La pizza, le palme e le scope

Mastro Antonio, ritratto da U. Cesino

Mastro Antonio, ritratto da U. Cesino

Pizza, palme e scope. Questi tre termini, che indicano rispettivamente la pietanza più celebre della cucina italiana, un gruppo di piante e un manufatto che serve per spazzare, all’apparenza non hanno nulla in comune. Eppure, vi assicuro, esiste un nesso che li unisce indissolubilmente. Un legame forte fatto di rispetto per le tradizioni, amore per la natura e onesto e duro lavoro.

Per capire di cosa sto parlando è bene iniziare questo discorso partendo da un posto a noi tutti famigliare, la pizzeria. Un luogo stupendo, puoi entrarci nel pieno della calura estiva o in una gelida sera invernale e la pizzeria ti accoglie sempre con una piacevole sensazione di caldo che sa di buono, quello che solo la legna che brucia può regalare. I nostri sensi sono poi inebriati dai sapori e dagli odori, in bocca l’acquolina perché nella mente già pregustiamo la specialità che il pizzaiolo,  vestito di candido bianco, di lì a poco ci preparerà.

Potremmo dire che la pizzeria è un luogo che distrae, quindi è molto probabile che nonostante ci siamo entrati una miriade di volte non ci siamo mai accorti che in un angolo appartato, vicino al forno, c’è sempre un secchio pieno di acqua con una scopa immersa dentro, che di tanto in tanto viene usata per spazzare il piano di cottura. Non si tratta però di una scopa qualsiasi è, infatti, costruita con foglie di palma. Il perché e il come si usi questo tipo di pianta per realizzare le scope per i forni da pizza mi è stato gentilmente spiegato dal sig. Antonio Gargiulo, esperto impagliatore di Casola di Napoli.

Mastro Antonio ha imparato il mestiere da ragazzo quando trascorreva intere giornate osservando gli anziani del suo paese che con abilità realizzavano cesti, panieri, scope, impagliavano fiaschi e damigiane. Questo fino a quando l’avvento dei materiali plastici non ha soppiantato l’utilizzo delle fibre vegetali, relegando il mestiere dell’impagliatore tra quelli in via di estinzione. Tuttavia, la manifattura delle scope da forno ha resistito alla modernità, perché non possono essere realizzate in plastica, la tradizione e il buonsenso vogliono che siano rigorosamente fatte con le foglie di palma.

Solo le fibre secche della foglia di questa pianta si ammorbidiscono e resistono bene, senza marcire, alla lunga immersione in acqua e all’enorme calore del forno. Per realizzare scope, come racconta Mastro Antonio, la specie migliore è la Palma di Washingthon (Woshingtonia filifera) dalla lunga e flessibili lamina fogliare, all’occorrenza però possono essere usate anche la Palma nana (Chamaerops humilis) e la Palma comune (Trachycarpus fortunei).

La giornata di un costruttore di scope da forno inizia all’alba quando si reca in giro per i paesi a cercare la materia prima da intrecciare. Le foglie di palma sono spesso fornite dai giardinieri che fanno lavori di potatura nei giardini pubblici e privati. La realizzazione di una scopa non richiede molto tempo. Mastro Antonio impiega meno di 5 minuti, utilizzando dello spago di canapa per i nodi e semplici attrezzi, che lui stesso ha realizzato adattando allo scopo pezzi di legno, chiodi e fil di ferro, per la pettinatura della foglie. La durata media di questi manufatti è di circa un mese e mezzo una volta consumati però non vanno buttati nella comune immondizia, essendo fatti interamente di materiale vegetale possono essere tranquillamente bruciati insieme alla legna nel forno.

Ferdinando Fontanella
Twitter: @nandofnt

Mastro Antonio al belvedere di Pozzano

Mastro Antonio al belvedere di Pozzano

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Collaboratore di Redazione

Naturalista e giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della Natura, con specializzazione in Divulgazione naturalistica e Museologia scientifica, presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. E' responsabile della pagina Twitter di LR.

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