John Acton mostra i nascenti cantieri di Castellammare

Il ministro Acton e la sua politica

Il ministro Acton e la sua politica

di Giuseppe Zingone

John Acton mostra i nascenti cantieri di Castellammare

John Acton mostra i nascenti cantieri di Castellammare

Tra i libri di storico interesse e di epoca più vicina alla nostra, risulta autorevole il libro del Generale Pietro Colletta con la sua Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825, ripubblicato anche in diverse edizioni.

Già in un altro articolo parlando proprio di John Acton, come colui che contribuì maggiormente alla crescita della cantieristica stabiese e alla difesa della Città,1Pietro Colletta ne abbozzava una sintetica descrizione: Nato inglese, al servizio della Toscana “ornato di fresca gloria nell’impresa di Algeri, con fama di esperto in arti marinaresche e guerriere, imprendente, operoso.2

Le sue doti politiche, la predilezione, in suo favore, della regina Maria Carolina D’Asburgo Lorena, ben presto lo inseriscono in quel contesto borbonico di grandi cambiamenti dove le aspettative del popolo sono messe alla prova e dove cominciano a risuonare nel cuore dei napoletani quelle idee di libertà che termineranno con la terribile soppressione della Repubblica napoletana del 1799.

Uomo politico dicevamo, una politica non diversa da oggi, fatta di giochi di potere e di poltrone, dove l’interesse (il Bene) del popolo soggiace sempre alle necessità di coloro che governano. Acton in questo documento si presenta in privato al re ed alla regina, dopo aver raccolto i documenti necessari per mettere in cattiva luce il suo antagonista al potere, il reggente della Vicaria cavalier Luigi de’ Medici di Ottajano.3Il testo di per sé non è molto diverso da quelle parole che ancor oggi si ascoltano in televisione, ma risulta necessario per comprendere questo personaggio, la sua acutezza, la sua spregiudicatezza per giungere al potere cosi come racconta Pietro Colletta: “era nelle opinioni e nel fatto ministro primo e solo, potente quanto re; ma più venerato e temuto del re Ferdinando, che spensierato imbestiava nei grossi diletti della vita“.4

Corrono tempi tristi e difficili, spesso la fedeltà confusa con la « fellonia, il vero col falso; se non credi alle accuse, pericola lo stato, e se le credi, adombri la quiete de principi, e forse offendi l’onestà e la giustizia. Perciò ne casi leggeri, io, con l’autorità che le Maestà Loro mi hanno concessa, opero e taccio; se non che delle asprezze fo me autore, delle blandizie, il principe. Ma ne’ casi gravissimi, dove non basta l’autorità di ministro, mi vien meno l’animo di operare o di tacere: gran tempo ho taciuto grave affare5(mostrò le carte); oggi più lungo silenzio mi farebbe colpevole. Annibale Giordano, reo di maestà tra i primi, con foglio firmato del suo nome, animosamente accusò di complicità nella congiura il reggente della Vicaria cavalier de Medici. – (Parve maraviglia in viso del re, indignazione alla regina; ed egli come a que’ segni non avvertisse, proseguiva.) La enormità del delitto scemava fede all’accusa; giovine alzato a primi gradi dello stato, avendo in prospetto gradi maggiori, nobile per famiglia, piacente a’ sovrani, venerato da ministri (e da uno di essi anche amato), come credere che arrischiasse tanti benefizi presenti per sognate speranze di avvenire? Tenni l’accusa malvagia, e di nemico. Ma dalle regole di pubblica sicurezza sapientemente da Vostra Maestà ordinate non isfuggendo verità che assicuri o che incolpì, si palesarono altri fatti ed altre pruove contro il reggente; egli assistè al club dei giacobini radunati a Posilipo sotto specie di cena, per congiura; egli conferi con La Touche; per lui fallò l’arresto de’ giacobini che andavano al vascello francese; del quale mancamento io mi avvidi, ma lo credetti mala ventura o mal consiglio, non già proposito e delitto. Altre colpe di lui stanno registrate in quei fogli; e ve ne ha tali per fino malediche a’ suoi principi. Molti nobili (egli stesso n’è cagione col consiglio e con l’esempio) sono tra’ congiurati; i Colonna, i Caracciolo, i Pignatelli e Serra e Caraffa, ed altri nomi chiari per natali, titoli e ricchezze; i giovani bensì, non i capi delle famiglie, ma di giovani si riempiono le congiure; e poscia i maggiori, per naturale affetto di sangue difendendo i figliuoli, aiutano l’impresa. Sono queste le cose che io doveva rassegnare alle Loro Maestà; elle, decidendo, ricordino che incontro a tristi e ingrati vi ha l’obbedienza dell’esercito, la fedeltà del popolo, la vita di molti.
E tacque. La regina non osava parlare prima del re, ma questi disse al ministro: E dopo ciò, che proponete? E quegli: So che è debito di ministro esponendo i mali proporre i rimedii; ma lungo riflettere non mi è bastato a sciorre (sciogliere ndr.) i dubbi che si affollano in mente, ed ho sperato dalle Loro Maestà comando e consiglio. Non vi ha che due modi, pericolosi entrambo, la clemenza o il rigore; pochi mesi addietro erano congiurati uomini mezzani, oggi lo sono i primi dello stato; dove giugnerà la foga se spavento non l’arresti? ma quai nemici e quanto potenti non affronterebbe il rigore? Egli è vero che i tempi sono mutati, ma vive ancora la memoria e la superbia delle guerre baronali, e si citano i danni e i cimenti de’ re aragonesi; egli è ancor vero che la baronia di oggidì non è guerriera, ma l’ajuta passione di libertà, che pur troppo è ne’ popoli. Fra le quali dubbiezze mi venne pensiero utile, non6giusto; ed alle Maestà Vostre lo confido. Ambizione muove il cavalier de’ Medici, il giovine impaziente non può soffrire la incertezza ed il tedio dell’aspettare, se Vostra Maestà lo innalzasse a ministro cesserebbero le voglie ree di mutar lo stato, ed egli spegnerebbe in un giorno le trame, note a lui, della congiura. E non anco finiva il bugiardo discorso, se la regina, rompendolo, non diceva: Ludibrio della corona! siamo a tale ridotti che dobbiamo dar premii a’ congiurati! E chi d’oggi innanzi non congiurerà contro il trono, se avrà mercede, quando fortunato, dalla impresa; e quando scoperto, da noi? Sire (volgendosi al re), è diverso il mio voto. Il cavalier Medici, comunque abbia i natali e l’autorità, i nobili, d’ogni nome, di qualunque ricchezza, corrano le sorti comuni, e un tribunale di stato li condanni. Un alto esempio val mille oscuri. E allora il re sciolse la secreta conferenza, prescrivendo che al domani l’altro i ministri dello stato, il general Pignatelli, capo delle armi, il cardinale Fabrizio Ruffo, il duca di Gravina e il principe di Migliano si adunassero a suo consiglio nella reggia di Caserta.
Al dì seguente disse la regina saper ancor ella le trame rivelate dal ministro, ed averle nascoste al re per non turbarne il riposo, ed aspettare la maturità delle pruove: vanto e menzogna. Furono quelle trame ordite dall’Acton a rovina del Medici, e tenute secretissime per impedire che se ne scolpasse.
Ella millantava di saperle, perchè fin anco i re, quando s’intrighino tra maneggi di polizia, ne prendono il peggior difetto, la vanagloria. Ma lo scaltro inglese, giovandosi della menzogna, disse in privato alla maggior parte de’ consiglieri eletti, che la regina avea scoperto nuove congiure; che un discorso di lui del giorno innanzi era stato da principi male accolto per la proposta clemenza; che era dunque il rigore necessità; tacque i nomi, e pregato il secreto, n’ebbe promessa; e della confidenza rendimento di grazie. Raccolta in Caserta la congrega, il re dicendo voler consiglio sopra materia gravissima, chiuse il breve discorso. Dimenticate i privati affetti, o di classe, o di parentado: un solo sentimento vi guidi, la sicurezza della mia corona. Il generale Acton esporrà i fatti. Gli espose con discorso studiato ed ingannevole; e poscia il re, permettendo il parlare, dimandò i voti. Non alcuno fra tanti dissentì, e solamente aggiunsero accuse alle accuse del ministro; malvagi o timidi, per meritata sorte delle tirannidi, mancar di schietto consiglio nei bisogni maggiori. Fermarono, porre sotto giudizio il cavalier de’ Medici e quanti altri, nobili o no, fossero colpevoli.7

Sciolsero la giunta dunque e ne formarono una nuova, per condannare il cavalier de’ Medici, il quale andò dal re e non ebbe risposta, ma il giorno successivo lo depose dai suoi compiti e lo rinchiuse nella fortezza di Gaeta, alle prigioni finivano inoltre un Colonna, figlio del principe di Stigliano, il duca di Canzano, il conte di Ruvo, un Sera di Cassano, e i Caracciolo, i Riari ed altri nomi chiari per le grandezze degli avi e per le presenti.8

Articolo terminato il 06/Settembre/2019


Note

  1. Vedi: Puzzano e l’isola di Revigliano.
  2.  Pietro CollettaStoria del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825,  Le Monnier 1846, vol I, pag. 122.
  3.  Luigi de’ Medici di Ottajano nato a Napoli il 21 aprile 1759, morto a Madrid, 25 gennaio 1830, è stato un giurista e politico italiano, presidente del Consiglio dei ministri del Regno delle Due Sicilie.
  4.  Pietro CollettaStoria del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Le Monnier 1846, vol I, pag. 125.
  5. Pietro CollettaStoria del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Milano 1861, Tomo I, pag. 163, anno 1795 libro terzo.
  6. Pietro CollettaStoria del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Milano 1861, Tomo I, pag. 164, anno 1795 libro terzo.
  7.  Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Milano 1861, Tomo I, pag. 165, anno 1795 libro terzo.
  8.  Pietro CollettaStoria del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Milano 1861, Tomo I, pag. 166, anno 1795 libro terzo.

About 

Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *