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Ritratto di GiovamBattista Quadri. Incisione all’acquaforte anonima datata 1812

Le Cinque lettere del dott. Giovambattista Quadri

articolo di Lino Di Capua Gelda Vollono

Nell’estate del 1827 il dott. Giovambattista Quadri[1], Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea, Direttore della R. Clinica destinata per le malattie degli occhi, professore della R. Università, e membro della Real Società Borbonica delle Scienze, scrive quattro/cinque lettere[2] all’allievo dell’Osservatorio astronomico di Miradois villa La Riccia a Capodimonte[3], Leopoldo Del Re[4]. Dal contenuto delle stesse si capisce, che si sta pensando di fare degli esperimenti per installare, forse, un telegrafo ottico a Quisisana.

Ritratto di GiovamBattista Quadri. Incisione all’acquaforte anonima datata 1812

Ritratto di GiovamBattista Quadri. Incisione all’acquaforte anonima datata 1812

Non essendo materia di nostra competenza ci limitiamo a darne di seguito la trascrizione, credendo che possano dare un valido contributo a chi si è già occupato di tale argomento nel proseguire l’indagine storica sui telegrafi ottici a Castellammare. Infine, per completezza d’informazione, aggiungiamo la trascrizione di una quinta lettera, non datata, e che, a prima vista, sembra non avere nessuna attinenza con l’argomento delle altre quattro, ma che di contro, prova il grande interesse di Quadri per l’astronomia e tutto quanto è ad essa correlata.


Prima lettera

Caro amico,

Ho ricevuto tutti i rapporti del Pilota e vanno benissimo.

Gli direte, che se domani a sera giorno di martedì non vi sarà molta nebbia farò i segnali dal Pelicano[5] alle 8: come avevamo concertato per ieri sera. Io li ho fatti ad onta della nebbia, ed aspetto il rapporto in questa giornata. Continua a leggere

Fig. 5

Lo Stabias Hall

di Lino Di Capua & Gelda Vollono

Lo Stabias hall

Lo Stabias hall

E’ fuori dubbio che l’Ottocento è stato il secolo d’oro per Castellammare di Stabia: l’ingrandimento e l’abbellimento, iniziati per volontà di Ferdinando IV già sul finire del settecento, continuati poi da tutti i discendenti di casa Borbone e prolungatisi ben oltre l’Unità d’Italia, fecero sì che la nostra città divenisse una delle mete a la page per tantissimi intellettuali, artisti, nobildonne e nobiluomini politici, ma anche per professionisti e gente comune nazionali e internazionali. Questi, sempre più numerosi, sceglievano la nostra città per trascorrervi le vacanze, attirati dalla bellezza dei luoghi, dall’incanto del mare, dalle innumerevoli fonti di acqua salubre, dall’atmosfera serena e festosa dei caffè e dai tanti eventi, tra cui le serate danzanti nei numerosi ed eleganti alberghi e gli spettacoli teatrali, che con frequenza allietavano il loro soggiorno. Castellammare di conseguenza ad ogni estate assumeva sempre più un tono decisamente mitteleuropeo: i frequenti collegamenti ferroviari e le linee di navigazione, che vi facevano scalo, la collocavano tra le località di villeggiatura più facilmente raggiungibili; per di più la nobiltà partenopea vi risiedeva stabilmente da quando, dopo l’Unità d’Italia, Napoli non era più capitale del regno, e la ricca borghesia vi affluiva sempre più numerosa. Bisognava pertanto offrire nuove occasioni di svago perché il soggiorno potesse competere con le migliori stazioni di villeggiatura italiane ed europee. Ecco come viene descritta la nostra città da Nicola Lazzaro(1) durante la stagione estiva del 1880: Continua a leggere

Fig. 2 Il palazzo che ospitava l’Albergo Reale in una cartolina inizio ‘900

Viaggio di uno scozzese a Napoli – Escursione a Castellamare

Viaggio di uno scozzese a Napoli

Escursione a Castellamare

articolo di Gelda Vollono e Lino Di Capua

Premessa

L’articolo che segue è la traduzione dal francese[1] di quello apparso nei numeri 7 e 8, rispettivamente del 28 marzo e 4 aprile del 1842, del settimanale Il Cicerone delle due Sicilie. Guida generale de’ forestieri nel Regno e degl’italiani nell’estero. Esso aveva un titolo parallelo in francese Le Cicerone des deux Siciles …, che dal n. 2 del (20 febbraio 1843) scomparve e pubblicava lavori sia in italiano che in francese, con uscita il lunedì di ogni settimana. Era diretto dal sig. Germando Cavasse e si stampava a Napoli dapprima nella tipografia del Fibreno[2] e poi nello Stabilimento tipografico di Gaetano Nobile[3]. Il primo numero fu pubblicato il 14 febbraio 1842 anche se presumibilmente la presentazione del giornale fu fatta l’anno precedente. Questo perché nell’opera del 1841 Cronica delle due Sicilie di C. De Sterlich, troviamo citato Il Cicerone tra i giornali stampati a Napoli. La sede amministrativa si trovava in via Dei Sette Dolori n. 37 presso la quale c’erano anche gli uffici per gli abbonamenti e la vendita. Oltre che in vari punti della città, il giornale veniva distribuito anche a Roma.

Mac Kintore[4] e la sua famiglia sono i viaggiatori scozzesi di cui si parla nell’articolo. Essi dopo un lungo viaggio da New Aberdeen[5], passando per l’Inghilterra, la Francia sono giunti in Italia. Qui, Imbarcatisi, su una nave, da Genova lambendo i principali porti del tirreno sono arrivati  finalmente a Napoli, dove trovano la loro guida che da adesso in voi sarà denominata Cicerone. Mac Kintore chiede al Cicerone di essere accompagnato con la moglie e la figlia Betty, all’hotel Vittoria, su indicazione di un lord, loro amico, abituato a scegliere sempre durante i suoi viaggi i più grandi alberghi, che sono però anche i più cari. Il Cicerone per discrezione crede bene di dover tacere davanti ad una simile risoluzione decisa in anticipo e, fatto trascorrere qualche giorno, ritorna all’albergo, dove ha lasciato i viaggiatori, per mettersi al loro servizio, aspettandosi già che gli chiederanno di cambiare residenza. A tal proposito si è preparato un bel discorso in favore dell’albergo Ginevra, albergo economico ma elegante e il cui proprietario sig. Monier lo tiene con cura e con ogni attenzione verso tutti i bisogni dei suoi ospiti. Tuttavia quando arriva all’albergo, il portiere gli comunica che la famiglia scozzese si è rifiutata di pagare il prezzo chiesto per le camere e che, consigliata da un affittacamere che opera sulla piazza, si è recata proprio all’Hotel Ginevra. Sentito ciò si dirige subito verso quell’albergo e  Mac Kintore, come lo vede arrivare, lo rimprovera di averli abbandonati, lasciandoli soli all’hotel Vittoria, e aggiunge che se non avesse avuto la prontezza di contestare le tariffe, che gli erano state proposte, avrebbe dovuto pagare per tre camere, un salone e una sala da pranzo, 250 ducati al mese, cifra scandalosa, equivalente egli dice a 500 sterline all’anno, per una camera ubicata in un brutto angolo di un 2° piano su una piazza spazzata dai venti di ogni specie, con la stessa cifra avrei affittato a Londra due case intere a piazza Portland, in via Oxford, a Strand, a … . Il Cicerone lo interrompe e obietta timidamente che non si è a Londra e che non l’ha condotto ma solamente seguito all’Hotel Vittoria.

Superato il momento di incomprensione Mac Kintore chiede al Cicerone nomi di negozi dove poter fare acquisti per sua moglie, per lui e per la casa, di ristoranti che sappiano fare una buona cucina francese, di fabbriche di vini, etc… Questi, avendo capito il tipo di persona che ha di fronte, gli fa una serie di nomi di commercianti e di ristoranti, che sicuramente godranno del suo favore, tuttavia gli raccomanda caldamente che, quando vuole comprare qualcosa, deve offrire un terzo del prezzo richiesto dal negoziante, fatta eccezione per gli alberghi. Infine lo informa sulle escursioni, che si possono fare nei dintorni di Napoli, e cita ad esempio le due città di Portici e di Castellamare, ritenendoli due posti molto interessanti. Mac Kintore risponde che vorrebbe andare a Castellamare usando il treno. Egli ribatte che lo potrà fare tra qualche mese[6] perché per il momento il treno arriva soltanto a Torre del Greco, da dove si potranno recare a Castellamare con una carrozza. Lo scozzese decide di rinunciare a fare l’escursione a Portici in favore di quella a Castellamare, dove vorrà visitare tutto quello che la sua guida riterrà interessante.

Alla prima bella giornata, il Cicerone li va a prendere con una carrozza con la quale si dirigono a Portici (fig.1), da dove salgono sul treno della prima corsa delle otto. La locomotiva Verges, sulla quale viaggiano li porta a Torre del Greco in appena 35 minuti e da lì un’altra carrozza in un’ora li conduce a Castellamare.

Fig. 1 Stazione del Granatello, Portici in una stampa d’epoca

Fig. 1 Stazione del Granatello, Portici in una stampa d’epoca

Durante il viaggio i nostri viaggiatori si soffermano a guardare i terreni sotto il Vesuvio e fanno delle considerazioni che, a distanza di quasi due secoli, sono ancora tristemente attuali: … l’uomo, essi dicono, affida a questo vulcano la sua vita, quella della sua famiglia e qualche volta dell’intera sua fortuna, noncurante del suo domani, eternamente compromesso dai capricci di un vicino tanto pericoloso.

Infine, arrivati nella fertile campagna che precede Castellamare, bagnata dal piccolo fiume Sarno un tempo navigabile, constatano con dispiacere, che le eruzioni di venti secoli hanno ridotto di quasi un terzo l’uso di terre straordinariamente fertili.


Traduzione integrale dell’articolo: Escursione a Castellamare

I nostri viaggiatori sono arrivati sul posto dove si innalza la costruzione perfettamente quadrata del magnifico Albergo Reale[7] (fig.2).

Fig. 2 Il palazzo che ospitava l’Albergo Reale in una cartolina inizio ‘900

Fig. 2 Il palazzo che ospitava l’Albergo Reale in una cartolina inizio ‘900

Si sono affrettati ad ordinare il pranzo, al fine di essere liberi di spostarsi per Castellammare e per la sua piacevole montagna[8], che fa parte del gigantesco monte Sant’Angelo[9]. Il sant’Angelo è stato lanciato là dalla natura per separare i due golfi di Napoli e Salerno, per lasciare all’uno : Amalfi, Salerno, le Sirene e all’altro, Napoli e i suoi dintorni, con il panorama così incantevole della penisola di Sorrento, sempre verde e gioiosa, imbalsamata in primavera dal dolce profumo dei suoi miriadi aranci secolari, soggiorno di pace, di abbondanza e di delizie, che la può scegliere e adottare sia il filosofo con poche risorse che il ricco deluso dal vivere in un mondo corrotto, egoista e invidioso, più diffidente della vera felicità che della sua vana esibizione. Niente è più sana dell’aria pura di questa montagna; niente è più gradevole del ghiaccio[10] del sant’Angelo, caricato per rinfrescare le gole dei napoletani e degli stranieri durante il naturale caldo dell’estate e durante quello non meno soffocante che nasce artificialmente dalla veemenza con cui si danzano i balli preferiti durante la stagione invernale. Continua a leggere

Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d'Austria

I “Conti di Castellamare”

 La tappa a Parma dei “Conti di Castellamare”, durante il loro tour nell’Italia centro-settentrionale.

articolo di Gelda Vollono e Lino Di Capua

Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d'Austria

Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Austria

I “Conti di Castellamare” era il nome fittizio sotto il quale il re e la regina di Napoli, Ferdinando e Maria Carolina, viaggiavano quando intendevano mantenere il più stretto riserbo. Tale ingenuo stratagemma, ideato probabilmente da Ferdinando, visto che la sua educazione si era formata, frequentando il popolo più che i nobili di corte, serviva per evitare di sottostare alla rigida etichetta di corte, di sfuggire alle cerimonie, ai festeggiamenti, alle acclamazioni del popolo, per ritrovare insomma un minimo di normalità e perché no anche di intimità con Maria Carolina. Tale espediente, a dimostrazione di quanta considerazione e amore avessero per la nostra città,  fu utilizzato, per la prima volta e per primi, stando alle fonti documentali in nostro possesso, nella primavera del 1785, quando i due sovrani, poco più che trentenni, si concessero una lunga vacanza, viaggiando in incognito (sic.) attraverso l’Italia centro settentrionale, ospitati dai loro augusti parenti. In seguito anche i loro successori, Francesco e Isabella, si servirono dello stesso appellativo durante i loro viaggi soprattutto in Europa. Continua a leggere

Fig. 3 E. Gaeta. Interno dello Stallone, il portone con l’arco di piperno (coll. Priv.)

Alcune note sullo Stallone

Lo Stallone

Gelda Vollono

Nel 2019, insieme al mio amico Lino Di Capua, ho curato la pubblicazione di un libro dal titolo:

Castellammare oltre la Porta del Quartuccio. Ritrovamenti e Rinnovamenti[1].

La sua realizzazione è stato il frutto di un lavoro di ricerca, che ha visti impegnati per diversi anni noi curatori e un gruppo di professionisti: studiosi di storia locale, di urbanistica, di archeologia e di geologia, su una particolare zona di Castellammare, inizialmente su quella che va dall’attuale piazza Principe Umberto, alla piazza Martiri d’Ungheria, antistante la stazione centrale della Circumvesuviana, attraversando il sito una volta detto dello “Stallone”, e poi allargando gli interessi fino al monte Faito.

L’area occupata dallo “Stallone” è stata oggetto del mio studio all’interno della pubblicazione e  di esso ne darò di seguito un breve excursus, mettendo in risalto i momenti salienti che ne hanno orientato e determinato le scelte per il suo sviluppo e le sue trasformazioni.

Lo “Stallone” era un particolare casamento che occupava la parte orientale dell’attuale piazza Principe Umberto e che, nell’Ottocento, era di proprietà del sig. Antonino Spagnuolo[2], ricco possidente originario delle Botteghelle. Tuttavia, se si osservano attentamente le varie rappresentazioni cartografiche settecentesche dell’area occupata dallo “Stallone” si nota la costante presenza di un edificio alla base della rupe del Solaro e a chiusura delle mura della città.  Considerato che in quel luogo convergevano dalle località viciniore uomini, animali e mercanzie non è difficile dedurre, che quel fabbricato doveva essere una stazione di sosta e che, ancor prima dell’abbattimento delle mura e ancor prima che lo Spagnuolo ne diventasse unico proprietario, quella zona già venisse nominata dello “Stallone”.

In seguito, allorché, a cominciare dagli anni ’30 dell’Ottocento, lo Spagnuolo comprò suoli e fabbriche nell’area delle paludi di Santa Maria dell’Orto, località immediatamente adiacente all’attuale piazza Principe Umberto e a quell’edificio,  si  realizzò intorno a quel nucleo originario quel grande complesso di proprietà che fino al 1934 fu conosciuto come lo  “Stallone”.

Fortunatamente per la mia ricerca, alla morte dello Spagnuolo, avvenuta nel 1869,  si aprì una contesa legale tra alcuni suoi eredi e la Congrega della Carità a cui egli aveva lasciato tutta la proprietà dello “Stallone”, ledendo i legittimi diritti di successione dei suoi eredi. Tale controversia si protrasse per circa un ventennio fino a quando, nel 1887, addivennero ad un accordo, per mezzo del quale si decise che alla Congregazione spettasse un quarto dell’intera quota e i rimanenti tre quarti venissero suddivisi equamente tra i coeredi. La Congregazione si fece carico di avviare l’iter legale e nominò l’ing. Antonio Vitelli per la stima, la ripartizione delle quote medesime e l’elaborazione della planimetria dell’intero casamento. Così, grazie alla planimetria elaborata dal Vitelli, ho potuto avere la descrizione dettagliata dell’intero complesso dello Stallone (fig. 1).

Fig. 1 Planimetrie del piano terra e del primo piano dello Stallone elaborata dall’ing. A. Vitelli

Esso è descritto come un grande complesso con uno spazioso cortile “di figura trapezoidale, ed ha pavimento di nudo terreno”, al quale si accedeva per un ampio arco di piperno, facente cornice al portone (figg. 2 e 3).

Intorno al cortile si trovavano ampie stalle e rimesse per carrozzelle e per pesanti carrette da trasporto di carichi, allora in uso, negozi e magazzini. In esso inoltre vi erano due pozzi d’acqua sorgiva, una vasca, per abbeverare i cavalli, lavatoi e pozzi neri, di proprietà comune, oltre alle scale di pertinenza, per accedere ai piani superiori. Sul lato occidentale presentava un lungo porticato, al quale avevano accesso tutte le botteghe con apertura sul vico Stallone ed alcune di quelle situate su via Surripa, mentre sul lato orientale mostrava una vasta zona adibita a giardino, che si prolungava fino all’attuale vico San Vincenzo. Sul lato prospiciente Piazza Principe Umberto, all’esterno, a sinistra dell’ingresso, vi era una bottega, che ad inizio ‘900 era un caffè. Continua a leggere