Torroncino stabiese (foto Enzo Cesarano)

La vera storia del “torroncino stabiese”

a cura di Enzo Cesarano

Nel periodo delle festività dei morti, per tradizione popolare, in Campania si usa regalare il “torrone dei morti”. Un omaggio che vuole esorcizzare mediante il cibo l’angoscia della morte. Il torrone, originariamente composto da cioccolato e mandorle (oggi proposto nei più svariati gusti), secondo radicata credenza, simboleggia la nuda terra che inghiotte la vita.

Torroncino stabiese (foto Enzo Cesarano)

Torroncino stabiese (foto Enzo Cesarano)

Nella cultura napoletana, si usa preparare nel succitato periodo e per gli stessi motivi, un particolare torrone, a forma di sigaro, fatto di zucchero e mandorle, chiamato “ll’uosso ‘e muorto”.

Ll'uosso 'e muorto - sezione interna priva della caratteristica granella di rivestimento (foto Maurizio Cuomo)

“Ll’uosso ‘e muorto” – sezione interna priva della caratteristica granella di rivestimento (foto Maurizio Cuomo)

Diversa è la tradizione stabiese in cui l’usanza assume nuovo significato e cambia radicalmente nome e aspetto per divenire non più simbolo apotropaico, ma una dolce carezza alla propria amata e un vero e proprio gesto d’amore. Il torrone dalla classica forma allungata, diventa un torroncino a forma di: cuore, stella, luna, ecc., ricoperto di glassa e, cosa unica e geniale, decorato con una frase personalizzata.

Torroncino stabiese (foto Enzo Cesarano)

Torroncino stabiese con dedica (foto Enzo Cesarano)

Differenti anche gli ingredienti utilizzati, anziché mandorle e cioccolato, troviamo un ripieno di torrone morbido, fatto di: mandorle, miele e albume d’uovo, rivestito con naspratura al cioccolato o con zucchero colorato.

Torroncino stabiese - sezione interna priva della glassatura (prodotto dalla Casa del Pane Maresca)

Torroncino stabiese – sezione interna priva della glassatura (foto Maurizio Cuomo)

La tradizione orale, tramandata da diverse generazioni di gallettari, racconta di ‘Fonso e ‘Ntunetta, due fidanzati stabiesi. La ragazza nel periodo dei morti ricordava sempre con particolare angoscia la perdita della madre, dicendo: <<Fo’, comme songhe amare chisti juorne!>>. Per mettere fine a tanta sofferenza e per risollevare il morale della sua amata, ‘Fonso realizzò nel suo laboratorio il primo torroncino a forma di cuore, poi donandolo a ‘Ntunetta disse: <<Ora ti ho addolcito questi giorni!>>.


A seguire altre due belle testimonianze di quel che oggi sappiamo di per certo sulla radicata tradizione del “torroncino dei morti”; la prima è gentilmente concessa da un nostro caro amico, il compianto prof. Bonuccio Gatti, eccola:

“A Napoli e provincia la ricorrenza del 2 novembre si festeggia con il cosiddetto torrone o torroncino dei morti. Questa usanza vuole rappresentare il dono che i defunti farebbero ai cari vivi, nel giorno in cui questi ultimi li ricordano con la visita al cimitero. La Campania ha una lunga storia legata al torrone che affonda le sue radici al tempo degli antichi Romani. Però il torrone per la festa dei defunti è diverso da quello classico, perché si tratta di un torrone morbido a base di cacao realizzato in vari gusti: alla nocciola, alla mandorla, al pistacchio, alla frutta candita, al caffè ed altri gusti ancora. Inoltre è consuetudine, per tale festività, che i fidanzati regalino alle proprie innamorate un vassoio di torroncini assortiti oppure un torrone ricoperto, di varia forma, con una frase d’amore”1.

Altra testimonianza, però, ben più spinta, ci viene data invece da Annibale Ruccello, firma autorevole di casa nostra, che in uno dei suoi dieci scritti inediti, pubblicato peraltro come opera postuma nel 2004, così descriveva la radicata usanza:

“Per la cucina ritualizzata campana vorremmo qui ricordare i cosiddetti “torroncini dei morti”, che gli innamorati regalano alle loro fidanzate in occasione del 2 novembre.
I torroncini sono dolci di varia forma (in genere rettangolari o a forma di cuore) su cui spesso con una glassa di zucchero vengono eseguite delle scritte dal contenuto erotico o più genericamente sentimentale, anche se non mancano frasi dichiaratamente oscene.
E ci sembra che quest’ultimo esempio sottolinei appunto la forte connessione sempre presente in questo tipo di ritualità gastronomica fra la morte ed il mangiare, fra il mangiare e il sesso, connessione che si manifesta in maniera più o meno palese in tutte le usanze culturalizzate non solo dell’area campana e su cui bisognerebbe indagare in maniera più attenta di quanto si sia fatto finora”2.

Aggiungo ben volentieri una nota caratteristica elaborata dallo storico linguista napoletano Renato De Falco, che in una sua dissertazione televisiva, parlando del “torrone dei morti”, azzardò la seguente interessante simbologia: “Lo strato di cioccolata di color marrone riveste il torrone, così come la scura terra avvolge e racchiude la dolce anima che ci ricorda il congiunto, ormai passato a miglior vita”.


Ringraziamenti:

si ringrazia la “Casa del Pane – Maresca” per aver concesso a scopo didattico le sezioni interne dei torroncini.

Note: 

  1. tratto da una scheda di lavoro scolastica del prof. Bonuccio Gatti
  2.  tratto da “Scritti Inediti – Una Commedia e dieci saggi”, di Annibale Ruccello. Pag. 152 “La tradizione gastronomica ritualizzata”

About 

Collaboratore di Redazione

Appassionato di folklore, teatro e tradizioni locali. Amante della fotografia, è l’ideatore della rubrica “Banca della Memoria stabiese” ed autore di numerosi interessanti articoli a sfondo popolar-tradizionale. E' responsabile della pagina Facebook di LR.

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