Galeotti nel Real Arsenale stabiese

Bagno penale e le prigioni galleggianti a Castellammare di Stabia

articolo di Antonio Cimmino

Nel Real arsenale borbonico di Castellammare di Stabia, cosa ben nota, si utilizzavano, per i lavori pesanti e pericolosi, galeotti giudicati dal tribunale di Napoli. Essi alloggiavano in un apposito bagno penale ricavato nell’ex convento dei frati carmelitani: l’attuale stabilimento produzione cordami (ex Maricorderia in funzione dal 1796) di Via Acton1.

Galeotti nel Real Arsenale stabiese

Galeotti nel Real Arsenale stabiese

I condannati alla cosiddetta pena de’ i ferri, erano addetti a “fatiche pesanti a profitto dello Stato”; durante il lavoro nel cantiere navale “si trascinavano ai piedi una catena, o soli, o uniti a due, secondo la natura del lavoro cui verranno addetti”. La coppia di galeotti era chiamata in gergo “calzetta”. La pena da scontare era di quattro gradi uguale ciascuno di sei anni (7-12, 13-18, 19-24, 25-30)2. Anche la lunghezza e il peso della catena era in funzione della pena da scontare con leggere differenze nei vari Stati preunitari. Nel “Regolamento di disciplina e di interno ordinamento dei Bagni” del 1860 applicato dal subentrante Regno d’Italia, ad esempio, i galeotti erano classificati in quattro Divisioni, distinte dal colore di una striscia di lana apposta sul berretto. La lunghezza e il peso della catena era così stabilito:
1° categoria: catena di maglie 6 e 1,300 chili;
2° categoria: catena di maglie 8 e 1,700 chili;
3° categoria: catena di maglie 9 e 1,900 chili.
4° Per accogliere i galeotti nuovi giunti egli incorreggibili, erano utilizzate catene di 18 maglie del peso di 6,000 chili3.
Già dal 25 febbraio 1836 nel Regno delle Due Sicilie era stata abolita la pena ai lavori forzati perpetui; l’ergastolo fu ripristinato dai Savoia dopo il 1861 per i briganti meridionali non fucilati sul posto. Anche la pena di morte era stata abolita di fatto.
Tra i galeotti vi erano anche i cosiddetti sforcati o accusati, quelli che erano sfuggiti alla pena capitale utilizzando l’istituto del “truglio”, una specie di patteggiamento con i giudici in cambio notizie sulle attività criminali o politiche contro la monarchia borbonica4. Tra i condannati ai ferri vi erano anche marinai e soldati di truppa, nonché sottufficiali che avevano commesso reati contemplati in dettaglia dal Codice penale del 1848.
Durante la notte erano sorvegliati dai secondini o buttafuori, sottoposti agli aguzzini in ricordo del personale delle galere che incitavano alla voga. Ogni sera i buttafuori controllavano i galeotti con “…una esatta visita ai ferramenta dei condannati e sulla persone de’ medesimi”.

Castellammare di Stabia: Caserma Cristallina (l'abbandono dei giorni nostri)

Castellammare di Stabia: Caserma Cristallina (l’abbandono dei giorni nostri)

Nella caserma, cosiddetta, “Cristallina” (ex Caserma Marina di Via Duilio) era presente anche un contingente di soldati che scortavano i detenuti dal bagno penale in cantiere e viceversa. Si prescriveva che “ogni qualvolta che si apre un Bagno il Comandante dovrà preventivamente disporre le truppe dinanzi alla porta e colle armi pronte a far fuoco”.

Cella

Cella

Contrariamente a quanto si crede, però, il regime carcerario borbonico dell’epoca era il più umanizzato di tutti gli Stati preunitari, anche per l’influenza delle teorie illuministiche di Gaetano Filangieri, il filosofo giurista di San Sebastiano al Vesuvio, nato nel 1752 e morto a Vico Equense nel 17885. Si curava, sempre in rapporto ai canoni ottocenteschi, la salubrità delle celle, superando il significato di “bagno penale” riferito a celle, spesso sottoposte al livello del mare, dai cui pavimenti trasudava acqua e, dalle pareti, umidità6. Dal 1817 un’apposita Commissione vigilava sull’applicazione delle più elementari necessità dei detenuti come, ad esempio, la pulizia, la rasatura e il lavaggio della biancheria sporca7.

Ospedale militare di Santa Croce

Ospedale militare di Santa Croce

L’ospedale militare di via Salaria annesso al convento delle Suore Alcantarine (Santa Croce) di Scanzano, oltre ai militari e agli operai dell’arsenale, curava anche i galeotti che si ammalavano o si infortunavano in cantiere. Questo ospedale (Ord. Generale Real Marina 1818) possedeva “sale separate per diverse infermità, teatro anatomico, stanze, officina e magazzini per diversi usi e gli alloggi per differenti impiegati”. L’organico prevedeva il comandante, vari chirurghi (tra cui quello del Bagno penale), medici, farmacisti, salassatore, ufficiale controllore e cappellano, nonché un infermiere ogni dieci degenti.
La forza-lavoro dei galeotti era utilizzata anche per due importanti operazioni:
– Movimentazione verricello a ruote per rimorchiare le navi alla banchina allestimento dopo il varo; su una zattera erano sistemate grosse ruote di legno, con gradini nella parte interna, simile alle ruote dei mulini ad acqua; i galeotti, simili ai criceti nelle attuali gabbiette, facevano forza sui gradini delle ruote il cui asse era collegato ad un sistema di verricello su cui era avvolto un grosso cavo di manilla che trainava lo scafo.
– Movimentazione dei grossi argani, posti a monte dello scalo di alaggio, per tirare a secco le navi. Non avendo ancora costruito il bacino di raddobbo di Napoli, inaugurato solo nel 1852 con il vascello Vesuvio (varato a Castellammare il 2.12.1824), le navi del Regno, per i ciclici lavori di manutenzione alla carena, spesso erano costrette ad utilizzare i bacini galleggianti di Marsiglia e Tolone8.
Dopo gli anni ‘30 – ‘40 del secolo XIX con l’introduzione del vapore nelle officine dell’arsenale e l’ingrandimento dello stabilimento, si dovettero utilizzare i fabbricati del bagno penale. Nel contempo i galeotti erano diminuiti dalle circa 800 unità della fine del ‘700 a poche centinaia. Si pensò allora di utilizzare delle navi in disarmo come prigioni galleggianti o fluttuanti, ormeggiate davanti alla banchina dell’Acqua della Madonna.

Fregata Urania

Fregata Urania

Il 15 marzo 1852 fu posta in disarmo la fregata Urania, varata a Napoli nel 1834. Fu disalberata e sottoposta a lavori di adattamento per ricavare celle sul ponte batteria e nelle stive unitamente alle altre pertinenze per la nuova funzione di prigione galleggiante, eliminando sartiame, alberi, timoni e varie altre caratteristiche necessarie per la navigazione.

Particolare delle celle di un vascello inglese del 1846 adibito a prigione galleggianteParticolare delle celle di un vascello inglese del 1846 adibito a prigione galleggiante

Particolare delle celle di un vascello inglese del 1846 adibito a prigione galleggiante (floating prisons XIX century, Victorian History, Aboard the Hulks: A Voyage to Nowhere)

Le celle furono costruite a sinistra ed a dritta del ponte, separate da un lungo corridoio centrale; alle aperture delle cannoniere, furono sistemate delle grate; i galeotti furono divisi in funzione della pena che dovevano scontare in rapporto ai delitti commessi. Dopo sette anni di attività, nell’ottobre del 1858 l’Urania cessò l’attività e il 4 giugno dell’anno successivo fu venduta per demolizione allo stabiese Enrico Ciliberto.

Fregata Regina Isabella

Fregata Regina Isabella

Il suo posto, nel settembre del 1859, fu preso dalla fregata Regina Isabella. L’unità era stata varata a Castellammare di Stabia il 9 luglio 1827. Come l’Urania aveva solo due ponti (batteria e di coperta), con un dislocamento di 2592 tonnellate era lunga 47,10 metri e larga 12,18. Alla conquista del Regno delle Due Sicilie la nave, benché inutilizzabile come unità da guerra, fu aggregata alla squadra sarda del viceammiraglio Carlo di Persano e il 17 marzo 1861 entrò a far parte della Regia Marina con il nome di Isabella. Sbarcati i galeotti fu rimorchiata a Napoli e restò in darsena fino al 1863 per essere venduta per demolizione il 6 febbraio 18649.


Note: 

  1.  Parisi C., Cenno storico descrittivo della città di Castellammare di Stabia, anno 1842. Palumbo M., Stabiae e Castellammare di Stabia, Aldo Fiory Ed., Napoli, 1972
  2. Capo I “delle pene criminali” art.8, Codice per lo Regno Delle Due Sicilie, Leggi penali, Stabilimento tipografico di D. Capasso, Napoli, 1848
  3. http://www.museocriminologico.it/index.php/documenti2/2-non…/46-bagni-penali-catene
  4. AA.VV., https://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/cavour8.htm – https://it.wikipedia.org/wiki/Truglio
  5. Selvaggi Roberto M., Ferdinando II di Borbone, T.E. Newton, Roma, 1996.
  6. Canosa R.-Colonnello I., Storia del carcere in Italia dalla fine del 500 all’unità, Ed Sapere 2000, Roma, 1964, p.161- Tessitore G., L’utopia penitenziatia borbonica, Angeli, Milano, 2002.
  7. Volpicella F., Della educazione penitenziale, in Annali civili del Regno Delle Due Sicilie, sett.-ottobre, 1840.
  8. Formicola A.-Romano C., Pittori di Marina alla corte dei Borbone di Napoli, Rivista Marittima (supplemento alla) n. 3 del marzo 2004. Formicola A., Il bacino di raddobbo di Napoli per la Marina borbonica, in Rivista Marittima, maggio 1983.
  9. Ragogna L., Cronistoria delle unità da guerra delle Marine preunitarie, Ufficio storico M.M., Roma, 1981.

About 

Collaboratore di Redazione

Già dipendente del cantiere navale di Castellammare di Stabia, si interessa della storia delle navi militari ivi costruite dalla sua fondazione. Appassionato, della Marina Militare e della marittimità in genere. E' socio della locale Associazione Nazionale Marinai d'Italia.

3 pensieri su “Bagno penale e le prigioni galleggianti a Castellammare di Stabia

  1. Giovanni Valanzano

    Sono l’ing Giovanni Valanzano , ex presidente ASAM negli anni 70 del secolo scorso.
    Ho letto con molta attenzione lo studio sulle attività di lavori forzati nel 700 e 800 nei cantieri navali di Castellammare. Questa notazione storica mi ha riportato alla mente una leggenda metropolitana che ho ascoltato da ragazzo da vecchi operai del Cantiere. In estrema sintesi veniva raccontato che nell’ottocento l’utilizzo di carcerati veniva sempre di più stemperato e inizio un processo di graduale integrazione di questi carcerati con la classe operaia cittadina. In una prima fase gli ex carcerati erano confinati nel dedalo di casupole separate dalla città dal muraglione che scendeva dal Castello fino alla torre argentina ( per tale ragione la zona veniva indicata come “visanola” come contrazione del “non guardare in quel lato”. Successivamente è avvenuto il processo d’integrazione con la città e per tale motivo sono frequenti in città i cognomi che indicano la provenienza degli ex carcerati (Di Somma-Di Capua-Di Nocera-Di Napoli- Di Massa – Di Nola ecc”)
    Visto l’interesse per questo periodo storico sono curioso di sapere se si ritrova nella bibliografia storica sull’argomento qualche spunto o notizia che possa avvalorare o smentire categoricamente questa leggenda metropolitana, cordialità Giovanni Valanzano

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  2. Silvio de Iudicibus

    Salve, esiste un elenco dei detenuti e delle loro pene e connessi reati? Dove venivano sepolti i detenuti che morivano in carcere? Grazie per l’eventuale risposta.

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  3. Elisabeth Walz

    Onorevole Signore Valanzano, Sono francese e momentaneo decifro atti di morte di persone nate a Forio d’Ischia per un’associazione genealogica specializzata nel Golfo di Napoli. Parallelamente, faccio un po’ di ricerca quando un atto mi interessa. In un caso particolare, ho appena letto il Suo commento nell’articolo molto interessante del signore Cimmino. Grazie per la Sua testimonianza sul processo di graduale integrazione, che sembra essere confermata dall’atto di morte nel 1825 di un uomo di Forio sposato di 26 anni “domiciliato nel bagno di Servi di Pena” di Castellammare. Nell’elenco telefonico della città si può vedere che il suo cognome esiste ancora lì . Grazie anche al signore Cimmino per questo eccellente viaggio nel tempo. Saluti cordiali. Elisabeth Walz

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