Pillole di cultura: Mambrucco

a cura del prof. Luigi Casale

“La fortuna del signor Giuliano Averna di Venezia! Svelato il mistero del Mambrucco!” Potrebbe essere l’occhiello (soprattitolo) di un titolo sensazionale. O la voce dello strillone che di quell’avvenimento va gridando la notizia in prima pagina….
E’ un guaio non conoscere le lingue… Ma fortunatamente ci sono gli amici. Quanto a me ne parlo bene un paio, l’italiano e quella che si dice “materna”. [Cari amici, sentite che bella connotazione ha questa parola?].
Perciò chiedo venia se la ricostruzione della parola non dovesse soddisfare completamente. E vi prego di scusare anche l’amico poliglotta che me l’ha suggerita. Come diceva mio padre…, non so se la mia ignoranza arriva alla vostra.
Forse il signor Giuliano aveva ragione circa il significato di questa parola. Ma nel senso che adesso vi dirò.
Ancora una volta, anche nella determinazione del significato della parola mambrucco ha giocato il pregiudizio sociologico e la protervia, causata da un egocentrismo becero e deleterio, di chi l’ha adottata e di chi la usa. Debolezze umane! Stupidità!
Ma torniamo alle parole, possibilmente con animo libero.
A detta del mio amico poliglotta, mambrucco dovrebbe essere una parola onomatopeica (che ripete cioè il suono – attraverso la scelta delle parole giuste (fonetica) – dell’oggetto che si sta nominando. La si trova spesso nelle poesie del Pascoli e di tanti altri poeti d’ogni lingua e d’ogni epoca. [Chi non ricorda il verso: “Mentre la neve fiocca, fiocca, fiocca” oppure quest’altro “Ecco, ecco, un cocco, un cocco per te.”?].
L’onomatopea la si trova anche nei fumetti. Ma questa è un tipo di onomatopea troppo facile (stupida come onomatopea, ma d’effetto, e perciò insostituibile), che non vale la pena neanche chiamarla tale. La ricordiamo solo per evitare che qualche studente la consideri onomatopea, nel senso letterale con cui l’ho definita. Poi c’è ancora un’altra onomatopea che è quella che ripete, storpiate, le parole degli altri, le espressioni di lingua ascoltate dagli “stranieri”. (Anche la parola “straniero”, sociologicamente parlando, non è che sia tanto simpatica!)
Ognuno di noi sa come chiama il vicino parodiandone il modo di parlare. Cin, ci, là è il cinese; Scimmsciamm è il provinciale.
Immaginate voi, che il napoletano distingue lo stabiese dal modo di dire “che cosè?”.
Perché il napoletano di Napoli dice “ched’è”. Il provinciale dal lato di Torre dice “chigghiè” o “ch’rè”. [Scusate se la scrittura non corrisponde alle vostre aspettative. Stiamo concordando, con i più fedeli lettori, una maniera condivisa di scrivere il napoletano.]
Fatto il preambolo, tra il linguistico e il moralistico, passiamo al nostro mambrucco.
Mi dicono che mambrucco dovrebbe essere la parodia di una espressone tedesca: la parola voleva proprio indicare il tedesco che parla tedesco. La vita è strana! … e anche giusta, a modo suo.
Ma questo dove poteva succedere se non in un contesto dove col tedesco si era costretti a convivere? Se non storicamente o geograficamente, almeno idealmente e culturalmente.
Mambrucco quindi è la deformazione parodiata – specialità tutta italiana – dell’espressione tedesca “man braucht” (serve, c’è bisogno, occorre), probabilmente sentita come una specie di intercalare, dall’interlocutore di lingua italiana. Un’ultima precisazione: questa parola a Napoli è stata importata. Perciò non la conoscevo. A questo punto il signor Giuliano è libero di riempire la parola di tutti i significati che vuole. Ma affinché essa diventi segno del codice-lingua, c’è bisogno (man braucht!) che anche gli altri parlanti ne riconoscano il significato (più o meno).
Ma la storia non è cominciata con i veneziani verso i tedeschi, o con i napoletani verso i torresi, o verso quelli dalla parte di Pozzuoli. O degli stabiesi verso gli scafatesi. E’ partita molti millenni fa. (E adesso che ci troviamo a vivere tutti mischiati: dovremmo chiamarci reciprocamene: millevoci.)
Pensate alla parola “barbaro”. Essa è passata a Roma dalla Grecia. I Greci, abituati ad ascoltare suoni duri (le consonanti cosiddette mute: k, p, t, gh, d, … le occlusive, o esplosive, insomma) cominciarono a chiamare “barbarbar” (è lo stesso meccanismo della onomatopea che ho definito di secondo tipo: più o meno, quella dei fumetti, per intenderci) i vicini parlanti che utilizzavano più labiali e liquide. Da qui la parola “bàrbaroi” (i barbari). E così nacquero anche i barbari, che forse erano più affettuosi, rispettosi e simpatici di loro. Ma di questo non sono sicuro. Non vorrei adesso che per questo qualcuno cominciasse a chiamarmi “piùomeno”.

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Collaboratore
Classe 1943, è un insegnante di liceo in pensione, cura la rubrica "pillole di cultura" e partecipa volentieri alla produzione di "storie minime". Inoltre è presente sotto le voci: detti, motti e tradizioni locali.

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