Un giornalista in Redazione: Francesco Ferrigno

Castellammare di Stabia: il Faito è una montagna privata

articolo pubblicato su “Il Gazzettino Vesuviano

Tredici km di tornanti spettacolari, frane, rocce e castagni. Qui si nascondevano i killer del clan, ora è il parco giochi di chi tiene la strada aperta, mettendo a rischio la vita di tutti… Animali lasciati vagare tra la vegetazione, abusivismo, taglio di alberi da legna (e commercio) e piante di marijuana. Chi verrà qui a sottrarre il monte ai padroni?

Un vecchio cartello "impallinato" del Faito

Un vecchio cartello “impallinato” del Faito

Il Faito è una montagna privata. Non ufficialmente, certo: siamo nell’area dell’Ente Parco dei Monti Lattari, versante di Castellammare di Stabia. C’è qualche castagneto e qualche proprietà privata anche sulla carta, poi dovrebbe esserci il demanio. Un po’ di Comune, un po’ della vecchia Provincia, un po’ di Regione. E invece no, nei fatti qualcuno si è appropriato della montagna. Dei suoi alberi, dei suoi campi, della sua legna. Tredici chilometri di tornanti spettacolari per salire in cima, disseminati da dissesti, frane, rocce sporgenti, alberi che oscurano il sole e radici a vista. È una strada ufficialmente chiusa al pubblico da molti anni proprio perché dissestata e abbandonata a sé stessa. Nei fatti è aperta a tutti. Questo versante del monte Faito è pericoloso ed è proprietà privata. Lasciato al proprio destino da quando, negli anni ’90, spietati killer di un clan in piena faida di camorra si nascondevano qui dopo gli agguati in città. Prima, era il paradiso di escursionisti e cacciatori di funghi, c’era un obolo da pagare e un casellante che alzava la sbarra.

I padroni del monte Faito

È una montagna privata perché tenuta aperta, a proprio uso e consumo, da personaggi legati alla criminalità organizzata dell’area stabiese e dei Lattari. È una camorra vecchia, arcaica, rurale. Pascoli, taglio indiscriminato di alberi, strutture abusive, piantagioni di marijuana. Sembra essere qui da sempre e da tanti anni svolge anche compiti “utili”, come quello di tenere sempre aperta la strada utilizzando mezzi propri per liberarla da frane o da alberi caduti. Mettendo però a rischio tutti quelli che vi si avventurano. Intanto si continua a parlare a vuoto, da anni, di fondi per il rischio idrogeologico e per il rilancio di questo versante. Non bisogna dimenticare che la strada passa a pochi metri dai piloni della Funivia del Faito, la cui manutenzione è fondamentale per la sicurezza dei viaggiatori. Quest’anno la Funivia non ha ancora riaperto, l’azienda regionale che la gestisce è in ritardo con gli adeguamenti e la manutenzione, appunto. Il contesto non è dei più semplici.

Chi verrà qui a sottrarre il monte ai padroni? Qui lo Stato ha perso, semmai abbia deciso di lottare. Per capirlo basta semplicemente percorrere quei tredici chilometri di panorami mozzafiato e sottobosco invadente che partono dalle colline Quisisana. Preferibilmente a bordo di un’auto con buone sospensioni e accompagnati da un guidatore esperto.

Tronchi sulla strada

Si racconta che lo scorso anno, una mattina di un giorno di settembre, uomini del corpo forestale dello stato e carabinieri erano pronti per un grosso blitz antidroga tra i boschi del Faito. Era ancora buio quando le forze dell’ordine provarono a percorrere la strada, ma dovettero fermarsi quasi subito. Un grosso tronco abbattuto proprio in mezzo alla carreggiata impedì ai mezzi il passaggio. Bisognò fare a pezzi l’albero per passare, e ci volle un bel po’ di tempo. Poi la forestale risalì lungo i tornanti, gli uomini scesero dai mezzi per raggiungere il luogo impervio dove avevano individuato, anche con l’utilizzo dell’elicottero giorni prima, una grossa piantagione di marijuana. Al loro arrivo, però, non trovarono nulla. Era la stagione dei sequestri record quella del 2016 con tonnellate e tonnellate di cannabis estirpata e distrutta in tutta l’area dei monti Lattari chiamata quadrilatero della marijuana o Giamaica italiana. Si doveva chiudere col botto, magari arrestando anche qualche coltivatore. Non fu così. Qualche vedetta diede l’allarme, forse, e il tronco venne abbattuto per rallentare le autorità.

Quelli che lottavano

Se c’è un luogo dove questo può accadere è proprio il versante stabiese del Faito. Gli uomini della forestale, unico pezzo dello Stato che fino allo scorso anno combatteva quotidianamente per la montagna, erano tutt’altro che degli sprovveduti. Conoscevano il monte, i boschi e i suoi particolari abitanti. Qui gli agenti c’erano stati spesso per fenomeni di abusivismo edilizio, con attività che hanno portato al sequestro e alla confisca di strutture e stalle, per l’abbattimento indiscriminato di alberi, per altre operazioni antidroga. Ora che la forestale è stata smantellata, accorpata o quello che è, le sortite dello Stato tra i boschi sono terminate.

Il conte Girolamo Giusso

Questa strada ha un nome, via Giusso, e nel suo tratto iniziale è disseminata da mini-discariche date alle fiamme. Più volte la cronaca si è occupata della via che porta il nome del conte Girolamo Giusso, antico proprietario, e che serviva soprattutto per portare e vendere a valle la neve prima dell’introduzione del frigorifero. Le forze dell’ordine ipotizzano anche un possibile traffico illecito di rifiuti, ovvero uomini senza scrupoli che su commissione recuperavano spazzatura di ogni genere per farla sparire tra i boschi. Una piccola terra dei fuochi, insomma.

Impallinati

Poi ci sono i cartelli stradali, vecchi di decenni. Molti sono impallinati, come da antiche “tradizioni”, per provare i fucili da caccia. E alcuni cartelli di pericolo d’incendio, inchiodati agli alberi, sono stati quasi inglobati dai tronchi. C’erano anche i segnali di divieto di caccia, staccati e gettati tra gli alberi o nei dirupi. La caccia “regolare” qui è un lontano ricordo, ora resta solo qualche bracconiere sui sentieri a monte. Tra la vegetazione spuntano cavi lunghissimi, della luce del telefono o chissà, che si arrampicano anch’essi tra gli alberi e si incontrano ad ogni tornante. Da dove partono e dove finiscono è un altro mistero di queste zone.

Il rischio idrogeologicoSulla montagna privata ci sono, oltre alla fauna dei boschi, animali lasciati a vagare tra alberi e frane. Cavalli, mucche, pecore, capre. Non hanno un bell’aspetto, e si perdono nel bosco che a un certo punto si fa fittissimo. Il bosco, appunto. E il conseguente rischio idrogeologico. Un pericolo percepito come astratto, lontano, che si concretizza nella maniera più drammatica quando la montagna viene giù e trascina tutto e tutti con sé. Invece è un rischio più che reale, ma per comprenderlo dobbiamo andare per gradi. Più su avevamo accennato al fatto che i padroni della montagna sono stati sorpresi più volte dalla forestale a tagliare indiscriminatamente alberi. Già, ma non tutti gli alberi. Partiamo dai castagni.

Boschi cedui

Sul versante stabiese del Faito insistono antichi boschi cedui, ovvero boschi che devono essere periodicamente tagliati. Molti di essi sono costituiti principalmente da castagni, e sono in un terribile stato di abbandono. Il problema principale, probabilmente, è che il castagno non è utilizzato come legna da ardere, bensì per la realizzazione di pali o per la raccolta del suo frutto. Il mercato dei pali oggi è assai ridotto rispetto al passato e la domanda è soddisfatta dai castagni provenienti da Pimonte e da Vico Equense. Il frutto, invece, la castagna, senza l’adeguata manutenzione dell’albero aggredito dall’insetto cinipide e la successiva raccolta, molto costosa per prodotti e manodopera, negli anni è divenuta cattiva e non più commercializzabile.

La strada dei rivi

Così i boschi di castagno del monte Faito sono stati lasciati al proprio destino, che coincide però con quello della popolazione a valle. Gli alberi col tempo hanno occupato anche lo spazio dei corsi d’acqua, dei rivi che dal monte corrono verso il mare. E quando si interrompe la strada dei fiumi nascono grandi pericoli, specie quel rischio idrogeologico che oggi tutti vogliono risolvere anche se il tempo scorre e gli alberi continuano a crescere. Le piccole frane e i castagni abbattuti che s’incontrano lungo via Giusso sono un chiaro segnale d’allarme di ciò che potrebbe accadere. Senza contare che il sottobosco così maltenuto è il sogno di ogni pazzo piromane.

Il parco giochi

I padroni della montagna sono invece ben più interessati ai boschi cedui misti, composti da alberi che possono essere rivenduti come ottima legna da ardere. Un bel colpo essersi appropriati di un monte intero in provincia di Napoli, dove non ci saranno molti camini ma ci sono pizzerie ad ogni angolo di strada. Un vero e proprio parco giochi fatto di aceri, lecci, roverelle e ontani. Un parco che deve restare aperto sempre e comunque.

Così qualche anno fa, quando si provò a chiudere la pericolosa strada utilizzando dei new jersey, questi vennero subito messi da parte per permettere il passaggio dei mezzi. Poco importa se, come accaduto l’inverno scorso, alcune persone si siano avventurate con l’auto sulla via innevata, bloccandosi e rischiando di rimetterci la pelle. Tutti sanno che la strada è aperta e un bel po’ di nostalgici, di abitanti del Faito, di escursionisti, provano a risalirla. Pochi giorni fa, in piena emergenza incendi, la polizia municipale ha dovuto mettersi di traverso per impedire alle auto di passare mentre i vigili del fuoco provavano a spegnere i roghi.

Puzza di fumo

Come in tutte le aree dei Lattari negli ultimi anni sono state individuate coltivazioni di marijuana, con piante che crescono rigogliose grazie ad un particolare microclima. Un business criminale milionario perché dopo l’essiccazione la cannabis viene spacciata in tutte le piazze del vesuviano. Le piazzole su cui si coltiva, spesso su terreno demaniale e a ridosso delle proprietà effettive dei padroni della montagna, molte volte vengono liberate tramite incendi appiccati col metodo dei sacchi di juta. Quello che bisogna tenere bene a mente è che conoscendo i sentieri dei Lattari è possibile passare da una zona all’altro in poco tempo, è possibile camminare qualche ora e raggiungere zone che, noi che utilizziamo le strade “ordinarie”, localizziamo come lontanissime. Basti pensare che sulla cima del Faito è ben visibile il Vallone Scurorillo, che arriva a Pozzano e si infila nel centro antico della città di Castellammare. Anche qui è stata trovata più volte un bel po’ di marijuana.

Le leggi, e chi le fa

Passare per via Giusso va bene, ma non bisogna intrattenersi molto o camminare tra i boschi oscuri. Ogni tanto scatta la cronaca isterica di riti satanici consumati tra gli alberi, ma i veri pericoli sono ben altri. Si rischia di fare la fine di qualche turista o qualche cercatore di funghi, che sono tornati alla propria auto scoprendo danni alla carrozzeria o gomme bucate. Bisogna fare attenzione, del resto, siamo in una proprietà privata. Sul monte stabiese vigono altre leggi, è necessario stare al passo di chi le fa.

Francesco Ferrigno


I funerali di Giuseppina de Nonno,

madre del drammaturgo Annibale Ruccello

articolo pubblicato su “Il Mattino”

Giuseppina de Nonno

Giuseppina de Nonno

Castellammare di Stabia rende omaggio alla donna la cui esistenza fu sconvolta dalla perdita prematura dell’unico figlio, scomparso nel 1986 a trent’anni.

25 giugno 2015 – Si sono svolti ieri mattina presso la Chiesa di San Vincenzo di Castellammare i funerali di Giuseppina de Nonno Ruccello, madre dell’attore e drammaturgo Annibale Ruccello, scomparso a 30 anni nel 1986. Una cerimonia sobria a cui hanno partecipato amici e parenti quelli della signora Giuseppina, insegnante di scuola elementare scomparsa all’età di 91 anni, durante la quale è stato ricordato anche il grande attore stabiese.

La morte di Annibale, vittima di un incidente stradale, sconvolse la sua esistenza: la donna ha trascorso diversi anni nel rispetto della scomparsa del suo unico figlio. Più volte ha partecipato ad eventi culturali e dibattiti in memoria di Annibale, l’ultimo dei quali ad aprile quando al Circolo Internazionale di Castellammare è stato presentato il documentario di Pierluigi Fiorenza «Annibale Ruccello quasi trent’anni dopo».

«Annibale Ruccello nacque a Castellammare di Stabia il 7 febbraio 1956 da Ermanno e Giuseppina de Nonno. – scrive Giuseppe Plaitano in una breve biografia per il portale ‘Libero Ricercatore’ dedicato alla storia e alle tradizioni di Castellammare – Usò il suo sapere come chiave per reinterpretare la realtà attraverso il teatro, purtroppo la sua drammaturgia fu stroncata sul nascere. L’indimenticato drammaturgo stabiese ebbe ben presente le origini del suo teatro e la consapevolezza del contesto che lo precedette, del resto a Napoli la tradizione teatrale e quella popolare hanno sempre interagito strettamente nutrendosi l’uno dell’altra».

Francesco Ferrigno


Castellammare di Stabia. Carnevale. Multe fino a 400 euro per lanci di uova e arance. Vietate farina e bombolette spray

articolo pubblicato su “Il Mattino”

lancio di uova

lancio di uova

CASTELLAMMARE DI STABIA. Lanci di uova e arance contro automobilisti e passanti, multe fino a 400 euro. Il provvedimento del sindaco scatta dopo le segnalazioni dei cittadini che sono pervenute da ogni zona della città, dal centro alle periferie. Un fenomeno legato al periodo di Carnevale che quest’anno sembra aver ripreso vigore dopo gli ultimi anni. Si tratta di veri e propri atti vandalici che al momento non hanno fatto registrare serie conseguenze ma che hanno messo comunque a repentaglio la pubblica incolumità. Bande di ragazzini sono state avvistate in centro nelle strade più trafficate oppure in punti «strategici» come ponti e cavalcavia. Il rischio è che con l’approssimarsi del martedì grasso i pericolosi lanci potrebbero aumentare e il pericolo non è da sottovalutare tenendo presente quanto accaduto nelle scorse settimane a Castellammare quando le forze dell’ordine si sono messe sulle tracce di una banda di giovanissimi dopo aver ricevuto numerose segnalazioni in merito ad aggressioni, lanci di sassi nei negozi, lanci di arance su passanti ed automobili. Il picco si è avuto con la tentata aggressione ad un clochard e all’identificazione da parte degli agenti della polizia di stato di un 12enne. La cosiddetta «baby gang» ha creato scompiglio in città tanto che i cittadini hanno inondato di segnalazioni e di richieste d’intervento la casella di posta elettronica del sindaco Nicola Cuomo. La questione è stata sollevata anche nel corso della visita in città del neoprefetto di Napoli Gerarda Pantalone del 4 febbraio scorso quando è stato inaugurato il nuovo sistema di videosorveglianza cittadina. Proprio l’impianto potrebbe fare da deterrente ai teppisti o quantomeno potrebbe permettere l’individuazione in brevissimo tempo. Il primo cittadino, nelle ultime ore, per tentare di arginare il fenomeno ha firmato un’ordinanza «contingibile ed urgente a tutela della pubblica incolumità in occasione del Carnevale 2015». «Negli anni passati, nel periodo di Carnevale – ha scritto Cuomo – si sono verificati in luoghi pubblici o aperti al pubblico episodi di malcostume ed atti di vandalismo tali da cagionare danni e lesioni alle persone o ai beni di proprietà pubblica e privata. I prodotti schiumogeni come bombolette spray, schiuma da barba ed altri nebulizzatori in genere, contengono clorofluorocarburi che possono arrecare seri danni alla salute. È perciò necessario assicurare le condizioni idonee a garantire la sicurezza e la tutela delle persone e delle cose, pur nel rispetto della tradizione». L’amministrazione comunale ha quindi ravvisato la necessità di «provvedere ad adottare ogni provvedimento finalizzato a prevenire danni a persone o cose nel periodo di carnevale». Nel dettaglio, è fatto divieto a chiunque da oggi e «fino alle ore 24 di martedì 17 marzo di detenere, trasportare o fare uso improprio di farine, uova, arance, vernici, liquidi, sfollagente, bombolette spray di schiume varie o ad aria compressa, nonché prodotti similari in luoghi pubblici o aperti al pubblico». Stop dunque al lancio di uova e arance, pena denunce e pesanti sanzioni. Come ha spiegato lo stesso Cuomo «i contravventori, ferma restando l’applicazione di ogni altra normativa generale o speciale, saranno puniti con una multa da 75 fino a 400 euro». Il primo cittadino ha quindi disposto la trasmissione del provvedimento firmato il 12 febbraio al corpo di polizia municipale, alla Prefettura di Napoli, al commissariato di Ps, alla compagnia dei carabinieri e a quella della guardia di finanza.

Francesco Ferrigno


Inchiesta roghi di pneumatici

articolo pubblicato su “Il Mattino”

Via Fratte (foto F. Fontanella)

Discarica nel vallone di Via Fratte (foto F. Fontanella)

CASTELLAMMARE DI STABIA. Le ecomafie non si fermano, cambiano solamente le zone di interesse. Bruciare rifiuti nei Comuni che sono entrati a far parte della «Terra dei Fuochi», dei suoi protocolli e delle sue iniziative per il controllo del territorio, è diventato difficile e pericoloso. Meglio depositare il materiale e poi appiccare i roghi al di là di quella linea rossa. Lì dove c’è un’intera zona collinare, tra boschi e rivi, dove non c’è troppa attenzione, non c’è l’Esercito a presidiare il territorio. È quanto starebbe accadendo a Castellammare dove le forze dell’ordine hanno già aperto un fascicolo d’indagine. In maniera fin troppo «sistematica» in pochi giorni ignoti hanno prima sversato centinaia di pneumatici in decine di punti tra via Quisisana, via Pantanella e via Fratte e poi appiccato incendi per disfarsene. Ne sono scaturite colonne altissime di fumo nero e denso: una scena molto simile a quelle che da mesi rimbalzano sulle cronache per l’emergenza dei roghi di rifiuti tossici tra Napoli e Caserta. In via Fratte i vigili del fuoco hanno evitato il peggio per un soffio, ma non è andata meglio al rione Savorito presso l’ex stabilimento dell’Aranciata Faito dove il fumo degli pneumatici incendiati è giunto fino in località Rovigliano, al confine tra Torre Annunziata e Pompei. «La questione non va sottovalutata», ha spiegato il naturalista Ferdinando Fontanella che ha lanciato l’allarme.
I carabinieri della compagnia di Castellammare hanno aperto un’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti speciali che sta trasformando i boschi di Quisisana in una discarica a cielo aperto. Se lo smaltimento costa molto, come nel caso degli pneumatici, può capitare che ci sia qualcuno disposto ad offrire il servizio ad un prezzo molto più basso rispetto alle normali piattaforme. Persone che caricano camion di rifiuti che provvedono poi a sversare in maniera particolare, ovvero inondando la zona collinare di Castellammare di spazzatura di ogni tipo. I carabinieri hanno ricevuto diverse segnalazioni nei giorni scorsi riguardo il transito di camion zeppi di pneumatici, e sono ora sulle tracce di responsabili materiali e mandanti. «C’è pochissima vigilanza – ha spiegato Fontanella – e gli sversamenti avvengono di notte. Mi appello ai commercianti: non affidati ai criminali che distruggono l’ambiente e il futuro di tutti». Nelle scorse settimane militari e nucleo ambientale della polizia municipale hanno verificato la presenza di quintali di pneumatici apponendo i sigilli a decine di discariche abusive. Ma il ripristino dello stato dei luoghi si è fatto attendere, i malviventi no: incendiando gli sversatoi si fa spazio e si possono effettuare nuovi viaggi. Le autorità stanno monitorando flussi e traffici sulla base dell’ipotesi che la Terra dei Fuochi si stia spostando, che l’attività sia stata in parte delocalizzata e che sia stata ereditata dalle organizzazioni criminali egemoni sul territorio. Negli ultimi giorni il fenomeno ha subito una recrudescenza dopo i primi segnali allarmanti della scorsa estate quando i piromani hanno incendiato più volte i cumuli di rifiuti facendo scattare l’allarme igienico-sanitario nelle aree colpite dai roghi. Le forze dell’ordine hanno individuato nuove «bombe ecologiche» a Castellammare e nei Comuni limitrofi, ma a preoccupare maggiormente sono le zone alte della città delle acque e in particolare la strada che dai boschi di Quisisana conduce al monte Faito. È qui che i carabinieri non molto tempo fa hanno individuato una discarica di materiale edile posata su un versante della collina di Quisisana, lunga circa 70 metri, con un fronte di oltre 20 metri, e contenente oltre 3mila metri cubi di rifiuti di ogni genere.

Francesco Ferrigno

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Castellammare di Stabia: frane, flora e fauna ecco i protocolli d’intesa

articolo pubblicato su “Il Mattino”

Frana a Castellammare di Stabia (foto Ferdinando Fontanella)

Frana a Castellammare di Stabia (foto Ferdinando Fontanella)

Un sistema informatico di allarme preventivo denominato «Early Warning» per gestire il rischio idrogeologico. È solamente uno dei punti cardine dei percorsi pilota facenti parte del partenariato pubblico per il quale l’Ente Parco Regionale dei Monti Lattari ha chiesto e ottenuto adesione al Comune di Castellammare. Si tratta di tre protocolli d’intesa riguardanti sistemi di allerta rischio frane, di protezione della flora e della fauna. L’iniziativa è stata inquadrata nell’ambito di un avviso pubblico dei ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Università e Ricerca. 150 i milioni di euro stanziati per favorire lo sviluppo di servizi innovativi di pubblica utilità. Le Pubbliche Amministrazioni, attraverso il programma «Horizon 2020» possono presentare progetti che saranno vagliati da una commissione ministeriale che stilerà poi un’apposita graduatoria a cui seguirà una fase di gare d’appalto.
Tornando al progetto sui sistemi di allerta, nella descrizione dello stesso, che «per le sue caratteristiche geomorfologiche e di urbanizzazione, il territorio della penisola sorrentino-amalfitana costituisce una delle aree al mondo a più elevato rischio frana». Una situazione che si è palesata nei mesi scorsi, con moltissime zone colpite da eventi franosi, con conseguenze strutturali per gli edifici della zona collinare e pericoli per la cittadinanza.
L’obiettivo del percorso pilota è adesso quello di applicare un sistema informatico come collettore dei dati (idro-meccanici e meteorologici) rilevati da sensori installati nelle zone a rischio. Sarebbe così possibile una rapida diffusione delle informazioni verso gli Enti competenti: Autorità di Bacino, Agenzie per la protezione ambientale, protezione civile. Le informazioni saranno utilizzate per gestire l’«Early Warning», riducendo l’impatto di eventi franosi incombenti avvertendo per tempo la popolazione. La digitalizzazione è alla base anche dei protocolli flora e fauna. In particolare, l’intenzione è quella di creare un archivio informatico per tutelare la biodiversità: da una parte si metterebbero a disposizione dei visitatori del Parco dati utili alle escursioni (applicazioni per smartphone e tablet), dall’altra, anche attraverso i sistemi di rilevamento e sensori di vibrazioni, le autorità capirebbero in pochissimo tempo come e dove intervenire in caso di pericolo per le specie animali e vegetali.

Francesco Ferrigno


Scavi di Stabiae, l’incompiuto Visitor Center

articolo pubblicato su “Il Mattino” (22 luglio 2013)

L'incompiuto Visitor Center agli scavi di Stabia

L’incompiuto Visitor Center agli scavi di Stabia

Un «Visitor Center» i cui lavori sono cominciati nel 2007 e mai terminati. Lo scheletro della struttura di accoglienza che troneggia a pochi passi dall’entrata di Villa San Marco rende bene l’idea di ciò che rappresentano gli Scavi di Stabiae. Intoppi burocratici dei quali si vorrebbe venire a capo: qualche edificio in cemento, delle tettoie e dei pali a sorreggerle. Un caso inserito, insieme ad altri nebulosi aspetti della gestione del sito archeologico, nell’interrogazione parlamentare al ministro per i Beni e le Attività Culturali Massimo Bray presentata nelle scorse ore dal deputato di Sel Arturo Scotto dopo una sua visita a Castellammare. Sul centro visitatori le certezze sono ben visibili su un cartello posto nel complesso abbandonato. Il progetto riguarda il «Distretto Archeologico Vesuviano» e nello specifico il primo stralcio del «Complesso Uffici e Sevizi di Villa San Marco». Il committente è la Fondazione Onlus Restoring Ancient Stabiae (Ras) sulla base del contratto di sponsorizzazione con la Soprintendenza Archeologica di Pompei. La data di ultimazione prevista dei lavori, come al solito in questi casi, è passata da un pezzo: 3 settembre 2008. L’importo complessivo dell’opera era di circa 900mila euro, in parte finanziati dalla Ras e in parte dalle Fondazioni Acri (Associazioni Casse di Risparmio Italiane). Una volta iniziati i lavori, però, nuove direttive dell’Unione Europea in termini di impatto ambientale datate 2009 hanno fatto lievitare di molto il costo del centro. Il risultato è che adesso è tutto completamente fermo (Scotto ha anche chiesto al ministro il ripristino dei luoghi): l’unico passo in avanti è rappresentato da un nuovo piano esecutivo per valutare un possibile co-finanziamento Fondazione-Soprintendenza. Queste ultime collaborano fianco a fianco, almeno per quanto riguarda Castellammare. La Ras ha sottoscritto con la Soprintendenza un contratto di sponsorizzazione in base al quale la Fondazione può gestire le attività di promozione del sito, che vanno dallo scavo, alla didattica, agli eventi. Un documento sottoscritto per la prima volta nel 2006 e poi rinnovato nel 2010 con validità sino al 2020. Un primo passo verso la «privatizzazione» del sito? La Fondazione ha sempre smentito fermamente queste voci. In base all’accordo, piuttosto, la Ras può organizzare non solo operazioni presso le colline «archeologiche» di Varano, ma soprattutto eventi e mostre in tutto il mondo. Campagne organizzate dalla Ras tramite accordi internazionali che hanno un compito ben preciso: far conoscere il sito nel mondo e reperire fondi per la realizzazione del Parco Archeologico dell’antica Stabiae (dopo alcuni anni di attività si sarebbe al 10/15% dell’attuazione), scopo ultimo della Fondazione. Un progetto ambizioso, troppo forse, anche considerando lo stato del Visitor Center. L’intero quadro, però, non è stato praticamente mai seguito dalle istituzioni locali, Comune in primis. «Non si comprende il valore aggiunto che la fondazione offre alla gestione delle Ville di Stabia. – ha detto il presidente dell’Osservatorio Patrimonio Culturale Antonio Irlando – A giudicare dal fatto che una struttura fondamentale quale il Visitor Center è una grave incompiuta da molti anni. L’intero complesso merita di più e il Comune deve fare la sua parte da protagonista non aspettando i tardivi interventi della soprintendenza. Le Ville hanno alcuni seri problemi di conservazione e non c’é tempo da perdere. La valorizzazione turistica poi è un miraggio». Ad impegnarsi attivamente sono stati invece i ragazzi del circolo Legambiente «Woodwardia» di Castellammare che in primavera ha organizzato una serie di guide gratuite agli scavi, con risultati superiori di oltre il 30% rispetto alla media mensile registrata negli anni precedenti. «Sarebbe opportuno pubblicizzare in maniera più efficace i beni culturali stabiesi – ha chiesto Scotto al ministro – potenziali baricentro di un comprensorio turistico-culturale di rilevanza europea».

Francesco Ferrigno


Le Antiche Terme di Stabia

articolo pubblicato su “Il Mattino” (giugno 2013)

Le antiche terme di Stabia

Le antiche terme di Stabia

La natura, nonostante tutto, sembra non essersi ancora stancata di noi. Le fonti sgorgano quattro litri d’acqua al secondo senza sosta. Intrappolate però in uno stabilimento chiuso al pubblico e in ristrutturazione. Il complesso delle Antiche Terme di Stabia di piazza Amendola che dovrebbe valorizzarle ha più di un problema da risolvere. A partire dalla sala pompe nei locali sotterranei che si è allagata nei mesi scorsi, danneggiando tutti i macchinari. Il risultato è che con la struttura fuori uso, le acque minerali non possono essere pompate allo stabilimento delle Nuove Terme di Stabia. Un fatto di cui nessuno (addetti ai lavori a parte) si è accorto fino a questo momento poiché anche il complesso che sorge sulla collina del Solaro è chiuso a causa della crisi economica che ha colpito la società partecipata che lo gestisce. Difficile dire se la colpa del disastro sia ascrivibile alle violenti piogge della primavera trascorsa oppure ad errori nel progetto di ristrutturazione. Ai danni alle sala pompe si sommano i frequenti allagamenti che si sono venuti a creare nell’area della mescita e, sempre secondo indiscrezioni, anche la ricostruzione delle porte d’accesso alle stanze per le terapie che erano state previste troppo «piccole». Tutto questo ha un costo per la città sia in termini economici che sociali. Le Antiche Terme sono di proprietà del Comune e non rientrano quindi tra i beni di Sint, la società partecipata che detiene il patrimonio immobiliare termale del Solaro. Qui al centro antico si lavora dal 2007 e si continua a spostare la data della riapertura dopo che sono stati già spesi oltre 12 milioni di euro tra fondi Cipe, regionali e comunali. Per terminarle, a questo punto, servirebbero ancora uno o due milioni per impianti, arredi e collaudo della struttura. «Credo che in definitiva sia stata creata una copia del complesso del Solaro – ha detto l’amministratore unico di Terme di Stabia spa Francescopaolo Ventriglia – ed ora bisogna evitare un fenomeno di cannibalismo tra le due strutture. Sulle questioni relative ai lavori, l’azienda non ha colpe, dev’essere la proprietà a tutelare il complesso. Bisogna però prendere in fretta una decisione su cosa fare per evitare il paradosso di una nuova obsolescenza». Lo scorso anno, le Antiche Terme furono aperte eccezionalmente in occasione di alcuni spettacoli all’aperto e a pagamento: più di un organizzatore si è poi «dimenticato» di pagare la concessione dell’area. «Inutile dire che ciò che più ci interessa in questo momento è la riapertura delle Nuove Terme e ricominciare a lavorare. – ha detto Filippo Criscuolo della Filcams-Cgil – In una situazione critica come la nostra è difficile inquadrare una struttura sulla quale c’è ancora molto da lavorare. I reparti non sono stati articolati ed è servita solo per alcuni spettacoli per la buona pace di qualcuno». Uno dei più grandi patrimoni della città, insomma, è allo sbando in attesa di una destinazione finale. Intanto, però, l’acqua minerale che attraversa il fianco della collina finisce inesorabilmente in mare senza portare nessuna ricchezza. Nel periodo primaverile sono state visibili a tutta la città grandi perdite d’acqua che affioravano dal manto stradale. Le forze dell’ordine starebbero attenzionando tali episodi in quanto coinciderebbero proprio con il percorso che le acque minerali compiono per finire in mare: probabilmente qualcuno si è allacciato alla rete di scarico, aumentando in maniera esponenziale la portata d’acqua e causando diversi danni in superficie.

Francesco Ferrigno

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Francesco Ferrigno

Stabiese di nascita, Francesco Ferrigno è un giornalista pubblicista. Capo redattore de “Il Gazzettino Vesuviano”, collabora con diverse testate giornalistiche tra cui “Il Mattino” di Napoli.

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