Archivi tag: dott. Raffaele Scala

Quei terribili giorni del 1943

di Raffaele Scala

( Saggio inedito )

Premessa dell’autore:

Egregio Maurizio, spett.le redazione, in questi giorni sui giornali sono ricordati, con diversa enfasi, lo sbarco anglo americano del 1943, l’armistizio dell’8 settembre, la resistenza che ne seguì, con l’eroismo dei pochi e la viltà dei tanti. Anche Castellammare, come è noto diede il suo contributo di sangue e di eroismo. Altri hanno scritto prima e meglio di me, tra i tanti l’amico Antonio Ferrara, giornalista di Repubblica e emerito Presidente del Comitato per gli scavi di Stabia, anche recentemente sulla rivista Cultura e Società. Quello che ho inviato in allegato è solo un mio piccolo contributo per ravvivare il ricordo di quei giorni lontani, che in tanti hanno vissuto e i sopravvissuti ancora ricordano. Cordiali saluti, dott. Raffaele Scala.

14 febbraio 1943: Il Terzo Reich nel porto di Castellammare (collez. dott. Carlo Felice Vingiani)

A Castellammare di Stabia, come nel resto del Paese, le sofferenze della guerra, fortemente voluta da Benito Mussolini, diventavano ogni giorno sempre più insopportabili per la popolazione e le proteste, innescate dal 1942 per il continuo razionamento del pane, ridotto ormai a 200 grammi giornalieri, non mancavano: sulla scia di quanto accadeva in altre parti anche le donne stabiesi, il 26 febbraio di quell’anno, scesero in piazza facendo sentire la propria voce. Il risultato non si fece attendere e la razione di pane fu aumentata, poca cosa ma sufficiente ad andare avanti fino a quando, nel giugno del 1943, ancora una volta riempirono Piazza Municipio gridando contro il Potestà per il nuovo razionamento del pane. Continua a leggere

Il Quarto Stato (opera di Giuseppe Pellizza - anno 1901)

Il 1° Maggio a Castellammare di Stabia dalle origini al dopoguerra

Il 1° Maggio a Castellammare di Stabia dalle origini al dopoguerra

articolo del dott. Raffaele Scala

Il principio delle tre otto prevede
che otto ore siano destinate al lavoro,
otto ore alla svago e all’istruzione
e otto ore al sonno.

Il Quarto Stato (opera di Giuseppe Pellizza - anno 1901)

Il Quarto Stato (opera di Giuseppe Pellizza – anno 1901)

PREMESSA:

Quelli che seguono sono semplici appunti di un lavoro appena abbozzato, stralci rubati alle numerose ricerche effettuate negli anni, un puzzle composto alla meno peggio, ma sentivo la necessità di pubblicare qualcosa sulla Festa del I maggio, di dare un senso, al tempo del corona virus, a questa giornata un tempo così importante e ormai declassata a giorno di riposo, da trascorrere chiusi in casa, magari ad ascoltare musica, ovviamente leggera, scacciapensieri. Così in fretta e furia ho provato a mettere insieme i primi maggio vissuti in una Città ex industriale, antica roccaforte rossa al punto da essere definita la Stalingrado del sud. Dai primordi al 1948. Ho provato poi a chiudere questa breve panoramica con delle riflessioni a caldo, non bene ponderate. Ho deciso di lasciarle così, in attesa di una seconda, magari terza stesura che il tempo, la voglia e lo studio mi consentiranno di meglio definire. Perciò chiedo venia delle eventuali inesattezze, imprecisioni e perfino di alcuni acidi commenti ai quali mi sono dedicato in chiusura di questa mia breve panoramica.


La giornata internazionale per la riduzione dell’orario di lavoro

Il I maggio, quella che oggi conosciamo come festa dei lavoratori, nasce in realtà come giornata di mobilitazione per la conquista delle otto ore lavorative in un tempo in cui si era costretti a lavorare almeno 12/14 ore al giorno, con punte di sedici, per sei giorni alla settimana e spesso impiegati  anche la mattinata della domenica per la manutenzione degli impianti. Erano tempi in cui i diritti degli operai erano prossimi allo zero e perfino scioperare era considerato un reato da una legge matrigna che riconosceva esclusivamente i diritti dei padroni. Continua a leggere

Luigi Di Martino

Luigi Di Martino, un partigiano di Castellammare di Stabia

articolo del dott. Raffaele Scala

Caro Maurizio, a seguire trovi un’altra delle mie piccole biografie, questa volta dedicata a Luigi Di Martino, una delle più specchiate figure del movimento operaio stabiese, antifascista duramente perseguitato dal fascismo, tra i pochi veri partigiani del nostro territorio e successivamente sorvegliato dalla stessa polizia repubblicana, fino alla sua morte avvenuta nel 1969. Il 30 gennaio ricorre l’anniversario della sua scomparsa. Probabilmente il suo nome non dice più nulla alla maggioranza degli stabiesi, ma forse proprio per questo potrebbe essere utile ricordare questa prestigiosa figura di dirigente politico e sindacale della sinistra stabiese, tra l’altro consigliere comunale per diverse consiliature.

Con stima e simpatia. Raffaele Scala

Luigi Di Martino

Luigi Di Martino

Nato a Castellammare di Stabia l’11 novembre 1897 da Giovanni e da Giulia Fabboni, Luigi Di Martino fu una delle più belle e carismatiche figure del movimento operaio stabiese, irriducibile antifascista fin dal suo avvento, coerente fino all’autolesionismo, visse in povertà, ma con grande dignità, la sua esistenza di operaio e di militante comunista. Franco Ferrarotti nel suo bellissimo libro, La piccola città, raccolse la sua autobiografia, di cui, di seguito, riprendiamo il brano d’apertura:

Sono figlio di un misero marinaio navigante sui battelli a vela che scaricano materiale per la Sicilia e stava mesi interi senza guadagnare il becco di un quattrino. La vita si svolgeva nella più squallida miseria. La nutrizione erano fagioli e pastasciutta alla domenica e nella stagione estiva, che guadagnava di più, si vedeva il vino e qualche pezzetto di carne. (…), mia madre faceva la lavandaia. Qualche sorella andava a servire (…). All’età di 10 anni cominciai a lavorare ai Cantieri Mercantili per la costruzione di navigli in legno. Prendevo 4 soldi al giorno. Si cominciava alle sei del mattino e si finiva quando il sole era scomparso. Quando c’era da preparare il legname per i lavori del giorno successivo, anche dopo il tramonto del sole, sino alle 21 di sera…[1] Continua a leggere

Villa Comunale ai tempi del lockdown (foto Enzo Cesarano)

L’alieno, la cinquantena, lockdown e Feltri

L’alieno, la cinquantena, lockdown e Feltri

considerazioni sull’anglismo dilagante e sul pericoloso chiacchiericcio dominante al tempo del corona virus.

del dott. Raffaele Scala

Buongiorno Maurizio, ispirato da Feltri ho buttato giù questo, per me, breve articolo. Naturalmente sempre legato alla nostra quarantena, non ho potuto fare a meno di alcune considerazioni sull’anglismo dilagante e sul pericoloso chiacchiericcio dominante al tempo del corona virus. Il tutto aspettando di completare una ricerca su un duello con la pistola verificatosi tra due giornalisti nel primo Novecento, uno dei quali era un famoso stabiese. Molto più famoso e importante sarebbe diventato il suo antagonista. Ma di questo ne parleremo con calma.

Ringraziandoti sempre. Raffaele Scala.


L’alieno, la cinquantena, lockdown e Feltri

Con il 25 aprile abbiamo raggiunto, e ormai superato, i quaranta giorni di clausura forzata, dando senso, corpo e tante maledizioni alla quarantena. E pensare che questo termine ha acceso tante inutile discussioni sull’appropriato utilizzo di un lemma al tempo in cui ci eravamo illusi di un sacrificio limitato a 14 giorni. Ha senso, si diceva, parlare di quarantena, considerando il tempo limitato dell’isolamento imposto agli italiani? Inventiamone uno adeguato, si scriveva e si parlava nel battibecco quotidiano televisivo, utile solo a riempire di inutili chiacchiere  e più spesso controproducenti, fingendo di aiutare a trascorrere il tempo e a vincere la noia dello stare in casa.

Villa Comunale ai tempi del lockdown (foto Enzo Cesarano)

Villa Comunale ai tempi del lockdown (foto Enzo Cesarano)

E invece non soltanto la quarantena è stata consumata per intera, nel suo significato più ampio, ma l’abbiamo pure superata, per la gioia dei cento ciarlatani intrattenitori e di altrettanti  presunti  linguisti da salotti televisivi, intenzionati a tenerci inchiodati davanti all’antico, colorato, sempre più insulso focolare familiare sull’utilità o meno di utilizzare una definizione, un termine più adeguato. Qualcuno parlava di quindicena. E ora invece dovranno inventarsene un altro adeguato alla nuova situazione. Che so, chiedendo scusa all’Accademia della Crusca, l’invento al momento, la cinquantena, se non addirittura la sessantena. Continua a leggere

Tramonto stabiese (Raffaele Scala)

Tra allucinazioni e felliniani amarcord

Tra allucinazioni e felliniani amarcord

diario e riflessioni tra serio e faceto di un cittadino spaventato al tempo del covid-19

del dott. Raffaele Scala

Maurizio buongiorno, ancora una volta ti disturbo per affidarti questa mia quarta riflessione ad un mese circa dall’inizio della quarantena, sperando, come sempre, che trovi il consenso di chi mi legge. Non so come gli altri stiano vivendo queste tristi settimane, io racconto, tra serio e faceto, le mie. Quando tutto questo finirà, perché prima o poi dovrà pur finire, ed i segnali ci sono tutti, bisogna solo tenere duro ancora per qualche tempo, sarà, forse, divertente rileggere questa sorta di diario di uno stabiese anta. Come sempre con immutata simpatia. Raffaele Scala.


Ora che ci siamo lasciati alle spalle pure questa triste, sconsolata Pasqua e la sua nebbiosa pasquetta, ormai giunti al trentesimo giorno di clausura forzata, e con l’amara prospettiva di almeno altri ventuno, rinchiusi come animali in gabbia fino al 3 maggio, per colpa di questo maledetto corona-virus, che da troppo tempo gironzola per le strade del mondo provocando contagi e morti a non finire, comincio ad avere le allucinazioni.

Ginkgo di Stabia (Raffaele Scala)

Ginkgo di Stabia (Raffaele Scala)

Si, proprio io che non ho mai sognato, neanche per sbaglio, comincio ora a vedere film mentali ad occhi aperti. Tra quelli frequenti mi rivedo uscire di casa accompagnato dal mio fedele Ciccio, adorabile, viziato mezzo volpino, cane meticcio che ci teneva compagnia fin dalla sua nascita, percorrere a piedi quei millecento metri che mi separano da Piazza Borrelli, dove aveva sede l’edicola del paese. Era bello passeggiare con lui lungo i marciapiedi di via Canneto, proseguire per l’antica via Petraro, fermandomi ogni tanto a salutare qualcuno, magari scambiare quattro chiacchiere, fingendo di non sentire l’abbaiare di Ciccio insofferente alle non preventivate fermate, per poi proseguire il felice cammino. Era il nostro appuntamento questo, mio e di Ciccio, riservato al sabato e alla domenica, quando ero libero dal lavoro, quello che mi portava da anni a Napoli, dal lunedì al venerdì, verso il Centro Direzionale, dove aveva sede l’ufficio in cui ero impiegato. Continua a leggere