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Pillole di cultura: Uósemo

a cura del prof. Luigi Casale

a parola “uósemo”, usata nel meridione d’Italia, a Napoli significa “fiuto del cane”. Essa come tantissime altre parole è un relitto della lingua greca, che più a lungo si è parlata nell’Italia bizantina. Ed è originata dalla forma “osmé” o “osmòs” (odore), parole collegate al verbo “osmao” (odoro, fiuto). A loro volta, rispettivamente, da “odmè” (odore) e “ozo” (mando odore, esalo), corrispondenti ai vocaboli latini: “odor” (sostantivo: “odore”) e “oleo” (verbo: it. “olezzo”).

L.C.

P.S. (post scriptum = dopo aver scritto)
Chiedo scusa ai cultori della lingua greca e agli appassionati della sua grafia se ho scritto gli etimi greci con grafia latina. E’ colpa della mia modesta attrezzatura informatica e delle mie limitate capacità a reperire tabelle.
Ciò ha comportato qualche inesattezza, quanto agli accenti grafici e alla lunghezza delle sillabe (cose che non influiscono sulla comprensione del messaggio nella sua essenzialità). Agli esperti non mancheranno gli elementi per la ricostruzione graficamente ineccepibile della corretta lettura.

Vita da Operai

Da: Carlo Bernari: Tre operai – Milano 1934 (capitolo XVI)

Si ringrazia il prof. Luigi Casale per la gentile segnalazione

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Il rione Cattori era formato da un gruppetto di palazzine e due palazzi grandi, costruiti quasi sulla spiaggia che si stendeva tra Torre Annunziata e Castellammare. Il vecchio Cattori, proprietario della fonderia che sorgeva poco più lontano, cominciò a costruire questo rione per farlo abitare dai suoi operai. Il progetto comprendeva la costruzione di un ospedale, di una infermeria, di uno spaccio cooperativo, e di un albergo che doveva fornire alloggio a tutti quelli che non avevano famiglia. Ma la morte di Cattori mise fine al progetto. Gli eredi erano gente votata a tutt’altri pensieri che non quello di assicurare agiatezza agli uomini abbrutiti dal duro lavoro e dalla vita isolata, e finirono per fittare queste casette per la villeggiatura dei signori che venivano nei mesi estivi.
La plaga stepposa e arida, chiusa fra Castellammare e Torre, divenne così una colonia di piccoli borghesi che nelle sere di luna e nelle domeniche lunghe si riunivano in grosse comitive a sorbire bibite ghiacciate, a organizzare gite in barca e in automobile. Gli operai, per i quali erano state costruite quelle case, passavano sull’imbrunire il più lontano possibile da quella gente quasi per non vedere la loro vita meravigliosa.
La domenica anche gli operai andavano al bagno, ma si riunivano tra loro e se ne stavano in disparte in qualche angolo della spiaggia, che non aveva fine; dove gli uomini e le cose, per la vista larga, si perdevano in una nebbiolina lucente che il caldo sollevava dalla rena. Le voci dei villeggianti si facevano eco di tenda in tenda e giungevano fino ai diseredati cariche di vapori, di colori e d’intatta felicità, e sembravano provenire da una terra ignota, dove tutto squilla di piacere e ogni cosa brilla, anche la spiaggia che, da quella parte, invece, appariva più sporca e triste. Il mare batteva quasi sempre su quel lato portandovi sbavature di alghe e di catrame, che seccandosi attiravano mosche, zanzare, nugoli di moscerini…

Apis more modoque

( Il prof. Luigi Casale incontra il professore Antonio Carosella )

Quella che si narra in questa pagina sicuramente non è una storia minima!

Quando il professore Antonio Carosella l’estate 2010 volle offrirmi la sua raccolta di “scritti vari” dal titolo Apis more modoque, mi sorprese la mole del volume, che subito pensai, riconoscendomi – in tutta franchezza – un cattivo lettore, lento e indolente, che molto probabilmente non l’avrei mai letto o che forse una volta iniziatane la lettura – bontà mia! – non l’avrei portata a termine. Ebbene, a questo pensiero mi sentivo davvero indelicato verso chi avevo voluto incontrare dopo più di quarant’anni dalla nostra separazione alla fine della “maturità” liceale. Come avrei potuto riservargli un comportamento tanto irriguardoso a fronte di tutte le cortesie ricevute? Con quale coraggio?
Per la verità, lasciata la scuola alla fine dell’anno scolastico 1963/64, c’eravamo incontrati un paio di volte.

1964_carosella

anno scolastico 1963/64

La prima fu un incontro occasionale, per strada. La seconda, che io ricordi, fu un incontro molto più significativo. Era il 16 aprile del 1972. L’indomani del mio matrimonio. A mezzogiorno partivo da Napoli in viaggio di nozze con destinazione Verona. Rapido, prima classe, ristorante a bordo, credo che si chiamassero “treno bandiera”: proprio come si conveniva a due sposini in luna di miele. I fatto è che all’epoca essendo io funzionario delle FS, a parte il pranzo, beneficiavo insieme alle persone a carico – come si dice con linguaggio burocratico – delle cosiddette concessioni ferroviarie.
Con quello stesso treno si trovava a viaggiava il professore Antonio Carosella – adesso non ricordo se diretto a Roma oppure a Bologna. Ricordo solo che date le circostanze, fu per me un viaggio piacevole e memorabile. La sua compagnia fu gradita anche a mia moglie, che poté conoscerlo e ammirarlo.
In seguito, ma ormai erano passati diversi anni: si era nell’anno scolastico 1988/89, c’era stata una sua telefonata, graditissima, con la quale egli, avendone avuta notizia dal prof. Centonze o dal comune amico Eugenio De Biase, si complimentava del mio incarico di preside al Liceo Virgilio di Vipiteno.
Perciò verso chi, nel rivedermi ora dopo tanto silenzio, mi aveva accolto con entusiasmo e generosa affabilità, apparivo a me stesso uomo poco riconoscente, ingrato. E neppure compensava il rammarico, il fatto che insieme a quel malloppo di libro, nel dono, vi erano altre due o tre delle sue opere le quali avrebbero attirato la mia preferenza verso una lettura attenta e interessata, anche con una certa urgenza e frenesia. Il romanzo Il ritorno, l’avei letto per studiarne la prosa narrativa. Trittici vesuviani, trattandosi di pagine critiche sulla narrativa campana degli ultimi anni, l’avrei letto per mia personale informazione storico-letteraria, ma soprattutto per risentire l’eco delle grandi lezioni a cui ci aveva abituato il professore Carosella nei corsi liceali. E poi volevo leggere dei due romanzi già pubblicati da Vincenzo Esposito, compagno di classe, e ugualmente suo alunno. Terzo: Gaetano Pagano, una vita per la poesia, lo ritenevo interessante per avvicinarmi ad un poeta per me nuovo e sconosciuto, sebbene tanto vicino. Questi tre libri, per numero di pagine, si presentavano inoltre molto più agili e leggeri.
Ma adesso – vista la cosa dalla prospettiva dell’oggi – devo dire, “agili e leggeri” solo nella veste esterna. Proprio perché, dopo, avrei dovuto ricredermi. Su di essi e sull’altro, Apis more modoque.

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copertina

Sì, è vero. Il modo di presentarsi (insieme alla stessa particolarità del tema indicato nei titoli) di quei tre volumi “più agili” facilita, anticipandola, la percezione della unitarietà, dell’organicità e della coerenza della singola opera. Ora però posso dire che, quanto a questo, non è dissimile (se si esclude l’elevato numero di pagine: 740) neppure il soggetto, il tema di fondo, di Apis more modoque (e che comunque il titolo stesso riassume). Perciò quelle prerogative di unità e di coerenza che si richiedono alla scrittura, le mantiene intatte, se solo si rifletta che il tema centrale del libro è la vita stessa, di insegnante, di educatore, di cittadino, di chi ha voluto pubblicarlo. E infatti proprio di questo si tratta: di una testimonianza forte e vigorosa, organica e coerente, unitaria come la vita del suo Autore che quelle cose ha scritto, sebbene distillate e raccolte in una modalità di scrittura parcellizzata, estemporanea, occasionale, e ben finalizzata.
La rivalutazione dell’opera (che in seguito, considerata la sua finalità e la stessa organizzazione interna dei materiali, ha consentito anche e me, lettore lento e indolente, un approccio ordinato e mirato, già quasi uno studio) si è presentata quando, leggendo qualcuno degli interventi, vi ho scoperto la profondità del pensiero e l’altezza dell’eloquio del Carosella. Confermando così un mio giudizio sulla persona, sulla sua opera e sulla sua scrittura, che conservavo in pectore.

* * *

Ma, allora, che cos’è Apis more modoque? Prima l’ho chiamato “malloppo”. E tuttavia nell’apparente linguaggio scherzoso si nascondeva una punta di verità, se per malloppo si intende un bottino, più o meno prezioso, comunque di valore e di peso.
Una possibile traduzione del titolo potrebbe essere: “A poco a poco come fanno le api”. Le quali prendono un po’ di qua e un po’ di là dai fiori la sostanza che poi trasformano in miele e altre cose utili e nutrienti. Ecco, detto così, sembra sufficientemente chiarito il senso della metafora. Ma se l’attività delle api rappresenta il modo in cui la raccolta di scritti è andata formandosi, il prodotto, in questo caso il volume a stampa, corrisponde al miele: una dolcezza che nutre e piace. O meglio, “una dolcezza che piacendo nutre”. E infatti è questa la funzione del libro, e tale dovrebbe essere il motivo che deve spingere le biblioteche a non privarsene e i lettori a non rinunciare alla sua consultazione. Innanzitutto le biblioteche scolastiche e quelle di carattere popolare e divulgativo come la nostra – del Liberoricercatore – “Biblioteca stabiana”.
Ad incoraggiarci a questa amabile frequentazione con le pagine di Apis more modoque, ci aiutano i due scritti introduttivi: la presentazione di Salvatore Ferraro e la prefazione dello stesso Carosella. Ma poi una volta addentrati nella lettura, scopriremo da soli il significato della raccolta e la sua validità come testimonianza, come documento storico, come tesoretto di valori civili e valori morali. Giovani, studenti, insegnanti, genitori, amministratori pubblici, cittadini, chiunque si senta impegnato a realizzare per sé, per i suoi, per la città, un vita degna e dignitosa, nobile della nobiltà dello spirito, vi troverà spunti di riflessione e dati importanti per la conoscenza della storia civile e culturale della comunità scolastica (e dintorni) negli ultimi 50 anni, dagli anni delle tensioni politiche, a quelli del degrado, fino a quelli della riscossa verso un nuovo umanesimo. Il primo scritto data 1960; il libro è uscito nel 2008.

La struttura dell’opera è lineare. Raccolti in quattro sezioni, gli scritti seguono l’ordine cronologico della loro pubblicazione, senza nessun ulteriore commento; a parte qualche isolata nota di chiarimento e di contestualizzazione dell’avvenimento richiamato nel testo. Le sezioni sono: Interventi critici [interventi critici, presentazioni, recensioni, mostre di pittura, lusus latinus (testi in latino)]; La scuola e i giovani; La presenza nella vita cittadina; La militanza rotariana.
L’opera si conclude con un’appendice di lettere scelte indirizzate ad Antonio Carosella in circostanze varie.

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a sinistra il Prof. Casale a destra il Preside Carosella

Per quello che significa, ci auguriamo che questa pubblicazione insieme a tutta la produzione letteraria del professore Carosella possa entrare quanto prima nella piccola Biblioteca stabiana del Liberoricercatore, a testimonianza della sua contiguità, attenzione e simpatia verso il mondo della scuola e verso i suoi operatori, come il professore Carosella, che ne fanno la storia.

Luigi Casale.

Pillole di cultura: Agenda

a cura del prof. Luigi Casale

Faccio in tempo a parlarvi di agenda?
Certo, avrei potuto farlo prima! Considerato l’uso diffuso della parola specialmente negli ultimi tempi.
Ma dopo che anche il quotidiano “la Repubblica” (giovedì, 3 gennaio 2013) ha dedicato un paginone alla parola (nello spazio: “R2-DIARIO di Repubblica”), non posso esimermi.
Perciò nel rispetto dei miei quattro lettori non mi tirerò indietro. Anche se la riflessione a più voci presentata sul giornale la Repubblica – suggerita dalla attualità della formula “agenda Monti” – ne spiega l’uso e il significato nel linguaggio della politica.
Il mio intento resta comunque fedele alla affermazione posta a cappello di questa rubrica. Ciò, per non lasciare l’affezionato mio lettore, desideroso di addentrarsi in un più personale percorso di lettura della parola, privo di quel metodo che nella sua modestia appare più vicino, più quotidiano, più familiare: tutto nostro, insomma.
Nella pratica noi sappiamo che cosa sia l’agenda: un libro, un quaderno, un brogliaccio, dove vengono annotati gli appuntamenti, le date importanti, le cose da fare; oppure dove sono fissate quelle annotazioni di carattere personale di cui vogliamo lasciare memoria allo scopo di poter ricostruire in futuro la nostra storia personale. Questa seconda utilizzazione avvicina l’agenda a quell’altro libretto che chiamiamo anche diario.
Per l’esperienza che ne abbiamo, potremmo dire allora che l’Agenda (quella che in questo inizio d’anno abbiamo ricevuto in dono specialmente da Banche, Assicurazioni, Uffici di rappresentanza, Ditte e Società di servizi) è più professionale, destinata agli adulti, o per lo più a persone di un certo impegno e responsabilità.
Il Diario, invece, scolari e studenti ce l’hanno nella cartella scolastica; dove annotano insieme agli impegni giornalieri di scuola anche i compiti assegnati, da svolgere a casa.
Le due cose potrebbero però ridursi alla medesima funzione, compreso anche il lavorio quotidiano di ricerca interiore fatto giorno per giorno attraverso la registrazione del vissuto: incontri, emozioni, fantasie, riflessioni, decisioni, annotazioni per memoria, ecc.
“Diario” – forse già ne abbiamo parlato in altre occasioni – è un aggettivo (poi sostantivato: “il diario”) derivato da dies = giorno; perciò l’etimologia della parola mette in evidenza una rappresentazione del tempo cadenzato a ritmi giornalieri.
Mentre “agenda” è un’antica forma di participio (perdutasi nella lingua italiana!) che la grammatica latina ci fa chiamare gerundivo. In particolare: agenda, dal verbo ago = faccio, è il nominativo plurale neutro del gerundivo latino, e significa “le cose che debbono essere fatte”. Perciò la parola, divenuta in italiano – come nome del libricino – un sostantivo femminile singolare, mette in evidenza le azioni programmate, le scadenze, tutte cose che, una volta svolte, diventano “fatte” (i fatti, gli avvenimenti); cioè “acta” (sempre da “ago”), per dirlo con la corrispondente parola latina.
Sia il politico che lo scolaro, quindi, a seconda che chiamino agenda oppure diario il loro libro immaginario delle cose da farsi – o il brogliaccio concreto su cui le annotano – si riferiscono ad un programma definito di “compiti” (ricordate l’espressione della Merkel? “L’Italia deve fare i suoi compiti!”).
Ma la parola “compiti” non significa necessariamente: “cose assegnate da altri”. Ma più esattamente: “cose che devono essere portate a termine (compiute)”.
In francese la parola per indicare la stessa cosa è: “devoirs” (calco delle parole italiane: doveri o debiti; cioè “cose dovute, che si devono fare o dare”).
In conclusione: solo chi non conosce la portata delle parole (specialmente quando c’è di mezzo una traduzione da una lingua all’altra) non capisce. Potenza della trasparenza! Mentre chi è in malafede, fa finta di non capire.

L.C.

 

Pillole di cultura: Amante

a cura del prof. Luigi Casale

Non mi piace la parola “amante”.
Certamente essa è accettabile e dignitosa in un testo letterario: sul piano comunicativo – e su quello artistico – come tutte le parole scelte dal compositore per la sua creazione originale, essa definisce una precisa realtà, rimanda cioè a un referente (così si dice), seppure inventato dalla fantasia dell’autore, chiaramente individuabile non solo nella parte di significato che indica l’oggetto in sé (denotazione), ma soprattutto in quella che implica (sottolinea e trasmette al lettore) sentimento (amore, odio, piacere, dolore, ecc.) oppure ricordi (adesione, repulsione, partecipazione) sulla base dell’esperienza ( esistenziale e linguistica) che ognuno ne ha fatto nella vita e nel quotidiano. Essa, la parola “amante”, non mi piace nell’uso che se ne fa normalmente. E non mi piace per quell’accumulo di significati altri, che l’uso ha sedimentato su di essa.
Preferisco: “amata”. Oppure: “amato”. A seconda dei casi.
Intanto come participio presente (forma nominale che esce in “-e” al singolare, e in “-i” al plurale) non mi consente di distinguere il maschile dal femminile. E poi perché insiste sull’elemento discriminatorio di tipo sociologico, proprio per quella sua connotazione di cui parlavo sopra.
Immaginate di pensare ad un amante; oppure ad un’amante. A seconda dei casi. Che ne dite?
Sarà colpa della nostra sensibilità, dell’educazione, sarà il sistema dei valori condivisi, saranno le convenzioni, i pregiudizi, – dite quello che volete – o la stessa civiltà (e la cultura) cattolica? Ma, sta di fatto che “amante” suona male. Eppure non dovrebbe essere così.
Perciò preferisco la forma passiva: amata o amato.

La cosa non riguarda solo la civiltà cristiana. La distinzione tra amore casto (sano, sacro) e amore profano (fuori dal tempio) è un classico, e si è sviluppato con l’evoluzione dell’uomo. Pensate solo all’inimicizia tra Giunone (la sposa) e Venere (l’amante) nella mitologia classica!
Ma ritorniamo alle parole.
Per indicare l’individuo adulto della specie umana (sessuata) abbiamo le coppie di parole: “maschio/femmina”; “uomo/donna”; “signore/signora”; “marito/moglie”, e tante altre in ragione delle funzioni, dei compiti e dei ruoli; come pure: amante/amante.

Badate bene che ci stiamo riferendo alla lingua italiana. E’ importante precisare ciò. Perché la lingua, come ha detto qualcuno, è il DNA della storia e della condizione socio-culturale di un popolo; e oggi con lo sviluppo degli studi di genetica – permettetemi lo scherzoso paragone – attraverso lo studio della lingua potremmo ricostruire il genoma completo di ogni gruppo sociale.
[Di passaggio faccio notare che l’Unità d’Italia l’ha fatta la nostra lingua letteraria, l’italiano. E tutti gli uomini che nei secoli l’hanno usata. Perciò: Grazie, Dante!]
Lasciamo da parte le parole “maschio” e “femmina” (la loro origine è nell’indeuropeo) le quali indicano la capacità e il rispettivo ruolo – potenziali – delle due persone nella funzione del procreare: parole queste che si adattano anche ai bambini e a tutti i viventi sessuati; e vediamo le altre coppie.

“Signore” e “signora”. Rappresentano il gene (per restare nella similitudine) di una cultura nella quale la struttura sociale è di tipo gerarchico: prima i “vecchi”, gli anziani; poi i giovani. “Senior”, “più vecchio”: rispetto a chi è “più giovane” (“iunior”).
Da “senior”(signore), poi, per banalizzazione è venuto anche “signora”.

“Uomo/donna”. Non so se veramente la parola latina “homo” (uomo), da cui deriva l’italiano “uomo” sia da collegarsi ad “humus” (terra). Se così fosse allora potremmo collegarla direttamente alla forma ebraica del nome Adamo, e scorgervi addirittura un contatto culturale col racconto biblico della creazione dell’uomo, fatto dal fango e animato dallo spirito di Dio.

Donna, invece ci viene da un’altra famiglia di parole: domus (casa); dominus (padrone di casa); domina (padrona di casa). Se poi “humus” e “domus” siano collegabili è un problema su cui soprassediamo. L’etimologia – d’accordo! – ci dà l’origine delle parole; ma non dobbiamo aspettarci l’origine prima (che non sappiamo neanche che cosa sia), ma accontentiamoci di quel tanto che ci basti a capire e a capirci, affinché la lingua diventi più trasparente.
Per indicare lo stesso concetto con un’identica funzione semantica, la lingua francese ha selezionato la parola “femme” (latino: “femina”) utilizzandola anche per indicare l’italiano “moglie” (latino: “mulier”, presente anche nell’aggettivo italiano “muliebre” = femminile). Gli italiani, in altre epoche (vedi i poeti cortesi medievali) dicevano: “madonna” (latino: “mea domina”= mia padrona); e anche i francesi evidentemente se nel francese moderno è rimasta la forma “madame”= ([mia] signora).

“Marito” è collegato a “maschio” in quanto derivante dalla stessa parola latina “mas”.

Per concludere. Il termine latino “uxor” (donna, sposa, moglie) è rimasto nella lingua napoletana (unica!) nella espressione “‘nzurà” (l’atto del prendere moglie) che è lo “sposarsi” dell’uomo, rispetto allo sposarsi della donna che si dice “mmarità” (atto del prendere marito).
Certo, anche in italiano esiste “uxoricidio”. Ma questa è un’altra cosa. E poi si tratta di una parola dotta.