Febbraio, un anno a Castellammare

Febbraio, un anno a Castellammare

di Giuseppe Zingone

Febbraio, un anno a Castellammare

Ladispoli, lì 1 febbraio 2011

Febbraio, un anno a Castellammare

Febbraio, un anno a Castellammare

Febbraio, breve com’è, nella mia terra, soccorre le famiglie operaie, monoreddito, ma soprattutto gli ultimi. Lo puoi godere in Villa Comunale e se la giornata è assolata, puoi tirarti sino al naso il tuo scampolo di sole protetto, come uno scialle, tra le affannose chiacchiere di pensionati smarriti tra politica e calcio. Odio entrambi il primo perché si arroga il diritto di mentire per legge e non mantenere gli impegni presi con gli elettori ma solo quelli degli eletti, l’altro perché distoglie dalle reali preoccupazioni della nostra già troppo precaria esistenza. Febbraio ho nostalgia del nostro incontro con Antonio! Una breve chiacchierata tra due amici, un tempo giovani nel Centro Antico, prima che lo scorrere del tempo solcasse il nostro volto come aratri. Questo non più scugnizzo mi è piombato davanti, la sua pelle un tempo candida e chiara tanto che avresti potuto vedervi circolare al di sotto il sangue ed essere certo del percorso delle vene, ora è divenuta forzatamente bruna grazie ad innaturali lampade abbronzanti che anticipano il più genuino lavoro del sole; ha sulla testa un cappellino aderente sistemato di sbieco e ad ogni suo passo sembra che stia per accasciarsi a terra, molleggia, buon Dio come molleggia. Mi parla, raccontandomi che lui oggi non nuoce a nessuno, non fa del male agli altri, ma un lavoro non lo trova. Mi sono perso nel tuo volto, inconsolabile e rivedo tua madre giovane chioccia, circondata da te e i tuoi fratellini, il vostro pallore rispecchia il suo affanno è consumata come un cerino cerca dignità, ha solo trent’anni, ma una sofferenza esteriore che copre due esistenze. Quante volte ha chiesto aiuto, solidarietà, per i suoi figli, alla Chiesa al Comune? Mille espedienti per chi come Lei non ha trovato altro che amori senza fissa dimora e senza conseguire un uomo che l’elevasse a santa sugli altari. Ogni anno è trascorso con fatica, solo Febbraio a restituire vigore e dignità, ma è poco, troppo poco… Caro Antonio era Febbraio quando insieme ad una amica bussammo alla tua porta, ci accogliesti nell’alloggio in cui vivevi, con un coltello tra le mani, lasciato a guardia dei tuoi fratelli, chiamato anche tu a crescere in fretta, a scoprire i segreti dei vicoli, la cattiveria degli adulti, le cicatrici delle sassaiole in testa e gli irreparabili danni delle mascalzonate. Oggi c’è davanti a me un sopravvissuto di Febbraio, diventato uomo ha scelto di stare dal lato onesto della strada, troppi i coetanei alle prese con la Giustizia, troppo dolore conosci perché ti stia ficcato tutto dentro ed io te lo leggo nel viso. I suoi bisogni oggi li grida al Cielo: –A chi può rivolgersi chi non ha più terra da camminare e cielo da vedere?-. Pretende la possibilità di ricominciare daccapo, ha già giocato e perso i suoi anni migliori, attende un futuro ignoto fatto di ansie e disagi. Ci salutiamo, recupera vorticosamente il suo passo in via Bonito, un passo goffo, simpatico, morbido ed elastico, la distanza riempie di vuoto i nostri spazi, Antonio mi ha donato un tuffo umido di ricordi al cuore e un groppo in gola, lui che è riuscito a sopravvivere al dirupo del proprio destino, urla al buon Dio: “Che sia sempre Febbraio!”. Il tempo cambia, ficco la testa nelle spalle mi sorprende una nuvola rosa, spero foriera di buone notizie.  

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

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