Alle origini del movimento operaio di Castellammare di Stabia

( a cura del dott. Raffaele Scala )

“Metto a disposizione dei lettori del Libero Ricercatore  il primo capitolo di una mia ricerca pubblicata alcuni anni fa, edita da Longobardi editore.  Se dovesse essere apprezzata, seguiranno i capitoli successivi” 

CAPITOLO PRIMO

Castellammare di Stabia all’indomani dell’Unità d’Italia

All’indomani della conquistata Unità d’Italia, Castellammare di Stabia si presenta come città capoluogo di Circondario, situata alle falde del Monte Fenito, l’antico Lattario, i suoi sobborghi, chiamati terzieri, sono Botteghelle, Scanzano, Mezzapietra e Privati. Le vicine colline si chiamano Orlando, Scrajo, Porto Carello, Pozzano, Cammarelle, San Raffaele, Quisisana, Coppola, Monte Auro. E’ bagnata dai fiumicelli di Pozzano, Soccorso, Cognulo, Valacaja, Gragnano e San Marco, e nell’interno, la Fontana Grande e altre acque preziose. Ha belle piazze, graziosi e comodi edifici, buone strade, casini deliziosi, uno stupendo teatro, già Francesco I, comodissimi alberghi, fabbriche floridissime di cuoi vitelli per scarpe, pelli, ecc; manifatture di telerie, cotonerie e altre industrie. Il bello e comodo porto è capace di qualunque grossa nave di commercio e da guerra, fino al centinaio.

In questo modo Castellammare è descritta nella Nuova Enciclopedia Italiana, edita dall’UTET nel 1878, non a caso, infatti, è considerata una delle venti città più importanti del Mezzogiorno, per la presenza di un porto dal rilievo nazionale il cui movimento di carico e scarico supera le centomila tonnellate annue, ponendolo, nel 1868, tra i primi dieci del Regno e per le numerose industrie, alcune delle quali vincitrici di diversi premi nelle varie Esposizioni Internazionali, come, per esempio quella di Vienna del 1873. Qui furono premiati, tra gli altri, la Regia Corderia militare per le sue corde, l’Impresa Italiana di Costruzioni Metalliche, già Finet e Charles, per i suoi modelli di costruzione di ponti metallici, Agnello Bonifacio per i suoi modelli di costruzioni navali in legno, Cimmino e Landolfi per i biscotti da farina e naturalmente i celeberrimi cantieri navali per aver presentato, nell’occasione, il modello della pirocorazzata Re Amedeo. Il Regio Cantiere con la sua secolare storia, cominciata nel 1783, da quando aveva fatto il suo primo varo, la corvetta Stabia nel 1786, aveva conosciuto solamente trionfi e non aveva naturalmente bisogno di quel premio per essere conosciuto e ammirato: nella città delle acque erano state varate, e continueranno ad esserlo, ancora nel terzo millennio, le navi più importanti dell’Italia unificata.

Quel misto d’industria di stato e imprenditoria privata nei vari settori economici, consente alla Castellammare di quegli anni di competere tranquillamente contro il più progredito e sviluppato Nord del Paese. Lo stesso numero d’abitanti, ormai avviati a raggiungere rapidamente i trentamila (26.285 al censimento del 1871), le consente anche in questo campo di mantenere una supremazia mai messa in discussione da altri.

Comune Capoluogo di Circondario fin dal gennaio 1808, quando sotto il Decennio francese fu varata una completa riorganizzazione territoriale del Regno attraverso la creazione di quattordici intendenze con il compito di governare altrettante province, sede di una Sottoprefettura (già Sotto Intendenza fino al 1861) con giurisdizione su altri 18 comuni, da Massalubrense a Torre del Greco, Capri compresa, fino al 1926, quando saranno tutte soppresse con Regio Decreto del 21 ottobre, Castellammare è anche sede di una Pretura fin dal 1809, denominata Casa dei Sindaci di pace, e un’importante sede vescovile da millequattrocento anni, da quando in pratica c’è stato tramandato dalla storia la presenza del primo Vescovo, un tale Orso, la cui esistenza è costatata dagli atti del Sinodo Romano, tenuto sotto il papa Simmaco, nel 499. Così come non è di secondaria importanza la presenza di una stazione ferroviaria – che la collegava con Napoli, Salerno e Caserta – inaugurata il 31 luglio 1842, soltanto tre anni dopo la realizzazione della ormai celeberrima Napoli – Portici del 1839, il primo tratto ferroviario d’Italia.

La rendono internazionale i numerosi Vice consolati, europei e d’oltreoceano, alcuni presenti dal 1865, altri fin dai primi decenni dell’Ottocento, complessivamente una dozzina di rappresentanze quali Danimarca, Norvegia, Svezia, Austria, Francia, Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Grecia, Russia, Turchia Stati Uniti e Paraguay, ma anche il soggiorno di personaggi importanti, di fama nazionale e internazionale – poeti, scrittori, uomini politici, ministrano – e, più complessivamente, un turismo d’elite che trova in questa città di mare – ma cui non manca l’aria (…) pura e profumata delle seducenti colline… e del massiccio del Faito o Auro, com’era anticamente chiamato – cultura, tranquillità, e benessere.

(…) E’ una graziosissima cittadina (…) con un piccolo porto difeso da due forti, ricca di manifatture di tela, di stoffe di seta, di cotone e di conce di pelli. Una parte dei suoi abitanti è occupata nell’arsenale che è il principale cantiere militare del Regno. Vi sono sorgenti d’acque minerali e i forestieri vi passano la bella stagione..

è scritto in una vecchia enciclopedia del 1843, edita sotto il Regno delle due Sicilie, quando ancora c’era chi considerava la Città delle Acque la piccola capitale del regno, per l’uso frequente di trascorrere qui diversi periodi dell’anno da parte della famiglia reale nella Reggia di Quisisana

Non mancano le scuole di diverso grado, di cui almeno dieci garantiscono l’istruzione elementare a circa mille allievi, una biblioteca tra le più antiche, inaugurata il 4 giugno 1871 utilizzando un’aula dell’ex Seminario e un asilo infantile dal 1862 per trecento posti. Si pubblicano diversi giornali locali, alcuni dalla vita lunga, molti altri raramente superano il primo compleanno, tutti raccontano dei fatti e misfatti, in rappresentanza d’idee o di padrini politici, non mancando mai, naturalmente, di arricchirli con defatiganti puntate di lunghi romanzi d’appendice, così com’era d’uso all’epoca. Tra i primi, risalente al 1860, è sicuramente La luce del Popolo, giornale filogaribaldino diretto da Agatino Previtera e nato proprio sul finire di quell’estate sull’onda del trionfale ingresso a Napoli, il 7 settembre, dell’Eroe dei due mondi, mentre tra i più diffusi e longevi troviamo il bisettimanale Stabia, Gazzetta dei comuni del Circondario, pubblicato due volte a settimana, ogni giovedì e domenica, in quattro grandi pagine, come tutti i giornali, importanti e non, editi in quella fase in qualche modo ancora pionieristica della carta stampata. Di tendenza istituzionale, il giornale Stabia era stato fondato nel 1877 e diretto fino all’ultimo dall’avvocato Federico Ciampitti, un uomo soprattutto buono, di un’onestà che l’ ha portato mendico fino alla tomba.

Considerato il decano dei giornalisti stabiesi, Federico Ciampitti scompare il 29 marzo 1899, all’età di sessantanove anni per cirrosi epatica, dopo una malattia durata tre mesi. Con la sua morte, scomparirà, dopo 22 anni, anche il giornale nonostante un timido tentativo di continuarne la pubblicazione sotto la testata di Nuova Stabia.

Altro periodico dalla vita non breve e sicuramente letto era il settimanale, L’Amico del Popolo, la cui amministrazione si trovava al n° 16 di Via Nocera e successivamente al Corso Vittorio Emanuele 81, ed era diretto da un giovanissimo ex seguace di Mazzini, Francesco Girace, un personaggio cui non mancavano le ambizioni letterarie, al punto da pubblicare a puntate, sul suo stesso settimanale, un romanzo sociale intitolato Febbri d’anima. Il giornale usciva ogni domenica dal 1882 – quando l’intraprendente direttore aveva soltanto 22 anni – ma mise ben presto da parte le annacquate idee repubblicane del suo fondatore e divenne organo del partito di Catello Fusco (1839 – 1904), eterno deputato mancato – candidato nel 1882 e nel 1886 nel collegio Napoli IV ed eletto al secondo tentativo ma subito dichiarato decaduto per presunti brogli – oscillante inutilmente fra la Destra, il Centro e la Sinistra – costume assai diffuso ieri come oggi – ma in ogni modo tre volte sindaco nel 1890, 1892 e 1896, morto poi suicida a seguito di una crisi esistenziale.

In seguito questo settimanale si legò al partito del suo rivale politico, Giovanni Greco, già Primo cittadino di Castellammare nel 1882, nel 1887 e nel 1895; e quando i due, infine, si allearono amministrando insieme il Comune nelle elezioni del 1887, coalizzandosi contro l’imbattibile deputato del collegio, schierato sulle posizioni della sinistra liberale, Tommaso Sorrentino[1] (1828 – 1900), già consigliere provinciale dal 1866 e ininterrottamente eletto alla Camera fin dal 1870, il giornale si pose in opposizione del duo Fusco – Greco, legandosi alla politica del parlamentare di Gragnano. Lo stesso Giovanni Greco nel 1883, al tempo in cui si contrapponeva a Catello Fusco, aveva favorito la nascita di un giornale pronto a sostenerlo, Il Popolo, un settimanale nato …col proposito di appoggiare il partito dell’attuale maggioranza municipale.., inizialmente diretto dal professor Nicola De Rosa.

Nell’aprile 1889 usciva il settimanale, La Riscossa, giornale politico amministrativo, diretto da Arturo Bergamo, genovese d’origini siciliane e da poco trapiantato a Napoli, subito definito dal Girace un socialista rivoluzionario. La definizione, pubblicata sul numero del 24 marzo, annunziando la nascita del nuovo periodico, provocò strascichi velenosi e pretestuose polemiche con denuncia finale al commissariato di pubblica sicurezza per minacce; una pericolosa diatriba spenta sul nascere dal nuovo Sottoprefetto, il conte Leopoldo Thunn Hohenstein. L’alto funzionario aveva preso possesso del suo nuovo incarico il 21 marzo 1889, proprio alla vigilia delle tensioni che accompagnarono la preparazione del primo numero di quest’organo politico, definendole semplice contesa giornalistica, nella quale a mio subordinato avviso conviene che l’ufficio di P.S. si tenga assolutamente estranea. Di certo Arturo Bergamo era stato, almeno nel periodo genovese, notoriamente socialista ma a Castellammare il suo nuovo giornale nasceva sotto l’egida del duo Fusco – Greco per farne l’organo ufficiale a sostegno della maggioranza, come del resto si evinse fin dai primi numeri, dove difendeva aprioristicamente ogni scelta dell’amministrazione comunale e contrastare L’Amico del Popolo, passato all’opposizione. Lo stesso Bergamo, annunciando a sua volta l’uscita di un nuovo giornale stabiese, Combattiamo! affermò senza problemi come il suo settimanale, La Riscossa, rappresentasse il partito liberale istituzionale cittadino e cioè i suoi due maggiorenti, Catello Fusco e Giovanni Greco.[2]

E’ del 1893, invece, il quindicinale Alessandro Manzoni, periodico giovanile scientifico letterario, diretto dal parroco Elia Rotondo. Quest’ambiziosa rivista visse per diversi anni, fino a quando “le gravi vicende della guerra” non lo privarono di collaboratori e abbonati. Cessate le pubblicazioni, le riprese nel 1923, nel cinquantenario della scomparsa del grande scrittore e poeta dal quale la rivista traeva il nome. Segnaliamo, infine, Gil Blas, periodico diretto da tale Marchini edito nell’estate del 1897 ma di cui, allo stato, non sappiamo altro. Probabilmente l’ambizioso intento era di seguire la falsa riga del più importante Gil Blas, pubblicato a Parigi fin dal 1887 e dove si cimentavano con i loro scritti i più autorevoli scrittori e poeti d’oltralpe. Anche a Napoli ci fu nel 1889 una rivista dalla stessa denominazione.

In una città dalle antichissime tradizioni d’associazionismo, in altri tempi definite corporazioni e confraternite, con lo scopo, sempre uguale, di aiutare i propri soci nei momenti d’indigenza – basti pensare alla confraternita denominata dei Marinai, Pescatori, Padroni di barche e bastimenti, risalente al 1580 [3] – non potevano mancare le più moderne Società di Mutuo Soccorso, (…) in ordine di tempo, dopo l’abolizione delle corporazioni, la prima forma associativa, diffusa in tutto il territorio nazionale nella qual è presente anche la classe operaia italiana… come quella delle Maestranze, nata nel 1862 e l’Associazione Operai del Commercio, risalente al 1865; molte altre seguirono, con alterna fortuna, negli anni successivi. Tra le più importanti ci furono sicuramente la massonica Società Stabiana d’Arti e Mestieri, diretta inizialmente da Angelo Bonifacio, uno dei fondatori, a Napoli, della Confederazione delle Società di Mutuo Soccorso Arti e Mestieri delle Province Meridionali, costituita il 30 marzo 1884 da Filippo Gattola, personaggio preso ripetutamente di mira dal periodico socialista napoletano, La Propaganda, perché accusato di usare l’associazione operaia per le sue esclusive ambizioni politiche. In seguito alla testa della Società Stabiana andrà poi Francesco Buonocore, sotto la cui guida si affiliò, dal luglio 1889, all’Unione Operaia Napoletana. Alla Confederazione, nel 1884, aderiva anche la Società Agricola, il cui presidente era Alfonso Fusco (1853 – 1916), ambiguo personaggio, imprenditore senza scrupoli e protagonista della vita politica locale, a sua volta vittima designata del giornale socialista napoletano, attraverso feroci campagne di stampa. Alfonso Fusco darà vita ad un duello elettorale, senza esclusioni di colpi, nel primo quindicennio del’900, con il repubblicano Rodolfo Rispoli (1863 – 1930) appassionando gli elettori del collegio e trascinandoli in una sorta di tifo politico, dividendoli in due opposti schieramenti. Non meno importante, e sicuramente tra le più longeve, la Società Cattolica Artistica ed Operaia, fortemente voluta dal vescovo di Castellammare, Vincenzo Maria Sarnelli (1835 – 1898), sorta nel novembre 1882 e, secondo alcuni, prima società cattolica fondata nel Mezzogiorno. Questa società ebbe anche un suo periodico, la Guida dell’Operaio, edito fra il 1883 e il 1886.

Tra le altre associazioni presenti a Castellammare va ricordata la loggia massonica, Pittagora, fondata il 1° giugno 1880, dalle alterne vicende e definitivamente cessata di esistere durante il periodo fascista quando la sua sede, in Piazza Vesuviana, sarà distrutta da un incendio in circostanze rimaste misteriose, come ricorda Antonio Barone nel suo bel volume su Piazza Spartaco. Il 7 giugno 1892 erano invece inaugurati, contemporaneamente, il Circolo letterario Arnaldo da Brescia e, per opera di giovani studiosi, di fede monarchica ma anticlericali, il Circolo Giordano Bruno, mentre dal 1890 vivacchiava un’Associazione Operaia Liberale forte di 400 soci, serbatoio di voti del Partito Unitario Liberale capitanato da Catello Fusco.

Nonostante quest’effervescenza politica culturale, il decennio successivo all’unificazione del Paese non fu uno dei più tranquilli per la classe operaia stabiese, sconvolto da licenziamenti a catena che falcidiarono l’occupazione nel Regio Cantiere (…) a seguito dell’abolizione pressoché immediata delle vecchie tariffe protezionistiche, dall’ottobre 1960, esponendo di colpo buona parte delle industrie dell’ex Regno alla concorrenza esterna mettendola in grave difficoltà e costringendo, talora, le più deboli alla chiusura…, com’ebbe a scrivere Piero Bevilacqua nel suo Breve storia dell’Italia meridionale. E, infatti, a Castellammare negli anni successivi all’unificazione, gran parte degli opifici legati al capitale straniero, come l’industria tessile e conciaria – diventata famosa in tutta Italia e in alcuni casi esportata perfino all’estero grazie ad alcuni abili imprenditori – chiusero una dopo l’altro, non trovando più la convenienza ad investire nell’area stabiese e nel Mezzogiorno in generale.La crisi economica, con il vertiginoso aumento del costo della vita e il dilagare della disoccupazione, si fece sentire in tutta la sua gravità fin dai primi mesi del nuovo regime, oscurando ben presto la gioia di quanti avevano salutato il nuovo ordine politico invadendo festosamente le strade per accogliere degnamente le camicie rosse. Dappertutto salutati come autentici liberatori – i vincitori d’ogni tempo, luogo e colore, sono sempre salutati come liberatori – salvo pentirsene amaramente, il popolo minuto innanzi tutto, quando si resero conto che il cambiamento tanto auspicato tardava a farsi vedere. Nell’immediato il nuovo ordine portato dai piemontesi si risolse, per la grande maggioranza della popolazione, in un peggioramento delle condizioni di vita, favorendo con ciò il diffondersi del brigantaggio. Nel napoletano la crisi si presentò fin dal gennaio 1861, quando si arrivò alla chiusura momentanea d’opifici e arsenali e forti furono le paure di una loro definitiva smobilitazione provocando le prime reazioni.

La maggioranza del popolo, forse anche alla luce dei pochi brillanti risultati portati dai vincitori venuti dal nord, continuava a dimostrare lealtà al pur giovane e romantico Francesco II (1836 – 1894), nonostante che questi non fosse meno reazionario del padre. Chiuso nella fortezza di Gaeta, l’ultimo re di Napoli costruiva la sua leggenda, deciso a resistere e, forse, a morire in un’inutile sanguinosa prova d’orgoglio e nel frattempo, alimentate dai borbonici, le dimostrazioni infiammavano città e campagne del Mezzogiorno, provocando arresti, morti, feriti e nuova linfa a quanti intendevano rimanere fedeli al vecchio regime. [4] Alle ribellioni di piazza non si esentarono Castellammare e Torre Annunziata, provocando tumulti fin dal 31 dicembre 1860, così come si erano già avute a Torre del Greco, dove inferocite massaie invasero le strade, lamentandosi dell’improvviso aumento del prezzo dei fagioli e a Napoli, interessando gli operai dell’Arsenale e di Pietrarsa. In febbraio ci furono nel Regio cantiere i primi 400 licenziamenti, ritenuti in eccesso rispetto alle effettive necessità di una produzione costretta per la prima volta a misurarsi con un mercato non più protetto dalla barriera protettiva dei dazi e dalla frontiera amica, eretta a difesa della debole e traballante industria dai regnanti dell’ormai defunto Regno delle due Sicilie. Ma di leggi dell’economia, gli operai nulla sapevano e neanche interessava approfondire: era stato loro promesso un mondo nuovo, migliore di quello in cui erano nati e vissuti e reagirono come sapevano, provocando nuove e più violente manifestazioni, cui seguirono numerosi arresti, mentre nella vicina Boscotrecase, in maggio, un tumulto di lavoranti tessitori appoggiati dalla Guardia Nazionale locale fu sedato soltanto con la promessa di un aumento delle paghe.

[1] Tommaso Sorrentino è il primo deputato originario dell’area stabiese ad essere eletto nel collegio di Castellammare. I suoi predecessori erano stati: Mariano Ruggiero (prima elezione post unitaria del 27 gennaio 1861) e Edoardo D’Amico (22 ottobre 1865 e confermato in quelle del 10 marzo 1867).

[2] La Riscossa, 14 luglio 1889, n° 13, vedi l’articolo “Nuovo giornale”.

[3] Per maggiori approfondimenti sulla Confraternita dei Marinai ecc, cfr. Catello Vanacore: La Marineria Stabiese, pubblicato dal comune di Castellammare di Stabia in occasione dell’inaugurazione del monumento al marinaio, il 12 luglio 1981.
Sulle Società di mutuo soccorso cfr. invece Stefano Merli: Proletario di fabbrica e capitalismo industriale, La nuova Italia, 1972, pagg. 581-594 e dal quale è tratto il corsivo.

[4] Il lungo assedio della fortezza di Gaeta, cominciata nei primi giorni del novembre 1860, terminò il 13 febbraio 1861 con la resa di Francesco II e della sua giovane moglie, Maria Sofia di Baviera.

 

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dello stesso autore:
Antonio Cecchi: storia di un rivoluzionario

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Nato a Castellammare di Stabia, laureato in sociologia, sposato con due figli, vive a Santa Maria la Carità, lavora a Napoli, è autore di diverse pubblicazioni di carattere storico incentrate sulla storia del movimento operaio stabiese e del suo circondario.

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