Pacichelli, Castellammare 1701, collezione Gaetano Fontana

Castellammare di Stabia nelle Memorie di Giovan Battista Pacichelli

Castellammare di Stabia nelle Memorie di Giovan Battista Pacichelli

di Salvatore Gallo

Giovan Battista Pacichelli, 1703

Giovan Battista Pacichelli, 1703

Il nome di Giovan Battista Pacichelli (Roma, 1641-1695) è perlopiù associato alla città di Castellammare per mezzo della sua opera più celebre: “Il regno di Napoli in Prospettiva diviso in dodeci provincie”, pubblicata a cura del Muzio e del Parrino nel 1703 dopo la morte dell’autore avvenuta nel 1695, contenente la nota veduta a volo d’uccello della città dal mare con indicazione del suo perimetro murario, delle porte urbiche e delle principali emergenze architettoniche costituite da edifici sacri, giardini ed insulae conventuali. L’opera, nelle intenzioni dell’autore e dei curatori, doveva infatti offrire una rappresentazione corografica del regno attraverso i suoi principali nuclei urbani, tra cui la città di Castellammare, per ciascuno dei quali il testo riporta le note vedute prospettiche incise dallo spagnolo Cassiano de Silva accompagnate da una concisa descrizione dei luoghi trattati. Per comporre la parte letteraria del testo venne sintetizzato ed opportunamente rielaborato il vastissimo materiale fatto d’informazioni geografiche, archivistiche, storiche ed ecclesiastiche, pazientemente accumulato dal Pacichelli durante gl’innumerevoli viaggi compiuti dapprima in Europa in veste d’esponente della nunziatura e successivamente nel meridione d’Italia come incaricato dal duca di Parma di sovrintendere alla giurisdizione d’importanti università del regno quali Altamura e la stessa Castellammare di Stabia, infeudate alla casa Farnese. Tale materiale era già abbondantemente confluito nelle pubblicazioni precedenti dell’abate come le Memorie de’ viaggi per l’Europa christiana in quattro volumi, del 1685, le Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa cristiana in due volumi, del 1691, e le Lettere Familiari, istoriche, erudite del 1695, che, necessariamente più estese rispetto all’opera di sintesi del 1703, per il loro carattere memorialistico e meno accademico, restituiscono la figura probabilmente più autentica dello scrittore, personaggio erudito e al tempo stesso straordinariamente curioso, osservatore insaziabile degli aspetti più vari legati agli usi ed alle tradizioni locali, spesso minuti e singolari ma in grado evidentemente di catturare il suo interesse, sedimentandosi nelle sue reminiscenze. Egli stesso nelle sue memorie ebbe a dire di sé: Mi piace insomma veder tutto, apprender in qualsisia parte, e ridurl’all’uso della Vita Civile; né si preoccupa di discorrere in un tempo d’argomenti alti e di aspetti vaghi: Di ciò che osservo nelle mie uscite, e di fuori, non son io già scarso ne’ ragguagli, i quali, ò vacui, ò colmi di materie singolari, godo che partecipin sempre gli amici, il molto, e il nulla di esse.

Nelle fitte corrispondenze intrattenute in virtù del suo incarico con vari soggetti istituzionali, in primis col duca di Parma, quindi con governatori ed amministratori locali, con prelati, con procuratori, ecc., il nome della città di Castellammare punteggia con frequenza il suo epistolario. Il suo ruolo di sovrintendente della città lo poneva anzitutto nella facoltà particolarmente ambita di decretare, avallandole, le principali cariche civili cittadine: quel di Parma, per(ci)ò sempre ha sostenuto grado qualificato, ed estimatione particolare, per la Sovrintendenza al Principato di Altamura, e alla Baronia di Castell’à Mare di Stabbia (sic), e di altri luoghi, con la facoltà di spedir patenti, destinando in quelle Governatori pro interim, Erari, Giudici (Memorie, Tomo I, parte quarta, pag. 138). Eppure, almeno in un’occasione, nel dicembre del 1686, avendo terminato il governo di Castellammare l’anno precedente, il Pacichelli dichiara apertamente al duca suo signore di ambire al governo vacante dell’altra sua città d’Altamura. Ad ogni modo, come agente di casa Farnese, in Castellammare non esita a caldeggiare nomine e a distribuire cariche coi propri uffici. Nel maggio del 1681, essendo prossimo il rinnovo della carica di governatore della città, segnala al Serenissimo duca di Parma che l’ambirebbe il dottor Gioseppe Cittadini [..] delle qualità buone del quale io ragguagliai sin di Decembre; è egli versato nelle Leggi, pratico delle cariche Regie, caro a’Ministri, e (quel che rilieva di più) venendo à dirittura con la caparra sola del merito, non affetta i Magistrati con la venalità de’suffragi (Memorie Novelle, I Vol., pag. 167). Nel mese di luglio del 1684 procura l’acquisto (che si può chiamar doppio) del governo riguardevole di Castell’à mare in persona del sig. D. Francesco Pepi (Ibidem, pag. 138). Nel febbraio del 1688 informa invece il vicerè, conte di Santo Stefano, d’aver ordinato la carcerazione nientemeno che del governatore della città, dottor Zottariello, a causa della sua eccessiva condotta: mentre compisco la visita della città di Castell’à mare di Stabbia, mi son sentito sorpreso in modo, con più di ottanta supplichevoli Querele de’ Vassalli provate, contro la vergognosa Ingordigia del Capitano ò Governatore, applicata a spremer vilmente le loro Borse per ogni via, che dubitando al mio comparire non si poness’egli in salvo con la fuga, hò giudicato à proposito farlo subito assicurar nelle carceri di questa Serenissima Curia. Qui egli si custodisce di cenno mio (Memorie Novelle, I Vol., pag. 119). Quanto difficile fosse il suo rapporto coi governatori cittadini ricorda in un’epistola del 1693 inviata da Scanzano casale di Castell’à Mare: Delle lor macchie non poche, nè agevoli à purgarsi, havrei materia vasta di scrivere. Soltanto per uno di essi ha parole di stima: lamentandosi infatti col Marchese Boscoli, Consigliere del duca di Parma, dell’infedeltà dei governatori che s’insinuano (intrudonsi) per così dire, in queste corti serenissime, potrei giurare, dice l’abate, di non haverne fin hora scoverto sincero, che il già Capitan Salvator d’Amico, governatore di Castellammare (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 48). E molto ebbe a dolersi della morte di questi allorché da Roma, nel dicembre 1692, scrive all’erario della città, Bartolomeo Vaccaro, che il Capitan Salvatore d’Amico, mentre à pena ricevutone il possesso gli è stato rapito dal furor della Morte, chiedendogli d’esercitare in sua vece la Lungotenenza (Lettere Familiari, Tomo II, pag.10). Nel gennaio del 1690, raccomanda ancora al duca il signor Francesco Cameo per la carica di governatore della città (Memorie Novelle, I vol., pag. 203) mentre nel maggio del 1691 loda le qualità dell’erario di Castellammare Paolo Correa Boccuto il quale dice -, ha dato lunghe prove di Puntualità, e di Fede (Lettere Familiari, Tomo I, pag.163). Ma nel settembre del 1694 è ancora costretto a rimproverare la condotta del governatore di Castellammare, Nicola Politi, per taluni suoi arbitrii (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 332).

Giacinto Gigante (Napoli 1806 - 1876), veduta del castello di Castellammare, 26 giugno 1823.

Giacinto Gigante (Napoli 1806 – 1876), veduta del castello di Castellammare, 26 giugno 1823.

Oltre che di cariche civili il suo ufficio lo induce ad occuparsi anche di cariche ecclesiastiche: nel gennaio del 1682 riceve da Roma la lettera di ringraziamento e d’ossequio rivolta al duca di Parma da monsignor Francesco Mendieta per il favore dimostrato nella propria nomina all’Obispado de Castelamar cui l’abate risponde assicurandolo della volontà magnanima del mio Sereniss. Signore, e indizio anticipato che da me si considererà sempre il valor suo (Memorie Novelle, I Vol., pag. 338). Il 2 marzo 1684 scrive d’aver procurato coi propri uffici, l’anno precedente, al padre Vitelli domenicano, la prioria del convento di Castell’à Mare (convento di Santa Croce) il quale poi volle esprimergli riconoscenza donandogli alcuni polli consegnati ad un prete di Scanzano il quale però si presentò all’abate con un bel nulla avendo a suo profitto smaltito il regalo, che soggiunge l’abate solo più tardi ed à caso scoversi. (Memorie Novelle, I Vol., pag. 271). Nel settembre dell’anno 1690 scrive dapprima all’erario di Castellammare, Bartolomeo Vaccaro, perché procuri una licenza d’armi ad Antonio di Simone per la custodia, ne’ legnami e ne’ pascoli, di codeste montagne e selve, quindi al padre agostiniano Domenico Calì, reggente del collegio di San Giovanni a Carbonara in Napoli, rallegrandosi dell’ottenimento da parte di questi, mercè i suoi uffici, del “pulpito” di Castellammare (che altrove ricorda esser concesso ad apprezzati predicatori per il prezzo di ben cento ducati): trasfonde in me gran piacere, che si dovrà accrescere ancora quando con questo novello titolo da lei si salirà il Pulpito che le procurai di Castell’à Mare: ove per la prossima Quadragesima, da codesto Reame di Sicilia, e dalla sua patria l’attendon con impatienza que’ Gentilhuomini, e il Prelato stesso che dà luogo al concetto comune (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 100). Nell’ottobre del 1693 annuncia al padre Giovanni Tutii, predicatore della Compagnia del Gesù dell’Aquila, l’ottenimento del tanto ambito pulpito di Castellammare per la Quadragesima del 1697; io l’ho fatta con i più caldi offici a’ Signori del Governo, preferir ne glì’impulsi giuntimi da Cardinali, e Principi, à prò di altri Dicitori di credito (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 286). Interviene quindi in svariati casi di giustizia rettificando le sentenze comminate a livello locale, dimostrando spesso clemenza nei casi che riguardavano i più indigenti: Non mi vale la Soprintendenza delle Città di Altamura, e Castell’à Mare, che all’Esercitio della Pietà co’ più Infelici Vassalli. Un Vicino assai esperto m’insegna che, quì si apra la mano à porgere, per paura, non per amore. Nel marzo del 1687 scrive al governatore di Castellammare, Francesco Antonio Zottariello, perché disponga la scarcerazione d’un povero, tal Nicola Nastoro Molinaro delle monache di S. Michele di Gragnano, ritenuto costì per leggiera cagione di haver usato lo schioppo con pallottine, cacciando nel territorio per una suora inferma (Memorie Novelle, I Vol., pag. 196). Nel marzo del 1689 fa trattenere nel carcere un bestemmiatore rivendicando la giurisdizione del caso contro le pretensioni del vescovo stabiese Annibale di Pietro Paolo (Memorie Novelle, I Vol., pag. 261). Nell’agosto del 1690 scrive al governatore della Città, Salvatore d’Amico, intorno ad uno spiacevole episodio accaduto in Castellammare dove un prete, massimamente graduito, per lo vagar costì sù la meza notte spogliato ed armato, rispondendo con lo schioppo alle Guardie, è rimasto casualmente ucciso [..] Son questi –aggiunge- gli effetti de’Giorni Canicolari, ove incontrerà spesso materia da esercitarsi il zelo di V.S. (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 99). Nel maggio del 1691, per intercessione del padre lettore Gioseppe Maria Iacobelli de’ Predicatori, concede la grazia ad un omicida (Lettere Familiari, Tomo I, pag.16). Nell’ottobre del 1691 interviene ancora in un caso di giustizia che coinvolgeva dei popolani e scrivendo al P. Saverio Confalone, rettore del Collegio del Gesù di Castellammare, ordina la scarcerazione di tre poveri agricoltori, i fratelli Cuomo inquisiti di materia leggera, rei di ruberie ai danni del collegio, talché con l’opera, e diligenza di essi potrà meglio proceder nelle vendemmie, ch’io desidero prospere per codesto Collegio, governato con laude singolare, dimostrando in tal modo serenità di giudizio per una caso che interessava la Compagnia dalla quale, dice il nostro, ho succhiato il primo latte delle Scienze, e appresi gli ammaestramenti più sicuri della pietà (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 204). Ma prima che giungesse ai rei notizia della grazia, i Giardinieri di codesto Collegio avevan già messo in atto la fuga dalle carceri radendo i ferri e occultandone con la cera il delitto, sicché per essi non poteva più ripetersi l’indulgenza. Per condiscendere alle intercessioni del frate Giovan Antonio Ricci de’ Conventuali e del Sig. D. Alonso de Andrade de la Vega Cavaliere e membro della segreteria del Vicerè, persone con lui in confidenza, nell’aprile del 1692 il Pacichelli scrive all’erario Bartolomeo Vaccaro perché procrastini le scadenze al debitore Millo di Monaco Padron di feluca, povero fuggitivo con la moglie, e cinque figliuole, per aver disperso nelle parti di Calabria il valsente di ventinove ducati di cipolle, in danno particolare delle monache di S. Bartolomeo di costì (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 268). Nel marzo del 1693 si congratula con D. Gioseppe Bartolino, Giudice di Vicaria, per aver spedita in Castell’à Mare una squadra per la carcerazione di un giovane, molto ardito, e affidato all’immaginario salvacondotto di Gentilhuomo, quasi francasse dal peso del Vassallaggio. L’ Ordine, che io giorni sono procacciai all’Udienza del Sig. Vice Rè porta la custodia di un’altro (sic) della stessa farina, che basterà forsi per esempio comune (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 302). Nell’estate del 1694 risiede poi stabilmente in Castellammare dove l’amenità e la quiete stagionale gli consentono di effondersi nei suoi prediletti scritti epistolari: il giorno 4 indirizza una lettera al padre Carlo Pex, Generale dei Chierici Minori in Roma, nella quale illustra la biografia di due padri benedettini, padre Iacopo de Graffiis abate, originario di Capua, e padre Iacopo Commesso di Hercolano, appartenenti al glorioso ed antico Monistero di S. Severino di Napoli il cui solo Abate già uscendo à cavallo, potea con la presenza conciliare i civili, e’ popolari tumulti (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 333 e seg.). Il giorno 8 del medesimo mese, sempre da Castellammare, scrive invece a Monsignor Ciampini in Roma discettando delle Eruttioni lontane, e vicine, del Vesuvio, soffermandosi in particolare su quella terribile del 1631 allorché un tetro torrente sboccatone (dal monte), alzatosi in alcun luogo à dodeci, e quattordici palmi, si come in Margliano, Cicciano, e Cisterna danneggiò S.Bastiano, ruinò Massa, e Trocchia, scompose Pollena, il Granatiello, Resina, le due Torri, della Nunziata, e del Greco, tutti Casali, e terre non dispregevoli, aggiungendo terrore ad Ottaiano, e a’ luoghi di maggior conseguenza. Aprironsi, e seccaronsi Fonti; dilatossi, e fù ristretto il Mare: andarono à posarsi le Conchiglie, e i Gusci delle Telline su’l monte [..] (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 343 e seg.). Il 18 settembre del 1694 è invece nella capitale e scrive all’abate Francesco Battistini in Roma per informarlo à puntino del Tremuoto di Napoli verificatosi à gli otto corrente, e a trè quarti delle diciassette, lasciato da Sole il Meridiano, con la prima scossa, e con la replica laterale da Borea ad Ostro [..] Il danno fuori, cioè a dire in questa Provincia di Terra di Lavoro, supera le Memorie più dolorose; perciochè la scossa è stata grave, e universale [..] calcolatosi il danno à venti milioni di scudi (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 353 e seg.). Enumera quindi con grande meticolosità i danni avutisi nelle varie località del Regno, tra cui la stessa Castellammare, dove annota, avendoli constatati de visu, danni alla nuova cattedrale, al collegio dei Gesuiti, alla basilica di Pozzano, alla reggia di Quisisana e quasi certamente al castello. Dice infatti: a nostra veduta, Castell’à Mare di Stabia si duole vivamente nel Vescovado, nel Collegio de’ Gesuiti, e convento de’ Minimi, scomposta mostrando anche, la casa del Giardino del Sereniss. Signor Duca di Parma Padrone, hospitio già magnifico del Rè Roberto, e varie Torri eminenti. Nella Terra di Gragnano scontente son le Suore, con le passioni pur troppo animate delle lor mura: e qualche lesione traspira in Angri, e nelle città vicine, di Lettere, e Nocera. [..] Tutte offese, fuor che quaranta appariscono in Vico Equense le case. In un’altra missiva del 26 marzo 1695 indirizzata da Napoli al procuratore generale dei carmelitani in Roma, padre Daniele Scoppa, rammenta invece i danni avutisi nel convento stabiese dei carmelitani sempre a seguito del terremoto dell’8 settembre 1694; sollecita infatti il procuratore à promuover, con l’autorità sua, il sostegno del convento di Castell’à Mare. Poiché, conferitom’in quella Città in occasione del mio ministero, e frequentando la loro Chiesa Carmelitana, l’ho veduta in pochi mesi migliorata di fabrica, e supellettili, con l’opera efficace del P. F. Carlo Longobardo. Mantien’egli l’osservanza, e l’affetto nella Famiglia, diffondendo ancor questo ne’cittadini, in modo che sospira ciascuno la sua ri(con)ferma nel Priorato: quell’appunto che io per verità, stimo util’e necessaria nella contingenza che corre, di risarcir il Chiostro da’ danni del Tremuoto, al che fare la di lui attenzione si è quasi tutto disposta in modo che, dalla sola sua mano par che potrà restar in piè quel Convento (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 303).

Francesco Farnese, figlio di Ranuccio

Francesco Farnese, figlio di Ranuccio

 Il 3 gennaio del 1695, da Castellammare indirizza al Serenissimo Duca di Parma Francesco I una lettera di condoglianze per la morte del padre, il duca Ranuccio II, unendo al cordoglio proprio quello dei Vassalli Fedelissimi di Stabia: Gioseppe di Comparato Sindico; Ottavio d’Avitaja, Eletto Nobile; Alessandro Ponticello, Eletto del Popolo; Agostino Mangrella, Eletto de’ Terzieri (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 363-64). Il 20 aprile del 1695 scrive ancora al duca Francesco I per il congedo chiesto e ottenuto con piacere: io sospirava gli anni addietro di ripatriare in Roma[..] e vive impresso, per altrui grazia, il mio piccol nome nel Collegio Regal de’Teologi, e nella Congregazione de’Cavalieri, luoghi di mia frequenza. Gemono per le stampe le fatighe storiche di questa fievole penna sovra tutto il Regno delineato, e descritto (Lettere Familiari, Tomo II, pag. 389 e seg.). Morirà in Roma nello stesso anno.

Ma troppo duraturo e profondo era stato il legame del Pacichelli con la città perchè questi si limitasse a riportare nelle sue memorie i pur numerosi frammenti sopra evidenziati. Alle Memorie de’ viaggi del 1685 l’abate affidò infatti una ricca ed articolata descrizione di Castellammare e dei suoi casali informata ad una tale vividezza e naturalezza d’immagini che certo venivano all’autore dalla frequentazione diretta dei luoghi e dei personaggi ivi narrati, il tutto reso attraverso uno stile squisitamente familiare, scevro da ogni accademismo, tale da rendere straordinariamente viva la sua periegesi. Detta descrizione, contenente numerose notizie sulla conformazione fisica del territorio, sugli aspetti climatici, etnografici, sui tipi di colture, sull’architettura, sulla storia ecclesiastica cittadina, ecc., costituì la fonte cui attinsero a piene mani nel ‘700 scrittori di storia locale come il Serafino de’ Ruggeri o il vescovo Milante nel suo de Stabiis, nonché altri autori ottocenteschi.

Di Castellammare il Pacichelli dice esser città di quattromila anime sparse in dodici terzieri o casali pieni di popolo, corrispondenti ai nomi degli apostoli, adorna di ricchi giardini e caseggiati conformati secondo l’architettura moderna. Del suo territorio decanta l’ubertosità dei campi, che procucono frutte e uve squisite, l’eccezionale pescosità dei mari da cui si traggono soprattutto il tonno e lo spada, ricordando in un’occasione d’aver persino preso personalmente parte ad una battuta di pesca cacciando “una fieradalle acque, e la squisitezza delle carni, specialmente delle vacche giovani. Altrove ricorda come in alcuni punti del litorale fossero sufficienti poche briciole di pane per ottenere senza reti una pesca abbondante. Della popolazione decanta l’operosità, soprattutto delle donne le quali quotidianamente, in numero di più di settecento, erano aduse trasportare dalle vicine montagne la legna impiegata nella fabbricazione delle botti. Annota fuori dalla porta del Carmine (porta occidentale di Fontana Grande) la presenza dell’acqua solfurea curativa di numerose malattie e rammenta del danno durevole inferto alla città dai francesi spediti con ventidue vascelli da Duca di Ghisa (Guisa). Segnala ancora le vestigia d’epoca classica ubicate verso Gragnano, (probabilmente in località Varano), ove, dice, eran state rinvenuti mosaici, e mura di quadrelli, Medaglie Imperiali, nonché una grande statua di marmo senza testa. Racconta d’una grotta profonda da lui stesso visitata, rischiarata solo in parte e sorretta da eterogenee colonne corinzie ove eran riposte le statue marmoree dei Santi Mauro e Biagio. Discorre della reggia di Quisisana ove il re Roberto sanò dalle proprie infermità, della quale ai suoi tempi eran in uso ancora molte camere, sale e scuderie, quindi del castello della città, cadente ma non dismesso, adorno delle insegne francesi, dotato di fossato, mulini e di un ponte levatoio.

Quanto al clero, annota il carattere regio del vescovado capace di una rendita di 600 ducati e riporta l’antica tradizione dell’investitura per la quale il novello vescovo, giunto nella chiesa di Santa Maria dell’Orto posta fuori dalla porta del Quartuccio, ascendeva a cavallo e, una volta entrato in città, dismetteva le proprie vesti prelatizie per indossare quelle vescovili e così agghindato, su una giumenta condotta dal sindaco, compiva un giro per le strade cittadine che terminava con l’insediamento nella cattedrale. Ricorda altrove come ai gentiluomini cittadini fosse concesso di sostenere le aste del pallio durante la processione del corpus domini e riporta a riguardo l’episodio dell’esclusione dalla cerimonia del cavalier Vincenzo Rospigliosi, nipote del pontefice Clemente IX, presente in Castellammare perché diretto alla spedizione di Candia (1668), il quale, piccato, ebbe poi a dolersene vivamente in Roma. Passa quindi ad enumerare i vari ordini regolari presenti in città dimostrando con talun di essi d’essere in particolare dimestichezza e familiarità. Rammenta il collegio ricco e delitioso dei Gesuiti noto per gli insegnamenti di grammatica, lettere, filosofia e casi (cioè di morale), segnalando la figura del padre Apuzzo Provincial della Compagnia. Narra come i cappuccini, sparsi in luoghi eminenti di vago prospetto (presso il convento di Quisisana) gli mostrarono nella loro chiesa di Santa Maria di Loreto annessa al cenobio il celebre dipinto del pennello del Santafede raffigurante la madonna assisa sulla chiesa sostenuta nel suo viaggio dalla Palestina a Loreto da un folto gruppo di angeli riccioluti. Annota la figura del padre Santo Consiglier Cesareo, adoperato in Ungheria, tra i minori Osservanti di San Francesco (Riformati). Passa quindi a discorrere dei frati Minimi di Pozzano che in vago tempio servavano l’imagine miracolosa della Beata Vergine dipinta in raso bianco, e incollata sovra di un legno, riportando dalla sua cappella ornata di marmi l’epigrafe esplicativa della storia della sacra immagine della Vergine, citata successivamente dal de’ Ruggeri che nel 700 ne annotava già la scomparsa. Vividissima l’immagine delle suore di San Bartolomeo intente a pizzicare tabacco da bizzarri scatoletti o a confezionare gustosi insaccati.

Il testo è quindi disseminato di notizie intorno alla storia ecclesiastica locale: sulla figura del santo protettore Catello, festeggiato il 19 gennaio, per cui, dice, corre il volgar proverbio che apparisca il sole in coppa allo castiello, l’autore rammenta alcuni frammenti di colonne presenti nella cattedrale (che giudica per quella data ancora imperfetta) che si volevano donate al patrono da papa Eugenio II, giunte da loro stesse per mare. Riporta quindi notizia della statua miracolosa dell’Arcangelo S. Michele (che vuole parimenti donata dal pontefice Eugenio II) in forma di putto, col manto, lancia, e un Drago à piedi collocata nel tempietto posto sulla più alta cima del monte Gauro, chiamata volgarmente di Sant’Angelo à trè pizzi e narra del miracolo della manna trasudante dalla suddetta statua cui egli assistette personalmente nell’anno 1683 al tempo del Magnificat nell’ultimo giorno di luglio, avendo ivi soggiornato, insieme ad una gran moltitudine di pellegrini, in baracche armate contro il freddo colà sempre fisso [..] nell’eminenza più agiata della Conocchia, sovra l’Acqua Santa. Sebbene da taluni ritenuto effetto naturale del caldo prodotto dalla folla, i pellegrini, dice l’abate, erano adusi raccogliere la suddetta manna dalla statua ed aggiunge che nella sagrestia del tempietto solo in quei giorni soleva sgorgare una picciola fonte che dipoi seccavasi. Afferma infine: divolgan’i Devoti, che possa ivi esser sepolto lo stesso S. Catello.

Castellammare di Stabia, chiesa di San Francesco a Quisisana: dipinto raffigurante la Madonna di Loreto eseguito da Fabrizio Santafede (Napoli 1555-1626) nell’anno 1583 per l’antica chiesa di Santa Maria di Loreto dei cappuccini (foto tratta da: R. Naldi, La Madonna di Loreto per i Cappuccini di Castellammare di Stabia e il segmento ‘raffaelesco’ di Fabrizio Santafede).

Castellammare di Stabia, chiesa di San Francesco a Quisisana: dipinto raffigurante la Madonna di Loreto eseguito da Fabrizio Santafede (Napoli 1555-1626) nell’anno 1583 per l’antica chiesa di Santa Maria di Loreto dei cappuccini (foto tratta da: R. Naldi, La Madonna di Loreto per i Cappuccini di Castellammare di Stabia e il segmento ‘raffaelesco’ di Fabrizio Santafede).

Intorno alla basilica di Pozzano, il Pacichelli fornisce un’ulteriore importante testimonianza: nel riportare notizia del ritrovamento ad opera del padre Bartolomeo de Rosa del crocifisso di Pozzano di trè palmi senza croce durante l’eruzione del Vesuvio del 1631, fissa la memoria dell’evento alla data più tarda sino ad ora conosciuta (1685) atteso che tutte le informazioni a riguardo non rimontano che al XVIII secolo.

Riteniamo utile, per trarla da un immeritato oblio, riportare di seguito il testo completo della descizione di Castellammare dell’abate che principia dal territorio della vicina Pimonte dove il nostro ebbe modo d’ammirare le reliquie delle spine del redentore stillanti sangue: Accostandomi però à Castell’à Mare, città del Sereniss. Duca di Parma, con titol di Baronia, di largo territorio, non tralasciai di adorare in Pimonte Real terra contigua, in un vaso di argento, con cristalli, coronato di spini, chiuso in fenestra di ferro, due delle S. Spini del Redentore, le quali rotte in una punta del tronco, sgorgando sangue, conforme pur se ne vede il segno, autenticaron la fede fievole di una Baronessa. Si portan’in processione la settimana Santa frà gli huomini armigeri per sicurezza; e non si apre dal Paroco il suo tabernacol nel choro dietro l’altare, che con l’assenso del Vescovo.

Castell’à Mare coll’aggionto di Stabia, città celebre distrutta da Silla fondata con parte delle sue ruine, della quale co’ testi antichi scrive qualche cosa il Peregrino, commentandone i cavoli Columella, viene a distinguersi da Bruca, dal Volturno, e da altre somiglianti denominazioni, ed è distante diciotto miglia da Napoli, à sua veduta. Fù (sic) da me visitata per cenno di S.A. col decreto Serenissimo di fissa Sovrintendenza.

La trovai feconda di Gentilhuomini, col reggimento annuale del Sindico, e degli Eletti, nobil’e popolare, i quali studian di mantenersi, e compariscono anche in questa Metropoli: è piena di case comode, giardini, e palazzi di architettura moderna. Suo cittadino riguardevole fù il P. De Rogatis, che scrisse l’elegante Storia di Spagna abbattuta da’Gothi: son hoggi il P. Apuzzo Provincial della Compagnia, e’l P. F. Santo Consiglier Cesareo, adoperato in Ungheria, frà gli Osservanti di S. Francesco, ed altri. È bagnata dal Mare, che la fornisce di pesce esquisito, massimamento dello Spada, e del Tonno, del quale hà riserve la Ducal Camera, e che le rende opportuno il traffico delle botti, de’ cerchi, e di altro legname delle vaste sue selve. Produce abondanti agrumi, cipolle, che si son vendute anche cinque mila ducati l’anno, ed esquisite frutta, particolarmente le pruna, che si serban per tutto l’anno secche, e si rinverdiscon nell’acqua, e l’uve, dalle quali si spremono vini ottimi, e compongono teste naturali, e artificiali, che nelle maggiori solennità di Natal’e di Pasqua, si collocan sin nella mensa Pontificia. Le carni delle vacche giovani son delicate, e si spaccian senz’ossa, e senza giunta: i sopressati, ò salami si stimano, e si aggiustano dalle Suore. Una parte delle sue vie in pianura, è alquanto lorda, in modo che si usan per quelle universalmente gli zoccoli nel verno. Alimenta quattro mil’anime senza espressa numeratio di fuochi, onde vien’esentata dal peso de’ pagamenti al Real Fisco, dando luogo ad un Collegio ricco, e delitioso de’Padri Giesuiti, dove s’insegnano, Grammatica, Lettere Humane, Filosofia, Casi, e tanti divotissimi Esercitii, ed (h)à gli Osservanti, Domenicani, Carmelitani, Minimi, Spedalieri del B. Gio: di Dio, e Cappuccini, sparsi anche in luoghi eminenti di vago prospetto, particolarmente questi, che nell’altar maggior mi mostrarono una Vergine di Loreto del pennello di Santa Fede: restando al piano i due Chiostri delle Suore, di Santa Croce, e di S. Bartolomeo, le quali per loro salute, usan’in bizzarri scattolini il tabacco. Hà in alto la città dodeci Terzieri, ò Casali pieni di popolo, con vigne, e giardini aggradevoli, dedicati a’ Santi Apostoli, serbati liberi dal sacco, che diedero alla città, con danno durevole i Francesi, spediti con ventidue vascelli à provvedersi di cavalli in Puglia dal Duca di Ghisa. Frà le reliquie di Stabia verso Gragnano, si veggon mosaici, e mura di quadrelli, dove si son cavate Medaglie Imperiali, e una statua di marmo grande senza testa, con una Grotta lunga, in parte luminosa, c’ha molte colonne sottili, e ineguali, di ordin corinto, varie imagini sagre, un’altare (sic) in faccia dedicato alla B.V. altre grotticelle unite, con la statua di S. Mauro di marmo grande, congionta alla picciola di S. Biagio, che dà titolo ad un benefitio sempre vacante per mancanza di rendite, stimando il Volgo, che questi fosse tempio di Proserpina, ed habbia nascosti de’tesori nel contiguo cemeterio, dove i cadaveri son chiusi l’un sovra l’altro, senza segni sagri. Solamente à trè di febrajo vi concorre il popolo alla messa, e alla divotione. Si governa la città, in nome del Signor Duca, e con sua patente, ò da un Dottore, con 180 ducati di stipendio, ò da un’huomo di spada, che ne hà 120, e il resto lascia al Giudice, e quegli è ancor Capitano à Guerra, e tira buoni provecci. Il Vescovado è Regio, frutta 600 ducati, conferito appunto da S. Maestà à Monsignor D. Pompeo di Pietro Paolo, di Tropea. Suol’egli nel primo ingresso, fuori la porta del Quartuccio, alla chiesa di Santa Maria dell’Horto ascendere à cavallo, con le proprie vesti Prelatitie: dentro però della città, in un’altare (sic) à ciò disposto, le cangia nelle Vescovali, e ricavalcando una giumenta con la valdrappa, guidata dal Sindico per le redini, forma un giro per le vie, e và ad impossessarsi.

Statua di San Michele Arcangelo conservata presso la cattedrale stabiese, un tempo posta sull’altare dell’antico tempietto eretto sul Gauro, attuale monte Faito (foto tratta da Liberoricercatore.it).

Statua di San Michele Arcangelo conservata presso la cattedrale stabiese, un tempo posta sull’altare dell’antico tempietto eretto sul Gauro, attuale monte Faito foto Liberoricercatore.it

Qui s’impiegan giornalmente più di 700 donne à trasferir legna dalle montagne, per comodo de gli Artisti delle botti, e cerchia. Nel Giardin di S.A. profittò dell’aria eccellente il Rè Roberto di Napoli, sanandosi dalle sue infermità, con fabricarvi un sontuoso palazzo, del quale sono anche in piedi molte camere, sale, camini, un caracollo, ò scala à chiocciola di 80 gradi, scuderia, e cappella dedicata alla B.V. che vi stà (sic) stipinta con gli Apostoli, e dal prospero effetto chiamossi Qui si sana, e in lingua volgare di Napoli dicesi Cà se sana. Il Castello del medesimo Rè, dall’altro lato con le sue armi Francesi di sette Gigli, e la corona Reale, guarda la città da quattro Torrioni di grosse pietre col ponte levatojo, fossi, molini, ed ogni buon ordine di architettura militare, mà si finisce di dirupare. Di questa città Protettore è S. Catello, festeggiato di Gennajo al 19 nel qual tempo, dopo le caligini del verno prodotte dall’altissima montagna, che chiaman di Cepparica, per altro monte Gauro, in gran parte di S.A. corre il volgar proverbio, che apparisca il sole in coppa allo castiello. Del Santo veggonsi alcuni frammenti di colonne dentro la Catedrale, tuttavia imperfetta, dedicata all’Assuntion della Vergine, ch’è fama gli donasse il Pontefice Eugenio II per quella fabrica, e che con la sua benedittione, senza opera humana, venissero prodigiosamente da loro stesse per mare. Anche ricevuta in dono da lui dicesi, che sia la statua miracolosa di marmo dell’Arcangelo S. Michele, in forma di putto, col manto, lancia, e un Drago à piedi, con le sue mani collocata nella più alta cima del monte Gauro, che scuopre da un lato Ponzo, e Paola in Calabria, e che si chiama volgarmente di Sant’Angelo à trè pizzi, ove in quattro miglia si ascende da Vico, ed è custodita da un’Eremita (sic) in nome del Capitolo. Ella, col concorso à guisa dell’Arcadia, per più giorni de’Forastieri, i quali senza pericolo di mutation di aria, vi fabricano particolarmente nella eminenza più agiata della Conocchia, sovra l’Acqua Santa, dove nel 1683 io pernottai, in baracche armate contro il freddo, sempre colà fisso; nel tempo del Magnificat, de’ vespri dell’ultimo di Luglio vigilia annuale della Dedicatione della picciola chiesa, stilla dal suo corpo manna à guisa di sudore, si come hò veduto, stimata da alcuni effetto naturale del caldo per la folla del popolo, che con bambage si raccoglie. Anche sgorga una picciola fonte nella Sagrestia, la quale passato quel giorno, bentosto si secca, e in molti anni quell’acqua non si putrefà. Divolgan’i Devoti, che possa ivi esser sepolto lo stesso S. Catello, che poco lontano menò vita penitente con Sant’Antonino Protettor di Sorrento. Stima di più Paolo Regio, seguitato dal P. Bolando, e da altri, che allo stesso S. Catello, apparisse ivi l’Angelo privatamente in guisa di fiamma.
Fuori dalla porta del Carmine sorge da’monti un’acqua solfurea, usata contro la scabbia, e bevuta in tempo del contagio, valevole à diverse infermità; e un’acqua ferrigna minerale, che giova à gli occhi. Si ascende di là à venerar fra’ Minimi in vago tempio l’imagine miracolosa della B.V. dipinta in raso bianco, e incollata sovra di un legno, divota, in piedi col S. Bambino, che alcuni Francesi giudican della maniera di S. Luca, trovata nel pozzo hoggi secco, che dà nome al luogo di Santa Maria à Pozzano, non lontano dalla sua cappella ornata di marmi, dove si spiega il fatto con questo Epitafio:
Deiparae de Puteo/ Itinere si sitis, gressus siste fidelis Viator/ Nam hoc in templo vita hauries undas, bibes hoc/ In Puteo viventium acquas. Ab Incarnationis/ Dominicae Septimo decurso seculo, ac anno/ Elapso tertiodecimo, Leo Demoniacus plusquam/ Isauricus iconoclasta, aestuans haeresi, hanc/ Deiparentis imaginem, cun caeteris Sanctorum/ Per orbem depictis, ac sculptis iconibus pro/ Ignifero deputavit pabulo; sed insanientis Isaurici, ad/ Deludendas flammas puteus hic tunc ignotus, aquarum/ Mare, nimirum Mariam suscepit, occultavit depictam./ Hinc tribus sequentibus saeculis jam peractis, ex/ Flamma caelitus delapsa, nocturnas clarificante/ Tenebras, ac puteum illustrante, Icon agnoscitur/ Extrahitur Marialis. Sic ignis tibicinis functus est/ Munere, ut gratiarum aquas,/ Virginem dumtaxat civibus stabiensis/ Patefaceret castri puteum./ Fidelium incolarum devotio/ Vertit in templum; bibunt omnes/ Redundat templum,/ Nec Marialis exsiccatur puteus./ Has fidelis lambe aquas/ Tuis lachrymis auge/ Nec sities in aeternum/ Nec te ignis/ Comburet aeternus.
Vissero con opinione di virtù heroiche in questo convento, ben fondato dal Gran Capitano, F. Andrea Pepoli laico, e il P. Bartolomeo de Rosa, circa il 1640 il quale stimò, che dovesse cessare, conforme seguì, quel Divin flagello del Vesuvio, allor che a’ lidi del mare si vide venir in mani, il divoto Crocefisso di legno di trè palmi senza croce portato dall’acque, che hoggi serban nel Novitiato: e i ritratti di quegli, in piedi sono alla porta del chiostro. Imbarcatomi qui sotto (nello stesso dominio) la picciola torre, che chiamano Fanum Herculis, ò porto di Hercole, mostra esser vero ciò che scrive Plinio, pescandosi più cantari di buon pesce, con briciole di pane, senza rete, e senz’hamo. In quattro miglia si vede nella stessa costa di Amalfi la città di Vico Equense [..] (Memorie de’ viaggi, tomo I, parte quarta, 269-280).
Oltre che nella suddetta descrizione, le reminescenze dell’abate su Castellammare ed il suo territorio ritornano in ulteriori parti dei suoi scritti. Del territorio decanta ancora i suoi frutti: A Castell à mare di Stabbia, si compongono, e presso il Santo Natale si regalan le teste di Uva, di specie grossa, e duretta, naturali, e artificiali, appendendo prima i grappi à rovescio, in modo che un grano non tocchi l’altro. Colà le Pruna grosse, di color ceruleo, infilate ed appese, si seccano, e si mantengono in modo che, infuse per poche hore nell’acqua tiepida, rinverdiscono, e alla dosa di cinque ò sei, purgan gentilmente lo stomaco. Ivi, del giardin di Alessandro Cuomo, le Pera Bergamotte, dicesi che si sian serbate fresche più di due anni, e vendute nella scarsezza, dodeci giuli la libra (Memorie de’ viaggi, tomo I, parte quarta, pag. 156).

Nell’indice del testo aggiunge ancora talune notizie sulla città che egli giudica sminuita quanto a ricchezze ed i cui vini non gli avevan giovato: Castell’à Mare di Stabia, città diminuita nelle ricchezze. Suoi vini ingrati all’Autore. Suo pulpito si conferisce dal Publico a’ Dicitori di grido con prezzo à cento ducati di limosina. Non vi conobbe l’autore variation d’aria da Napoli ne’ tempi canicolari, forsi à cagion della sua temperanza. Fù egli visitato da D. Tomaso d’Arco, buon cittadino, che sortendo giovanetto, con diversi militari impieghi in Spagna, e col grado di Commissario Generale della Cavalleria nelle Rivolte di Messina, meritato hebbe dal Rè Cattolico una mercede di 180 ducati il mese. Suoi Gentilhuomini ben distinti col sostenere le mazze del pallio nella Processione del Corpus Domini: fra’quali scrisse già in Roma, e si dolse argutamente di non esser stato ammesso l’Eccellentiss. Signor Commendatore F. Vincenzo Rospigliosi, Nipote, e Generale Pontificio, passando da quella città con l’Armata nella speditione in Candia; non potendo (prevenuti da quegli) con le sue nobilissime Camerate, servir al pallio il Venerabil Sagramento, che poi accompagnò con esso loro, e con le torcie in esemplar forma. Il P. Stigliola Rettor del Collegio, conferì all’Autore la sua elegante versione di Virgilio, che perfettionava in ottava rima, e in lingua Napolitana (Memorie de’ viaggi, tomo I, parte quarta, indice ad vocem).

Nelle Lettere Familiari accenna brevemente alle rendite tratte in passato dalla città: Per li frutti della città di Castell’à Mare di Stabia da’ 4. Marzo 1637 per tutti li 3 Giugno 1646 ducati diciesette mila ottocentonovantacinque, e grana cinque (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 250). Sempre attratto dalle notizie di carattere insolito annota d’una mula di Castellamare condotta, e fuggita alla Piazzolla (che altrove indica come la masseria o vigna chiamata l’Albertina, dal nome dell’illustre famiglia prorpietaria, gli Albertini di Nola, situata tre miglia presso alla Terra, e al Principato di Ottajano), per nove miglia, ritorna, per via non più praticata, nella stalla (Lettere Familiari, Tomo I, pag. 484).

Da Napoli, nell’agosto del 1689, scrive ancora della pesca in Castellammare e della sua permanenza in cima al Gauro per venerare la statua di San Michele Arcangelo: Così, nelle canicole, e sotto il Leone hò goduto della Pesca de’Tonni in Castell’à Mare di Stabbia (sic), cacciando anche una Fiera nelle Acque; due volte ivi bagnandomi, con muovermi à nuoto, raccordevole dell’Antica Censura negli Adagi di Erasmo: neque Natare, neque Litteras.

Nell’eminenza del Gauro, che serba in copia le Nevi, e non resiste a’ Fulmini, con migliaia di Passeggieri, e Divoti, riposando in calde baracche, regalato à parte da’ Signori del Reggimento, hò adorato nell’ultimo di Luglio la Statua di marmo dell’Arcangelo S. Michele, sudante al vespro, con gustar l’Acqua ò Manna, che sorge, e si secca bentosto dietro l’Altare, e poi la Santa del Vescovo S. Catello Protettore, scendendo à piedi per otto incomode miglia nella via di Pimonte sotto il vaghissimo Chiostro degli Scalzi Agostiniani [..].

Armellino coniato durante il regno di Ferrandino

Armellino coniato durante il regno di Ferrandino

Più innanzi con queste parole rammemora il ritrovamento sul monte Faito di un’antica moneta: Presi a rifletter nella Moneta di Argento, à guisa di un Giulio, che si trovò da me allora sotto una pietra del Gauro. Ella esprime la memoria del II Ferrante, ò Ferrandino di Aragona Ventunesimo Rè di Napoli, dopo la ritirata di Carlo VIII [..] infelice per aver goduto la Corona un sol’anno. Da un lato ella scuopre l’Armellino, sotto i cui piedi frà due Rose vedes’impressa la Lettera salutare T; e fuora, un’altra Rosa col motto Decorum; quasi che fra’ militari tumulti, per sua difesa egli ambisce la tranquillità e il fior della pace, e antiponesse il candor della morte alle vitali lordure. Vi è scritto intorno … RAN.D.G.R.II SICIL mancando il FER. Scorgesi dall’altra parte l’Altare, dove fra’ Legni odorosi consumasi la Fenice, rinascendo piccioli Uccelli dalle sue ceneri, per auspicio della Quiete Publica nel petto Regale, dichiarato piamente con le parole nel giro (IN) DEXTERA TUA SALUS MEA DEUS.

La moneta d’epoca aragonese descritta dal Pacichelli ha un preciso riscontro storico: il Bianchini nella sua Storia delle Finanze del Regno di Napoli (Palermo 1939, pag. 225-226) ricorda come Ferrandino (Ferdinando II d’Aragona) a causa della discesa di Carlo VIII, difettando di risorse economiche, avesse utilizzato gli argenti delle chiese napoletane per battere codeste monete dette armellini aventi da una parte la figura di detto animale con lettera in una cartella che dicono Decorum, ed intorno Ferrandus II Dei Grazia Rex Siciliae; nel rovescio una ara colle fiamme, e nel giro In dextera tua salus mea. La serie dei cosiddetti “Armellini” era in effetti già stata introdotta dagli avi di Ferrandino, Alfonso II e Ferdinando I, quest’ultimo fondatore dell’Ordine dell’Armellino che ebbe come protettore San Michele Arcangelo. La “T” impressa al centro delle due rosette è riferita al maestro della zecca di Napoli Giovan Carlo Tramontano che proprio nel 1494, dal sovrano Alfonso II, aveva ricevuto chiare disposizioni in merito alle coniazioni da effettuarsi, tra cui appunto quella relativa agli armellini: Item lo armellino, daluna banda la sedia del foco et da altra banda larminio con queste lettere da la banda de la sedia: in dextera tua salus mea domine – jo Pontanus – Tramontano. Quanto alla simbologia, la “sedia del foco” è da identificarsi nel trono e la scritta che lo contorna da ritenersi un rimando al carattere divino dell’impero mentre l’animale ritratto, l’ermellino, contornato dal nome del sovrano, è da reputarsi un simbolo di regalità cui era tradizionalmente associato il motto malo mori quam foedari, allusivo della purezza della stirpe. Nulla dice il Pacichelli del luogo esatto del ritrovamento della moneta, ma considerato che questi, come più volte ricorda, soggiornò sul Gauro facendo visita al tempio micaelico ivi eretto, non è difficile ipotizzare che proprio quivi abbia potuto rinvenirla. Piace altresì immaginare che non fosse casuale la presenza presso il tempio suddetto d’una moneta la cui effigie raffigurante l’ermellino rimandava direttamente alla figura di San Michele Arcangelo, protettore dell’ordine omonimo fondato, come detto, dall’avo di Ferrandino, Ferdinando I. Conclude quindi l’abate: Mi piace insomma veder tutto, apprender in qualsisia parte, e ridurl’all’uso della Vita Civile. Mà, in Castell’à Mare, e nel Vescovado l’Epitafio trovato, da poco in qua, scolpito al celebre Guerriero, e rispettoso Amico, D. Tomaso d’Arcos, farina sorsi di una giovenil’e novell’Adunanza de’ seguaci di Romolo ..Napoli 24 Agosto 1689 (Memorie Novelle I Vol., pag. 464-469).

Theodore Duclére (Napoli 1815 - 1869), veduta del castello di Lettere, 1854

Theodore Duclére (Napoli 1815 – 1869), veduta del castello di Lettere, 1854

Il primo settembre del 1690, in compagnia dello stimato governatore di Castellammare, Salvatore d’Amico, e del padre lettore Gioseppe Iacobelli, ad entrambi il quali il Pacichelli aveva proccacciato i rispettivi incarichi, dopo la fiera di San Bartolomeo tenuta dalle suore della città col chiostro a porte aperte e a piazze piene,  il nostro ascende a cavallo nella vicina città di Lettere in cerca di quite e tranquillità dove da nobili membri della famiglia Rocco viene condotto nei luoghi eminenti del sito. Narra infatti al conte Pellegrino Prini, canonico della cattedrale di Reggio di Lombardia (Reggio Emilia): Respiro grato della città di Lettere. Di ciò che osservo nelle mie uscite, e di fuori, non son io già scarso ne’ Ragguagli, i quali, ò vacui, ò colmi di materie singolari, godo che partecipin sempre gli Amici, il molto, e il nulla di esse. Rendo però consapevole V.S. Ill. quasi provocato da lei, che dopo trè giorni di negozio assai utile in Castell’à mare, consecutivi alla Fiera di S. Bartolomeo, e Festa celebrata da quelle Suore, con la Reliquia del Glorioso Apostolo, in Processione di lor medesime nel Chiostro, à porte aperte, ed à piazze piene, mentre Monsignor Vescovo D. Annibale di Pietro Paolo, havea distolta la solita del Clero nella publica strada; Io per poche ore sono stato à ricrearmi nell’antica, e quasi distrutta Città di Lettere. Vi ascesi per quattro miglia à cavallo, condotto, e rattenuto cortesemente da Signori, Dottor Nicola, Gio: e Nicodemo di Rocco, Gentilhuomini di quella. Furon di compagnia il Sig. Capitan Salvator d’Amico Governatore, e il P. F. Gioseppe Iacobelli deì Predicatori Lettor di Castell’à mare (Memorie Novelle II Vol., pag. 207 e segg.). Quindi si reca in cattedrale di cui lamenta il cattivo stato di conservazione: è questa, di corpo vasto, e forma non disprezzevole, sotto il titolo di Maria Assunta, con una ben vaga pittura in legno del Santissimo Rosario, al destro lato, e dall’altro, in quattro eminenti nicchie, racchiuse da’ cancelli di ferro, che mi  aprirono, co’ Corpi de’ Santi Martiri, Orso, e Clemente, le insigne Reliquie di Santa Candida, e altre miste, recate da’ Cemiteri di Roma per Monsignor Vescovo d’Aponte. Il più però dell’edifitio, e de gli Altari, lacero, scolorito, e pericoloso di prossima ruina, senza Campanile. Descrive poi brevemente il paese: Un piccol gruppo di case aperto compone questa città, di buon’aria, feconda di vino, e di frutta, che hà Seggio di Nobili, e raccorda le memorie di Silla. In Orsano, un de’cinque suoi Casali, annota nella chiesa Curata di S. Michele una moneta di argento grande quanto un Giulio, e di grossezza d’una Piastra che la tradizione locale attribuiva a Giuda Il Traditore e che si voleva procacciata a Frascati dal nobile letterese Giovan Battista Fattorosi presso un vescovo greco. Segnala quindi un’antica epigrafe apposta su un’urna sepolcrale alla “Pilla dell’Acqua benedetta” che recita: D. M. MINIARIAE PRISCAE VIX(IT) ANN III MENS.II D.VIII. C. MINIARIUS VIATOR P(OSUIT); un’altra sul portale della Parrocchiale di San Martino dell’anno 1561 del nobile Ursus de Miro. Accompagnato dai medesimi personaggi, di gentili maniere tutti, si reca quindi a visitare i ruderi del Castello vecchio, con quattro Torri, e l’imprese de’ Signori Miroballi Patrizi Napolitani già Baroni di questa ciittà (un Miraballo fu vescovo di Lettere nell’ultimo quarto del XV secolo), con Piazza d’Armi, Cisterna capace di più di diecimila botti d’acqua, Scuderia vasta, e ben largo recinto del quale i più grossi Cannoni serba hora il geloso Forte d’Ischia. Contempla dalle rovine la vasta pianura sottostante nominata Pizzo Auto o Pozzo de’ Goti in parte, per cento moggia, occupata dalla Grancia de’Padri Certosini di Capri, ricca di mille ducati di rendita. Avrebbe quindi preferito proseguire il cammino e veder le curiose Antichità di Ravello o far visita alla masseria dei Padri Gesuiti in Ottaviano, chiamata la Piazzolla o l’Albertina, ben provveduta per i Forastieri, con una, dirò così Legione di Polli, soggiunge l’abate con la sua consueta ironia, se la stagione calda non l’avesse fatto desistere per far ritorno dal padre Saverio Confalone del Collegio della Compagnia di Gesù di Castellammare.

Finito di scrivere nel gennaio 2019.


 

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Architetto e funzionario del comune di Pozzuoli, vive a Castellammare, si occupa di restauro dei beni architettonici ed è un ricercatore di storia locale.

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