Ugo Cafiero e famiglia

Un duello d’inizio Novecento: Cafiero – Ungaro

Un duello d’inizio Novecento: Cafiero – Ungaro

articolo del dott. Raffaele Scala

Caro Maurizio, ti invio una mia ricerca, che avrebbe meritato ben altro tempo per completarla, ma la pandemia prima e altri interessi dopo, hanno frenato la mia voglia di andare oltre, almeno per il momento. La ricerca è comunque a suo modo completa. Riguarda un duello del 1910 tra due giornalisti, uno già famoso, il nostro concittadino, Ugo Cafiero, di cui mi sono in passato occupato e di cui a suo tempo abbiamo pubblicato la biografia, e un altro destinato a diventare una stella nazionale, come giornalista, avvocato e uomo politico, Filippo Ungaro, un pugliese trapiantato a Roma. Colgo l’occasione per porgere ala redazione ed ai nostri lettori i migliori saluti. Raffaele Scala.


Villa Cafiero - in foto il giornalista Ugo Cafiero e famiglia.

Villa Cafiero – in foto il giornalista Ugo Cafiero e famiglia. Unica foto esistente, almeno a mia conoscenza.

Premessa

Il duello, ci dice il nuovo Zingarelli, è un combattimento che si svolge secondo speciali norme tra due contendenti con armi uguali (pistola, spada o sciabola) per risolvere controversie, specialmente d’onore. Si racconta che sia nato in Italia  e da qui diffuso nel resto d’Europa, ma già nel Vicereame di Napoli nel 1540, dimostrando una civiltà che altri non avevano ancora raggiunto,  il duello fu punito per legge. Con l’Unità d’Italia fu definito illegale ma vietato solo nel 1875. Ciononostante  le cosiddette classi elevate, nobili, ufficiali dell’esercito, ricchi borghesi, o presunti tali, non rinunciarono a battersi, tra pari, per difendere la rispettabilità, l’onore offeso, il proprio, quello di un familiare, della stessa Patria. oppure in nome della Giustizia. Celeberrimo è il duello nel quale perse la vita, il focoso e impulsivo radicale milanese, Felice Cavallotti (1842 – 1898), dopo essere stato gravemente ferito in duello con la sciabola dal giornalista, Ferruccio Macola, il cui braccio era ben più lungo dell’avversario[1]. Rimanendo in tema di giornalisti, meno famoso, forse, fu quello che vide coinvolto il noto scrittore francese, Marcel Proust (1871 – 1922) con Jean Lorrain (1855 – 1906), noto giornalista, poeta e scrittore, sfidato per averlo negativamente recensito. Altri raccontano per alcune maliziose insinuazioni sulle sue amicizie maschili. Lo stesso Lorrain, a differenza del giovane Proust, amava ostentare la sua omosessualità con la evidente volontà di dare pubblico scandalo.  Fortunatamente i colpi di pistola, due ciascuno, sparati il 6 febbraio 1897, andarono a vuoto e tutto finì senza  successive conseguenze. Meno importante è anche il duello con la sciabola tra Benito Mussolini (1883 – 1945), non ancora duce ma già direttore del Popolo d’Italia e il socialista, Francesco Ciccotti Scozzese (1880 – 1937), tra i fondatori del quotidiano romano, Il Paese, entrambi deputati. Il duello, avvenuto a Livorno nell’ottobre 1921, si interruppe a seguito di una crisi cardiaca del Ciccotti.[2]  Chiudiamo questa breve carrellata con Totò, ricordando che anche lui sfiorò il duello sfidando, nel  1950, il futuro Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, allora giovane e bigotto parlamentare.[3]

Il Fatto

Sicuramente ignorato dai più, ma per noi che scriviamo non meno importante, fu il duello tra due giornalisti, lo stabiese Ugo Cafiero (1866 – 1951) e il pugliese, Filippo Ungaro (1888 – 1977), entrambi dipendenti dei quotidiano napoletano, Il Mattino. Cafiero era caporedattore della redazione romana da diversi anni e tra i suoi collaboratori vi fu il giovane, ma non per questo meno ambizioso, Ungaro, destinato a luminosa carriera, non solo come pubblicista e giornalista, ma quale avvocato illustre e deputato per numerose legislature, dal 1921 al 1943.[4]

Filippo Ungaro

Filippo Ungaro

Tutto ebbe inizio la sera del 22 agosto 1909 quando nella Sala dei Giornalisti, Cafiero schiaffeggiava un pubblicista dello stesso giornale, per l’appunto il suo futuro sfidante, Filippo Ungaro. Il ragazzo, aveva poco più di ventuno anni, ed era stato licenziato dal giornale, forse per volere dello stesso Cafiero, probabilmente perché aveva esaurito la sua esperienza di apprendistato, di giovane precario, del resto era arrivato a Roma non molto tempo prima, forse un anno, non di più. Si era subito lasciato sedurre dal fascino del giornalismo cominciando a frequentare la Sala Stampa e i corridoi di Montecitorio e si racconta che un giorno, forse leggenda metropolitana, il  redattore parlamentare del Mattino si era ammalato e lui, seduta stante, fu spedito gioca forza a fare il resoconto della Camera, guadagnandosi i primi galloni.  Quali furono poi i motivi di licenziamento non siamo riusciti a scoprirlo, ma del resto poco conta nell’economia del racconto. Comunque sia andata la vicenda, quella sera si era presentato  chiedendo il pagamento di un ultimo stipendio non ancora liquidato. Per il suo Capo redattore invece non aveva più nulla a pretendere giacché le sue intere spettanze  erano state spedite con una fede di credito girata con la formula, a saldo. A torto oppure a ragione, di fronte al diniego del Cafiero, il giovane Ungaro non trovò di meglio del mettersi a gridare, provocando la  reazione del suo ex capo, probabilmente spropositata, facendogli schioccare con violenza un pesante ceffone sul viso. Non a caso il già famoso giornalista stabiese era noto come un tipo energico e sbrigativo.[5]

Il giorno dopo, senza perdersi in chiacchiere, immaginiamo dopo una notte insonne di tormentati pensieri, Filippo Ungaro scrisse ad Alberto Giannini e a Domenico Ventriglia, rispettivamente giornalisti  del Secolo e del Don Marzio la seguente lettera:

Carissimi amici, in seguito all’incidente di ieri sera nella Sala della Stampa – che è a vostra piena conoscenza – vi prego di recarvi in mio nome dal signor Ugo Cafiero per chiedergli ragione dell’offesa arrecatomi. Vi do ampio mandato e cordialmente vi ringrazio.[6]

La risposta di Cafiero la conosciamo indirettamente, tramite la lettera che i due padrini scrissero all’offeso pubblicista, condita di veleno puro:

Caro Ungaro, onorati del mandato che ti piacque affidarci, ci siamo recati dal signor Ugo Cafiero per chiedergli quella soddisfazione che ogni gentiluomo ha il dovere di dare alla persona da lui offesa. Il signor Ugo Cafiero trincerandosi dietro ridicoli ed inqualificabili pretesti, senza nominare rappresentanti ha cercato di sfuggire alla lezione che tu volevi infliggergli. In seguito ad una così flagrante infrazione di ogni più elementare legge di cavalleria, mentre per il decoro della classe giornalistica ci asteniamo dal qualificare il contegno del signor Cafiero, ti rimettiamo il mandato, dolenti che, non per tua colpa, ci siamo trovati a contatto di un simile individuo. Ti stringiamo la mano.

Una simile lettera non poteva rimanere senza risposta, costringendolo, probabilmente suo malgrado, a prendere una netta e dura posizione, inviando la sera stessa ai  verbosi giornalisti due suoi rappresentanti, il Barone Domenico Musumeci e il Cav. Giuseppe Zambelli, chiedendo a sua volta soddisfazione. La lettera del Cafiero era accompagnata da un altra dei suoi padrini, Zambelli e Musumeci, ritenuta a sua volta offensiva dai rappresentanti nominati   dall’Ungaro. In seguito a tale pubblicazione uno dei padrini, il giornalista Butta, ebbe un alterco con vie di fatto da parte di  Zambelli in via San Silvestro e poco dopo, sempre Zambelli, evidentemente ancora con uno stato d’animo agitato,  s’incontrò con  il Giannini, venendo nuovamente a vie di fatto e avendo, purtroppo per lui, la peggio. Intanto, non molto lontano da dove si erano verificati questi fatti, come in una buffa commedia, o meglio tipica sceneggiata, in via San Nicola da Tolentino,  Ungaro affrontava  lo stesso Cafiero assalendolo con una veemenza tale da costringerlo a rifugiarsi in un vicino negozio. Come se tutto ciò non bastasse ad eccitare i già esasperati animi, un estraneo alla classe giornalistica, tale Pietro Carmeli, un dipendente dello Zambelli, per vendicare il suo datore di lavoro dalle percosse ricevute tentava di aggredire Giannini presso il celebre Caffè Aragno, senza riuscirci.[7] Anzi, evidentemente uomo prestante e capace di ben difendersi, Giannini ridusse in malo modo il malcapitato incapace difensore anche di sé stesso e salvato soltanto dall’accorrere di altri altri colleghi. Cornuto e mazziato Pietro Carmeli fu scortato in commissariato dalle stesse guardie, a loro volta accorse, accompagnate dalla piccola folla che intanto si era assembrata per assistere all’insolito gratuito spettacolo.[8]

I fatti sono in realtà molto ingarbugliati tra incontri, scontri e appuntamenti vari, al punto che il susseguirsi degli eventi non è ben chiaro nella loro dinamica. Di certo sappiamo che le varie reazioni non si fecero attendere, tra queste quella di  Alberto Giannini pronto ad inviare immediatamente i suoi due rappresentanti, Andrea Petroncini del giornale, La Ragione, e il collega del Secolo, Raffaele Garinei. Altrettanto fece il Ventriglia inviando a sua rappresentanza, Roberto Rocco del Giorno ed Ernesto Butta, del Giornale di Sicilia.

L’incontro tra i vari padrini ci fu a stretto giro nella stessa Sala Stampa per chiarire i termini della spinosa questione  venutasi a creare, arrivando a sottoscrivere una mediazione che in realtà non soddisfò Ugo Cafiero perché i due giornalisti sfidati, tramite i loro rappresentanti chiesero e ottennero di rinviare la reciproca soddisfazione solo dopo aver chiuso quella inerente la prima sfida riguardante Ungaro.[9]

Il clamore suscitato dai fatti ora narrati, per la notorietà dei suoi protagonisti e ingigantiti dalla diffusione sui diversi organi stampa, arrivò ad interessare gli stessi probiviri del sindacato dei corrispondenti, a loro volta sollecitati da numerosi iscritti.[10]

Questa storia si poteva anche chiudere qui, ma ancora una volta intervenne Cafiero inviando un telegramma circolare nel quale dichiarò senza mezzi termini di essere a disposizione dei colleghi, Ungaro, Giannini,, Ventriglia, Petroncini, Garinei, Rocco e Butta, i quali hanno già nominato i loro padrini.[11]

Ma andiamo per gradi e seguiamo la vicenda attraverso i comunicati stampa e gli articoli di giornale dell’epoca. Pochi giorni dopo, infatti, sull’Avanti! del 28 agosto fu pubblicato un nuovo comunicato:

In seguito al comunicato apparso ieri sera sulla Ragione, relativamente alle vertenze cavalleresche, Cafiero -Ungaro, Cafiero-Giannini, Cafiero- Ventriglia. I colleghi attaccati dal Cafiero e dai suoi padrini giudicando che le vertenze avessero derogato,  malgrado i loro sforzi, dalle linee della cavalleria ricorsero a soluzioni di altro genere nella Sala Stampa a S. Silvestro, in via San Nicola da Tolentino, innanzi al Caffè Aragno. La condotta del Commendator Cafiero e del Cavalier Zambelli sarà esaminata dai Probiviri del Sindacato dei Corrispondenti, convocati ad iniziativa di un forte gruppo di soci.[12]

Sembra quindi di capire che gli scontri fisici, le urla, le offese e gli schiaffi si ebbero la sera stessa dell’incontro chiarificatore, prima, durante o dopo e comunque sia tutto finì nel peggiore dei modi. Un  accordo fu però, ob torto collo raggiunto, stando ad un successivo  articolo dello stesso Corriere della Sera.  Dal resoconto dell’anonimo cronista  veniamo a sapere che i vari rappresentanti riuscirono a trovare un intesa per uscire dall’intricata matassa, venutasi a creare malgrado loro, stabilendo che avesse luogo un unico duello valido a garantire l’onore di tutti. A sfidarsi a duello, tramite un sorteggio fra tutti i vari partecipanti della strana contesa furono designati il giornalista Giuseppe Zambelli da una parte e Ernesto Butta dall’altra.

I duelli diventano tre

Il duello si ebbe, a quanto pare, il 29 agosto, in una villa fuori Porta Pia, l’arma scelta fu la sciabola. A rappresentare Butta furono chiamati i giornalisti, Bonaretti e Cassola, mentre per Zambelli furono designati Dal Re e Igliore. Lo scontro fu senza esclusione di colpi e al nono assalto la vittoria arrise il più fortunato, o se preferite, il migliore, il sanguigno Zambelli, riuscendo a ferire al braccio destro il suo rivale, Butta.[13]

La vittoria del suo amico e collega probabilmente esaltò lo stabiese Ugo Cafiero, al punto da lanciare, a sua volta, il guanto di sfida contro quanti si erano messi di traverso in quella sempre più assurda, inutile sfida, contro l’intera stampa schieratasi fin dal primo momento a favore di Filippo Ungaro. Una stampa dichiaratamente, apertamente nemica del giornalista di Castellammare, tacciato di viltà a causa del suo atteggiamento iniziale di rifiuto, per il suo tirarsi indietro, non accettando di battersi contro il pur altezzoso giovine  non ritenuto degno, alla sua altezza di giornalista affermato e famoso. Chissà! Leggiamo:

Ieri, in seguito allo strascico della vertenza giornalistica di cui demmo pubblicazione giorni or sono, si batterono alla sciabola i colleghi Butta e Zampelli; il primo rimase leggermente ferito al polso ed i padrini decisero la cessazione dello scontro. Ma non tutto è finito poiché il corrispondente del Mattino, commendator Cafiero, ha mandato un telegramma circolare nel quale dice di mettersi a disposizione dei colleghi, Ungaro, Giannini, Ventriglia, Petroncini, Garinei, Rocco e Butta i quali hanno già nominato i loro padrini. Poco meno della disfida di Barletta, dunque! [14]

Rimaneva quindi in piedi la contesa  tra Cafiero e Ungaro, non sanato dalla precedente sfida, e duello fu, il successivo 2 settembre. I due si sfidarono fuori Porta San Paolo scegliendo come arma la pistola ed avendo a disposizione due colpi ciascuno. Fortunatamente i quattro colpi sparati dai due non infallibili pistoleri andarono a vuoto. Entrambi si ritennero soddisfatti di come la vicenda si era conclusa e finalmente fu firmata la pace dell’inverosimile vicenda, stringendosi definitivamente le mani in segno di pace.[15]

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio

Un intervento di D’Annunzio, amico di lunga data di Cafiero

Una versione dei fatti narrati, da noi ricostruita attraverso i resoconti giornalistici dell’epoca, venne descritta anche dal francescano Padre Anselmo Paribello[16]  qui sommariamente ripresa, vista dalla parte di Cafiero. I fatti e le date pubblicate dal francescano non coincidono esattamente con la nostra ricostruzione, ciononostante abbiamo deciso di lasciarli così come l’autore li ha descritti, anche quelli palesemente sbagliati come, per esempio, la data del duello finale tra i principali contendenti. Seguiamo quindi questa versione dei fatti:

Sfidato a duello Cafiero rifiutò non volendogli dare  soddisfazione, non ritenendolo degno di battersi con lui, ma ai due padrini che vennero a informarlo riferì che era disponibile ad affrontare chiunque lo avesse fatto in suo nome. L’incontro tra le parti, rappresentate dai quattro padrini, due per parte, si concluse positivamente arrivando a un accordo di sospensione momentanea in attesa di chiarimenti. Nel frattempo la notizia giunse sui giornali, su abili informazioni fornite dall’Ungaro e pubblicate, tra l’altro, dal quotidiano socialista, l’Avanti! costringendo lo stesso Cafiero a scrivere, a sua volta, il 26 agosto 1909, rivendicando la sua verità dei fatti. L’invio all’organo socialista era motivato dal fatto che da anni ormai Cafiero aveva abbracciato la fede socialista, pur non militandovi attivamente.  Il nostro Ugo non si era tirato indietro, ma aveva semplicemente chiesto una sospensione in attesa che un Giurì giudicasse se l’Ungaro fosse degno o meno di battersi a seguito di quanto era accaduto. Intanto lo scandalo era scoppiato e la versione prevalente fu quella di un Cafiero vigliacco, una nomea che nonostante tutto gli resterà appiccicata addosso, come avremo modo di vedere successivamente.  In suo soccorso, ancora una volta, venne il suo amico e protettore, Gabriele D’Annunzio, scrivendo di suo pugno alla Presidenza dell’Associazione della stampa periodica italiana, proponendo una soluzione della vertenza, provando in questo modo a spegnere l’incendio, ma non ci fu nulla da fare e alla fine il duello ci fu. Era l’1 settembre 1909.

I due sfidanti s’incontrarono alle sei del mattino, a un chilometro dalla via Laurentina, accompagnati dai rispettivi padrini. Spararono due colpi a testa, senza conseguenza alcuna, con pistole da duello caricate sul posto da un armaiolo scelto di comune accordo. Entrambi si considerarono alla fine soddisfatti e ogni malinteso fu dimenticato.[17]

Qualcuno può pensare che, finalmente, con quest’ultimo duello si pose fine alla lunga, incredibile querelle a colpi di guanti di sfida. E invece no, non era ancora finita per il povero Cafiero. Una nuova disfida  l’attendeva dietro l’angolo, strascico di una polemica senza fine, nato da uno schiaffo e trasformato in una tempesta senza fine, coinvolgendo un numero indefinito di giornalisti. Stavolta il duello per lo stabiese era contro il giovane Alberto Giannini (1885 – 1952), giornalista del Secolo, già padrino di Filippo Ungaro. Ancora una volta non ci fu spargimento di sangue, grazie, stavolta, al pronto intervento di due deputati, il celebre socialista siciliano, Giuseppe De felice Giuffrida (1859 – 1920) e il casertano, monarchico, Enrico Buonanno, entrambi, a loro volta, giornalisti.

Entriamo dunque nel merito di questo, forse, ultimo duello seguendo la cronaca di un giornale piemontese: la Stampa, prestigioso quotidiano di Torino.

Oggi, nel pomeriggio, in una villa fuori Porta Pia è avvenuto uno scontro alla spada tra il commendator Cafiero, corrispondente del Mattino e il collega Giannini, dell’uffficio di corrispondenza del Secolo, di Milano. Lo scontro era conseguenza della lunga vertenza svoltasi in questi giorni tra i colleghi della Sala della Stampa. Al secondo assalto sopraggiunsero sul luogo, ove avveniva lo scontro, gli onorevoli De Felice e Buonanno, i quali, officiati da comuni amici, pregarono tanto i padrini, quanto i duellanti a voler sospendere lo scontro facendo notare che i  due erano scesi sul terreno e si erano comportati cavallerescamente e coraggiosamente negli assalti già avvenuti e non avevano, d’altra parte, nessuna ragione personale di rancore, dato che tanto il Giannini quanto il Cafiero dovevano battersi per una questione sopravvenuta in seguito ad un incidente cavalleresco provocato dal primo incidente originario. IL consiglio e la preghiera dei due deputati amici e giornalisti, sebbene, sul principio, a malincuore fu accettato da tutti i presenti e i duellanti si riconciliarono.[18]

Per il povero Cafiero i guai non finiranno qui, altri più gravi lo vedranno ancora una volta protagonista, tra cui quello relativo al caso del colonnello del Genio Civile, Antonino Calabretta, uno scandalo di proporzioni nazionali che comporterà il suo licenziamento in tronco dal famoso quotidiano fondato da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.

Seguiranno la morte prematura del giovane figlio in un tragico incidente a Parigi avvenuto nel 1919, i problemi economici, le disavventure professionali e le persecuzioni fasciste, ma tutto questo, si sa, è un’altra storia, naturalmente da noi narrata, e tutta da leggere, per il piacere di quanti sono curiosi.[19]


Note:

[1]  Cfr. Alessandro Galante Garrone: Felice Cavallotti, pag. 384, Utet, 1976

[2] Cfr. sitoweb,  LivornoMagazine.it: Il duce in duello a Livorno, articolo di Patrizia Poli

[3] Cfr. sull’intera  vicenda, Avanti! del 27 luglio 1950:Il Parlamento interpellato sulle scollature femminili; dell’8 agosto: Battaglia per la pelle; del 17 novembre:  Anche il marito della Toussan sfida a duello l’on. Scalfaro; del 25 novembre:  È una gallina l’onorevole Scalfaro? Per una rapida sintesi, con la lettera di Toto a Oscar Luigi Scalfaro, Cfr. www.antoniodecurtis.com: Totò, Scalfaro e la… malafemmina.

[4] Colgo qui l’occasione per ringraziare l’amico, avvocato Ivan Cimatti, per le preziose informazioni che mi ha fornito su Filippo Ungaro, personaggio sul quale da tempo sta lavorando per la pubblicazione di una sua biografia.

[5]  Cfr. Corriere d’informazione del 6-7 giugno 1956: Filippo Ungaro al capezzale delle banche, di Arnaldo Geraldini

[6]    Cfr. Avanti! del 25 agosto 1909: Vertenza cavalleresca fra giornalisti. 

[7]  Il Caffè Aragno, situato in via del Corso 180,  era, all’epoca uno dei più rinomati locali, frequentato da pittori e letterati, deputati e ministri. Tra gli altri ricordiamo Roberto Bracco, Vincenzo Cardarelli e dallo scrittore, poeta, drammaturgo e fondatore del futurismo, Filippo Tommaso Marinetti.

[8]  Corriere della Sera del 27 agosto 1909: Sfide e pugni  tra giornalisti a Roma, art. non firmato.

[9]    Avanti! Del 25 agosto, cit.

[10]  Avanti! 28 agosto 1909: Code ad una vertenza fra giornalisti.

[11]  Avanti! del 31 agosto 1909: Giornalisti che si battono.

[12]  Avanti! Del 28 agosto 1909: Code ad una vertenza tra giornalisti.

[13]  Corriere della Sera, 30 agosto 1909: Duello fra giornalisti a Roma, art. non  firmato.

[14]   Avanti!, 31 agosto 1909: Giornalisti che si battono.

[15]  Corriere della Sera, 2 settembre 1909: Duello alla pistola tra giornalisti, art. non firmato.

[16] Padre Anselmo Paribello:Fuoco sotto la cenere:villa Ugo Cafiero già de Sangro, Tipografia Pelosi, 1979

[17]  Anselmo Paribello: cit.

[18] La Stampa, 5 settembre 1909: Un duello giornalistico che non ha avuto luogo, articolo non firmato.

[19] Per quanti fossero interessati possono leggere la mia biografia: Un giornalista d’altri tempi,Ugo Cafiero, su www.liberoricercatore.it pubblicata il 16 aprile 2018 e su www.nuovomonitorenapoletano.it pubblicata in data 10 maggio 2018.


Il presente lavoro approfondisce e corregge eventuali errori ed omissioni rispetto quanto pubblicato nella biografia sopra  citata.

About 

Nato a Castellammare di Stabia, laureato in sociologia, sposato con due figli, vive a Santa Maria la Carità, lavora a Napoli, è autore di diverse pubblicazioni di carattere storico incentrate sulla storia del movimento operaio stabiese e del suo circondario.

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