Il marinaio Catello Iovino

( a cura di Antonio Cimmino )

dall’affondamento del sommergibile Uarsciek
al campo di concentramento in Palestina

Catello Iovino

Catello Iovino

Catello Iovino nacque a Castellammare di Stabia nel 1920 alla Via Coppola di fronte al fabbricato che ospitava, nei secoli passati, il Consolato dell’Impero russo e, successivamente, la caserma dei carabinieri. Dall’età di 14 anni lavorava nel cantiere navale, prima come allievo operaio e poi come operaio qualificato. Nel 1939  il regio cantiere fu scisso in due tronconi, il primo rimase allo Stato e deputato alla costruzione dei cordami (Maricorderia) mentre per la costruzione navale fu creata la Navalmeccanica , una società  privata. Il giovane Catello, di temperamento volitivo, unitamente ad altri operai, partecipò a manifestazioni di protesta. Cosa assurda nel regime ed alla vigilia della guerra. Per questo fu incarcerato ed inviato a Poggioreale e solo per l’intercessione di amici di famiglia, così come racconta il fratello Vittorio, uscì dal carcere dopo una settimana di detenzione e ritornò al lavoro. Scoppiata la guerra, nel 1941 fu chiamato alle armi nella Regia Marina ed inviato a Taranto con la categoria di “segnalatore”. Qui in virtù dell’esperienza maturata in cantiere come meccanico fu inviato a Pola alla scuola per sommergibilisti ed inquadrato come “silurista”. Per tale categoria c’era bisogno di personale specializzato perché furono adottati i nuovi siluri magnetici in luoghi dei sorpassati siluri ad aria compressa che lasciava una scia visibile dopo essere stati lanciati, dando la possibilità all’unità nemica di schivarli in tempo. Dopo il corso, il Marinaio Silurista Catello Iovino fu trasferito ad Augusta in attesa di imbarco.

Uarsciek

Uarsciek

Un giorno, mentre il sommergibile Uarsciek stava per salpare per una missione nel Mediterraneo, un silurista marcò visita per una improvvisa febbre e Catello prese il suo posto. L’Uarsciek era un sommergibile della classe Adua serie 600 progettato dall’Ufficiale del Genio Navale Bernardis e deputato ad operare, come sommergibili costieri, nel Mediterraneo. Prese il nome di una località somala conquistato dagli italiani durante il periodo della colonizzazione.
Tale sommergibile rappresentò una importante innovazione nella costruzione navale in quanto ben riusciti, furono costruiti in ben 59 esemplari e prodotti in cinque serie, con leggerissime differenze tra loro. Le serie vennero denominate Adua, Argonauta, Sirena, Perla ed Acciaio.
I sommergibili della classe Adua, detti anche “africani” furono denominati con località legate alla nostra avventura coloniale in Africa ( Adua, Alagi, Aradam, Asciaghi, Axum, Beilul, Dagabur, Dessiè, Durbo, Gondar, Lafolè, Macallè, Neghelli, Scirè, Tembien, Uebi-Scebli, Uarsciek). Con un dislocamento in immersione di 856,39 tonnellate, erano lunghi 60,18 metri , larghi 6,45 e con un pescaggio di 4.64 metri . Progettati per una profondità operativa di 80 metri , avevano un motore diesel da 1.400 CV ed elettrico da 800 CV. In superficie potevano navigare con una velocità di 14 nodi, mentre in immersione con 7,5 nodi.

Cannone da 120

Cannone da 120

Con un equipaggio di 4 ufficiali e 40 sottufficiali e comuni possedevano un armamento così costituito:
– – 4 tubi lanciasiluri da 533 mm a prora;

– – 2 tubi lanciasiluri da 533 a poppa;

– – 1 cannone da 120/47 mm a proravia della torretta ( con 152 colpi);

– 2 mitraglie singole da 13,2 mm con 3000 colpi.

Alcuni sommergibili, come il Gondar su cui era imbarcato il marinaio elettricista di Lettere, Medaglia d’Oro Luigi Longobardi, cui è intitolata la sezione dell’A.N.M.I. di Castellammare, furono modificati per il trasporti di siluri a lento corso (S.L.C.) i cosiddetti “maiali”.
L’Uarsciek fu inquadrato nella 46° Squadriglia Sommergibili assieme al Dessiè, Dagabur e Uebi-Scebeli.
La sera del 13 dicembre 1942, il battello era in agguato a Sud di Malta, quando fu avvistato da due navi nemiche: una inglese il Petard (Comandante M. Thornton) ed un’altra greca il Vassilli Olga (Comandante G. Blessas). Lanciò i siluri contro di esse e durante l’immersione rapida tornò in superficie venendo attaccato. Furono uccisi in combattimento a mitragliate, 18 uomini dell’equipaggio. Il sommergibile catturato e rimorchiato per essere portato a Malta, durante il trasferimento, il 15 dicembre, si ruppe il cavo di rimorchio ed il battello affondò.
L’ex Sottocapo silurista Michele Caggiano di Taranto così racconta l’episodio: “…La vedetta del settore poppiero avvistò, a poca distanza, una nave che mentre ci inseguiva, inviava tre segnali luminosi verdi, per il riconoscimento. Dato l’allarme il Comandante ordinò il lancio dei siluri 5 e 6 dalla camera di lancio addietro e successivamente fischiò l’immersione rapida, il battello s’immerse e raggiunse velocemente la profondità di cento metri per poi toccare i centosessanta con notevole appruamento. Da questa profondità iniziò una risalita tanto veloce da giungere in breve tempo all’affioramento e, poi, cominciò subito la ridiscesa. Durante l’alternanza delle suddette manovre vi fu una prima esplosione… ad un tratto il Comandante ordinò l’emersione rapida per attaccare anche con il pezzo… La coperta non era ancora emersa completamente quando, dalla direzione delle ore quattro, la torretta fu investita da un fascio di luce seguito da un nutritissimo fuoco di proiettili… udii la voce del Comandante che ordinava l’affondamento del battello… Distinsi chiaramente la voce del Capo Battilana che esortava ad arrendersi… in quel preciso istante il battello sbandò gradualmente sulla sua sinistra per circa 90°; in seguito ad una leggera collisione con la fiancata dritta della nave nemica. Raggiunsi la camera di lancio addietro… riuscii a stornare i cappelli dei lanciasiluri e ad aprire gli sfoghi d’aria… presi la bandiera dal suo posto… e fattone un involucro col decifrante… spinsi l’involucro… per l’affondamento… in coperta fui catturato da un Ufficiale che mi aveva colpito, qualche attimo prima, con un’arma da fuoco… e con un calcio alla parte posteriore del capo… sulla nave inglese… fui accolto con inaspettato calore umano… L’ultima volta che vidi l’Uasciek fu verso mezzogiorno. Aveva la prora verso il cielo con la bandiera inglese sul tagliareti… Poi dopo avvertii uno scossone, probabilmente dovuto allo sgancio del cavo di rimorchio. Così andò perduto il valoroso Sommergibile“.

Al sommergibile quando fu catturato, fu sistemato il jack inglese a prora sulla ghiera tagliareti.
Il Comandate dell’unità il Tenente di Vascello Gaetano Arezzo della Targia di Siracusa, fu insignito di una Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria” con la seguente motivazione: “Valente comandante di sommergibile nel corso di ardua missione di guerra, avvistava nottetempo una formazione navale avversaria, muoveva in superficie arditamente all’attacco. Nonostante il sommergibile fosse stato scoperto, riusciva con abile manovra a silurare un incrociatore avversario. Sottoposto a violenta caccia da parte di tre siluranti nemiche, nella impossibilità di resistere più a lungo in immersione per i notevoli danni riportati, emergeva nell’intento di affrontare in superficie le preponderanti forze avversarie. Nell’ardito tentativo, mentre raggiungeva il proprio posto di combattimento in torretta, cadeva colpito a morte da raffica nemica”. Il valoroso ufficiale già era stato decorato con Medaglia d’Argento per la partecipazione alla cosiddetta “Battaglia di mezzo agosto” nella quale con l’Uarsciek aveva “provocato l’affondamento e il siluramento di unità da guerra e mercatile”.

I caduti dell’Uarsciek furono:

Tenente di Vascello (Comandante) Gaetano Arezzo della Targia
Capo di 2° classe Pietro Battilana
Capo di 2° classe Bruno Bressan
Sottocapo Pietro Brigantini
Marinaio comune Carlo Ceriano
Sottotenente di Vascello Remigio Dapiran
Marinaio comune Corrado Di Lorenzo
Marinaio comune Ugo Fotia
Sottocapo Angelo Galendro
Sergente Antonio Garufi
Sottocapo Alberto Laporini
Marinaio comune Pio Leonardelli
Capo di 3° classe Ilario Mazzotti
Marinaio comune Giovanni Romano
Sergente Giovanni Rossi
Sottocapo Sergio Tarraboiro
Marinaio comune Ermanno Tironi
Sottocapo Sebastiano Zelo

Vittorio, fratello dei Catello Iovino, mi racconta che questi fu sbarcato a Malta e dopo alcuni giorni, avviato in un campo di concentramento per italiani in Palestina. Il campo era diviso tra quelli che volevano collaborare e gli irriducibili. Catello scelse la prima soluzione e fu impiegato nei lavori agricoli della zona. Con ammirazione vedeva che ogni giorno, i prigionieri italiani dell’altra metà del campo, pur tra mille difficoltà, continuavano a mantenere un comportamento militare ed effettuavano ogni giorno l’alza e l’ammaina bandiera.

Iovino Arillo

Iovino Arillo

Con somma meraviglia, un giorno, mentre lavorava in una tenuta agricola fuori del campo, sentì una voce femminile che cantava “Funiculì funiculà”. Non seppe mai chi fosse la donna, forse era una ebrea italiana giunta in Palestina con i coloni.
Catello fu rimpatriato nel 1948 e tornò a lavorare nel cantiere navale di Castellammare di Stabia come tornitore e poi alle Poste di Napoli. Si iscrisse all’A.N.M.I partecipando a tutte le manifestazioni. È deceduto nel 2005.

 

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Collaboratore di Redazione

Già dipendente del cantiere navale di Castellammare di Stabia, si interessa della storia delle navi militari ivi costruite dalla sua fondazione. Appassionato, della Marina Militare e della marittimità in genere. E' socio della locale Associazione Nazionale Marinai d'Italia.

2 pensieri su “Il marinaio Catello Iovino

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