Castellammare Dicembre 2014

Il Vesuvio negli occhi degli stabiesi

Il Vesuvio negli occhi degli stabiesi

di Giuseppe Zingone

Castellammare Dicembre 2014

Castellammare Dicembre 2014, foto Giuseppe Zingone

Si aggira sempre nella mia testa ogni qualvolta penso alla città natìa, è il Vesuvio;

Uno spettacolo che non è per tutti, e se mia suocera non abitasse in via Bonito, dovrei passeggiare in villa o salire in collina per ammirarlo. Eppure solo lontanamente riusciamo ad immaginare il Vesuvio, irato, fumante, con la sua colonna di fumo che si staglia nel cielo, qualche immagine ancora lo ricorda; ma come vivevano gli stabiesi le sue eruzioni, i tremori debordanti delle sue viscere?

Francesco Filosa, Eruzione del 1906

Francesco Filosa, Eruzione del 1906

Per averne un’idea chiara ed esaudiente basta rileggere l’articolo L’eruzione del Vesuvio del 1906, l’impressionante scena, ricostruita, attraverso un dipinto di Francesco Filosa  ne commemora il ricordo. In questa occasione il santo Patrono Catello fu portato in processione fino al mare affinché evitasse tragedie alla città di Castellammare.

Le impressioni dei cittadini nei confronti del Vesuvio però, non si fermano a questa sola descrizione, interessante è il racconto personale che ne fanno due nostri illustri concittadini, il Preside Libero D’Orsi e il capitano Vincenzo Sorrentino.

Lo sguardo di questi due concittadini è un punto di vista da non tralasciare. Questi brevi testi, calano il lettore moderno in una realtà completamente sconosciuta rispetto a quella cui è abituato, per ricordarci che il Vesuvio placido, sereno quasi familiare, è solamente un feroce e irascibile gigante addormentato.

Libero D'Orsi e il dottor Giovanni Celoro Parascandolo, immagine di copertina di Come ritrovai l'antica Stabia

Libero D’Orsi e il dottor Giovanni Celoro Parascandolo, immagine di copertina di Come ritrovai l’antica Stabia

“Siamo nel 1906, nella settimana di Pasqua. Ero ancora un ragazzo. Un sole di avanzata primavera splende nel cielo di Stabia, però strani vapori avvolgono la cima del Vesuvio. Si odono di tanto in tanto sordi boati. Passano parecchie ore; ed ecco, dal cratere principale comincia ad innalzarsi una colonna di fumo che si allarga in alto: e il famoso pino. La sera aumentano i boati e il cratere comincia ad eruttare fuoco. Una lava sanguigna sgorga anche dai fianchi della montagna, che nel cuor della notte, si spacca come un granato. La visione è apocalittica: la fiumana di fuoco avanza con notevole rapidità verso Boscotrecase e Torre Annunziata, incendiando le acque placide del golfo.
Qualche barca di pescatori rompe il fuoco del mare.
Quella notte non dormii. Solo, su un terrazzo, guardavo meravigliato l’impassibilità delle stelle e il sangue del Vesuvio che colava, colava.
A Castellammare, tranquillità assoluta. Il vento spinge i lapilli e la cenere verso sud-est. Si grida al miracolo. Il santo protettore Catello, che tante volte ha salvato Stabia, coi paludamenti violacei, segno di penitenza, è trasportato sulla banchina, di fronte al vulcano. Il popolo invoca: «Salvaci, o vecchierello nostro».
E, difatti, la pioggia di cenere non intaccherà per tutta la settimana santa il cielo di Stabia; solo un lieve e passeggero pulviscolo ci viene a salutare il giorno di Pasqua, forse per ricordarci che altrove si moriva e per ripeterci: «Memento quia pulvis es».
Brutte notizie giungono, intanto, dai paesi vicini. La lava sbocca sempre più gonfia e minaccia di sterminare tutto.
Da noi cominciano ad affluire ondate di profughi.
I treni, frequentissimi, erano a disposizione di tutti, e gratuitamente. Figurarsi io! Quale occasione migliore per dare aiuto a chi ne aveva bisogno e, nello stesso tempo, per provare un po’ dell’emozione pliniana del 79?
Per due o tre giorni feci la navetta tra Castellammare e i comuni vesuviani. Appena ci avvicinavamo a Torre Annunziata era l’inferno.
Scosse di terremoto, pioggia di cenere e lapilli e la lava, che (terribile visione), avanzava lentamente portando dovunque morte e distruzione. Ma noi, o meglio il macchinista e il personale del treno avanzavano impavidi. Bisognava ritrovare Torre del Greco e Portici, spartite nella tormenta. Squilli di trombe, grida di donne e bambini e assalto ai treni. Intanto, una pioggia di acqua calda e fango liquido si rovescia sul convoglio. Imbarcato il triste carico dei derelitti rimasti privi di tutto, si partiva verso Castellammare a passo di lumaca. Per tre giorni ebbi il coraggio di durarla in quel va e vieni. Ma l’ultimo giorno fui per lasciarci la vita!
A Portici, la pioggia di fango era di tale intensità, che il treno non poteva più avanzare d’un metro. Allora bisognò che una squadra di volenterosi, muniti di pale, sgombrassero il binario alla luce macabra delle torce di pece. Figurarsi se stetti fermo io! E così, per ore e ore, lavorammo con grande difficoltà finché giungemmo (e proprio il caso di dirlo) in più spirabil aere”.1

Anche il Capitano Vincenzo Sorrentino nel suo “Navigatore Solitario” fa a più riprese riferimento al Vesuvio da un lato esaltandolo (siamo in epoca fascista) dall’altro tremando quasi al sol ricordo:

Il capitano Vincenzo Sorrentino e la sua imbarcazione "Lo Stabia" nella traversata Roma-Tripoli in canoa

Il capitano Vincenzo Sorrentino e la sua imbarcazione “Lo Stabia” nella traversata Roma-Tripoli in canoa

“Vedere il Vesuvio, non più vecchio pensionato fumante ma polveriera d’Italia, maestoso incidersi nella volta del cielo tutta soffusa di una tinta rosea, cosi sfumata, cosi calda, nascente da un golfo di smeraldo, vestito di vigneti e di ginestre. (pag 29) (ecco la prima immagine che ci presenta il Sorrentino nell’atto di descrivere le terre che lo hanno visto crescere).

Ansioso, impaziente il viaggio mi sembrava assai lungo. Chissà perché avevo un gran desiderio di far presto. Benché fossi convinto che era perfettamente inutile affrettarsi, in quanto sarebbe stato poco opportuno giungere a Napoli prima dell’ora annunziata, tuttavia continuavo a forzare la marcia.
Sospesa nell’aria una piccola nube bianca che si scioglieva e si ricomponeva, svaniva e ritornava mi segnò la cima fantastica dello Sterminatore. Lo contemplai per un attimo.
Signoreggiava superbo fumando da Gran Sultano. Ora se ne slava placido e quieto, ma sempre conscio della spaventevole forza lanciava a tratti fiotti intensi di fumo che, sotto la stretta dell’ansito potente, turbinavano in vortici. Pareva volesse rammentare che il suo respiro era ancora capace di squassare la terra.
Un giorno, che non potrò mai dimenticare, lo vidi rabbioso, convulso per l’ira. Schizzava in alto, fino alle nuvole, più in alto delle nuvole pietre brucianti e magma incandescente, mentre pei fianchi torrenti di fuoco si riversavano rosseggiando paurosamente. La cima divenuta di brace aveva reso di brace tutto il cielo. Era un immensa fornace ardente e tutto intorno era vermiglio. Meraviglia dell’orrido!
Fremeva, cupo, sordo, mugghiava, poi un boato. Ed ogni boato era un ruggito, un ringhio cavernoso che crescendo aumentava fine ad esplodere in un tuonare assordante. Ad ogni boato l’aria tutta ne era commossa e tremava la terra.
Ero bambino, ebbi tanta paura e mi aggrappai alle sottane della mamma.
Continuai a remare con negli occhi ancora vivido il quadro impressionante di quel la notte tremenda.
Taluni ricordi rimangono così impressi nella memoria che par quasi di rivivere le ore passate. Io sono convinto che l’emozione è la misura del ricordo. (pag 67-68).

II giorno declinava. Di fronte il Vesuvio, ardeva più potente che mai, nascondendo un gran lembo di cielo. Altero stava a simboleggiare l’austera fierezza di una terra orgogliosa della sua operosità fervida, come della sua gloria piena di epiche gesta”. (pag 71)2

Il Vesuvio, il più illustre cittadino della nostra terra, cartolina Giuseppe Zingone

Il Vesuvio, il più illustre cittadino della nostra terra, cartolina Giuseppe Zingone


 

Note:

  1.  Libero D’Orsi, Come ritrovai l’antica Stabia, Nicola Longobardi editore pagg. 29-30,1996.
  2.  Vincenzo Sorrentino, Navigatore Solitario, Casa editrice Mantero, pag 29, 67-68, 71, Anno XVII E.F. (28 ottobre 1938-27 ottobre 1939).

About 

Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

1 pensiero su “Il Vesuvio negli occhi degli stabiesi

  1. Marina Sorrentino

    È un articolo affascinante. Quando frequentato la scuola media (tanti anni fa) la nostra prof.ssa di italiano ci fece leggere Carla degli scavi di Renee Reggiani. Questo è un libro che tutti i bambini stabiesi dovrebbero leggere. Uno dei protagonisti della storia è proprio Libero D’Orsi.

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