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Gigi al bar Fontana (foto G. Zingone)

I figli

Gli anni ’30 a Castellammare
( nei ricordi dello stabiese Gigi Nocera )

Tra le cose ancora da fare, con Gigi, vi era un piccolo scritto da redigere a quattro mani sui “figli”, sulla loro importanza nella famiglia di ieri e nella società di oggi, il progetto come ben comprenderete si è fermato di colpo, ma i tratti che ne emergono sono un quadro chiaro, sintetico, sereno ed equilibrato della persona di Gigi Nocera.

Gigi al bar Fontana (foto G. Zingone)

Gigi al bar Fontana (foto G. Zingone)

Il Liberoricercatore nei suoi primi anni di vita aveva bisogno di un padre ed il buon Gigi ci “adottò”, nel nostro piccolo e in modi diversi siamo stati per Gigi dei buoni figli e credo che TUTTI siamo coscienti di aver goduto di un grande Padre”.

Giuseppe Zingone

I figli *
Lunedì 21 novembre 2011, ore 18:16

Da qualche tempo alcuni cari amici mi chiedono lumi sul perché negli anni “30” del 1900 si mettevano al mondo tanti figli e si cambiava sovente abitazione. Su questo argomento, facendo un semplice calcolo, la mia famiglia cambiava alloggio ogni due anni. Ma voglio soffermarmi sul primo fenomeno: il numero dei figli che si mettevano al mondo.
Limitandomi alla mia famiglia preciso che la famiglia di mio padre era composta da 7 figli: 4 maschi e 3 femmine. Quella di mia madre era composta da 5 figli. Ognuno di questi figli, sia dell’una che dell’altra famiglia, a sua volta ne ha generato almeno altri 5. Un fratello di mio padre ne ebbe 7! E’ vero che a ciò concorsero anche alcuni ridicoli provvedimenti presi dal governo fascista durante la guerra d’Etiopia: a ogni reduce da questa avventura che al rientro metteva al mondo un figlio veniva concesso un premio di 2 mila lire, detto “premio di natalità”.
Altri motivi, meno forzosi ma più naturali, concorsero a questo fenomeno.
Per esempio l’assenza di svaghi, diciamo, “alternativi”: Allora non esisteva la televisione e gli apparecchi radio non erano alla portata delle classi più modeste economicamente. Inoltre la scarsità di igiene aveva una importanza fondamentale così come la mancanza di anticoncezionali, meccanici e chimici. Per interrompere una gravidanza non voluta si doveva ricorrere alle cosiddette “mammane”. Le stesse, in ambienti tutt’altro che sterilizzati e igienicamente attrezzati, operavano con attrezzi rudimentali e quindi altamente pericolosi per la salute della donna sottoposta a tale barbaro trattamento.
Per concludere quindi nessun interesse venale induceva ad avere una numerosa figliolanza. Questa convinzione è da sfatare in quanto superficiale e per niente attendibile. I genitori non pensavano egoisticamente che questo bambino, crescendo, potesse portare un incremento economico alle scarse risorse della famiglia. Anzi, crescendo questi bimbi rappresentavano un aggravio economico. Bisognava vestirli adeguatamente, mandarli a scuola (anche se soltanto alle elementari) e naturalmente nutrirli come la loro età richiedeva.

Gigi Nocera


P.S.: Caro Giuseppe, queste poche righe rappresentano un primo abbozzo di quanto volevo dire. Te lo mando affinché tu lo possa esaminare, integrare, correggerlo se lo ritieni necessario. Quindi rimandamelo che lo completerò se non con altri argomenti, con una più corretta stesura. In attesa ti porgo una buona serata.

* Questo scritto conservato dall’amico fraterno Giuseppe Zingone, viene messo in pubblicazione come opera postuma, nel trigesimo della scomparsa del caro Gigi.

Francesco Filosa - L'antica Piazza Mercato

‘Mmiez”o Rilorgio

Gli anni ’30 a Castellammare
( nei ricordi dello stabiese Gigi Nocera )

Come ho scritto altre volte, sono nato a Castellammare tanto, tanto tempo fa, in Piazza dell’Orologio: il mio luogo dell’anima. Aperta verso il mare e con il Vesuvio come fondale si trova quasi al centro della città, nella parte antica, o meglio, storica di Castellammare. Naturale quindi che molti abitanti della zona, specialmente uomini, confluissero in essa appena il sole, superato il Faito, la inondava di luce e di calore. D’inverno poi era una vera delizia sostarvi, facendosi scaldare la schiena mentre si guardavano le navi manovrare per avvicinarsi alle banchine. Quelle che recavano cereali attraccavano al molo di fronte alla Capitaneria di Porto. Là le idrovore aspiravano dalle stive le granaglie per depositarle negli alti silos; che esistono ancora adesso ma, mi dicono, inoperosi. Altre navi (in verità erano velieri, senza motori) con carichi meno impegnativi attraccavano alla banchina proprio di fronte alla Piazza. Alcune trasportavano “sciuscelle” altre “chiancarelle”. Queste ultime non erano altro che listelli di legno lunghi un paio di metri, larghi e spessi pochi centimetri. Venivano sovrapposti, incrociati uno sull’altro, in modo da formare dei parallelepipedi alti più di due metri, che per noi bambini diveniva il luogo ideale per giocare a nascondino. Quanti giochi ha visto questa Piazza: gli antistanti binari del treno, ad esempio, si prestavano per il gioco del “carrillo” (per il quale occorrevano le nocciole); oppure il “cavalluccio”, che consisteva nello scavalcare un compagno piegato sul busto a 90°, chi aveva scavalcato a sua volta si piegava per permettere al compagno di scavalcarlo a sua volta; e così, un salto dietro l’altro, fra i binari si arrivava fino all’Acqua della Madonna. Un altro gioco che si faceva era il seguente: si tracciava una linea perpendicolare ai binari e vinceva chi lanciava più vicina alla stessa dei dischetti d’alluminio grossi come una moneta. Da dove provenivano questi dischetti? In quasi tutte le vecchie case del rione, nell’androne o per le scale esistevano delle nicchie votive dove erano poste delle riproduzioni o delle statuette di Santi e della Madonna. Davanti a queste effigi baluginava la incerta fiamma di un lumino. A me, fin da piccolo, e specialmente di sera, questo chiarore scialbo e intermittente metteva un poco di paura addosso: sembrava di essere in un cimitero. Ma mentre nella fantasia di Totò (‘A livella) il malcapitato testimone annotava impassibile il diverbio fra le anime del nobile e del netturbino, io in quel semibuio quasi me la facevo sotto. Dicevo dei lumini, questi cilindretti di cera affogato nel mezzo avevano lo “stoppino” (un sottile cordoncino di stoppa) che da una parte sporgeva per qualche centimetro per accendere la fiamma e dall’altra (il fondo), era trattenuto da un dischetto d’alluminio; quando la cera del lumino si consumava rimaneva questo dischetto, che non si buttava, ma si dava ai bambini per giocare. Fra i binari giocavamo anche allo “strummolo”, che non sto a descrivere perché molto conosciuto.

Allora questi erano i giocattoli a disposizione della maggioranza dei bambini. Non c’erano videogiochi, computer ed altre sofisticherie del genere, ma roba povera, semplice. E non credo che senza questi aggeggi elaborati e costosi i bambini di una volta fossero più stupidi di quelli di adesso. Anzi! La “strada”, per chi ha saputo far tesoro dei buoni insegnamenti e delle esperienze che essa forniva, è stata una vera maestra di vita: ha aiutato a sviluppare l’istinto per affrontare adeguatamente le vicissitudini della nostra esistenza; ha forgiato il carattere e la sensibilità; ha insegnato a riconoscere l’amico dal nemico; in una parola: ha fatto divenire lo “scugnizzo” un UOMO! Ma nella Piazza non c’erano soltanto i bambini. Attorno alla torre dell’orologio sostavano carrozzelle, traini, carretti, facchini, tutti in attesa di clienti.

Francesco Filosa - L'antica Piazza Mercato ('Mmiez''o Rilorgio)

Francesco Filosa – L’antica Piazza Mercato (‘Mmiez”o Rilorgio)

I cavalli con la testa immersa nel sacco del mangime (avena, biada, carrube) pigramente ogni tanto battevano le “ciampe” sul “vasoli” che costituivano la pavimentazione della Piazza. Questi “vasoli” bruniti e resi lisci dal tempo e dall’uso ora sono stati sostituiti dai cosiddetti sampietrini posati con disegni geometrici, che snaturano la bellezza, la caratteristica e la originalità del luogo. Continua a leggere

'O Lunnedì 'e Pozzano (foto anni '30)

‘O Lunnerì ‘e Puzzano

Gli anni ’30 a Castellammare
( nei ricordi dello stabiese Gigi Nocera )

Durante il corso della vita molte volte capita di ricordare fatti e avvenimenti del passato che ci hanno visto, non sempre inconsapevolmente testimoni o protagonisti. Per esempio, quando avevo 10/12 anni ricordo molto bene il varo di due navi, la “Amerigo Vespucci” e la “Giovanni delle Bande Nere”; navi divenute poi famose chi per un verso chi per l’altro. Oggi però non voglio parlare di questo; semmai lo farò un’altra volta.


Oggi, in occasione delle festività per la Resurrezione di Cristo, voglio ricordare come la maggioranza dei cittadini trascorreva il lunedì del dopo Pasqua.
Srotolando la matassa dei miei ricordi inerenti quei giorni, due fatti sono risaltati netti: il primo bagno di mare e la gita a Pozzano con relativa merenda.
Il primo tuffo in mare avveniva regolarmente a mezzogiorno del Sabato Santo, quando le sirene del Cantiere e quelle delle navi in porto annunciavano la Resurrezione. In quel momento, puntualmente, dall’amata e mai dimenticata “Banchina ‘e zì Catiello” ci buttavamo a mare, pur col brutto tempo. Nella nostra interessata concezione era un rito e si doveva rispettare.
Della gita a Pozzano lo spunto me lo ha dato anche una bella cartolina degli anni “30” che l’amico Enzo Cesarano mi ha fatto pervenire nei giorni scorsi.

'o Lunnerì 'e Puzzano (cartolina di Enzo Cesarano)

‘o Lunnerì ‘e Puzzano (cartolina di Enzo Cesarano)

In questa cartolina si vedono, sul piazzale della Basilica, numerose bancarelle che espongono e vendono giocattoli, bibite e leccornie varie. Queste modeste e disadorne bancarelle erano schierate anche, una dietro l’altra, sulla salita che porta alla chiesa. Dato che la strada era stretta (in terra battuta e naturalmente polverosa), erano schierate soltanto su un unico lato. Continua a leggere

I vecchi e la memoria

I vecchi e la memoria

Gli anni ’30 a Castellammare
  nei ricordi dello stabiese Gigi Nocera

Lo spunto per questa riflessione me lo ha dato l’amico Frank Avallone che dalla Florida con un suo scritto risponde ad una domanda rivoltagli dal Signor Umberto Cesino. La domanda verteva sulla prodigiosa memoria di certi vegliardi. Il buon Frank, con un certo…anticipo, si è collegato fra costoro e ha dato la sua risposta. Naturalmente non contesto le sue tesi, ma sull’argomento credo di avere qualcosa da dire anche io essendo… parte in causa. Incominciamo col dire che vicino al traguardo dei 90 anni non c’è una ressa. E poi non è detto che chi ci arriva non è già ‘nzallanuto.

I vecchi e la memoria

I vecchi e la memoria

Arrivarci con la mente lucida dipende da molti fattori. Eccone alcuni: 1° la predisposizione genetica (sapersi scegliersi i genitori….); 2° una sana condotta di vita, tutta la vita; 3° la curiosità intellettuale, cioè la voglia di apprendere, di sapere in che mondo viviamo, tralasciando i fatti insulsi. Fateci caso: di vecchi con queste caratteristiche ne vedete ben pochi imbambolati davanti agli schermi televisivi. Strumento, in certi casi volgare e diseducativo. Ora mi ricollego a quanto detto da Frank. Quali erano le fonti delle nostre cognizioni? Per prima la famiglia, poi la strada. I discorsi ascoltati in casa (a volte con finta noncuranza perché trattavano argomenti delicati); le confidenze e i pettegolezzi che si scambiavano ‘e cummare in certe occasioni. E quali erano queste occasioni? Quando in una famiglia si festeggiava un evento, quando vi si abbatteva una disgrazia, una malattia o un lutto molti amici e conoscenti portavano o la loro allegria o la loro solidarietà. E qui devo citare il grande Eduardo. Ricordate la scena iniziale del terzo atto di “Natale in casa Cupiello”? Quando Lucarie’ è a letto colpito da malore nell’apprendere le malefatte della figlia. In segno di solidarietà gli abitanti del palazzo si avvicendano per portare sostegno e conforto a Cunce’. Stazionano a gruppetti nella piccola stanzetta. Alcuni si interessano effettivamente della salute del malato, altri pettegolano bisbigliando qualcosa di superficiale e generico. Confortati ogni tanto da una tazza di caffé preparata da Rafele, il portiere dello stabile. Continua a leggere

Tore e Criscienzo

Il Teatro dei pupi

Gli anni ’30 a Castellammare
( nei ricordi dello stabiese Gigi Nocera )

Breve premessa dell’autore:
Caro Maurizio, ieri sera mi stavo deliziando leggendo qualcosa di Ferdinando Russo quando mi sono imbattuto nel suo poemetto “’O cantastorie”. Parla dei personaggi o per meglio dire degli eroi del Teatro dei pupi. E i versi che seguono mi hanno portato indietro nel tempo quando, poco più che bambino, andavo a vedere questi spettacoli.
 Il Teatro dei pupi:
Ecco linardo in campo! Il palatino!
‘O palatino ‘e Francia cchiù putente!
Teneve nu cavallo, Vigliantino,
ca se magnava pè gramigna a gente!Comme veveva,neh! Na votta ‘e vino,
na votta sana, ‘un le faceva niente!
Nu surzo sulo, nu varrillo chino!
E se magnava ‘e zeppole vullente!Po’ teneva na spata, Durlindana!
Uh figlio ‘e Dio, e che poc’ ‘ammuina!
Se sape! ‘A maniava chella mana!Na notte, pe’ passà d’ ‘a Francia a’ Spagna,
chisto Linardo, neh, che te combina?
Caccia sta spata e taglia na montagna!

 

Nella zona di Castellammare dove abitavo, (e siamo a cavallo degli anni del 1930) il teatrino si trovava di fianco alla discesa del vicolo del pesce, a sinistra per andare verso l’Acqua della Madonna partendo dalla Piazza dell’Orologio. Lì c’era un piccolo slargo in un angolo del quale vi era un locale, un “basso”, abbastanza angusto, con poca aria che proveniva soltanto dal portone d’entrata. In questo piccolo ambiente gli spettatori si accalcavano su sedie e panconi scricchiolanti. Accanto a questo locale vi era il chiosco dell’acquaiolo dove si vendevano granite, gelati, gazzose, lupini, fette di “melloni” e qualche volta anche ‘o pere e ‘o musso.

Tore 'e Criscienzo

Tore ‘e Criscienzo

Le granite venivano ricavate grattando, con un attrezzo simile a una piccola pialla, un “pane” di ghiaccio lungo circa un metro e mezzo di sezione quadrata di 20×20 cm.
Il ghiaccio così tritato veniva messo in un bicchiere sul quale poi ci si versava il gusto che il cliente chiedeva: limone, fragola, menta, ecc.
Le gazzose si vendevano in bottigliette la cui chiusura era rappresentata da una sfera di vetro contenuta nel collo sagomato. Con un dito messo nel imbocco della bottiglia si spingeva in basso la pallina e l’acqua… frizzava. Continua a leggere