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Informazioni su Lino e Gelda

Catello (Lino) Di Capua - Profondo conoscitore della bibliografia di Castellammare di Stabia, studioso di storia locale, specializzato nella catalogazione del libro antico, è autore di pregevoli saggi. Geltrude (Gelda) Vollono - Specializzata sulla catalogazione del libro antico collabora con la redazione di Liberoricercatore sul cui sito ha pubblicato numerosi lavori sulla storia di Castellammare di Stabia. È stata docente di matematica.

Fig. 5

Lo Stabias Hall

di Lino Di Capua & Gelda Vollono

Lo Stabias hall

Lo Stabias hall

E’ fuori dubbio che l’Ottocento è stato il secolo d’oro per Castellammare di Stabia: l’ingrandimento e l’abbellimento, iniziati per volontà di Ferdinando IV già sul finire del settecento, continuati poi da tutti i discendenti di casa Borbone e prolungatisi ben oltre l’Unità d’Italia, fecero sì che la nostra città divenisse una delle mete a la page per tantissimi intellettuali, artisti, nobildonne e nobiluomini politici, ma anche per professionisti e gente comune nazionali e internazionali. Questi, sempre più numerosi, sceglievano la nostra città per trascorrervi le vacanze, attirati dalla bellezza dei luoghi, dall’incanto del mare, dalle innumerevoli fonti di acqua salubre, dall’atmosfera serena e festosa dei caffè e dai tanti eventi, tra cui le serate danzanti nei numerosi ed eleganti alberghi e gli spettacoli teatrali, che con frequenza allietavano il loro soggiorno. Castellammare di conseguenza ad ogni estate assumeva sempre più un tono decisamente mitteleuropeo: i frequenti collegamenti ferroviari e le linee di navigazione, che vi facevano scalo, la collocavano tra le località di villeggiatura più facilmente raggiungibili; per di più la nobiltà partenopea vi risiedeva stabilmente da quando, dopo l’Unità d’Italia, Napoli non era più capitale del regno, e la ricca borghesia vi affluiva sempre più numerosa. Bisognava pertanto offrire nuove occasioni di svago perché il soggiorno potesse competere con le migliori stazioni di villeggiatura italiane ed europee. Ecco come viene descritta la nostra città da Nicola Lazzaro(1) durante la stagione estiva del 1880: Continua a leggere

Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d'Austria

I “Conti di Castellamare”

 La tappa a Parma dei “Conti di Castellamare”, durante il loro tour nell’Italia centro-settentrionale.

articolo di Gelda Vollono e Lino Di Capua

Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d'Austria

Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Austria

I “Conti di Castellamare” era il nome fittizio sotto il quale il re e la regina di Napoli, Ferdinando e Maria Carolina, viaggiavano quando intendevano mantenere il più stretto riserbo. Tale ingenuo stratagemma, ideato probabilmente da Ferdinando, visto che la sua educazione si era formata, frequentando il popolo più che i nobili di corte, serviva per evitare di sottostare alla rigida etichetta di corte, di sfuggire alle cerimonie, ai festeggiamenti, alle acclamazioni del popolo, per ritrovare insomma un minimo di normalità e perché no anche di intimità con Maria Carolina. Tale espediente, a dimostrazione di quanta considerazione e amore avessero per la nostra città,  fu utilizzato, per la prima volta e per primi, stando alle fonti documentali in nostro possesso, nella primavera del 1785, quando i due sovrani, poco più che trentenni, si concessero una lunga vacanza, viaggiando in incognito (sic.) attraverso l’Italia centro settentrionale, ospitati dai loro augusti parenti. In seguito anche i loro successori, Francesco e Isabella, si servirono dello stesso appellativo durante i loro viaggi soprattutto in Europa. Continua a leggere

Fig. 2 Ufficio Centrale Dazi e Consumi

La Portella del Quartuccio: una scoperta sorprendente.

La Portella del Quartuccio: una scoperta sorprendente

ricerca/studio di Lino Di Capua

Premessa:

La proposizione di questo estratto, anche se rivisto e con l’aggiunta di qualche ulteriore nota a corredo, è dettata dal furto culturale di cui sono stato vittima, il plagio perpetrato su uno pseudo sito storico, consiste nell’appropriazione di una scoperta da me fatta, a proposito dell’individuazione della “Porta del Quartuccio”. Su detto sito, si sono limitati a rielaborare il mio lavoro senza apportarvi alcun ulteriore contributo di originalità, ma al contrario, confermando quelle che erano state le mie deduzioni e conclusioni pubblicate, a maggio del 2019, nel libro “Castellammare oltre la porta del Quartuccio. Ritrovamenti e rinnovamenti”, curato da me e dalla professoressa Gelda Vollono [cit. pag. 73 e seguenti]. Se avessero avuto l’onestà intellettuale di citare il faticoso e pregiato lavoro svolto, ne avrei avuto piacere e orgoglio, purtroppo è stata preferita ancora una volta la via breve dello sfruttamento del lavoro altrui. Ancor più grave è che su questo sito, viene condivisa la primogenitura dell’individuazione della “Porta del Quartuccio”. Un’azione scorretta e disonesta tanto più pervenuta da persone che dovrebbero almeno immaginare quanta fatica richiede un vero lavoro di ricerca storica. Tutt’altro che acquistare vecchie cartoline da un rigattiere.


Studiando le cartografie settecentesche dell’area fuori le mura del Quartuccio[1], durante le ricerche sul lavoro del casamento cosiddetto lo Stallone e della zona su cui esso insisteva, notai un particolare singolare: la legenda a corredo della rappresentazione cartografica del Pacichelli indicava con una abbreviazione la porta del Quartuccio (fig. 1).

Fig. 1 Portella del Quartuccio

Fig. 1 Portella del Quartuccio

Fino a quel momento, nessuno storico e nessun documento avevano mai riportato, quando si riferivano al varco del Quartuccio, la presenza di una portella[2]: era questa la interpretazione da dare a quella abbreviazione, secondo gli studiosi da me consultati, primo fra tutti l’archeologo e medievalista Domenico Camardo. Tale denominazione mi portava a sviluppare tutta una serie di congetture prima fra tutte, che questa fosse un’entrata più piccola, cosa verosimile, data l’esiguità dello spazio esistente tra la porta stessa e l’arenile, e che fosse adibita, a passaggio pedonale, soprattutto  la sera, dopo la chiusura del varco principale; al transito di piccole carrette molto leggere ed agili, adatte a raggiungere la parte alta della città; considerando, inoltre, la vicinanza all’ufficio della bagliva[3], poteva essere utilizzata per il disbrigo dei dazio alla risoluzione di controversie di trascurabile entità. Di conseguenza, per l’ingresso dei carri trainati dagli animali era logico immaginare, che si utilizzasse un varco più grande.

Avevo finalmente trovato la prova, che il compianto dott. Giovanni Celoro Parascandolo ed io avevamo cercato per tanti anni, allorché ipotizzavamo, che l’ingresso in città della Porta principale del Quartuccio non era dove solitamente veniva posizionato. Continua a leggere

La via del Gesù

La via del Gesù

nei ricordi della prof.ssa Gelda Vollono

L’ingresso del portone del palazzo in cui sono nata a via Gesù n.35.

Ho appena finito di leggere La primavera cade a novembre, primo romanzo giallo del dott. Angelo Mascolo, ambientato nella Castellammare degli anni ’40. L’interesse, l’entusiasmo e spesso la commozione mi hanno sopraffatto durante la lettura, riconoscendo nello svolgersi della storia i luoghi tanto amati della mia infanzia ed adolescenza.

Sono nata, infatti, in un palazzo d’epoca di via Gesù al n. 35 (poi 36), interamente di proprietà di un notaio di Napoli, che l’aveva comprato per investire i suoi risparmi. Infatti all’epoca, sto parlando dell’inizio del secolo scorso, molti napoletani, sia perché venivano a trascorrere le loro vacanze a Castellammare, sia per mettere al sicuro i loro soldi, ricavandone un guadagno certo, acquistavano appartamenti, ville ed edifici nel centro storico della città.

La via Gesù era, all’epoca, il cuore pulsante della città, la strada dello shopping e dello struscio, conosciuta anche come via degli orefici per la presenza di numerose gioiellerie lungo il suo percorso, cito a mo’ di esempio la gioielleria del sig. Tafuri e quella del sig. De Meo. La strada partiva da piazza Municipio, ora piazza Giovanni XXIII, e arrivava fino al vico del Pesce da dove continuava come calata Mercato fino a piazza Cristoforo Colombo, citata ancora oggi come piazza Orologio, anche se il suo nuovo toponimo risale al 1925. Lungo il suo percorso s’incontravano numerose chiese e due grandi discese: a dx. le calate Gesù” e san Bartolomeo”, mentre a sx. due vicoli via Nuova e vico San Bartolomeo. Continua a leggere

Fig. 3 E. Gaeta. Interno dello Stallone, il portone con l’arco di piperno (coll. Priv.)

Alcune note sullo Stallone

Lo Stallone

Gelda Vollono

Nel 2019, insieme al mio amico Lino Di Capua, ho curato la pubblicazione di un libro dal titolo:

Castellammare oltre la Porta del Quartuccio. Ritrovamenti e Rinnovamenti[1].

La sua realizzazione è stato il frutto di un lavoro di ricerca, che ha visti impegnati per diversi anni noi curatori e un gruppo di professionisti: studiosi di storia locale, di urbanistica, di archeologia e di geologia, su una particolare zona di Castellammare, inizialmente su quella che va dall’attuale piazza Principe Umberto, alla piazza Martiri d’Ungheria, antistante la stazione centrale della Circumvesuviana, attraversando il sito una volta detto dello “Stallone”, e poi allargando gli interessi fino al monte Faito.

L’area occupata dallo “Stallone” è stata oggetto del mio studio all’interno della pubblicazione e  di esso ne darò di seguito un breve excursus, mettendo in risalto i momenti salienti che ne hanno orientato e determinato le scelte per il suo sviluppo e le sue trasformazioni.

Lo “Stallone” era un particolare casamento che occupava la parte orientale dell’attuale piazza Principe Umberto e che, nell’Ottocento, era di proprietà del sig. Antonino Spagnuolo[2], ricco possidente originario delle Botteghelle. Tuttavia, se si osservano attentamente le varie rappresentazioni cartografiche settecentesche dell’area occupata dallo “Stallone” si nota la costante presenza di un edificio alla base della rupe del Solaro e a chiusura delle mura della città.  Considerato che in quel luogo convergevano dalle località viciniore uomini, animali e mercanzie non è difficile dedurre, che quel fabbricato doveva essere una stazione di sosta e che, ancor prima dell’abbattimento delle mura e ancor prima che lo Spagnuolo ne diventasse unico proprietario, quella zona già venisse nominata dello “Stallone”.

In seguito, allorché, a cominciare dagli anni ’30 dell’Ottocento, lo Spagnuolo comprò suoli e fabbriche nell’area delle paludi di Santa Maria dell’Orto, località immediatamente adiacente all’attuale piazza Principe Umberto e a quell’edificio,  si  realizzò intorno a quel nucleo originario quel grande complesso di proprietà che fino al 1934 fu conosciuto come lo  “Stallone”.

Fortunatamente per la mia ricerca, alla morte dello Spagnuolo, avvenuta nel 1869,  si aprì una contesa legale tra alcuni suoi eredi e la Congrega della Carità a cui egli aveva lasciato tutta la proprietà dello “Stallone”, ledendo i legittimi diritti di successione dei suoi eredi. Tale controversia si protrasse per circa un ventennio fino a quando, nel 1887, addivennero ad un accordo, per mezzo del quale si decise che alla Congregazione spettasse un quarto dell’intera quota e i rimanenti tre quarti venissero suddivisi equamente tra i coeredi. La Congregazione si fece carico di avviare l’iter legale e nominò l’ing. Antonio Vitelli per la stima, la ripartizione delle quote medesime e l’elaborazione della planimetria dell’intero casamento. Così, grazie alla planimetria elaborata dal Vitelli, ho potuto avere la descrizione dettagliata dell’intero complesso dello Stallone (fig. 1).

Fig. 1 Planimetrie del piano terra e del primo piano dello Stallone elaborata dall’ing. A. Vitelli

Esso è descritto come un grande complesso con uno spazioso cortile “di figura trapezoidale, ed ha pavimento di nudo terreno”, al quale si accedeva per un ampio arco di piperno, facente cornice al portone (figg. 2 e 3).

Intorno al cortile si trovavano ampie stalle e rimesse per carrozzelle e per pesanti carrette da trasporto di carichi, allora in uso, negozi e magazzini. In esso inoltre vi erano due pozzi d’acqua sorgiva, una vasca, per abbeverare i cavalli, lavatoi e pozzi neri, di proprietà comune, oltre alle scale di pertinenza, per accedere ai piani superiori. Sul lato occidentale presentava un lungo porticato, al quale avevano accesso tutte le botteghe con apertura sul vico Stallone ed alcune di quelle situate su via Surripa, mentre sul lato orientale mostrava una vasta zona adibita a giardino, che si prolungava fino all’attuale vico San Vincenzo. Sul lato prospiciente Piazza Principe Umberto, all’esterno, a sinistra dell’ingresso, vi era una bottega, che ad inizio ‘900 era un caffè. Continua a leggere