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Lucia ‘a lavannara

Lucia ‘a lavannara
di Frank Avallone

Nell’immediato dopoguerra, fare il bucato non era cosa semplice; ricordo che a Fondi, paese dei miei nonni materni, le donne lavavano la biancheria nei vari corsi d’acqua. Molte volte, andando ai terreni dei nonni, in locazione quarto di san Pietro, passando su ponte selce ( pont sevece ) le vedevo al lavoro; piedi nell’acqua, alcune calzavano stivali di gomma, nasi rossi, mani e ginocchia infreddolite, battevano e lavavano la biancheria su rocce affioranti; cantavano vecchie filastrocche, forse per farsi coraggio o per dire: il lavoro non mi spaventa, io non sono una “spassosa” [termine fondano che significa non sono una sfaticata o scansafatiche] lavorare duramente era per queste donne, un motivo d’orgoglio. Queste, naturalmente, erano le puriste che lavavano solo in acqua corrente, mentre altre donne lavavano la biancheria “alla mola della corte”, un vecchio mulino, dove l’acqua veniva incanalata in un lavatoio di forma rettangolare, che poteva accomodare 30-40 donne per volta. Naturalmente l’acqua non era limpida, come nei ruscelli, ma i piedi erano all’asciutto, non dovevano inginocchiarsi su terreni ruvidi, insomma era molto più conveniente. Alla fine del bucato, arrotolavano una tovaglia a forma di ciambella, la mettevano in testa, come ammortizzatore e vi ponevano sopra la bagnarola di panni lavati, il resto lo ponevano in due secchi, che trasportavano a mano e via!
Era uno spettacolo osservare la destrezza di queste donne, che oberate da un peso non indifferente e senza mano, si muovevano con grazia principesca, che oggi farebbe invidia a modelle di alta moda; per poi farsi una camminata di un chilometro o due.

La lavandaia - olio su tela di fine '800 (immagine tratta dal web)

La lavandaia – olio su tela di fine ‘800 (immagine tratta dal web)

A Castellammare di Stabia, nel rione Fontana Grande, fare il bucato era ancora più complicato; non avevamo acqua in casa, ruscelli d’acqua corrente non ne avevamo, trasportare l’acqua con secchi era faticoso e creava il problema di dove versare l’acqua insaponata.
Così le nostre donne lavavano la biancheria nei pressi della fontana pubblica, che per noi era situata sulla salita ponte, vicino al palazzo del serraglio. Continua a leggere

Personaggi stabiesi incredibili

Personaggi stabiesi incredibili
Storie realmente accadute, nei ricordi di Frank Avallone

Questa storia me la raccontò mio zio Franco Avallone, il quale negli anni ’60 aveva il bar Internazionale di fronte alla stazione della Vesuviana (proprio sotto all’Hotel Desio).

Albergo Desio (piazza "Vesuviana")

Albergo Desio (piazza “Vesuviana”)

Un giorno pioveva; Catiello Catella si fregava le mani ripetendo: “Che peccato nun pozz’ie manco ‘a mangià…”, al che un giovanotto, vedendolo in difficoltà, gli disse: “Zì Catié, pigliateve ‘o ‘mbrello mio, e ghiate!”, zì Catiello prese l’ombrello e andò. Qualche ora dopo, il giovane guardando l’orologio si chiedeva:
“Ma quando torna?” Mio zio, intesa la faccenda, gli disse: “Ma tu staie aspettanno a zì Catiello? Nun ce penzà, chillo nun torna!”
Alcuni giorni dopo i due s’incontrarono nuovamente nel bar di mio zio… “Zì Catié, addò sta ‘o ‘mbrello mio?”, zì Catiello, senza battere ciglio rispose: “‘O ‘mbrello tuoio?! Continua a leggere

Mattinata stabiese

Mattinata stabiese

di Enrico Discolo

Carluccio d'e riccuttelle (foto Maurizio Cuomo)

Carluccio d’e riccuttelle (foto Maurizio Cuomo)

Il passo lento degli asini, zoccolato pigramente sul selciato, s’alternava ai sibilanti trabiccoli degli acquaioli diretti alle terme.
Certi “ciucci” allungavano subito le zampe quando, arrivati al largo dello Spirito Santo, intravedevano via Benedetto Brin. Solo così alcuni venditori d’acque minerali potevano guadagnarsi sugli altri mercanti, nell’ultimo tratto di strada, il diritto di precedenza per entrare alle terme e riempire di Acqua San Vincenzo, Acqua Media e Acqua Sulfurea le enormi damigiane sistemate sui carretti. Recipienti che venivano avvolti poi con la tela di sacco bagnata per mantenere invariata la temperatura di fonte durante il percorso di vendita nelle strade di Castellammare.
Le donne avvolte in enormi scialli di lana sparivano dietro i portali delle chiese. Nella semioscurità delle strade solitarie c’era sempre qualcuno che correva alla stazione per il primo treno. Le botteghe dei panettieri proiettavano nei caseggiati irruenti fasci luminosi e intorno aleggiava l’irresistibile profumo del pane appena levato dal forno.
I rintocchi delle campane delle chiese di Porto Salvo e Spirito Santo annunciavano i primi momenti di vita del giorno che dava luce e colore ai rioni rivieraschi della città.
Al primo fischio della sirena del cantiere seguiva una fiumana d’operai che s’accalcava all’ingresso della Navalmeccanica.

Gli alterchi verbali tra Carluccio, venditore di ricottine e i “masti” avevano lo scopo di predisporsi con allegria al lavoro pesante della giornata dopo essersi scambiati una buona dose di fischi e pernacchie da dedicare e portare a povere sorelle e madri innocenti.
Sono ricordi che emergono all’improvviso, sollecitati forse, da una sensazione misteriosa, un aroma, un volto, una condizione di luce, il motivo di una canzone. Memorie che riportano il vissuto di una antica mattinata stabiese, quando il tempo passava lento, ma propizio.