d’Assise è affollatissima.
Si annunzia che verrà interrogato il perito Balsamo, di Napoli, il quale fece la perizia del cadavere di Menaldo rinvenuto sugli scogli di Vico Equense. L’attitudine dell’imputato è calma.4
Come spesso accade in questi eventi non mancarono le speculazioni sulla morte del quindicenne: È sempre il Fanfulla a darcene notizia, nell’articolo: Il morto resuscitato.
Mentre in Francia la febbre del processo sale e l’opinione pubblica attende la sentenza, sul giornale parigino Gil Blas appare una rivelazione clamorosa destina a sovvertire ogni certezza: Il presunto morto è vivo. Un amico del marchese, infatti, rivela al redattore Luigi Gaillard di aver rintracciato in Italia la giovane vittima dell’aggressione. Il ragazzo – che oggi porta il nome di Menaldo – non è affatto affogato in quel mare agitato tra le scogliere della nostra costa, ma ha liberamente scelto la clausura nell’Abbazia di Montecassino.5
- L’Independant du Cher, mercoledì 6 novembre 1895, pag. 1
- L’Independant du Cher, mercoledì 6 novembre 1895, pag. 2
UNA CAUSA CELEBRE
I 60000 franchi del testamento, dal: Corriere illustrato delle Famiglie, Anno V, numero 1, Milano 17 novembre 1895, pag. 2
Il processo al marchese di Nayve
I nostri lettori non si aspetteranno certo un resoconto in “extenso” di questo processo, che ha impegnato giudici, giurati e avvocati per un gran numero di udienze; esporremo però nel modo più chiaro e imparziale possibile la vicenda tragica e i fatti ad essa collegati.
Parliamo anzitutto degli antecedenti del marchese di Nayve e di sua moglie — la quale lo accusa di aver gettato nel golfo di Napoli il figlio illegittimo di lei, Hippolyte Menaldo, nato prima del matrimonio e al quale il marchese non aveva dato il proprio nome.
Ricordiamo anche gli antecedenti del padre dell’imputato: serviranno a fare luce sul caso.
Ci troviamo in provincia. Un uomo di origini patrizie (il padre dell’imputato), di buona famiglia ma moralmente segnato dalle traversie della vita, aveva avuto un figlio da una donna che poi aveva legittimato sposandola. Questo figlio, con una nascita irregolare e declassato fin dai suoi primi anni, ha ricevuto comunque un’educazione decorosa.
Tuttavia, per la forza delle cose, in lui sono venute a scontrarsi due influenze opposte: la tradizione aristocratica del padre e l’estrazione plebea della madre, fatalmente abbagliata dal titolo acquisito e declassata nella nobiltà così come il marito lo era nel proletariato.
In simili condizioni, un bel nome non è un peso e non gli si porta rispetto: lo si usa piuttosto come un’esca per attrarre ereditiere e facilitare la conquista dell’agiatezza. Così, impreparato alla vita comune e con principi poco equilibrati, il marchese di Nayve si è lanciato nella competizione sociale.
Poco tempo dopo, dominato dall’ambizione di fare un “buon matrimonio”, si è rivolto a un’agenzia matrimoniale.
Lo sposo è un uomo abile e gli viene indicata una giovane ricca, di buona borghesia e con parentele stimabili. La sfortuna vuole che la reputazione immacolata della donna abbia subito un terribile scossone.
Ma che importa al marchese di Nayve, finché non gli si impone l’imbarazzante confessione di quella maternità? Nei confronti della futura moglie si mostra oltremodo indulgente, intravedendo vantaggi infiniti. Senza dubbio, la sfortunata donna si è sentita in colpa verso di lui. Come di consueto, il “piccolo intruso” viene tenuto a distanza, affidato alle cure di una brava donna nell’ombra più totale, nel paese dell’oblio.
Il marchese e la marchesa si stabiliscono nel loro castello: conducono una vita semplice, escono poco e non si occupano dei propri affari. Il marchese diventa sindaco del paese, mentre la moglie si dedica interamente alle cure domestiche. I loro figli vengono educati da precettori in casa. Una grande calma li circonda e tutti li credono felici.
Ebbene, no! Quella calma è soltanto apparenza, quel benessere è un miraggio. Laggiù ad Orléans c’è sempre il piccolo intruso: messo da parte, pagato, ma costante motivo di ossessione. E se un giorno volesse conoscere sua madre? Chi può essere sicuro del futuro?
Questo pensiero tormenta il marchese, che non fa il ragionamento più elementare: avendo accettato fin dall’inizio quella situazione, non gli restava che affrontarne le conseguenze; la storia della sua famiglia non poteva rimanere ignorata dai vicini quanto voleva credere, e la scelta più abile, oltre che più onorevole, sarebbe stata lasciar correre senza pubblicizzare nulla, ma senza nemmeno nascondere nulla.
Al contrario, nella sua testa si affollano pensieri ben più complessi. Vede continuamente l’onore della marchesa e dei figli distrutto dall’improvviso riaffiorare dell’esiliato. Non gli basta la tacita convenzione di silenzio e oblio con il suo entourage? Quelle parole — «L’onore di mia moglie! L’onore dei nostri figli!» — gli tornano sulle labbra come una mania.
Menaldo, il bastardo, gli sembra troppo vicino, troppo poco custodito: lo chiude in un piccolo seminario, circondandolo di precauzioni.
Lo sventurato ragazzo, strappato alle mani della contadina che lo aveva allevato, si inasprisce e si ribella, e la sua curiosità si accende: sa di avere una madre da qualche parte e vuole trovarla. Imboccata questa china, la sua fantasia infantile s’infiamma, arrivando a credersi figlio di un principe.
La vita di convitto lo soffoca, abituato com’è alla libertà e all’affetto. Sfidare la disciplina del collegio diventa la sua idea fissa. Per procurarsi del denaro si ingaggia nel primo circo di passaggio. Sono ragazzate puerili, d’accordo, ma si avverte la febbre che lo anima e si capisce da dove nasce. Ben presto l’indisciplinato collegiale viene congedato a poco prezzo, e il marchese de Nayve va a riprenderlo di persona. Che cosa ne farà?
Il suo piano è di distrarre con un bel viaggio quel piccolo essere diventato il suo incubo, per poi condurlo in America e abbandonarlo là. Eccolo dunque attraversare l’Italia in modo modesto, su scompartimenti di seconda classe, travestito e sotto falso nome. Questo viaggio, in fondo, ha tutti i tratti della follia. Fa quasi paura pensare a ciò che doveva agitarsi nella mente di quest’uomo di fronte al figlio di sua moglie, l’intruso piombato nella sua vita a causa dei suoi stessi calcoli errati.
Comunque sia, non è stata fatta piena luce. L’uomo sa controllarsi e gode della natura da esteta. Lo vediamo a Napoli e a Sorrento, trascinandosi dietro quel ragazzo che è la sua spina nel fianco. A Sorrento, lungo la stretta strada a picco sul mare, lo si scorge per l’ultima volta al crepuscolo. Un’ora dopo, il marchese ritorna da solo. Il ragazzo è sparito.
Si tratta di un crimine? Di un incidente? Di un suicidio? Non si sa. Il marchese de Nayve non avverte le autorità, per paura — dirà — di disonorare la moglie rivelando l’esistenza del figlio. Non richiede alcuna indagine, rientra in Francia senza fretta, riprende il proprio nome e titolo a Marsiglia e torna pacificamente alla sua solita vita di castello.
L’autore dell’articolo precisa: “Ieri ho cercato di estrapolare dai documenti del processo tutto ciò che potesse offrire una chiave di lettura psicologica. Il giovane Menaldo è morto: il suo cadavere è stato ritrovato in riva al mare, fracassato contro una roccia. Le indagini avviate non avevano portato a nulla, non si era potuti risalire all’identità del corpo e il caso era stato archiviato.
Così trascorrono dieci anni. Mancano solo pochi mesi e la prescrizione coprirà il presunto assassino, se di assassino si tratta. E al castello la vita prosegue sempre uguale, salvo per il fatto che il marchese diventa ogni giorno più collerico e duro nei confronti della moglie.”
All’improvviso accade l’incredibile, un fatto tragico e imperdonabile: la marchesa de Nayve invia al Procuratore della Repubblica una denuncia formale, scritta e firmata di suo pugno, in cui accusa il marito di aver assassinato in Italia il suo figlio naturale, che l’uomo non aveva mai amato.
Spinta da quale sentimento ha compiuto un atto così mostruoso? Un’unica attenuante si presenta a sua difesa: non era consapevole della gravità della sua accusa. Ne fanno fede le lettere quasi affettuose inviate al marchese proprio mentre, su sua richiesta, lui stava per essere arrestato.
Con quale angoscia si attendeva la deposizione della donna davanti ai giurati di Bourges! La comparsa della marchesa — accusatrice fredda, implacabile e gelida del proprio marito — ha fatto scorrere in tutti un brivido d’orrore.
LA MARCHESA. — Accuso il marchese de Nayve di aver gettato mio figlio Hippolyte nel golfo di Napoli l’11 novembre 1885. Le sue brutalità verso gli altri miei figli mi hanno spinta a denunciarlo alla giustizia, nel timore che uccidesse anche loro. Li picchiava, e quando cercavo di difenderli minacciava di strangolarmi.
IL PRESIDENTE. — Ritenete che vostro marito abbia agito con premeditazione?
LA MARCHESA. — No, credo abbia obbedito a un raptus di violenza.
M° DANET (difensore). — È vero che il 24 giugno 1894 avevate già inviato una denuncia al Procuratore di Saint-Amand?
LA MARCHESA. — Sì, signore.
M° DANET. — L’imputato si trovava allora in viaggio. Ebbene, signora — incalza severo il difensore —, se credevate vostro marito colpevole, come mai appena quindici giorni dopo la denuncia gli scrivevate questa lettera?
«PRESLES, 7 luglio 1894. — Caro Lucien, vedo che stai facendo un viaggio molto piacevole e bello. L’Esposizione di Lione deve essere davvero interessante. Qui nulla di nuovo. René continua a curarsi i denti. Stanotte abbiamo avuto un temporale spaventoso: il fulmine è caduto tre volte sul parafulmine. Ho scritto a Henri due volte e ho ricevuto sue notizie. A rivederci, ti abbracciamo di cuore. — MARCHESA DE NAYVE.»
Appena terminata la lettura della lettera, nell’aula esplodono mormorii di protesta.
LA MARCHESA (giustificandosi). — Avevo paura che tornasse per uccidermi!
L’agitazione in aula sale alle stelle. L’avvocato difensore si rivolge alla giuria:
M° DANET. — Abbiamo altre lettere di questo tenore, ma le riservo per la mia arringa.
Su richiesta del Presidente, il marchese de Nayve ripercorre le tappe della sua escursione lungo la strada di Sorrento:
“Siamo partiti dal ristorante verso le nove. Quei luoghi sono meravigliosi, frequentati da centinaia di migliaia di ricchi inglesi, mentre la gente del posto non fa nemmeno caso al paesaggio. Siamo arrivati a Sorrento verso l’una; avevamo camminato a una media di 4 chilometri all’ora, che non è certo un’andatura da passeggiata. Ci fermavamo qua e là, sedendoci a contemplare il paesaggio. Dopo aver visitato un laboratorio di intarsio abbiamo pranzato in un ristorante, poi ci siamo diretti al porto di Sorrento, pieno di pescatori e doganieri. Abbiamo visitato Capri, poi abbiamo preso una carrozza fino al Telegrafo, da cui si gode una vista splendida; abbiamo fatto così nove chilometri in carrozza fino a Meta. Dopo esserci riposati un momento, verso le quattro e mezza ci siamo incamminati a piedi verso la punta di Scutari.”
IL PRESIDENTE. — Due vetturini hanno dichiarato di avervi incontrato in quel punto verso le cinque di sera, all’imbrunire.
L’IMPUTATO. — Se ho fatto quella passeggiata di sera è perché in quei giorni c’era una splendida eruzione del Vesuvio, e il paesaggio con l’eruzione è molto più bello di notte. Al ritorno da Scutari, poco prima di giungere a Vico Equense, abbiamo incontrato altri vetturini; ci siamo fermati a consumare qualcosa al caffè Zerilli per una decina di minuti. Non era affatto buio, tant’è che il proprietario non aveva ancora acceso i lumi. Il resto è stato confermato dal pretore di Vico Equense.
IL PRESIDENTE. — I vetturini che vi hanno visto hanno dichiarato che il ragazzo sembrava esausto dalla fatica.
L’IMPUTATO. — È un errore: hanno solo detto che sembrava stanco, il che non è la stessa cosa.
IL PRESIDENTE. — La notte era buia?
L’IMPUTATO. — Ma no, c’era molta luce, era stata una giornata magnifica.
IL PRESIDENTE. — Dirigendovi verso La Fusarella avete incontrato un contabile della Banca Popolare; ha dichiarato che erano le sette e mezza.
L’IMPUTATO. — No, erano al massimo le sette meno un quarto.
Nasce un lungo dibattito sull’orario preciso tra il Presidente e l’imputato, basato sulle deposizioni contraddittorie dei testimoni italiani (Domenico Larrazione, Girardo Bavareso e altri). Si arriva così al punto cruciale del processo: la scomparsa del ragazzo.
IL PRESIDENTE. — Ci troviamo a 115 metri dal punto in cui il ragazzo è precipitato, sulla strada consolare da Castellammare a Sorrento. La strada scorre a picco sulla falesia, a circa sessanta metri d’altezza sul golfo di Napoli. È un’arteria larga, frequentata da carrozze e pedoni, delimitata sul lato mare da un terrapieno in muratura e ciottoli alto un metro. È dall’alto di questa strada, nel territorio di Vico Equense (località Sarraide), che il ragazzo è stato spinto giù tra le rocce del Serayd. Il luogo era tra i più propizi per commettere un delitto, e alcuni testimoni affermano che era già buio quando vi hanno visto passare insieme a Hippolyte. Che spiegazione date alla giuria?
In aula cala un silenzio profondo. Tutti gli sguardi sono puntati sul marchese.
L’IMPUTATO. — Signori della giuria, ecco come sono andate le cose. Eravamo sulla strada lungo la scogliera quando ho avvertito un bisogno fisiologico impellente. Mi sono dovuto allontanare un momento dal ragazzo per cercare un luogo disparato.
Quando sono rientrato, circa otto o dieci minuti dopo, il ragazzo non c’era più. Da un primo momento ho pensato si fosse semplicemente allontanato. L’ho chiamato, ma non rispondeva. Ho corso più avanti continuando a chiamarlo, e non sentendomi rispondere ho ipotizzato che fosse scappato. Ho affrettato il passo percorrendo un chilometro o due. Sul cammino ho incontrato due italiani e ho chiesto loro: «Non avete visto un ragazzino?», ma mi hanno fatto capire che non parlavano francese.
Ho proseguito la corsa chiedendo a chiunque incontrassi. Uno mi ha risposto: «No, non ho visto il bambino».
Ero affannato, con il fiato corto ed estremamente agitato. Ho pensato che fosse fuggito. Per un attimo mi è balenata l’idea che potesse essersi suicidato, ma ho scacciato subito quel pensiero.
Sono tornato sui miei passi, ho guardato in basso lungo la scogliera, ho setacciato il buio con lo sguardo e ho gridato: «Hippolyte! Hippolyte!». Nessuna risposta. Il cuore mi batteva a impazzire.
Sentivo solo il rumore del mare e il risacca delle onde. La mia angoscia era indescrivibile.
Ho passato due ore in tentativi inutili di ritrovarlo.
Scosso e disperato, sono rientrato a Castellammare. Ho pensato per un attimo di sporgere denuncia al pretore, ma farlo avrebbe significato disonorare mia moglie agli occhi degli altri suoi figli: per questo ho preferito tacere.
Ero prima di tutto un padre di famiglia. Se non si fosse trattato di un figlio illegittimo non avrei esitato, e se oggi mi trovo su questo banco degli imputati è solo perché non ho denunciato il fatto alla polizia italiana. In caso contrario, le autorità napoletane avrebbero aperto un’inchiesta, si sarebbe concluso per un incidente o un suicidio e nessuno mi avrebbe infastidito. Ma non volevo che il disonore di mia moglie venisse reso pubblico. No, non potevo volerlo, per lei e per i miei figli!
La dichiarazione dell’imputato, resa con frasi concitate e interrotte dall’emozione, suscita una profonda impressione nel pubblico.
IL PRESIDENTE. — Alla fine siete rientrato a Castellammare, ma non siete tornato nell’albergo in cui alloggiavate.
L’IMPUTATO. — Sono stato raggirato da una guida. Gli avevo confidato la mia disperazione per aver smarrito il ragazzo e lui mi ha detto di seguirlo, facendomi credere che mi avrebbe aiutato a cercarlo…
Proverò in quest’aula che in passato, assistendola con devozione, ho salvato la vita a mia moglie colpita da una grave malattia. Ebbene, anni dopo ho voluto salvarla dal disonore. Se oggi sono arrestato è solo perché sono vittima di un complotto, di un’odiosa macchinazione ideata da lei!
Una volta tornato a Presles mi sono consultato con il parroco di Sidiailles e con due legali del foro di Bourges: sono stati loro a consigliarmi di tacere, per la mia sicurezza e per l’onore di mia moglie. Se non avessi seguito quei consigli, forse avrei avuto qualche fastidio, ma di certo non mi troverei qui accusato di omicidio. Quando la mia difesa sarà nota a tutti, la gente dirà che non ho nulla da rimproverarmi!
IL PRESIDENTE. — Se non foste stato voi a spingere il ragazzo nel golfo non sareste fuggito, lo avreste cercato! Invece avete preso il primo treno per Napoli e avete attraversato l’Italia senza fermarvi da nessuna parte, per poi andare a svagarvi a Marsiglia prima di rientrare a casa.
L’IMPUTATO. — Ma io l’ho cercato quel ragazzo!
IL PRESIDENTE. — Se si fossero fatte subito le ricerche e lo si fosse trovato ancora vivo, voi non avreste avuto nulla da temere. Invece vi siete ben guardato dal dire una sola parola. Lungo la strada vi hanno visto passare a passo svelto, con il bavero del cappotto alzato e le tese del cappello calate sugli occhi: avevate l’atteggiamento tipico di chi ha commesso un brutto gesto. E, come fanno di solito i criminali dopo un delitto, siete andato a stordirvi in un locale di infimo ordine.
L’IMPUTATO. — Sono stato vittima di quella guida che si è approfittata di me.
IL PRESIDENTE. — E cosa avete fatto appena uscito da quel locale?
L’IMPUTATO. — Ho vagato per le strade. Avevo perso la testa, non volevo credere al suicidio e speravo ancora di ritrovarlo.
IL PRESIDENTE. — Purtroppo sapevate bene che non lo avreste ritrovato, avendolo spinto voi stesso nel precipizio!
L’IMPUTATO. — No, no! Non sono colpevole!
È rammarichevole che il dibattimento sia stato condotto così male e che l’interrogatorio si sia perso in discussioni marginali invece di fare luce sul fatto principale e sull’effettiva sussistenza del reato.
E mentre l’interrogatorio abbandonava l’indagine sulla morte violenta della vittima, la corte non ha esitato davanti all’orrore di far testimoniare i giovani figli dell’imputato, ponendo loro domande alla presenza del padre.
Non spetta a noi criticare il Codice di procedura, ma lo sdegno è tale che verrebbe da gridare al legislatore: Pietà!
Riportiamo dunque l’interrogatorio dei due figli del marchese.
Il giovane Henri de Nayve è un alto ragazzo biondo, vestito di nero con un lungo soprabito scuro.
IL PRESIDENTE. — Nome, cognome e qualità?
IL TESTIMONE (con voce calma e ferma). — Henri de Nayve, diciannove anni, studente al liceo Sainte-Barbe di Parigi, mi preparo per l’ammissione alla scuola militare di Saint-Cyr.
IL PRESIDENTE. — Riferite ciò che sapete.
IL TESTIMONE. — Signori della corte, avevo già reso una deposizione durante le indagini preliminari, ma devo confessare che mi fu suggerita dall’abate Rosselot. Venne a cercarmi in Svizzera e mi disse: «Tuo padre è senz’altro colpevole; l’unico modo per salvarlo è dimostrare che ha agito in un raptus di follia, e quindi che era un uomo estremamente violento». Ecco perché allora dichiarai che nostro padre ci maltrattava: credevo, così facendo, di offrirgli un’attenuante e di salvarlo.
(Sensazione e mormorii prolungati tra il pubblico. Nota della redazione: secondo il quotidiano “Le Figaro”, l’abate Rosselot non è affatto un sacerdote né un religioso).
IL PRESIDENTE. — Vostro padre non vi picchiava?
IL TESTIMONE. — Qualche volta sì, ma senza esagerare e mai con la violenza che è stata descritta. L’abate Rosselot, al contrario, ci picchiava con molta più brutalità, accanendosi soprattutto su mio fratello.
IL PRESIDENTE. — E le lesioni riscontrate su di voi da dove provenivano?
IL TESTIMONE. — Ce le procurava l’abate Rosselot. Si è parlato di dita insanguinate? Si trattava di una semplice sbucciatura.
(L’abate Rosselot viene fatto rientrare in aula su richiesta dell’avvocato Danet e messo a confronto con il ragazzo. Il marchese de Nayve, in lacrime, fissa con odio l’ex precettore).
Il confronto è drammatico. L’aula trattiene il fiato.
IL PRESIDENTE (all’abate Rosselot). — Che cosa ha da dire in merito alle dichiarazioni appena rese?
L’ABBATE. — Non ho mai dettato nulla a questo ragazzo. È stato lui a parlarmene per primo: «A casa succedono cose strane, l’ho letto sui giornali. Per me mio padre è colpevole».
A queste parole il marchese de Nayve balza sulla sedia: sembra sul punto di scagliarsi contro l’ex precettore.
HENRI. — Non è vero, mentite!
L’ABBATE. — Lo confermo. Quanto alle brutalità di cui vengo accusato, devo dire che quando davo ai ragazzi la possibilità di scegliere tra colpi di bacchetta e un compito di punizione (pensum), erano loro a preferire le bacchettate!
HENRI. — Ma sentitelo! Mio fratello ed io ci imbottivamo i pantaloni con i tovaglioli per attenuare i colpi! Voi mi avete dettato la deposizione davanti al giudice istruttore e mi avete sempre parlato male di mio padre!
L’ABBATE. — Al contrario, voi mentite! Non correvate forse da me a cercare rifugio quando vostro padre vi inseguiva per picchiarvi?
HENRI. — È successo una volta sola!
Il pubblico mormora a più riprese: in aula emergono dettagli così assurdi da lasciare sbalorditi.
IL PRESIDENTE. — Confermate entrambi le rispettive versioni?
L’ABBATE e HENRI (all’unisono). — Sì, signore.
IL PRESIDENTE (a Henri de Nayve). — Potete accomodarvi, se lo desiderate.
HENRI. — Preferisco restare.
Il ragazzo va a sedersi in fondo all’aula mentre si fa avanti il fratello minore, René de Nayve. René è di corporatura snella, vestito di nero, e si esprime con tono fermo e monocorde.
RENÉ. — Ho diciassette anni e studio per il diploma. Mio padre mi ha colpito qualche volta, ma mai senza motivo. L’abate Rosselot, al contrario, ci maltrattava continuamente dandoci degli idioti e delle bestie. Ci picchiava con la bacchetta: è stato lui a provocarmi il distacco di un’unghia dal pollice.
IL PRESIDENTE. — La vostra deposizione iniziale non concorda con quanto affermate oggi.
RENÉ. — Mia madre mi aveva fatto mandare a chiamare dal precettore, il quale mi disse: «Devi dire questo e quest’altro», e io ho obbedito.
IL PRESIDENTE. — È vero che dopo l’arresto di vostro padre si è sentito uno sparo di notte e vi siete armati di fucili all’interno del castello?
RENÉ. — Abbiamo preso i fucili solo perché avevamo sentito dei rumori sospetti in giardino.
IL PRESIDENTE. — I giurati hanno ascoltato. Potete ritirarvi, se volete.
RENÉ. — Preferisco restare.
Anche il secondo figlio va a sedersi tra il pubblico.
Vengono poi ascoltati altri testimoni. Il giovane René interviene più volte con forza per smentire le deposizioni sfavorevoli al padre. Infine depone l’abate Vallin, precettore della famiglia dal 1887 al 1890: dichiara che in quel periodo, pur tra alti e bassi e qualche litigio, la vita familiare dei de Nayve era abbastanza serena e il marchese si mostrava premuroso verso la moglie. L’abate riferisce inoltre che, ai tempi del seminario a Pont-de-Beauvoisin, il giovane Hippolyte Menaldo aveva più volte manifestato intenzioni suicide.
Si è trattato di omicidio, suicidio o incidente?
È questo il quesito che i giurati sono chiamati a sciogliere. Nonostante i forti sospetti, in assenza di testimoni oculari e di prove schiaccianti era praticamente impossibile per la giuria pronunciare una condanna a morte. Il marchese de Nayve viene dunque assolto.
Ma è davvero innocente?
Solo Dio lo sa!6
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con la nascita del giornalismo di massa e la straordinaria diffusione della stampa illustrata (La Domenica del Corriere, Le Petit Journal, The Illustrated London News), i disegnatori giudiziari diventarono figure chiave della cronaca nera e giudiziaria.
In un’epoca in cui i processi celebri appassionavano il pubblico come veri e propri romanzi a puntate, il disegnatore rappresentava l’unico “occhio” in grado di portare i lettori all’interno delle aule di tribunale.7 Grazie ad uno di questi artisti, sono giunti a noi, i volti dei protagonisti della vicenda, come anche quella dello sfortunato Ippolito, che è stato ricolorato con AI, in apertura di articolo.
- Le Monde Illustre, 39° Année, N° 2014, 2 novembre 1895, pag. 276.
- Le Monde Illustre, 39° Année, N° 2014, 2 novembre 1895, pag. 277.
I disegni che seguono sono tratti dal libro: Cronache criminali italiane, di Guglielmo Ferrero e Scipio Sighele,(Milano, Fratelli Treves, 1896. Il titolo che diedero ai fatti è appunto il mistero di Vico Equense, riporteremo solo le pagine con immagini.8
- Menaldo a 8 anni
- Menaldo all’epoca della scomparsa
- Luciano Gastone de Nayve
- La marchesa de Nayve
Articolo del 10 agosto 2026
1. Nimar è lo pseudonimo del giornalista e commediografo Armando Minarini. Scrisse e collaborò alla redazione del Folchetto, un noto quotidiano satirico e politico di orientamento radical-democratico fondato a Roma alla fine dell’Ottocento (1891-1894) da Emilio Faelli. Il nome d’arte “Nimar” è il troncamento e l’anagramma parziale del suo cognome (Minari-ni). In: Folchetto, Anno IV, numero 203, Roma, martedì 24 luglio 1894, pag. 2.
2. Se i documenti francesi, indicano come luogo dell’incidente, Punta Scutolo (spesso chiamata per errore Punta Scutari) cioè il promontorio roccioso a picco sul mare situato lungo la strada statale che collega Sorrento a Vico Equense, i documenti italiani segnalano che il presunto omicidio di Henry, è avvenuto all’altezza dello scoglio della Fusarella, per intenderci all’altezza dello Stabilimento dello Scrajo.
3. LAY dottor Leonida (Lui) – Roma: via Carlo Emanuele 48 – Nato a Napoli nel 1866 (secondo alcuni documenti aveva origini sarde). Laureato in legge. Direttore del tri settimanale Il Rugantino. Esordì nel 1885; fu redattore e collaboratore del Gallo, della Stampa, della Gazzetta, della Tribuna, del Don Chisciotte, del Capitan Fracassa, direttore del quotidiano Il Corriere Illustrato. Ha pubblicato: Fiori primaverili (versi), Storia di una farfalla, Uomo allegro, Il mistero di Vico Equense (romanzo). Leonida Lay muore a Roma il 12 agosto 1937. In: Annuario della Stampa Italiana, a cura del sindacato nazionale fascista dei giornalisti, Nicola Zanichelli editore 1931-1932, IX -X, pag. 658.
4. Fanfulla, martedì 29 ottobre 1895, pag. 3.
5. In realtà, si tratta di una vicenda romanzesca e drammatica – definita quasi una storiella americana – ripresa dal redattore del giornale francese Gil Blas, Luigi Gaillard. In: Fanfulla, giovedì 31 ottobre 1895, pag. 1.
6. LE VOLEUR ILLUSTRÉ, Supplément gratuit aux abonnés de “LA GAZETTE DE LORRAINE, N° 2002 – 14 Novembre 1895, pag. 732-734.
7. Albert Bataille, Causes criminelles et mondaines de 1895, Paris 1896, pag. 9 e ss.
8. Il Mistero di Vico Equense, In: Guglielmo Ferrero e Scipio Sighele, Cronache criminali italiane, Milano, Fratelli Treves, 1896, pag, 298-353.

Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l’arte, la fotografia e l’amore per la sua Castellammare di Stabia.















