Pillole di cultura: ‘U tuocco

a cura del prof. Luigi Casale

Il tocco, o meglio “‘u tuocco”, è l’operazione di conteggio. Il “tirare a sorte”, attraverso la somma delle dita, che, a un dato segnale, i partecipanti al gioco mostrano aprendo, tutti contemporaneamente, la mano chiusa a pugno; per vedere “a chi tocca” … iniziare; oppure – in certi particolari giochi – a chi tocca pagare la pena (cioè, “andare sotto”).

L’alternativa al numero delle dita espresso dal cerchio dei partecipanti al gioco, è quella di proclamare ad alta voce una frase convenzionale; così, mentre si proclamano le sillabe utilizzate al posto delle unità, si individua attraverso il “tuocco” (il toccamento) dei giocatori in cerchio, la persona che deve iniziare. Cioè si vede, comunque, “a chi tocca”.

Per questo vi sono diverse formule: ognuno ha le sue filastrocche consegnate da tradizioni locali.

La differenza tra i numeri e le frasi, è che il numero è determinato in maniera estemporanea e aleatoria, e pertanto offre una maggiore garanzia di neutralità in quanto indeterminato e sconosciuto fino all’ultimo, mentre per chi della frase conosce già il numero delle sillabe è più facile barare pilotando la scelta. Basta sapere da chi iniziare il tuocco!

Ma anche coi i numeri, alcuni giocatori – molto svegli – sanno fare la stessa cosa, quando decidono arbitrariamente se dare alla conta il senso verso destra, oppure quello verso sinistra (“ … e rann’u schiaff’a Maronna”): fanno un rapido calcolo, e, giocando sui multipli del numero dei giocatori presenti, evitano che il “tuocco” vada a toccare proprio loro.

Quanto poi al discorso scientifico (quello più serioso) sulla etimologia della parola, gli Autori, risalendo ad una forma verbale presente nella parlata latina medievale (che spiega la presenza del verbo in tutte le lingue romanze) la giustificano come voce onomatopeica passata al altri ambiti semantici per effetto del fonosimbolismo. [Onomatopea – ne abbiamo già parlato – è il fenomeno per cui alcune parole (o espressioni linguistiche) riproducono, attraverso il suono dei fonemi che le compongono, il rumore dell’oggetto che esse rappresentano (il rumore del referente). Fonosimbolismo, invece, è la pratica comportamentale in base alla quale la comunità dei parlanti attribuisce a certe vocali, o a determinati fonemi, o alla ripetizione frequente di essi, un particolare effetto, inizialmente soggettivo, in seguito universalmente riconosciuto fino a diventare una componente semantica del prodotto linguistico, capace di andare al di là del puro piano connotativo].

Nel nostro caso l’etimologia della parola toccare partirebbe dalla radice (apofonica) monosillabica “tic-toc-tac” , che indicherebbe un colpo più o meno vicino, più o meno violento, quindi il “venire a contatto con qualche cosa di esterno”.

Allora, restando nel presupposto della presente teoria, nulla ci vieta di far rientrare tra tutte le parole originate da questa base semantica (onomatopeica o no!) anche il verbo latino tàngere (paradigma: tang-o, té-tig-i, tac-tum) che presenta proprio la radice apofonica “tac/tic/” (col valore zero di un ipotetico “toc”, subentrato in seguito in epoca medievale).

Chiedo venia al cortese lettore se mi permetto di eccedere nell’uso di termini tecnici: è l’unico modo per rendere agile e univoca la trattazione dell’argomento.

Le nuove parole della terminologia scientifica che talvolta sono costretto ad utilizzare sono sempre spiegate nelle brevi parentesi, quando esse non sono già presenti nella trattazione di lemmi già pubblicati.

                                                                                                                                               L.C.

P.S.: Curiosità. Tra le tante accezioni che trova la parola “toccare”, dovute a scivolamento di significato per metafora, ci sono : spagnolo “tocar” = suonare uno strumento musicale; e francese “toucher” = ricevere (lo stipendio): entrambe rese plausibili in qualche modo anche nella lingua italiana.
A voi il compito di trovarne altre in italiano!

About 

Collaboratore
Classe 1943, è un insegnante di liceo in pensione, cura la rubrica "pillole di cultura" e partecipa volentieri alla produzione di "storie minime". Inoltre è presente sotto le voci: detti, motti e tradizioni locali.

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