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Il Professor Cirillo

Immagini della memoria

Immagini della memoria

del dott. Angelo Del Gaudio

Il professor Cirillo

Il professor Cirillo

Tra le varie immagini della memoria che ti ha inviato Franco Avallone, c’è quella della V classe elementare del compianto professor Cirillo, colui che ci faceva entrare ed uscire dalla classe in formazione militare e che all’inizio di ogni lezione ci faceva cantare i cori classici di alcune opere, tipo: VA PENSIERO – O SIGNORE DAL TETTO NATIO – etc.
Mi piace ricordare di quest’uomo, che ha segnato la mia formazione più di quella dei Gesuiti, ecco un episodio riferito proprio a quegli anni: “Fui ricoverato presso la clinica FORTUNATO di corso Vittorio Emanuele per l’asportazione di una cisti all’occhio. Allora ci vollero ben 10 giorni di degenza ed il mio unico cruccio era quello di non poter andare a scuola. Fu così che quando mi dimisero, ancora con il capo fasciato, volli passare dalla scuola prima di tornare a casa. La sede era a Piazza Municipio nei locali dell’ex Seminario. Porterò negli occhi e nel cuore per tutta la vita la scena del mio arrivo in classe per i saluti al professore ed ai compagni. Appena mi vide il canuto professore diede ai miei compagni l’ordine dell’ATTENTI! E venendomi a prendere sulla porta mi abbracciò dicendo a me ed ai compagni che era fiero e felice di aver formato alunni così. Mi sento ancora onorato e gratificato che la vita mi ha dato in sul divenire un simile input di stile. Scusami Maurizio, ma è colpa tua… la tua iniziativa sa fare questi miracoli di ricordi felici.

Ti abbraccio. Angelo

 

La storia del mio passato

La storia del mio passato
di Frank Avallone

L’italo americano Frank Avallone, stabiese in Florida, racconta la storia della sua vita.

Alle otto e mezza di sera, del primo gennaio 1939, venni al mondo. La levatrice che mi aiutò a nascere, di cui nessuno sa il vero nome, era chiamata “Pane ‘e farina“(1). Nacqui “Mmiez’‘a Funtana“, nel popoloso quartiere del centro antico cittadino. All’ età di 3 anni andai a vivere con i miei nonni materni a Fondi, in provincia di Latina. Poiché, nel frattempo, la famiglia si era arricchita di una sorella e un fratello, e mia madre aveva bisogno di aiuto, circa un anno dopo anche i miei genitori si trasferirono a Fondi, perché la presenza dei Cantieri Navali e dell’Avis poteva essere un possibile obiettivo militare, avendo quindi timore di restare a Castellammare, pensarono che fosse meglio andare a vivere in una zona non industriale e di nessuna importanza strategica. Che sbaglio madornale!! I tedeschi prepararono la loro difesa proprio a sud di Fondi, sul fiume Garigliano, alle falde di Montecassino. Ci trovammo quindi, per 4 lunghi mesi, in piena zona di guerra. Dal Sud le armate degli alleati avanzavano fino al fiume Garigliano, ma non riuscivano a sfondare le difese tedesche. A nord di Anzio, erano sbarcate altre forze alleate; per cui noi eravamo, insieme ai tedeschi, imbottigliati fra due armate, che facevano da pane e noi da companatico. La battaglia di Montecassino iniziò il 17 gennaio del 1944 e finì il 18 Maggio dello stesso anno. In questa battaglia furono uccise circa 100.000 persone fra militari e civili. I bombardamenti erano incominciati negli ultimi 2 mesi del 1943. Il paese dei miei nonni era stato colpito da questi bombardamenti, per cui ci trasferimmo in un podere di loro proprietà nella località di Quarto di san Pietro. Vivevamo in una grossa capanna, che normalmente serviva come deposito per il fieno, i semi e per gli attrezzi agricoli. Ricordo il rumore della pioggia sulla capanna. Era un suono riposante che invitava a dormire. Inoltre la pioggia ci portava una buona raccolta di lumache, che ci aiutavano a sbarcare il lunario. I tedeschi avevano requisito tutto il cibo che avevamo, incluso le mucche, il cavallo, le galline, etc. Noi ci dovemmo arrangiare. Ma che lezione imparammo da questa situazione. Mio padre, ottimo pescatore, pescava qualche anguilla o del pesce nei vicini ruscelli. Io pescavo rane e qualche granchio di fiume. Mia madre e le mie due zie, raccoglievano la cicoria selvatica e qualche patata rimasta nei campi. Mio nonno Paolo CIMA, che prima della guerra, faceva il commerciante di bestiame nei vari mercati di Latina e Frosinone, con mio padre e i miei zii, organizzò, una spedizione a Sonnino (provincia di Frosinone), per comprare una mucca da macellare. Viaggiarono a piedi di notte, e alcuni giorni dopo, ritornarono con il loro acquisto che macellarono, una parte della carne fu venduta, per racimolare il capitale necessario per ripetere l’operazione. Il resto della carne la mangiammo noi famigliari. Eravamo una quindicina in tutto. Qualche settimana dopo ripartirono, ritornarono con un’altra mucca. Ma questa volta le cose andarono diversamente. Qualcuno informò i tedeschi, che vennero e sequestrarono la mucca. Senza più soldi,che fare? Ma si sa “chi cerca trova” e scava, scava, mio nonno venne a sapere che ad alcuni chilometri da noi c’era un contadino, che possedeva un’asina zoppa. Così mio nonno racimolò un po’ di oro e comprò l’asina. Di notte fu macellata, la testa e la pelle, sotterrata a qualche chilometro da noi. La carne fu venduta ed il capitale, per comprare un’altra mucca fu racimolato ancora una volta. La carne piacque, infatti, la gente ritornava per comprarne ancora. Diceva un cliente “questa mucca era tenera come una giuncana”. Alcuni giorni dopo dei cani randagi, ed affamati, diseppellirono la testa e la pelle dell’asina. Tutti si chiedevano cosa fosse successo? Nessuno lo sapeva, eccetto, i colpevoli del Ciuccicidio!!! Ricordo i bombardamenti su Montecassino. Durante la notte sembravano fuochi d’artificio, che duravano all’infinito. La case dei miei nonni fu distrutta dai bombardamenti, infatti ,circa la metà, delle case nel paese di Fondi furono distrutte. Fondi era un cumulo di rovine. Ricordo vividamente il giorno in cui il fratello di mia madre Onorato Cima, al ritorno (in bicicletta) dal paese, arrivato al ponticello che portava al podere, cadde e piangeva come un bambino, disperatamente. Portava la notizia della casa distrutta. Ricordo le batterie anti-aerei che sparavano, continuamente, tutti i giorni. A volte gli aerei sorvolavano il podere in cui eravamo, e sparavano su qualsiasi cosa si muoveva. Finalmente arrivarono gli americani! Avevano un campo militare vicino al podere. Quello che non dimenticherò mai è l’odore del pane bianco che gli americani, dividevano con noi tutti.
Mio nonno Paolo, parlava la lingua inglese, perché nel 1901 era emigrato in America, nel 1906 era diventato cittadino Americano e nel 1912 era ritornato in Italia per mettere su famiglia. Lui faceva da interprete alle truppe americane, per cui da quel giorno in poi il cibo non ci mancò. Ricordo però un episodio che avvenne fra mio nonno ed un sergente di artiglieria americano. Questo sergente voleva piazzare una batteria anti-aerea, nel mezzo del campo, che era dietro alla capanna. Mio nonno gli diceva che aveva appena seminato il grano e che la batteria avrebbe distrutto tutto il lavoro fatto e la possibilità di avere un raccolto, con cui dare da mangiare alla famiglia.
Ne seguì un battibecco accesissimo, mio nonno era un gigante d’uomo; circa un metro e novanta, sui centoventi chili. Insomma era un uomo poderoso, col quale non si poteva discutere quando si arrabbiava. Ad un certo punto mio nonno disse al Sergente, in perfetto inglese, che lui sapeva esattamente dove piazzare quella batteria e non era assolutamente nel campo, ma in un altro posto, che io non voglio spiegare con dovizia di particolari. A quel punto passò un Capitano americano che disse al Sergente “Ascolta il nonno, perché sono convinto che sia capace di portare a termine la sua minaccia”.
Così la batteria fu posta nei pressi della capanna e la sera, con mio nonno e i soldati americani, addetti alla batteria, si raccontavano storie successe durante il conflitto, che mio nonno interpretava per noi, intorno a un bel fuoco Questi per me sono stati tempi indimenticabili, per l’amore, l’affetto, il dividersi tutto con tutti, tempi che mi fanno capire che l’uomo ha capacità in se, e che queste vengono fuori quando è necessario e che lo spirito umano è indomabile!
Alcuni mesi dopo, i miei genitori, ritornarono a Castellammare al civico 27 di Largo Spirito Santo. Io e i miei nonni ritornammo a Fondi; macerie dappertutto, per mesi si sentivano storie di qualcuno che aveva messo piede su una mina ed era rimasto ucciso, o di chi aveva trovato bombe inesplose, etc. etc. insomma il pericolo non era completamente svanito. Come già sapete, il palazzo dei miei nonni era completamente distrutto… così andammo ad abitare a Via Porta del Vescovo, in un palazzo di proprietà del fratello di mia nonna, che si chiamava Vincenzo Zannella. Eravamo molto vicini a questo zio, anche perché la moglie era la sorella di mio nonno Paolo. Noi abitavamo al primo piano e loro al secondo. Il terzo piano era adibito a deposito di cereali, raccolti nei loro poderi, e a luogo di conservazione di salsiccia, lardo, prosciutto etc. Le finestre erano tenute sempre aperte, per far circolare l’aria e mantenere queste provviste in ottime condizioni. C’erano anche delle grosse giare di creta, in cui conservavano, melograni, mele, noci, etc. Così per circa altri tre anni rimasi a Fondi con i nonni ed ebbi l’opportunità di conoscerli molto bene. Mia nonna Attilia non era alta, forse 1 metro e 55 centimetri , ma era una donna forte e decisa (una vera potenza militare!) La domenica mattina, convinceva alcune vicine a spendere poche lire per portare i figli al mare nella vicina Sperlonga. Così mia nonna guadagnava un po’ di soldi trasportando al mare queste vicine e i loro figli. Il mezzo di trasporto era il carretto trainato da “Gigetto”. Durante il tragitto ci fermavamo a raccogliere le more che crescevano nei rovi, lungo la strada. Arrivati al mare mia nonna, allora sui 54 anni, slegava il cavallo dalla carretta, vi montava sopra e andava nel mare, come un’amazzone. Noi bambini, pescavamo le telline nella sabbia del mare. I viaggi da Fondi a Castellammare, per andare dai miei genitori, mi rimarranno sempre impressi nella memoria. Se il treno partiva alle otto mia nonna mi svegliava alle cinque; per le sei e un quarto o le sei e mezzo, noi eravamo già alla stazione. Mia nonna mi diceva; noi possiamo aspettare il treno, ma il treno non aspetta noi !!! Per farvi conoscere meglio mia nonna; ecco un breve episodio che accadde a Castellammare: mia nonna amava i film di Tarzan (però solo quelli interpretati da John Weissmuller) e i film dei cow boys (interpretati da John Wayne o Randolph Scott), una sera, volevamo andare al cinema, erano circa le cinque del pomeriggio e ci fermammo a guardare le locandine del film che si proiettava al cinema “Corso” , improvvisamente, mia nonna, afferra per petto, con la mano sinistra, una ragazza di circa 18 anni, e con la mano destra, le dà due schiaffoni, poi mette la mano in petto alla ragazza e recupera il suo portafoglio, lo rimette in tasca, ancora due ceffoni e le dice: “Proprio a me vuoi rubare il portafoglio?!” Ve l’avevo detto io: potenza militare! A Fondi mio nonno aveva assunto dei muratori e la casa fu ricostruita, parzialmente, in circa un anno e mezzo. Io andavo a scuola, prima e seconda elementare, in un edificio che si chiamava, indovinate un po’? Edificio scolastico. Il mio passatempo preferito era di arrampicarmi sulle macerie, e qualche volta aiutavo un ragazzo di qualche anno più grande di me. Non ricordo il suo primo nome, ma il cognome era Zenobia; lui cercava nelle macerie articoli di metallo, che vendeva al rigattiere, per aiutare la sua famiglia, che era molto povera. I miei nonni mi avevano proibito di scavare in queste macerie perché era molto pericoloso, ma io all’ insaputa dei nonni, aiutavo il mio amico. A sette anni non conoscevo cosa era il pericolo. Un giorno, circa alle cinque e mezza del pomeriggio, mi fermai dal mio amico, che viveva vicino casa, alla località “Pizzo del Mastuccio”, gli chiesi se voleva venire al cinema con me e mia nonna, a vedere un film di tartan, mi disse, avviati, ho da finire un piccolo lavoro e ti raggiungo. Eravamo al cinema, non più, di 15 minuti quando udimmo un boato spaventoso. Il mio amico, seppi dopo, aveva trovato una bomba aerea inesplosa, di sette o otto kg., voleva togliere la spoletta, che gli sembrava di bronzo o ottone, colpì col martello il percussore e la bomba gli esplose tra le gambe e rimase completamente dilaniato dallo scoppio!!!
Nel frattempo a Castellammare la mia nonna paterna, con l’aiuto di mio padre e i miei zii, aveva riaperto la gelateria, e i carrettini dei gelati erano di nuovo nelle strade di Castellammare, questa gelateria aveva iniziato ad operare intorno al 1925, forse la gelateria più antica di Castellammare: la gelateria era la stanza d’ingresso della casa di mia nonna, a fianco della stessa vi era la rivendita di “Cinciniello”, venditore di cozze, vongole e lupini di mare. Mio padre si era inventato altri lavori; da giovane aveva lavorato all’Avis, come saldatore, ed ora si era messo a fare caffettiere napoletane, pentole etc. Si era messo anche a fare i bomboloni cuoceva lo zucchero e poi attaccava la pasta a un grosso chiodo, infisso nel muro e tirava, tirava, fino a che tutto filava, lui lo faceva a pezzettini o a bacchettine e le vendeva. In seguito comprò una macchina con la quale faceva zucchero filato, all’Acqua della Madonna, vendeva con molto successo il suo prodotto. Mia madre era diventata contrabbandiere, però, alla buona: vendeva ‘a cartuccelle ‘e tabacco ai masti r’‘o cantiere e ad altri avventori.
La mia nonna materna la chiamavano “Girella‘a cafettera” nata Girella Cesino, era la sorella di “‘Ngiulinella‘e Zibbacco”. Se la mia nonna materna era “potenza militare”, la mia nonna paterna era invece“potenza diplomatica”. Aveva avuto 18 figli, quando il secondo nato morì, ne adottò un altro. 10 suoi figli sopravvissero fino all’età del matrimonio (7 figli e 3 figlie).
Sempre tranquilla, sorridente, serena. Se qualcuno le avesse detto: “Gire’ la tua casa si è incendiata”, lei avrebbe risposto “E cche’ vuo’ fa’, so’ cose ca’ succedono!” La ricordo ogni sabato mattina, andava al bancolotto, vicino al Caffe’ Umberto, di fronte a Scognamiglio, e si giocava, poche lire, un ambo sulla ruota di Napoli. L’altra sorella di mia nonna era zi’ Maria ‘e ll’Acquaferrata. Teneva il banco d’acquaiola, sotto al Palazzo del Mulino (che ora non c’è più). Ma zi’ “‘Ngiulinella‘e zibbacco”, era una grande potenza militare… i romani divennero famosi per il “De bello gallico” ed altri teatri di guerra.
‘Mmiez’‘a Funtana divenne famosa per le guerre fruttarole: zi’ ‘Ngiulinella e Laurella, due giganti della “frutta e verdura”, si facevano la concorrenza, come se fossero state la Fiat e l’Alfa Romeo… che battaglie, urla, appiccicate, altro che Guelfi e Ghibellini, oppure Tore ‘e Criscienze e Antonio‘e Puortemasse. Queste erano battaglie vere, sentite, appassionate. Io sono convinto (credo) che zi’ ‘Ngiulinella avesse ragione, sempre, anche perché, io segretamente facevo il tifo per lei. Pensate un po’, quando io passavo davanti al suo “posto”, lei spesso mi regalava qualche ciliegia o una noce. Quando poi c’era la figlia, zi’ Maria, allora qualche pesca, ‘na pera, o un grappolo d’uva lei me lo dava. Che bella persona era zi’ Maria ‘e Zibbacco, era bella dentro e anche di presenza.
Ma ritorniamo a Fondi, dove io ero. La vita trascorreva tranquilla, senza eventi. Mia nonna faceva il pane in casa, come ogni donna d’allora che si rispettava.
Ogni 10 giorni, mia nonna caricava un sacco di grano sulla bicicletta e spingendola a mano, andavamo al mulino a macinarlo. Questo si trovava alle spalle del castello di Fondi; la proprietaria si chiamava “Sabina” ed era la comare di mia nonna. Tornavamo a casa con la farina; mia nonna la setacciava, metteva da parte la crusca, che poi si dava da mangiare al maiale, che ci stavamo crescendo alla capanna. Impastava la farina, non tutta, una parte si conservava per fare le tagliatelle, gli gnocchi o altra pasta, mischiava, nell’impasto, un pezzo di pasta, conservato dalla volta precedente. Poi faceva delle pagnotte rotonde e le infornava, nel nostro forno a legna. Io aspettavo, perché mia nonna mi faceva, sempre una focaccia con olio, origano e pomodoro.
Grazie, nonna Attilia, il sapore era fantastico, saporitissimo; io lo so che tu ci mettevi un ingrediente secreto… l’amore per il tuo primo nipote!
Mio nonno Paolo, faceva il sensale di bestiame, vino e prodotti agricoli. Un giorno della settimana, credo fosse il sabato, c’era il mercato a Fondi, e io e il nonno andavamo. La gente si rivolgeva a mio nonno, per un parere, quando dovevano comprare un cavallo o una mucca da latte, un asino etc.
Mio nonno osservava, palpava, apriva la bocca al cavallo o all’asino e dava la sua opinione; ad affare concluso, lui veniva compensato.
Spesso, qualche macellaio locale, gli chiedeva di apprezzare un vitello o un altro animale da macello. Mio nonno non accettava soldi dai macellai; questi lo ripagavano con la carne per il ragù della domenica. La sera mi portava con lui in cantina, giù a Portaroma da Attilio Testa. Lì insieme ai suoi amici, beveva vino rosso e fumava i famigerati sigari toscani. Qualche sorsetto lo bevevo pure io! Che atmosfera… bevevano, fumavano, mangiavano, sputavano e bestemmiavano… roba da serie A! Da loro imparai il nome di santi, che non avevo mai sentito nominare prima! A volte, il cantiniere Attilio Testa, chiedeva a mio nonno di andare ad apprezzare l’uva di un certo vigneto, o di un raccolto che gli avevano proposto. Voleva sapere due cose: quantità e qualità del futuro vino. La mattina dopo, io e mio nonno, ci mettevamo in viaggio col carretto e il nostro fedele “Giggetto”. Mio nonno arrivato a destinazione, guardava, assaggiava l’uva e il suo giorno di lavoro era completato. A mezzogiorno ci fermavamo lungo la strada, mio nonno apriva il grosso tovagliolo a scacchi, e tirava fuori: pane, olive, formaggio, pomodoro e a volte un pezzo di salsiccia fatta in casa, naturalmente. Mangiavamo e bevevamo vino rosso, da un’anforetta, di circa due litri; a Fondi, quest’anforetta era chiamata “‘o cannatiello”, credo perché aveva un becco, come una canna di 5 o 6 cm . Mio nonno portava, attaccato al carretto, un corno pieno di sale e una fiaschetta d’olio d’oliva. Dopo aver mangiato e bevuto vino, direttamente dal cannatiello, salivamo sul carretto per il ritorno a casa. Io mi addormentavo, appoggiato a mio nonno; ancora oggi sento nelle mie narici, l’odore della sua giacca. Mia nonna, non so perché non era molto contenta del vocabolario, che stavo imparando dagli amici del nonno. Chissà perché!!
Sentivo la mancanza dei miei genitori, così nell’estate del 1947, ritornai a Castellammare, “Miez’‘a Funtana Grande”. Qui il mondo era interamente diverso da quello, quasi bucolico, di Fondi. Io parlavo con un accento differente (come Nino Manfredi: “fusse ca’ fusse”) così i miei nuovi compagni, quasi immediatamente, mi appiopparono per nomignolo “‘o tedesco”. Miez’‘a funtana, tutti avevano un nomignolo: “Ciccio ‘o stuorto”, “‘a naso ‘e cane” etc.
Io che avevo una fervida fantasia, pensavo di essere circondato dalla nobiltà internazionale, eccovi alcuni esempi:
Nobiltà francese ( Nanninel de la moshé – Ngiulinel le zibbaccò )
Nobiltà finlandese ( Caprannocchen, Cecchechennocchen )
Nobiltà spagnola ( Cinciniellos, Cicco de oro )
Nobiltà romana ( Nase e canem )

Lo stabiese Frank Avallone

Lo stabiese Frank Avallone

Frequentavo la terza elementare a Piazza “Vescovado”, nel palazzo del Seminario. Il mio maestro si chiamava Cirillo, ex ufficiale dell’esercito; severo, preciso, militare. Ogni mattina, prima di entrare, nel portone della scuola, lui ci metteva in riga, come soldatini e via… si marcia! Appena in classe dovevamo cantare il coro del Nabucco e Va pensiero. Io ero felice di averlo come insegnante, perché appena lui capì che ero bravo in matematica, mi diede da risolvere problemi di quinta elementare e se mi capitava di scrivere un tema che gli piaceva, lo portava in giro per tutto l’edificio. Questo mi manteneva interessato ad imparare sempre di più (poiché il mio vero problema era che tutto mi riusciva facile e naturale). Infatti, avevo bisogno di essere spronato per rimanere interessato ad imparare e per non annoiarmi. Lui questo lo capì meglio di ogni altro insegnante. Il professore era anche fortunato, perché nella mia classe c’erano altri due studenti eccezionali, Angelo Del Gaudio e Alfonsino Conte. Dopo gli orari di scuola ci chiedeva di andare a casa sua ( abitava quasi di fronte al carcere di Castellammare ), il nostro compito o meglio dovere, come la vedeva lui, era di aiutare gli altri studenti che erano rimasti un po’ indietro.
Il professore Cirillo le mazzate le dava, ma mai ai suoi tre pupilli. Una sera a casa sua mostrò, con grande orgoglio, a me e ad alcuni altri studenti, la sua sciabola e la fascia che si metteva a tracollo, nelle parade militari, quando era un giovane patriottico e fedele.
Uomo orgoglioso, scrupoloso, integerrimo. Il suo lavoro non finiva dopo l’orario scolastico. Lui si sentiva responsabile, e interessato di tutto quello che facevamo, 24 ore al giorno. Noi eravamo la sua truppa e voleva essere orgoglioso di tutti noi. A volte, però, perdeva la pazienza. Una sera, a casa sua, mentre stava interrogando un certo studente, perse la pazienza perché il ragazzo non riusciva a capire, erano davanti a una lavagnetta, il professore gli diede uno scappellotto, così forte che il ragazzo colpì la lavagnetta con la fronte e un angolo della stessa si ruppe. Oggi questo potrà sembrare esagerato e certamente lo é, ma a quei tempi le cose andavano così. Infatti alcuni giorni dopo assistetti a questa scena: la madre dello studente incontrò, “Miez’‘a Funtana”, il professore e gli disse: “Prufesso’ avite fatto buone! Acceritelo a chillu fetentone!” Mamma mia, altri tempi, altri genitori…
Alcuni giorni fa ho avuto il piacere di parlare al telefono con il mio vecchio compagno di scuola Angelo Del Gaudio. Lui mi ha ricordato che quando arrivavamo in ritardo a scuola o quando combinavamo qualche marachella, il professore Cirillo, le spalmane le dava anche a noi. Noi le marachelle le combinavamo spesso. Anche perché io ed Angelo eravamo ‘nu poco scugnizzi. Forse l’unico veramente immune alle punizioni era Alfonsino Conte, perché era veramente un bravo ragazzo, studioso, puntuale; insomma lo studente modello.
Ricordo un episodio che fece infuriare il caro professore, dunque: salendo per Licerta, verso la salita San Giacomo (credo così si chiamasse), prima di girare l’angolo, sul lato sinistro c’era una casa “chiusa”. Noi, curiosi e anche un po’ maliziosi, volevamo vedere quello che avveniva in questa casa. Un tardo pomeriggio, prima di entrare al doposcuola, decidemmo di indagare. Sopra la porta d’entrata c’era un lucernario, per cui con l’aiuto dei nostri compagni, alcuni di noi si arrampicarono, all’altezza del lucernario, per guardare dentro. Mentre tutto questo avveniva, facemmo un bel po’ di rumore, per cui la porta si aprì e una donna, arrabbiatissima gridò: “Fetiente che CAVOLO state facenne?” (cavolo per modo di dire). Noi, impauriti e spiazzati scappammo velocemente e ci rifugiammo al doposcuola, sperando che quella fosse la fine dell’avventura; ci sbagliavamo! Alcuni minuti dopo sentimmo suonare il campanello d’ingresso; il professore andò ad aprire la porta; dalla stanza in cui eravamo non potevamo vedere, ma la conversazione, o meglio, il soliloquio lo sentimmo chiaramente, eccone un sunto: “Prufesso’ chilli fetiente d’‘e sturiente vuoste vulevano ‘npizzà ‘o naso dint’‘a casa nosta. Chella è ‘na casa perbene, come tutti sanno; nuie simme brava ggente, ma chisti fetiente che se crereno; nun se permettessero cchiù, sinò ‘e ciacche…, avite capito?! Si o no! Nuie simme ggente onesta…” Il professore, incassò, si scusò e disse: “Ci penso io”, e come che ci pensò, quante spalmane prendemmo, non lo ricordo, ma quella volta abbuscammo veramente alla grande.

Il Professor Cirillo

Il Professor Cirillo

Nel 1947 Castellammare era un fervore di attività, nuovi negozi, commerci; sembrava che il popolo della nostra Città volesse riguadagnare il tempo perduto, nel periodo bellico; sembrava una bottiglia di spumante che una volta stappata, fa fuoriuscire il suo contenuto.
Ogni mattina, andando a scuola, passavo per la Piazza ‘o Cognulo, via Gesù; ogni basso era diventato un negozio: Cuncetta ‘a lattara, ‘a Stuccaiola, Ciarola (frutta e verdura) e tanti altri, vendevano di tutto dagli zoccoli alle scarpe, dai piatti e bicchieri, ai vestiti, insomma vennero alla luce centinaia di piccoli commerci. Che allegria: voci di venditori che offrivano la loro merce; gente che negoziava per avere un prezzo migliore. A circa 50 metri dalla scesa del Cognulo c’era un basso trasformato in un teatrino dei pupi, dove andavamo a vedere: Orlando, Rinaldo e i paladini di Francia, i saraceni cattivi, o anche i personaggi napoletani: Tore ‘e Criscienzo e Antonio ‘e puorte ‘e Massa, Zibacchiello ed altri.
Ma in questo periodo si cominciavano, anche, a tirare le somme del costo umano della guerra. Molti stabiesi erano dati dispersi, altri erano prigionieri di guerra o nel novero dei morti. Ogni famiglia aveva una storia e un dolore da raccontare. Anche una sorella di mia nonna Girella, zia Fiorina Serao di Pompei, aveva due figli dispersi sul fronte Russo; di essi non si è saputo mai niente.

CIMITERO ‘E GUERRA
di Frank Avallone

Dint’‘a ‘sta chiana,
addò padrone è ‘o sole,
ce stanne tanta croce…
e ‘mmiez’‘a cheste,
ce ne sta una…
ca nun porta ‘o nomme!
Chi ce sarrà cca’ sotto?
Qua’ mamma, o quale sposa,
te chiagnarrà pe’ muorto…
o forse spera e te vedé turnà?
Oi frate mio, pecché si’ muorto, tu?
Forse pe’ gloria? O forse nun ‘o ssaje?
Si… nun ‘o ssaje!!
Pecché nun c’è ragione… oi frate mio,
che vale ‘a vita toja
o ‘e ‘n’atu figlio ‘e mamma!!!

Due fratelli di mio padre, fortunatamente scampati alla morte, erano prigionieri di guerra. Mio zio Ciro Avallone, la cui nave era stata affondata, era in un campo di prigionia in America, nello stato di New York. Qui vivevano alcuni cugini della madre, per cui mio zio Ciro se la passò abbastanza bene. Fu rilasciato nel 1947. L ‘altro mio zio, Giovanni Avallone, la cui nave era stata affondata dagli Inglesi, si trovava prigioniere in Sud Africa e qui rimase per circa 7 anni. Quando ritornò a casa, nel 1948, ci raccontò quello che era successo. La nave fu colata a picco e lui si ritrovò nel mare, aggrappato a un rottame galleggiante. Rimase in acqua per 36 ore, vide molti dei suoi compagni morire, e lui che non sapeva neanche nuotare, non si diede per vinto. Fu finalmente ripescato dagli Inglesi e portato in Sud Africa, dove ebbe come compagni di prigionia altri marinai Stabiesi: Gabriele ‘o chieppo, e un certo Abbagnale, con il quale si mise in contatto quando ritornò dalla prigionia. Ricordo che questo signore Abbagnale viveva in un podere alla periferia di Castellammare (forse nella zona di S. Maria la Carità , ma non sono sicuro).
Ai miei due zii, ora morti, non chiesi mai il nome delle navi su cui erano imbarcati o quando furono affondati. Sembra quasi che volessimo voltare pagina, non volevamo sapere tanti particolari. Come a dire: “E va’ bbuone ‘a guerra è finita, che ne parlammo a fa‘”.
Questo atteggiamento e la frenetica attività che si svolgeva a Castellammare, in quel periodo, mi fanno ricordare “Napoli milionaria”, con Eduardo De Filippo, quando lui ritorna dalla prigionia e cerca di raccontare i particolari delle sue peripezie e le paure, i morti visti lungo la strada, ma nessuno voleva ascoltare: “E VA’ BBUONE, ORA E’ TUTTO PASSATO… PENSATE A SALUTE”. Forse questo è un atteggiamento di autodifesa che noi adottiamo, quando non ci vogliamo soffermare su capitoli tragici della nostra vita. Forse abbiamo paura che ricordandoli, possano riaccadere. Allora ci mettiamo una pietra sopra e tiriamo a campa’. Personalmente invece penso che noi dovremmo far tesoro di questi eventi e tenerli bene in mente per impegnarsi affinché non si ripetano.
Anche la mia famiglia fu segnata dal periodo bellico. Mia sorella Gina Avallone, la secondogenita, aveva contratto la malaria, durante il periodo trascorso a Fondi. Questa le arrecò problemi cardiaci e nel 1954, all’età di 13 anni morì. Come Eduardo concludeva: “Hadda passà’ ‘a nuttata!”
Quando mio zio Giovanni, tornò dalla prigionia, con noi viveva la sorella più giovane di mia madre, di nome Maria Cima. Mio zio immediatamente la notò e si fidanzarono. Zia Maria mi voleva un bene dell’anima, durante il periodo bellico, quando eravamo ancora a Fondi, lei si prendeva cura di me. Infatti una notte di dicembre 1943, suonò l’allarme aereo, nel panico e in camicia da notte voleva correre al ricovero antiaereo, ma prima, malgrado la paura, mi svegliò, mi prese in braccio e via. Doveva essere una scena veramente da incubo, fortunatamente un carabiniere la fermò, mi prese in braccio e ci guidò al ricovero. Proprio l’altro giorno, parlandole al telefono, lei vive nello stato del Connecticut, ricordando quei tempi, mi chiese: “Ti ricordi quando andavamo al mare e tu ci facevi da “guardiano”? Ci sedevamo sulla spiaggia, ma zio Giovanni (per il trauma del drammatico naufragio) si rifiutava di entrare nell’acqua, al punto che quando l’onda si avvicinava a noi lui immediatamente, ritirava i piedi”.
Zio Giovanni, non riusciva a dimenticare la terribile esperienza del naufragio; certamente ne vide di cose brutte!
Se qualcuno dei marinai citati si riconosce compagno di prigionia di mio zio Giovanni Avallone, per piacere fatemi partecipe dei dettagli dell’affondamento: il nome della nave, la data in cui fu affondata, come fu affondata, la vita da prigionieri, etc. Purtroppo mio zio è deceduto ed io vorrei sapere di più del periodo della sua prigionia. Ad esempio ricordo che mi raccontava come con un semplice setaccio e un pezzo di spago, catturava i conigli selvatici.
Con i proventi di tutti i lavori che mio padre si era inventato e con l’aiuto di mia madre che faceva il piccolo commercio, mio padre aveva messo da parte un po’ di soldi; così nel 1950 prese in gestione un bar-gelateria a Sarno. Zio Giovanni, sposò mia zia Maria e andò a lavorare con lui come barista.
Dal 1947 al 1950, sia di primavera che d’estate, mio padre tornava a casa alle quattro e mezza e mi diceva: “Vai da Scarazzoppe (credo che di nome si chiamasse Vincenzo) e fatti dare ‘nu poco ‘e tremmulillo che andiamo a pescare”. Correvo, contento e felice, passavo i Ponti franchi, il Circolo Nautico e all’angolo d’‘a banchina ‘e zi’ Catiello sull’arenile, trovavo i fratelli Scarazzoppe, compravo l’esca e di corsa tornavo a casa. Pochi minuti dopo, io e papà eravamo all’Acqua d’‘a Maronna a pescare sparaglioni, mezzoni, qualche vavosa, ‘nu munaciello, etc. Che gioia essere insieme a mio padre. Un paio d’ore dopo portavamo a mia madre il pescato: vi lascio immaginare il sapore che avevano gli sparaglioni fritti. Poi papà comprava ‘nu melone d’acqua da Pachiulo e tutta la famiglia festeggiava; tiempe belle ‘e ‘na vota!
Come vi dicevo, i vicoli interni dei quartieri antichi di Castellammare, da via Gesù ai Cantieri navali erano sempre affollati. I negozi facevano affari d’oro. La mattina, incominciando alle sette e un quarto, un mare di “maste d’‘o cantiere”, andavano a lavorare; seguiti di lì a poco da una folla di stabiesi che si recavano alle terme; la cui entrata mattutina era gratuita. Dalle otto e trenta in poi, un gran numero di furastieri… centinaia, migliaia, andavano alle Terme o al mare a Pozzano. Questi portavano benessere a tutta Castellammare, incominciando dai cocchieri e dagli affittacamere, che li aspettavano alla stazione, per offrire i loro servizi. Un gran numero di famiglie stabiesi, nel periodo da aprile a settembre, fittavano una stanza o due della loro casa e ciò rappresentava un aiuto molto importante per il bilancio famigliare.
Questi ospiti graditi, compravano pane, frutta, pasta, pesce, dolci e tutto ciò che gli occorreva per il loro bisogno quotidiano, e questo, naturalmente, portava ricchezza alla nostra Città. Al passare di tutta questa gente, si sentivano le caratteristiche voci dei venditori: “Vue’ che te puorte ‘o bagno?! – Così gridava ‘a naso ‘e cane -. Mariagira vendeva ‘a suffritta e molti “maste d’‘o cantiere”, portavano con loro uno sfilatino del loro pane preferito (il più delle volte ‘na vascotta ‘e pane), si fermavano da Mariagira che faceva un buco sopra, toglieva la mollica e dalla “capuzzella” la riempiva di soffritta, poi rimetteva la mollica per tappare. “Alice fresche… alice!” – Così gridava Ciccio ‘e Valanzano -; “‘E melune chin’‘e fuoco!!!”, – Urlava Pachiulo -. Insomma ‘a Funtana era come un mercatino rionale in cui si vendeva un po’ di tutto. Nel pomeriggio la storia si ripeteva all’inverso. ‘E maste d’‘o cantiere si fermavano a comprare qualche cosa da portare a casa e i furastieri (che in maggioranza venivano dalla Puglia) ritornavano alle loro camere per preparare la cena; per cui si fermavano a comprare il pesce da Valanzano, le cozze da Cinciniello, il pane da Cuncetta ‘a salumera, i dolci da Sorrentino o da don Vicienzo ‘o speziale, etc. Che movimento e che allegria, che gioia capire che i tempi brutti della guerra erano dietro le nostre spalle.
Ma come vivevamo in quel periodo? La mia famiglia viveva in una casa così composta: lo stanzone del pianterreno, era adibito a cucina e a sala da pranzo (un tavolo e otto o nove sedie). Dall’angolo in fondo a sinistra, partiva uno scalone di legno (‘o scalandrone), che portava a un altro stanzone al piano superiore (oggi diremo alla zona “notte”). Giù nell’angolo a destra c’era il bagno (o meglio ‘o cesso), una comodità casalinga che a quei tempi non tutti avevano il piacere di avere, questo piccolo ambiente era coperto dallo scalandrone ed aveva per parete destra il retro di uno stipetto (nel quale venivano riposti: piatti, bicchieri e varie conserve, come vasetti di tonno sott’olio, alici salate, melanzane sott’olio, etc.) e per parete sinistra un pannello di stoffa utile per coprirci da sguardi indiscreti. Sopra lo scalandrone c’era una cateratta di legno, che la sera chiudevamo perché il lettino in cui io dormivo con mio fratello Rocco, era situato proprio vicino allo scalandrone, per cui si correva il pericolo che noi cadessimo. C’era anche un altro lettino in cui dormivano le mie due sorelle; inoltre un grosso armadio, un comò e il letto dei miei genitori. Al pianterreno la cucina, costruita in cemento e riggiole, era al lato destra dell’entrata. Ricordo il fumo, quando accendevamo il fuoco, il ventaglio che usavamo per “sciusciare”, per fare in modo che i carboni si accendessero. Al lato sinistro della cucina, c’era un tavolinetto attaccato al muro, su cui poggiavamo un secchio d’acqua al quale era legato un mestolo (‘nu cuppino), da cui bevevamo tutti quanti. L’acqua la prendevamo alla fontana pubblica, che si trovava a una cinquantina di metri, alla salita ponte. Al lato sinistro dell’entrata di casa c’era lo spazio per il braciere e lo scaldino.
Nei giorni freddi dell’inverno, si era soliti mettere i piedi sullo scaldino, una coperta sulle gambe, in compagnia e nell’intimo tepore, si raccontavano i famosi “cunte” (racconti), fatti veri o immaginari sempre molto interessanti. Alcune ragazze del vicinato si sedevano con noi; facevano il ricamo per il loro corredo e sognavano una buona “sciorta” (sorte),qualche bravo giovane e specialmente, “nu masto r’‘o cantiere”. Particolare entusiasmo quando arrivava l’ultima puntata della rivista “Grand Hotel”. La leggevano tutte insieme, sedute intorno al braciere, romanticizzavano e si sentivano partecipi nelle vicende dei vari personaggi. A volte mi chiedevano di leggere, per loro, ed io per la promessa di un gelato, acconsentivo. Una delle loro storie preferite, si intitolava: “Iddillio Pastorale”,la cui protagonista si chiamava “Concita”. Le ragazze, facevano tutte il tifo per lei, era diventata una persona reale ai loro occhi, quasi di famiglia, per cui gioivano e soffrivano con lei. Così mentre loro ricamavano, io leggevo, pensando al gelato o alle caramelle ‘e scuscelle, che avrei comprato con le dieci lire promesse. Mi divertivo pure a leggere, anche perché scimmiottavo i vari personaggi della novella. Tutte si divertivano per questa mie pagliacciate; in modo speciale, Esilda Capriglione, lei rideva in modo forte e schietto. Esilda stava molto spesso a casa nostra, era quasi l’altra figlia di mia madre. Con lei si confidava e quando il buon partito si fece avanti, lei inevitabilmente chiese consiglio a mia madre, che le disse: “Esilda, chisto è nu masto r’‘o cantiere, tene ‘o posto fisso, nun perdere tiempo, digli di si!” E così Esilda sposò il suo principe azzurro.
Io ero ansioso di conoscere le storie che mio nonno Paolo mi raccontava, la sua vita in America, il suo lavoro ed in particolare del suo viaggio in America fatto nel 1901: quaranta giorni per mare su una “barchetta”, che trasportava merce e bestiame (il nome dell’imbarcazione era Andrea Florio) e che contava soltanto 29 passeggeri, tutti contadini provenienti da Fondi, partiti nella speranza di trovare oltre oceano una vita migliore. La mia esperienza del periodo di guerra, vissuto lontano dalla mia Castellammare, mi spronava a voler sapere di più. Leggevo qualsiasi libro che mi capitava per le mani; ricordo che mio padre ne aveva uno dal titolo “Guerin meschino”, che raccontava la storia di un cavaliere errante sempre pronto a soccorrere i più deboli.
La persona, che influenzò maggiormente e appagò questa mia brama di leggere e sapere, fu mio zio Raffaele Lombardo, marito di una sorella di mio padre, zia Carmela o meglio “zi’ mammèla”. Lui lavorava ai cantieri metallurgici ed era un vero “masto” nel lavorare il metallo. Aveva una grande passione per la lettura, ma, a quei tempi, i soldi per comprare libri e romanzi interi,non c’erano; per cui mio zio comprava fascicoli di romanzi famosi, che leggeva e conservava, gelosamente, nel comò; nessuno si permetteva di toccarglieli, ma guarda un po’, lui si fidava di me e mi prestava un paio di fascicoli per volta, che io, leggevo, avidamente e restituivo sempre in condizioni perfette, per cui lui me ne prestava altri. Quando il romanzo era completo, se lo faceva rilegare da un amico che lavorava in questo campo. L’amico si chiamava “Filuccio ‘o naso ‘e cane”, marito “r’‘a turresa”. Ricordo bene che il primo romanzo che lessi, a fascicoli, fu “Il Conte di Montecristo”, al quale seguì “I miserabili”, un’esperienza meravigliosa che apriva la mente al mondo e ad altre culture. Continuai leggendo da Salgari “Uomini e Topi”, “il vecchio ed il mare”, etc. Questa mia passione per la lettura mi arricchiva mentalmente, sempre di più. Che peccato vedere, oggi, tanti ragazzi, incollati davanti al televisore; certamente anche così s’impara, ma solo quello che gli altri decidono sia importante sapere.
Quando mio zio Raffaele perse la moglie (zia Mammèla, morì giovanissima di un male infame), rimase distrutto dalla sua perdita. Che bella era mia zia, il grande amore di zio Raffaele che rimase solo con 4 figli e 3 figlie, il più grande avra’ avuto circa 19 anni e il più piccolo 4 o 5 anni. Circa due anni dopo morì anche lui per una polmonite (andò a lavorare che non si sentiva bene, ma la famiglia aveva bisogno della sua paga), così: giovane e in condizioni fisiche superlative, lui ci lasciò. Ancora non riesco a convincermi, che un uomo così, possa essere morto improvvisamente.
Io lo ricordo con affetto e gratitudine e questi miei ricordi li voglio condividere con i suoi figli, i miei carissimi cugini. Parlando con loro, molto spesso,mi sento quasi colpevole di averlo conosciuto, forse più di loro, in particolare dei suoi figli più giovani. A volte dico cose del padre, che loro non sapevano: “Siate orgogliosi, cari cugini, vostro padre era un uomo capace e onesto, che si è sempre dedicato alla famiglia e ricordo con affetto che è stato anche un grande giocatore di carambola”. A proposito, i miei 4 cugini, divennero tutti “masti r’‘o cantiere”: mio cugino, Giuseppe Lombardo e ancora attivo nel suo lavoro e so che si fa onore per la sua capacità. Questi miei cugini, che io ammiro moltissimo, sono cresciuti senza genitori e nonostante ciò, hanno mantenuto la famiglia unita e solidale, riuscendo a sopravvivere onestamente e a fare progresso, sia materialmente che nell’amore e l’affetto che hanno gli uni per gli altri. Oggi, si sentono storie brutte di: sangue, malavita e cattiva educazione, per cui una storia di onestà, laboriosità e amore, come questa dovrebbe inorgoglire tutti noi Stabiesi.
Mio padre era un uomo con una capacità di giudicare e di fare, quasi Salomonica; per descriverlo vi racconto un episodio: una domenica pomeriggio stavamo pranzando (alle due circa, dopo il pranzo, avevamo il consueto appuntamento con zi’ Vicienzo ‘o cucchiere, che veniva a prenderci per portarci allo stadio San Marco, dove giocava lo Stabia, così si chiamava allora la nostra squadra che giocava in Serie C, e noi non mancavamo mai di assistere, a tutte le partite giocate in casa), era quasi l’ora dell’appuntamento ed eravamo ormai alla fine del pranzo, quando le sfogliatelle e le zuppette furono servite a tavola; mio fratello Rocco, di tre anni più piccolo di me, nell’eccitamento, di vedere i dolci messi in tavola, fece cadere un piatto, di quelli buoni, che si ruppe in mille pezzi. Mia madre, ancora sotto shock, per i disagi penati nel periodo bellico, incominciò una litania che sembrava non finisse mai: “Cretino! Questi piatti sono sopravvissuti alla guerra ed ora vedi cosa hai fatto, etc., etc.”. Mio padre le disse: “Cuncetti’, calmati non è successo niente di grave”; niente… lei continuava ancora. A quel punto, mio padre fece una cosa, che al momento non capii: prese un altro piatto e lo fece cadere per terra. “Pe’ che fai?” Esclamò mia madre, “Cuncetti’, ‘o puo’ aggiustà ‘o piatto ch’aggio rotto?” “E come?”, chiese mia madre, “Allora ‘o puo’ aggiustà ‘o piatto che ha rotto nostro figlio?” “No!” “E allora calmati!”. “Ma… Pe’!?” mio padre prese un altro piatto, mia madre urlò, “Ho capito, ho capito!” Io rimasi completamente allibito, forse papà è asciuto pazzo, pensai. Anni dopo capii: se una cosa la puoi aggiustare, aggiustala! Se non puoi, tira a campà!
Una moderna teoria americana, asserisce che la vita è costituita per un 10% da ciò che ci accade (ovvero da episodi sui quali non abbiamo alcun controllo), e per il restante 90% da reazioni a ciò che ci è accaduto (ovvero da quelle azioni volontarie sulle quali abbiamo invece pieno controllo). Come reagiamo, condiziona quindi la maggior parte della nostra vita, ed è stupefacente vedere che questo modernissimo studio, conferma la stessa lezione che avevo imparato tanti anni fa da mio padre che in sostanza diceva: “Se il piatto non lo puoi aggiustare, pecché fai tanta ammuina?!”
Questo episodio ha condizionato tutta la mia esistenza, tanto da farlo divenire una vera e propria filosofia di vita: quando mio figlio commetteva un errore mi chiedevo: “Che posso fare?” E invece di sfogare il mio dispiacere, imprecando o insultandolo, pensavo al modo migliore per aiutarlo. Grazie a DIO problemi grossi con i miei figli non ne ho mai avuto, e forse ciò è dovuto proprio al fatto che per il mio modo di fare, non hanno mai avuto paura di venire da me per confidarsi, o quando hanno avuto dubbi o problemi.
Con questa stessa filosofia di vita, qui in Florida, ho allenato squadre giovanili di calcio di diverse fasce di età, con i ragazzi dai 14 ai 18 anni, abbiamo vinto il Campionato della Florida ben 5 volte, ottenendo inoltre tre onorevoli secondi piazzamenti e un terzo posto in classifica. Il secreto di questi successi è molto semplice: nessun urlo, mai un rimprovero o un richiamo, tutto positivo, se un giocatore sbagliava, mi sedevo con lui, mi congratulavo e gli dicevo: “La prossima volta, però, cerca di fare in questo modo”. I miei giocatori scendevano in campo sicuri, fiduciosi in me e nei loro compagni. Un episodio ve lo voglio raccontare: in una partita, il mio terzino destro, col sole negli occhi, cercò di colpire a volo un pallone alto, sbagliò completamente l’intervento e il pallone gli passò fra le gambe, io urlai: “Bravo Steve, bel trucco!”
Il martedì successivo, durante gli allenamenti mi si avvicinò dicendomi: “Mister, mio padre mi ha chiesto se avevo fallito di proposito, quel pallone”; “E tu cosa hai detto?” e lui: “Gli ho detto che stavamo praticando quel trucco da un paio di settimane” (ora tenete presente che stiamo parlando di un padre americano e di circa trent’anni fa), Bravo Steve, probabilmente da quel momento hai imparato anche tu questa filosofia di vita stabiese: fai il possibile per aggiustare le cose, e se non le puoi aggiustare, tir’‘a campà!
Le cose stavano cambiando per il meglio, intorno al 1950, anche “Mmiez’‘a Funtana” furono allacciate le condutture del gas. Mio padre ordinò l’attacco immediatamente; comprò pure una fornacella a gas con due fornelli. Immaginatevi un po’ che progresso era questo: non più carboni da accendere, ne fumo, ventagli etc. Le vicine di casa venivano ad ammirare questa meraviglia della scienza: “Signora Cuncetti’”, dicevano a mia madre, “Che bella cosa avite miso, girate ‘a manuvella e subito s’appiccia, che bellezza! Puozzate aunna’ cumm’‘é ‘o mare!” In relazione a questa fornacella ho il ricordo più vivido di mia madre! E strano,che nella vita,ricordiamo alcuni particolari,circa una persona o un episodio! Dunque questo è il mio ricordo: un giorno mi seguirono, a casa, due carissimi amici: Sandrino Cosenza e Antonio Giglio; credo che tornassimo da una partitella di calcio, giocata dove ora c’è la nuova Fontana Grande. Mia madre per l’occasione, frisse per me e i miei amici, ‘na tiella di patate fritte, che noi non facemmo nemmeno raffreddare, perché per l’appetito che avevamo, mentre lei friggeva noi mangiavamo. Non sono stato mai più orgoglioso di mia madre, come in quella occasione! Che bella figura mi aveva fatto fare con i miei cari amici! Pensate un po’ al lavoro che aveva fatto per farmi contento: sbucciare le patate, lavarle [ricordatevi che l’acqua la dovevamo attingere alla fontana pubblica], friggere e sorridere. In quell’occasione credo che mia madre sia stata pagata, pienamente, dai nostri sguardi di gratitudine. Grazie ancora mammà!!! Altri ricordi di mia madre sono legati alle mazzate. Mio padre non ci toccava mai, la responsabilità era riservata a nostra madre!! Quante mazzate, cucchiaiate ‘e legna e scarpunate! Io sono convinto che, quando arrivammo a un’età più matura, alcune fabbriche, di cucchiai di legno e di scarponi, fallirono!!! Chi veramente prendeva i grandi “paliatoni”, era mio fratello Rocco. Perché quasi sfidava nostra madre, che era ancora scossa dagli eventi bellici (credo che mio fratello fosse ancora più scosso di lei), per cui lei lo picchiava e lui la sfidava a darne di più; Comunque le mazzate le prendevo pure io, anche se molto di meno, perché io scherzavo e la facevo ridere, e lei mi lasciava andare. Quando ne avevamo fatta una delle nostre, per sfuggire alla sua ira, ci rifugiavamo al piano superiore; abbassavamo la cateratta sullo scalandrone e ci sedevamo sopra. Mia madre saliva, spingeva, e non potendo aprire, gridava “Aprite che v’aggia accidere!!!”; io allora scherzavo, cercando di calmarla: “Mammà, parlamme seriamente, se tu dicessi: aprite che vi voglio dare ‘na sfugliatella, ‘nu babbà, che dico, pure ‘na caramella, io aprirei immediatamente, ma per essere acciso no!! Assolutamente no!!” Così lei incominciava a ridere e ci lasciava tranquilli.
Che tragedia, quando all’apertura del nuovo anno scolastico, le scarpe buone, venivano tirate fuori, mia madre insisteva che mio fratello Rocco infilasse le scarpe dell’anno prima: “Mammà nun me vanno, so’ piccerelle p’‘o pere mio!!” e lei: “ ‘ncasa c’a te vanno!!” Rocco, che conosceva le conseguenze, spingeva e finalmente le scarpe entravano; naturalmente con le dita del piede tutte raggruppate, non poteva camminare bene, mia madre gli diceva: “Cammina diritto!” e mio fratello: “Hae, è ‘na parola!?”.
Mio padre, intanto, dal 1950 aveva in gestione il bar “Nazionale” a Sarno, le cose andavano tanto bene, che dopo di questo, prese la gestione del bar “Salerno”. Uno dei nostri fornitori preferito era la ditta “Rega” di Castellammare naturalmente. A prescindere dal fatto che era una ditta della nostra città, il vero segreto di questo ottimo rapporto, era Alfonso Rega, allora poco più che ventenne, persona gentilissima e capace. In quel periodo, lui faceva tutto, vendeva, consegnava, scaricava e incassava. Alfonso, fu la vera ragione del successo della ditta Rega!! Io a volte tornavo a Castellammare, con lui e ricordo perfettamente le belle chiacchierate e l’affetto reciproco che ha cementato questa nostra amicizia (anche se tra di noi c’erano una quindicina di anni di differenza). Caro Alfonso tu sei sempre stato un galantuomo e un gran signore. Ti auguro una vita lunga e felice, te la meriti!!! Molto spesso, nel tardo pomeriggio dei mesi estivi, compravo due sigarette e andavo all’Acqua della Madonna a trovare mio zio, conosciuto da tutti, col nome di ‘o Ca..o ‘e Michele. Lui mi ricordava “SANTIAGO”, il pescatore cubano, immortalato da Ernest Hemingway, nel romanzo “Il vecchio e il mare” (The old man and the sea). Alto circa un metro e settantacinque, magro, profilo secco e definito, uno sguardo triste e pensieroso. Sia d’estate che d’inverno aveva in testa un passamontagna di lana. Lo trovavo vicino alla scarpetta, situata alla fine dei ponti franchi: un piede posato su una barca tirata a secco, lo sguardo rivolto verso il mare.
“Zi’ Miche’, buon giorno, come state? Vi ho portato due sigarette!” e lui: “Vué guaglio’!” Gliele davo e, immediatamente, ne accendeva una, mentre l’altra la posava sopra l’orecchio destro. Così, mentre fumava, parlavamo del più e del meno: “Zi’ Miche’, avete pescato niente, stamattina?” Lui mi raccontava della pesca, del mare, delle sue due barchette a remi etc. “Guaglio’ sto accuncianne ‘o canuttiello, appena è pronto, vieni che te lo presto”.
Quando si chiacchierava, quello che a volte mi spiazzava, era che mio zio si confidava con me come se io fossi stato un coetaneo, io avevo 13 anni e lui, probabilmente, una cinquantina. Era sposato con zi’ Mariucella, una sorella di mio padre, con la quale aveva messo al mondo 23 figli, 18 dei quali sopravvissero fino a sposarsi, generando a loro volta “na carretta ‘e figlie!” Se qualcuno mi avesse chiesto: “Che fa tua zia?” Avrei certamente risposto: “‘E figlie!” Me la ricordo sempre incinta; tutte le nascite furono singole. Credo che mia zia, non abbia visto la punta delle sue scarpe per 25 anni di fila. Come potrete immaginare, lei aveva un carattere dolce, ed era sempre tranquilla, serena e calmissima!!! E’ pe’ forza… che stamme pazzianne? Che sia questa la ragione, per cui mio zio veniva chiamato ‘o Ca..o ‘e Michele?
Dunque, ritornando a mio zio, in uno di questi incontri, mi chiese di intervenire in una faccenda famigliare: “Guaglio’, vedi che tuo cugino, Paolo, si sta mettendo nei guai e tu gli devi parlare”. Mio cugino che aveva circa 17 anni di età, si era innamorato cotto di Catina ‘a nipote r’‘a Ricciulella. Io dovevo convincere mio cugino a lasciarla stare: “Guaglio’ falle capì che nun è cosa!”
Catina abitava nello stesso palazzo, dove abitava la famiglia di mio zio, e lui venne fuori con questa espressione che mi è rimasta impressa nella memoria: “Si uno fa nu bisogno, dint’‘o palazzo suoie, po’ se sente ‘a puzza!!…” Certamente un modo di esprimersi fiorito e immediato, anche se io non capivo come avrei potuto convincere mio cugino (4 anni più grande di me), a staccarsi da Catina. Infatti, alcuni mesi dopo, all’età di 17 anni, Paolo e Catina, convolarono a giuste nozze (credo che questa fu la decisione più intelligente che Paolo abbia mai preso). Oggi, nell’anno 2009, sono ancora felicemente sposati, naturalmente, per rispetto alle tradizioni famigliare, hanno generato una decina fra figli e figlie e una grande moltitudine di nipoti. Nel 1968, prima di partire per l’America, andai a salutare mia zia Mariuccella: “ ‘A zi’ quanti anni avete e quanti nipoti?” Mi diede due numeri: 53 e 55; ora non so se avesse 53 anni e 55 nipoti o viceversa. E bravo zi’ Michele!… In primavera e in estate, fittavano 2 o 3 stanze ai furastiere, vivevano in 3 appartamenti, per cui ne affittavano uno. Quella era la mia occasione di andare a spendere una notte o due a casa loro; Noi ragazzi dormivamo per terra (dormivamo per modo di dire) quella era la nostra notte di scherzi, ammuina e risate a non finire. Con mio cugino trascorrevo un sacco di tempo sulla barca a remi; pescavamo e raccoglievamo i pezzi di legna che cadevano ai lavoratori del cantiere. Mio cugino portava la legna a casa sua dove veniva usata per cuocere il cibo. L’altro mio cugino, Tommasino, oggi ultraottantenne, era il più vecchio della famiglia. Da anni insieme al figlio Paolo, aggiusta motoscafi, nei ponti franchi, dove tanti anni fa c’erano i vivai di cozze e vongole di Cinciniello. Il terzo figlio maschio si chiamava Giannetiello, un ragazzo spassoso, giocherellone che purtroppo è morto una quindicina di anni fa.

Franco Avallone 1954

Franco Avallone 1954

Durante l’estate io e Paolo, portavamo i villeggianti a fare una gita in barca, nel porto di Castellammare; per poche lire li portavamo a spasso con le due barchette di zi’ Michele. Ricordo che riempivamo queste barche fino quasi a mettere tutti in pericolo, me per primo che non avevo ancora imparato a nuotare. Che incoscienti! Meno male che ci è sempre andata bene. Circa il fatto che non sapevo nuotare, mi capitò un episodio da raccontare: dunque ero sceso giù alla fontana dell’Acqua della Madonna a riempire un bicchiere d’acqua, salivo i pochi gradini, quando, una signora di una certa età, mi rovesciò addosso un giarrone pieno d’acqua; la guardai allibito, incredulo, non ebbi il tempo di chiedere spiegazioni, che la signora, in perfetto accento pugliese, mi disse: “N’ata vote te ‘mpare, iere me bagneste pure le mutende, disgraziete!” Evidentemente il giorno prima la signora aveva subito gli spruzzi d’acqua di una “coffa”, il classico tuffo a bomba (anche detto a “cufaniello”, effettuato con le ginocchia raccolte e ben strette al petto dalle braccia), con il quale gli scugnizzi locali, saltando dalla banchina, impattando il proprio corpo sulla superficie del mare, solevano alzare una grossa quantità di acqua. Non dissi niente, anzi mi sentii quasi orgoglioso, come se avessi imparato a nuotare in quell’istante. QUESTA ERA CASTELLAMMARE NEL 1952.

(1) Parlando della sua nascita, l’autore asserisce che sua mamma durante il parto è stata assistita da una levatrice conosciuta come “Pane ‘e farina” e scrive che nessuno conosce il suo vero nome. La pronipote di tale levatrice, la sig.ra Marianna Virginia Sala (in data 1 novembre 2011), così scrive:
Sono la pronipote di “Pane ‘e farina”, volevo che sapesse che questo soprannome deriva dal fatto che anticamente la famiglia della mia bisnonna possedeva una panetteria, questa è la motivazione per cui quel soprannome ha accompagnato prima la mia bisnonna Angela Cataldo e successivamente la mia prozia Virginia Sala e tutte e due svolgevano la professione di levatrice. Quando è nato il signor Avallone al parto ha assistito la mia prozia Virginia…

Marianna Virginia Sala“.