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Pillole di cultura: I mesi dell’anno

a cura del prof. Luigi Casale

Gennaio; febbraio; marzo; aprile; maggio; giugno; luglio; agosto; settembre; ottobre; novembre; dicembre. Sono i nomi dei mesi dell’anno. Sono trascritti con l’iniziale minuscola – pur essendo oggi dei veri e propri “nomi propri” – in quanto all’origine essi erano aggettivi. Queste origini cercheremo di vedere qui di seguito.
Non chiedetemi però perché i mesi siano dodici. Né perché essi abbiano una durata differente in termini di numero di giorni. Una cosa intanto possiamo notare, che nel tempo si è definita e ci è stata consegnata. Ed è che da Gennaio a Luglio si alternano un mese più lungo e un mese più corto: Gennaio (31 gg.), Febbraio (28/29 gg.), Marzo (31 gg.), Aprile (30), Maggio (31), Giugno (30), Luglio (31). Poi da Agosto a Dicembre si interrompe l’ordine della successione per ripartire di nuovo da un mese lungo: Agosto (31), Settembre (30), Ottobre (31), Novembre (30), Dicembre (31). E di nuovo il ciclo ricomincia. Eternamente. Sicché nel ritmo dei mesi, due volte nell’anno si susseguono due mesi da 31 giorni: Dicembre / Gennaio e Luglio / Agosto. Se tutto questo abbia una ragione scientifica non lo so. Bisognerebbe chiederlo agli astronomi. Noi ne seguiamo la storia civile, quella delle riforme, delle leggi, dei provvedimenti, e delle consuetudini radicate nel tempo. Diciamo perciò – per ora – che si tratta di un dato culturale.
L’attuale sistemazione dell’anno civile è il risultato politico di tutta una serie di credenze, di intuizioni, di scoperte, di risposte ai problemi, spesso anche pratici, che l’uomo ha cercato di dare alla misurazione del tempo in armonia con le leggi della natura. E’ frutto quindi di razionalità ed esperienza. In prospettiva economica: come tutte le cose umane.
Passiamo ora al numero dei giorni dell’anno, di cui posso dirmi più sicuro. O no? Sono 365; 366 ogni 4 anni. I cosiddetti anni bisestili. E so anche che il numero dei giorni dipende dalla lunghezza dell’orbita che la terra percorre ruotando intorno al sole; e dalla durata (cioè quante volte essa ruota su se stessa per percorrerla. Tutto è relativo!). La terra per percorre la sua orbita intorno al sole, poiché gira anche su se stessa con un asse inclinato rispetto alla direzione dei raggi solari, impiega 365 giorni – 365 giri su se stessa – . Quindi, 365 alternanze di buio e di luce.
Ma dopo 365 giri che la terra fa a guisa di trottola inclinata, non si completa – del tutto – la sua corsa intorno al sole. Infatti rimane ancora un pezzettino da percorrere per arrivare alla posizione di partenza (un po’ meno di sei ore). Fino al tempo di Cesare nessuno ci faceva caso; però alla distanza le stagioni si spostavano. Gli antichi allora con decreti dei sacerdoti preposti a questo compito, ogni tanto inserivano nell’anno dei mesi intercalari, aggiunti in maniera estemporanea. Evidentemente ogni popolo prendeva i suoi provvedimenti autonomamente, così com’erano autonomi e indipendenti i criteri della misurazione del tempo. Che, certamente, non potevano coincidere.
La riforma di Giulio Cesare – che, data l’estensione dell’imperium Romanorum, coinvolse una vasta area del mondo conosciuto – stabilì che ogni quattro anni nel mese di febbraio, dopo il 24° giorno (che si chiamava “sextus ante Kalendas martias”, cioè: sesto giorno prima del 1° marzo, o sestultimo di febbraio) si inserisse un giorno in più (il bis-sextus, il sestultimo per la seconda volta). Infatti dopo quattro orbite intere che la terra compie intorno al sole, la somma dei (quattro) pezzettini – un po’ meno di sei ore – corrisponde quasi alla durata di una giornata. E poiché il 24 febbraio, secondo il modo dei Romani di chiamare i giorni, era detto “sesto giorno” [diem sextum] prima delle Calende di marzo, il secondo “diem sextun” fu detto “bis sextum”. Da ciò l’aggettivo bisestile che andò a denominare l’anno che conteneva questo giorno aggiunto. Oggi che chiamiamo i giorni diversamente, negli anni bisestili invece di ripetere il 24 febbraio, aggiungiamo il 29.
Con il provvedimento di Cesare, però, si andava oltre il compimento dell’orbita solare, anche se solo di un poco. Restava comunque un inconveniente. Alla distanza sarebbe stato necessario sottrarre quanche giorno, per mettere l’anno alla pari e far coincidere le stagioni. A correggere questa sfasatura intervenne la riforma del Papa Gregorio XIII. Si decise così che in occasione di determinati anni bisestili non si aggiungesse la giornata in più. E per recuperare tutta la eccedenza accumulatasi negli anni già trascorsi, da Cesare a Gregorio, fu necessario allora eliminare dal calendario 11 giorni. Così quell’anno, 1582, anno della riforma del calendario, dopo il 4 ottobre si passò direttamente al 15 ottobre. Gradualmente la riforma fu accettata in tutta Europa.
Ma prima di quella di Cesare, stando agli storici, c’era stata la riforma di Numa Pompilio, il secondo re di Roma. Sembrerebbe confinata nel mondo della leggenda. Ma a riscattarla dall’alone di leggenda e ad avvalorarla di un fondamento di storicità intervengono da una parte il nome stesso di Numa, dall’altra quello dei mesi dell’anno, portando elementi a sostegno della sua credibilità storica.
Mentre Romolo è l’eroe “eponimo”, cioè che avrebbe dato il nome alla città, Numa rappresenta “il legislatore”, colui che ha dato le istituzioni civili alla città. Questo periodo storico – che certamente c’è stato ma di cui ignoriamo la durata – è riassunto nel nome stesso del re che la tradizione ci ha consegnato come organizzatore dello Stato e creatore delle leggi. Il vocabolo νόμος [nòmos] è proprio “legge”. Inoltre il fatto che alcuni mesi si chiamino ancora “settembre”, “ottobre”, “novembre” e “dicembre” è segno evidente che all’origine i mesi venivano indicati con un aggettivo numerale e che il loro numero non superava il dieci. Perciò se in epoca storica se ne contano dodici, è evidente che qualcuno ci ha messo mano. La storia ci fa il nome di Numa. Se poi la determinazione del numero dei mesi in dodici sia già opera di Numa, oppure l’aver fissato a dieci il numero dei mesi fosse la base per un’ulteriore riforma operata da altri, diventa secondario per la nostra indagine.
Ciò che conta è che già a quei tempi si cercava di provvedere ad eliminare il precedente disordine (o ciò che si riteneva tale).
Anche gli storici antichi non sempre si mostrano di unanime parere.
Resta il fatto che i legislatori hanno sempre cercato di far coincidere l’anno sociale ed economico che dava ordine alla vita degli uomini, con l’anno astronomico che naturalmente dà ordine ai ritmi della terra.
Proprio per ovviare agli inconvenienti derivanti da queste sfasature quando esse divenivano palesi, presso gli antichi le motivazioni di carattere politico e sociale si trasformavano in provvedimenti di carattere religioso. Così attraverso periodici rituali venivano inserite le giornate mancanti (mesi intercalari). Tuttavia, poiché tutto avveniva in maniera empirica (ed estemporanea) restava pur sempre il margine di incertezza che alla distanza riproponeva lo squilibrio. Gli astronomi e i matematici lo sapevano; ma forse anche i contadini se ne accorgevano. Da questa consapevolezza nacque la riforma di Giulio Cesare. In onore del quale quello che già era stato il quinto mese, e che si chiamava quintilis, da allora prese il nom di Iulius. [Aggiungiamo qui che anche il mese sestilis in seguito cambiò nome, e divenne Augustus in omaggio ad Ottaviano Augusto.]
Seguendo il ciclo del sole, ci siamo dimenticati della luna. Anche la luna in rapporto alla terra (cioè, rispetto alle modificazioni periodiche che apporta alla terra o che si possono notare dalla terra) era un mezzo per misurare lo scorrere del tempo. Anzi, a parte l’alternarsi di notte e giorno, era quello che più degli altri accompagnava la vita degli uomini nel computo delle giornate. Sul ciclo della luna (circa 28 gg.) si calcolò il mese. La radice indeuropea *men indica la “luna”, e il derivato “mensis” (mese) è l’aggettivo per dire “lunare” [ciclo o percorso]. E molto probabilmente proprio sulla base del ciclo lunare si stabilì la settimana, che richiama le fasi della luna. Da mensis viene anche il nome del ciclo della fecondità femminile della specie umana.
Non va trascurato tuttavia il fatto che ogni popolo avesse il suo sistema di calcolo e il suo particolare calendario.
Noi intanto ritorniamo alle parole, dicendo che calendario deriva dal nome Kalendae, con cui i Romani chiamavano il primo giorno del mese, e le cerimonie religiose che vi si praticavano. In effetti venivano proclamate (kalère = chiamare) le due feste del mese che erano la base per il conteggio dei giorni: le Idi, a metà mese, e le None, nove giorni prima. Ma forse c’erano altri “richiami”, come scadenze, rinnovo di contratti, o far memoria dei tempi dell’attività agricola. Comunque il tutto serviva a dare ufficialità all’avvio del nuovo mese, onde evitare che si creasse qualche confusione nel popolo.
Kalendae – lo dico per chi ha dimestichezza col latino – è un gerundivo e significa: [le feste] “che devono essere proclamate”.
Quanto al nome dei mesi abbiamo già detto che esso è un aggettivo: all’origine un numerale. E, quasi sempre, era accompagnato dal sostantivo “mensis”. Quelli che oggi non sono indicati col numerale hanno preso, nel tempo, il loro nome da feste, divinità, o personaggi storici.
Ianuarius da Ianus (il dio Giano) o da ianua (porta).
Februarius da februa (purificazione).
Martius da Mars (il dio Marte). Aprilis da aperio (aprire: aperto, soleggiato). Maius da Maia (la dea Maia). Iunius da Iuno (la dea Giunone); Iulius (da Giulio Cesare); Augustus (da Cesare Ottaviano Augusto); September; October; November; December, restano il ricordo di quando l’anno contava dieci mesi.