‘A Primmavera e ‘o Papagno

‘A Primmavera e ‘o Papagno

a cura di Corrado Di Martino e Nando Fontanella

Papaveri antichi e il Vesuvio – foto di Nando Fontanella

Oggi, 21 marzo, parliamo di Primavera; sì sappiamo tutti che la Primavera quest’anno, astronomicamente, è caduta il 20 di marzo poco dopo le 17,00 (e forse non tutti sanno perché), tuttavia nell’immaginario di ciascuno di noi, la Primavera cade il 21 marzo.
Dal 2007 e fino al 2102, la Primavera entrerà prepotente nelle nostre vite, ogni anno, in data 20 marzo, il motivo? La rivoluzione terrestre, che non durando esattamente 365 giorni, sposta l’equinozio tra il 19 e il 21 di marzo, fino dall’adozione del Calendario Gregoriano (da Gregorio XIII, che nel 1582 corresse il Calendario Giuliano). Ma non vogliamo parlarvi di calcoli astrusi o enigmatici, vorremmo parlarvi della Primavera, quella delle prime fioriture, quella dei fiori, quella della tradizione, quella del Papagno

Il cosiddetto Papagno, a Castellammare di Stabia è il Papavero, il Papavero comune o rosolaccio (Papaver rhoeas L.) ne esistono due sottospecie facilmente distinguibili, la più comune è caratterizzata da una chiazza nera alla base dei petali scarlatti (subsp. rhoeas) mentre la meno frequente non ha la chiazza scura (subsp. strigosum). Il Papavero comune è una pianta erbacea, annuale, che cresce nei coltivi come infestante, lo troviamo lungo le strade di campagna, nelle fessure di vecchi muri ammuffiti, tra i ruderi antichi, fra le macerie moderne. Meno abbondante è il papavero domestico (Papaver somniferum L.) questa specie si distingue dalla precedente per l’aspetto più robusto, per le foglie cauline che abbracciano il fusto e per il colore dei petali che possono essere bianchi, rosei o violetti, ma non scarlatti.
Il Papagno, nella cultura e nel lessico stabiano, ha assunto nel tempo varie accezioni, ne riportiamo alcune e certamente ne avrete altre da suggerirci:
‘O Papagno – Schiaffo sonoro e bruciante: Te dongo ‘nu papagno. He piglate ‘e papagne.
‘E papagne – I soldi, o ricchezza personale: Chille tène ‘e papagne. Sta chin’’e papagne.
Appapagnarsi – Appisolarsi, assopirsi, dormicchiare; lemmi legati alle proprietà anestetiche del fiore.
‘A ballerina spagnola – il papavero, oggetto di gioco di un tempo, quando, dandogli un’opportuna sagomatura, vi si poteva realizzare una ballerina di Flamenco.
T’he ammuccato ‘o papagno – Prendere un ceffone o, farsi abbindolare, mangiare un papavero e stordirsi, fino a farsi imbrogliare.
Ma il Papavero, ‘o Papagno, è anche un rimedio balsamico, in tempi remoti con esso si preparavano decotti per placare i bambini e facilitargli il sonno. L’etimo che deriva dal celtico papa, ovvero pappa, è riferito a questo utilizzo appena descritto.
Il papagno, è inoltre una pietanza vegana, la pianta raccolta giovane, cotta e condita è un’ottima verdura. Può addirittura essere cucinata allo stesso modo della scarola, degli spinaci o dei broccoli. Mentre, mischiata ad altre erbe e verdure rende uniche minestre ed insalate. Sfritto, è un piatto tipico della cucina povera stabiese. L’avreste mai detto che un’innocua piantina dal gambo secco e dai petali rossi, avesse tutte queste peculiarità?

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