Quei terribili giorni del 1943

di Raffaele Scala

( Saggio pubblicato nel 2008 su Cultura e Società, n. 2, rivista edita in Castellammare di Stabia )

Premessa dell’autore:

Egregio Maurizio, spett.le redazione, in questi giorni sui giornali sono ricordati, con diversa enfasi, lo sbarco anglo americano del 1943, l’armistizio dell’8 settembre, la resistenza che ne seguì, con l’eroismo dei pochi e la viltà dei tanti. Anche Castellammare, come è noto diede il suo contributo di sangue e di eroismo. Altri hanno scritto prima e meglio di me, tra i tanti l’amico Antonio Ferrara, giornalista di Repubblica e emerito Presidente del Comitato per gli scavi di Stabia, anche recentemente sulla rivista Cultura e Società. Quello che ho inviato in allegato è solo un mio piccolo contributo per ravvivare il ricordo di quei giorni lontani, che in tanti hanno vissuto e i sopravvissuti ancora ricordano. Cordiali saluti, dott. Raffaele Scala.

Squadriglia tedesca

Squadriglia tedesca

A Castellammare di Stabia, come nel resto del Paese, le sofferenze della guerra, fortemente voluta da Benito Mussolini, diventavano ogni giorno sempre più insopportabili per la popolazione e le proteste, innescate dal 1942 per il continuo razionamento del pane, ridotto ormai a 200 grammi giornalieri, non mancavano: sulla scia di quanto accadeva in altre parti anche le donne stabiesi, il 26 febbraio di quell’anno, scesero in piazza facendo sentire la propria voce. Il risultato non si fece attendere e la razione di pane fu aumentata, poca cosa ma sufficiente ad andare avanti fino a quando, nel giugno del 1943, ancora una volta riempirono Piazza Municipio gridando contro il Potestà per il nuovo razionamento del pane. Stavolta la risposta arrivò attraverso il lancio di lacrimogeni e l’arresto di quante opponevano resistenza. Ma la guerra portava ben altre sofferenze quali le incursioni aeree delle forze alleate, come quelle avvenute nella notte tra il 17 e il 18 luglio, provocando diverse vittime lungo la statale per Sorrento.

Il fascismo aveva ormai le ore contate: il 25 di quello stesso mese ci fu la caduta del duce e il suo successivo arresto, salutato con gioia dalla popolazione in festa mentre i nuclei antifascisti di Castellammare, di Torre Annunziata e di Napoli, che da anni tramavano nell’ombra, ritrovarono nuova forza. Il 16 agosto a Torre Annunziata, 500 operai dell’Ilva entrarono in sciopero chiedendo l’espulsione dei fascisti dalla fabbrica ma la polizia rispose sparando. Il 22 ci fu la sfortunata riunione clandestina a Cappella dei Cangiani interrotta dall’irruzione delle forze dell’ordine che arrestarono, tra gli altri, numerosi stabiesi quali Luigi Blundo, già attivo militante fin dal 1926, Luigi Cuomo, Catello Esposito, già protagonista dei fatti di Piazza Spartaco del 1921 ed arrestato insieme con altri, nel 1936, per la diffusione di volantini antifascisti ed Espedito Lambiase, già condannato al confino nel 1937 e nel 1940.

Ma la guerra non si fermava. A Castellammare ancora tra la notte del 24 e la mattinata del 25 agosto nuove incursioni aeree seminarono il terrore provocando danni ingenti alle linee di comunicazioni. Proprio quel giorno, in applicazione della legge sulla requisizione della manodopera civile, il Commissario prefettizio, Gioacchino Rosa Rosa, da poco nominato, in sostituzione di Federico D’Aiuto, aveva fatto convocare tutti gli operai non occupati presso le industrie belliche, per essere sottoposti, da parte di una commissione, ad una visita per essere poi reclutati ed avviati a lavori di difesa del porto. A seguito del bombardamento, solo una minima parte si era però presentata puntualmente al comune per la selezione.

La gente era stanca ed esasperata al punto che il “Roma” nella sua edizione serale del 24, in un articolo intitolato “Voce del pubblico” si chiedeva quando sarebbe cominciata l’epurazione, ritenendo il fascismo unico responsabile di quella folle guerra, così come andava ormai convincendosi dell’assurdità di continuare quel conflitto, nonostante l’avvenuta defenestrazione del Duce. In realtà primi provvedimenti contro le camicie nere erano già stati presi, come risulta da una nota del 20 di quel mese inviata dal Commissario prefettizio al Prefetto: “ Mi risulta – scriveva Gioacchino Rosa Rosa – che presso alcune industrie ed enti il personale squadrista è stato licenziato o sospeso. Prego…di compiacersi farmi avere istruzioni in proposito, possibilmente con tutta urgenza ad evitare che le premure fin qui contenute possano dar luogo ad inconvenienti…”. Facile profeta. Il 28 fu trovato affisso alla porta d’ingresso dell’ufficio di conciliazione e della disoccupazione un foglietto con su scritto in un pessimo italiano qui riportato integralmente: “Noi tutti cittadini di questa città non vogliamo assolutamente che i giornali non devono parlare dell’ex Mussolini e dovete mandare via gli ex squadristi che sono impiegati nel comune se non vogliate disturbiamo la città. I cittadini”.
Il 1° settembre toccò agli operai di Castellammare scendere in piazza, provocando l’immediata, violenta reazione delle forze dell’ordine, seguita da numerosi arresti. Il commissario prefettizio sintetizzò quanto accaduto in uno stringato comunicato, forse volendo ridimensionare l’episodio per evitare ulteriori problemi con gli scomodi alleati d’oltralpi di stanza nella città. Si è proceduto al fermo di 80 persone circa. Non si sono verificati incidenti e non fu compromesso l’ordine pubblico (sic), scrisse alterando non poco la scabrosa verità per il regime ormai crollato.
Rampollo di una dinastia di commercianti di legnami, già presidente dell’Associazione di categoria durante il regime, in bilico tra il vecchio e il nuovo mondo, i cui contorni ancora non gli erano chiari, Gioacchino Rosa Rosa aveva ricevuto l’incarico il 12 agosto e ora cercava di destreggiarsi, malamente, con fatti di cui non capiva la portata storica, tentando di compromettersi il meno possibile, chiunque fosse stato il vincitore finale. All’ex gerarca fascista forse pesava l’incarico di commissario prefettizio ricevuto soltanto da pochi mesi – compito che aveva già assolto nella vicina Sant’Antonio Abate nel 1941 – 42 – di certo aveva interesse ad uscire al più presto dalla disputa in corso. In quei frangenti contava soltanto compromettersi il meno possibile e probabilmente il 4 ottobre accolse con sollievo la nomina del nuovo Podestà, Eusebio Dellarole, un vecchio funzionario del comune. A sua volta in carica per poche settimane, prima di cedere la funzione ad un nuovo commissario prefettizio, l’avvocato Carlo Vitelli. Il Comitato di Liberazione gli confermerà la nomina a sindaco nella prima bollente fase dell’immediato dopoguerra.
Ecco invece come ricorda quella giornata Luigi Di Martino nella sua già accennata autobiografia:

Il 1° settembre 1943 si profilava già la sconfitta della guerra scatenata dal fascismo, gli operai erano esasperati per la continuazione di quest’ingiusta guerra che aborrivano, gli operai abbandonano il lavoro e si riversano per le strade, protestando contro la continuazione della guerra e reclamando la pace; io e alcuni compagni incominciammo a guidare la manifestazione in quelle strade dove lo schieramento delle forze dell’ordine non era riuscita a bloccarla, partimmo da Piazza Ferrovia ed arrivammo a condurla sino al centro di Castellammare, manovrando strategicamente per sfuggire all’accerchiamento. La manifestazione mise in agitazione il popolo di Castellammare; arrivati all’altezza di Piazza Quartuccio fummo arrestati, io, il compagno D’Auria Giovanni, Acanfora Luigi ed altri. Trasferiti al carcere locale fummo denunziati al Tribunale marziale per insurrezione contro i poteri dello stato, sotto il governo Badoglio. Dopo 17 giorni di detenzione, una folla enorme, composta in maggioranza da donne, si presenta al carcere a reclamare la nostra scarcerazione. Il pretore sotto la minaccia della folla fu costretto a farci scarcerare, convinta che se i tedeschi avessero individuato i fautori della manifestazione li avrebbero senz’altro fucilati. Io di notte tempo varcai le nostre montagne con alcuni compagni.1

Saranno quasi duemila gli stabiesi deportati verso i campi di lavoro e di concentramento della Germania, dell’Austria e della Russia Orientale e tra questi tre dei cinque figli dello stesso ex Commissario Prefettizio, Gioacchino Rosa Rosa, deportati nel famigerato campo di concentramento di Dachau, il primo aperto in Germania dai nazisti, dove sui 200mila prigionieri che vi transitarono, oltre 41mila vi lasciarono la vita. A Castellammare, tra l’11 settembre e il 1° ottobre si contarono almeno 32 morti e 16 i feriti, tra militari e civili, lasciati sulle strade dai tedeschi in fuga. Tra questi, eroe sconosciuto, cadde nell’adempimento del suo dovere, il carabiniere Alberto Di Maio, mentre tentava di opporsi alla distruzione dei Cantieri Metallurgici da parte dei tedeschi in fuga, negli ultimi giorni di settembre. A cadere sotto il fuoco tedesco, vittima del proprio senso del dovere, fu anche l’eroico capitano di vascello, Domenico Baffico (1912 – 1943) mentre alla testa di un gruppo di marinai tentava d’impedire ai nazisti d’impossessarsi di un incrociatore in fase d’allestimento, ormeggiato nei cantieri navali. Un primo iniziale scontro a fuoco mise inizialmente in fuga i tedeschi, poi con la scusa di parlamentare fu catturato con l’inganno e fucilato sul posto. Era l’undici settembre 1943. Altri stabiesi cadevano, lontano dalla propria città, combattendo nella fila della Resistenza, come Talamo Manfredi (1895 – 1944), tenente colonnello dei carabinieri, catturato dai tedeschi e fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, Renato Rajola (1916 – 1944), comandante partigiano in Emilia Romagna, catturato dai tedeschi e fucilato a Bettola in provincia di Piacenza2 e Attilio Uvale, fucilato a Firenze con altri undici innocenti cittadini.3
Se da un lato troviamo partigiani stabiesi fucilati dai nazifascisti, non mancarono cittadini di Castellammare fucilati per la loro adesione al fascismo: è il caso di Raffaele Infante, 28 anni, arruolatosi nella Repubblica Sociale Italiana, uno dei pochissimi condannati a morte da un Tribunale italiano dopo la fine della guerra, accusato di collaborazione con il tedesco invasore. Infante fu fucilato alla schiena con altre cinque camicie nere, da un plotone d’esecuzione il 23 settembre 1945 dopo una sentenza emessa dal Tribunale Straordinario di Assise di Novara, presieduta dal giudice Oscar Luigi Scalfaro (1918 – 2012).4
Molti altri fascisti stabiesi accorsi a difendere la neonata Repubblica Sociale Italiana caddero in scontri con i partigiani o fucilati se fatti prigionieri, quasi tutti ragazzi poco più che ventenni, ne ricordiamo alcuni come Vincenzo Tregrosso (1920 – 1944), sottotenente della Divisione San Marco, il milite Angelo Pecoraio (1908 – 1946), il sottotenente Luigi Minelli (1906 – 1943), il milite Antonio Gargiulo (1925 – 1944), il sottocapo della X Mas Ciro Gargiulo (1924 – 1945), il capitano Giovanni Acanfora (1911 – 1945)5, il bersagliere Vincenzo Russo (1925 – 1943) e altri di Gragnano, Torre Annunziata, Boscoreale, Torre del Greco, Vico Equense, Sant’Agnello, un fiume di sangue inutilmente versato.
E mentre volontari fascisti, giovani e non, correvano verso il Nord cercando di riscattare l’onore perduto con l’armistizio, negli ultimi giorni, tra il 26 e il 28 settembre, inseguiti ormai dagli anglo americani sbarcati a Salerno, i tedeschi saccheggiavano, incendiavano e distruggevano la Cirio, i Cantieri navali, l’Avis, i Cmi, l’oleificio Gaslini e i diversi pastifici cittadini. Dietro di loro le orde affamate del popolo, in gran parte donne e ragazzi, ne approfittarono per portare via tutto quanto era commestibile, dallo scatolame delle conserve alimentari della Cirio, ai sacchi di farina dei molini e pastifici.

Ricordo il saccheggio della Cirio – racconta Antonio Ugliano in un suo articolo scritto per un giornale locale – in un ambiente quasi festaiolo, una processione di gente con carriole e carretti cercava di prendere quanto più poteva. Barattoli di marmellata, scatole di piselli, conserve varie tutto immagazzinato nei reparti che bruciavano con un fumo densissimo. Bisognava entrarvi ed afferrare quanto più era possibile in poco tempo per non restare asfissiati. Uno dei pericoli maggiori era costituito dallo zucchero fuso che dal piano superiore colava al piano terra, parecchi vi finirono con i piedi dentro o l’ebbro addosso, riportando forti scottature. Gente saliva al piano superiore, sgomitando quelli che scendevano carichi di quanto erano riusciti ad arraffare, c’era chi tossiva per il fumo, chi strillava per le scottature da zucchero, chi chiamava i parenti. In quella confusione da bolgia dantesca, c’era un uomo con la testa insanguinata per aver ricevuto un barattolo proprio sulla zucca, una ragazza con un buco di pallottola proprio al centro della fronte ma viva e vegeta, dalle finestre erano calate con corde, imbracature di barattoli o scatole, gruppi di familiari attendevano in basso accatastando il materiale saccheggiato e provvedendo al trasporto. Tutto organizzato sotto gli occhi di una pattuglia di tedeschi che controllavano che l’incendio facesse quanti più danni possibili. (…) Anche l’oleificio Gaslini, che allora esisteva al Corso Vittorio Emanuele, all’altezza della Via Meucci, subì la stessa sorte. L’olio bruciava in un odore nauseabondo elevando una colonna di fumo nero, ed anche qui avveniva la stessa scena, recuperarne quanto più si poteva (…), i più fortunati furono quelli che assaltarono i pastifici, ebbero di che sfamarsi e vendere un genere di prima necessità (…)6

Altri saccheggi erano avvenuti, all’indomani dell’otto settembre, quando i militari avevano abbandonato le caserme per tornare a casa e molti erano riusciti a portare via diverse armi e munizioni, usate poi dai partigiani e semplici cittadini quando l’undici settembre fu attaccata una colonna tedesca all’altezza di Piazza Quartuccio. Il segnale fu dato dall’avvocato Mariconda, lanciando una bomba a mano dal tetto di uno dei fabbricati, centrando in pieno una camionetta militare.

Tutti gli italiani armati cominciarono a sparare, sparavano i tedeschi, i soldati italiani ed i civili armati. In poco tempo la battaglia si estese da Piazza Monumento in Via Gesù, sino alla Ferrovia dello Stato. Si sparò per due o tre ore con morti e feriti da entrambi le parti. I centri ove maggiormente infuriò la battaglia furono i dintorni di Piazza Ferrovia, dove c’era il comando italiano, e Piazza Quartuccio. Poi, sferragliando, arrivò da Piazza Ferrovia un carro Tigre che minacciò di cannoneggiare l’albergo Fontana ed il comando italiano e questi chiesero la resa. Pian piano la battaglia si spense ed i tedeschi restarono padroni del campo, disarmarono i soldati e dei marinai della capitaneria di porto che avevano preso parte alla lotta e li mandarono a casa. Il 15 affissero dei manifesti che invitavano tutti gli uomini dai 18 ai 45 anni di presentarsi in Piazza Municipio (diventata sotto il regime Piazza Balbo) per essere adibiti a lavori. I pochi che spontaneamente si presentarono furono imbarcati su dei camion e portati nella località, La Saletta , e da lì in Germania. Nei giorni successivi sino al 25 i rastrellamenti proseguirono e molti furono i deportati. Entrò in vigore il coprifuoco, non si poteva circolare dalle 20 alle 6 del mattino. Tutti gli abitanti degli ultimi piani prospicienti al mare, dovevano evacuarli per evitare offese da navi (si prevedeva uno sbarco). Ma nessuno si mosse. Buona parte dei soldati tedeschi se n’erano andati con i deportati, restarono sette guastatori della 15° divisione Panzer Grenatier che entrarono in azione, furono minati e fatti saltare gli stabilimenti (…). Intanto gli alleati, che il 9 erano sbarcati a Salerno, erano fermi ad Agerola, nonostante che fosse loro detto che sino a Napoli non c’era l’ombra di un tedesco. Finalmente il 29 settembre, si decisero ed i carri armati dei reparti neozelandesi dei Rangers della 5° armata del generale Mark Clark scesero a liberarci. Per noi quel giorno finì la guerra contro i tedeschi e cominciò quella contro la fame.7

La fuga non impedì in ogni caso ai tedeschi di lasciarsi dietro un’altra scia di morti innocenti come Francesco Franchini, 22enne ucciso il 30 settembre e Gennaro Esposito, di 60 anni, caduto il 1° ottobre, mentre altri nove cadaveri furono rinvenuti soltanto il 12 ottobre nella località di Pozzano.8
Dovettero passare sessanta anni perché a questa città fosse riconosciuto quanto fatto per difendere la propria e altrui libertà, il valore della sua gente, il sacrificio di tanti antifascisti, il martirio di tanti innocenti. Bisognò attendere il 25 gennaio 2005 per riconoscerle questo diritto e conferirle il successivo 25 aprile, nel sessantesimo anniversario della Liberazione, la Medaglia d’oro al valor civile per mano del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, con queste motivazioni:

Importante centro del Mezzogiorno, all’indomani dell’armistizio, fu oggetto della violenta reazione delle truppe tedesche che, in ritirata verso il Nord, misero in pratica la strategia della “terra bruciata”, distruggendo il cantiere navale, simbolo della città eroicamente difeso dai militari del locale presidio, e gli altri stabilimenti industriali. Contribuì alla guerra di liberazione con la costituzione spontanea dei primi nuclei partigiani, subendo deportazioni e feroci rappresaglie che provocarono la morte di numerosi concittadini.
1943 – 1945 / Castellammare di Stabia (NA).

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Note:

  1. Franco Ferrarotti – Elio Uccello: cit., pag. 150
  2. Giuseppe D’Angelo: Le strade di Castellammare di Stabia, Nicola Longobardi Editore, 2000, ad vocem
  3. Attilio Uvale, partigiano, fu fucilato con altri undici cittadini inermi a Firenze il 5 agosto 1944 dai tedeschi all’età di 23 anni, per rappresaglia. Attilio era stato portato via da Castellammare durante un rastrellamento all’indomani dell’otto settembre 1943, riuscendo fortunosamente a scappare nei pressi di Firenze. Qui si era unito alle forze partigiane, combattendo per la libertà del nostro Paese dall’occupazione nazista. Prima della ritirata, i tedeschi uccisero per rappresaglia 12 cittadini, tra cui Attilio, per vendicarsi di una presunta azione partigiana che in realtà non c’era stata. L’eccidio è ricordato come la strage di Castello, un popoloso quartiere fiorentino. Pochi giorni dopo, l’undici agosto, Firenze sarà liberata dalle truppe alleate. Una lapide affissa nell’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze ne ricorda il martirio. Cfr l’Unità del 6 gennaio 2008: Otto mesi per far luce sulla strage della menzogna, di Valerio Giglioli.
  4. Francesco Fatica: Mezzogiorno e Fascismo clandestino. 1943 – 1945; Cfr. anche Corriera della Sera del 14 ottobre 2006: Scalfaro e la figlia del fascista fucilato. Lo interrogai. Era colpevole? Non so, di Dino Messina
  5. Il nome di Giovanni Acanfora è in un elenco di fascisti caduti per difendere la Repubblica Sociale di Salò, altre fonti lo indicano semplicemente come capitano della Guardia di Finanza imprigionato dagli slavi con tutti gli uomini della sua caserma. Si riporta qui una sintesi scritta da Antonio Cimmino nella sua rubrica, Spigolature stabiesi, del sitoweb, www.liberoricercatore.it. Giovanni Battista Acanfora di Luigi, nato a Castellammare di Stabia il 7 febbraio 1911, Capitano della Finanza; arrestato a Trieste il 2-5-1945 nella caserma di Via Campo Marzio e deportato per ignota destinazione. Il Capitano Acanfora fu massacrato assieme ad altri 97 finanzieri ed i loro corpi gettati in una delle foibe tra Basovizia e Monrufino. La II compagnia G.d.F. comandata dall’Acanfora aveva scacciato con le armi i repubblichini delle caserme dell’artiglieria e della milizia portuale, nonché la caserma tedesca di Villa Micher. I finanzieri, inoltre, avevano occupato la zona portuale del molo Fratelli Bandiera, ove un raggruppamento tedesco stava per far esplodere gli impianti; i tedeschi vennero disarmati e catturati. La caserma di Campo Marzio fu fortificata e predisposta a difesa contro i tedeschi. Ciò nonostante i partigiani jugoslavi perpetrarono l’eccidio senza una motivazione.
  6.  L’Opinione di Stabia, anno VII, n° 73, giugno 2003, l’art. di Antonio Ugliano, Tutto il mondo è paese. Storie di miserie e saccheggi. Sull’argomento vedi anche di Antonio Barone il capitolo, Il tragico ’43, nel volume, Pagine di storia, Edizioni Godot, 1990.
  7. Ibidem, anno IV, n° 36, marzo 2000, parte quarta di una serie di articoli sulla seconda guerra mondiale di Antonio Ugliano, Per non dimenticare. Storia di Castellammare nella seconda guerra mondiale. Cfr anche Giuseppe D’Angelo: La reazione tedesca a Castellammare di Stabia su L’Opinione di Stabia, n° 102 e 103 di novembre e dicembre 2005.
  8. ASC, busta 410, inc. 2, f. 9.

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Nato a Castellammare di Stabia, laureato in sociologia, sposato con due figli, vive a Santa Maria la Carità, lavora a Napoli, è autore di diverse pubblicazioni di carattere storico incentrate sulla storia del movimento operaio stabiese e del suo circondario.

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