Lara Andriolo, Cantante Lirica

Due Stabiesi e un napoletano nella Parigi della Belle Époque

Due stabiesi e un napoletano nella Parigi della Belle Époque

di Giuseppe Zingone 

Lo Scorso Luglio mi scrisse,  una giovane cantante Lirica la quale chiedeva come  poter reperire lo spartito di Denza 1, La Canzone della Polenta 2, giusto il tempo di contattare un collezionista esterno et voilà, una scansione tale da consentire, una buona performance a Lara Andriolo 3. La serata che l’ha vista protagonista, che ha avuto come tema principale la polenta, si è arricchita anche della “Canzone” del nostro Denza.

Lara Andriolo, durante l'esecuzione della Canzone della Polenta

Lara Andriolo, durante l’esecuzione della Canzone della Polenta

Le origini di questo cibo povero sono fortemente diffuse nel Nord Italia, ma anche al centro e nel Mezzogiorno esistono tutta una serie di piatti che utilizza granaglie varie per realizzare questo morbido e gustoso piatto. Un cibo molto simile alla polenta era conosciuto già dai romani e dai greci, fino a quando nel milleseicento si diffuse il mais (grano-turco) detto anche polenta gialla proveniente dalle Americhe. Il Veneto, la Val D’Aosta, il Trentino, il Piemonte, la Lombardia e così via discendendo l’Italia, si è nutrita di questo cibo per secoli, le varianti in cucina sono molteplici per esperienza  ricordo la nostra variante partenopea “‘e Sgagliuozzoli” i mitici triangoli di polenta fritta venduti per strada ancora oggi.

Ahimè non sono un buon testimone ed estimatore della polenta, io amo in maniera viscerale la pasta di Gragnano, quella trafilata al bronzo, la ruvida, quella che trattiene mantecandosi salse e sughi, non voglio fare torto alla sua bellezza franco-fiamminga cara Lara né tanto meno cimentarmi con la sua

Lara Andriolo, Cantante Lirica

Lara Andriolo, Cantante Lirica

bravura nel canto, ma sono della “Bassa” e amo la mia terra, anche in cucina.

In ogni caso la nostra speciale interlocutrice ci ha inviato alcune foto della splendida serata che l’ha vista protagonista e accontentando la mia richiesta ci ha inviato anche un breve video proprio della “Canzone della Polenta” cosicché noi del Liberoricercatore ringraziamo di aver potuto portare a “tavola” le note del grande artista stabiese.

La curiosità dei commensali-uditori però non si è sopita al termine dell’ottima esecuzione, tanto da spingere Lara Andriolo  a chiedermi notizie da aggiungere alle note del Denza e alle parole del Pompiere (forse uno pseudonimo del paroliere) cosi sullo spartito.

A quella di Lara si è aggiunta la mia curiosità ricordavo d’aver letto già qualcosa a riguardo, grazie anche al web che rimane una preziosissima risorsa sopratutto perché immediata ho iniziato a scorrere i vari articoli sul Circolo della Polenta in rete. Mi ricordai, inoltre, di aver letto  di un “Circolo della Polenta” proprio rileggendo le pagine di un ebook del Liberoricercatore. La ricerca su internet mi ha regalato una sorpresa che riporto per intero tratta da un articolo del Corriere della Sera del 15 Settembre 2003 a firma del giornalista Grasso Sebastiano.

Degas, un «napoletano» a Parigi I rapporti dell’artista con De Nittis, Boldini, Zandomeneghi e Medardo Rosso

Il poeta Paul Valery ricorda che, in tarda età, Edgar Degas cantava canzoni napoletane e arie dal Matrimonio segreto di Domenico Cimarosa. E non a caso, perché l’ artista, pur essendo nato e morto a Parigi (1834-1917), aveva un rapporto strettissimo con la città partenopea, dove il nonno Hilaire De Gas era approdato giovane, durante la Rivoluzione francese. Qui, aveva sposato la figlia d’un ricco mercante genovese, fondato una banca ed erano nati i suoi figli. Nel 1825 il maggiore, Auguste, era stato mandato a Parigi a dirigere la filiale dell’ istituto di credito di famiglia. Auguste era il padre di Edgar. Il quale, nel 1856, a 22 anni, dopo avere frequentato per un triennio le Belle arti e passato giornate intere al Louvre e alla Biblioteca nazionale a copiare opere d’ arte, decide di lasciare Parigi e di recarsi a Napoli per conoscere i parenti d’Italia. Zii e cugini gravitano attorno al nonno, anziano patriarca di 86 anni, «rigido e austero, ma benevolo e colto», il quale vive a Palazzo Pignatelli di Monteleone, nel cuore della città vecchia, circondato da dipinti di artisti napoletani e da una ricca biblioteca.

Edgar Degas, Hilaire De Gas

Edgar Degas, Hilaire De Gas

Al Museo Borbonico, il giovane Degas studia e copia gli affreschi romani di Ercolano e Pompei. Lo stesso avviene con i dipinti di Tiziano e Lorrain e con quelli della tradizione verista del paesaggio. Viaggi a Roma, Viterbo, Orvieto, Perugia, Arezzo, Firenze gli permettono di studiare capolavori in chiese e musei. Abbozzi, appunti, impressioni. E studi preparatori, base di una serie di ritratti in cui risulta evidente un’ influenza rinascimentale. Ne La famiglia Bellelli, per esempio, in cui egli ritrae la zia Laura, il marito e le due figlie, nella cui casa fu ospite durante il suo soggiorno fiorentino. Nel 1859, Edgar rientra a Parigi (a Napoli, comunque, torna spessissimo, anche per questioni di quattrini). Continua a dipingere – stavolta a memoria – alcuni parenti. I suoi ritratti non seguono la tradizione. Degas coglie la psicologia dei personaggi; ne scandaglia e capta le tensioni nascoste in ambientazioni quasi teatrali con una resa di soggetti realistica e moderna. E proprio alcuni di questi lavori giovanili costituiscono l’ ouverture della rassegna (circa 100 opere), curata da Ann Dumas, che Ferrara dedica al maestro francese e ai suoi rapporti con Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi e Medardo Rosso. E, in genere, con la comunità italiana. Degas frequenta casa Zandò, è amico del critico fiorentino Diego Martelli; con Emile Zola e Edmond de Goncourt partecipa alle cene del «Circolo della polenta» dove si cantano brani d’ opera e si declamano versi. E’ evidente che nei rapporti con gli italiani entra in gioco la sua napoletanità. Gauguin, per esempio, lo accusa di proteggere pittori italiani a scapito di veri impressionisti francesi. Fra questi, Zandomeneghi, che di Degas può considerarsi un discepolo (soprattutto per i pastelli coi nudi femminili). Con De Nittis, invece, c’ erano identità di vedute per i ritratti (linguaggio realista), le corse dei cavalli, i soggetti femminili e la sperimentazione di nuove tecniche d’ incisione. Rispetto per i maestri del passato ed amore per l’ artificio uniscono Degas a Boldini, oltre al comune interesse per ritrattistica, musica, opera lirica e una vera passione per Velázquez (vanno insieme a Madrid, al Prado). Del tutto differente il rapporto con Medardo Rosso. Anche perché Degas considera la propria scultura una questione privata. Solo alla sua morte, infatti, vengono trovate decine di cere, di cui solo 72 verranno fuse in bronzo. Comune, invece, l’ idea del movimento e dell’ uso di materiali «poveri». Degas usa tappi di sughero, pezzetti di metallo, stracci, nastri, scarpe da ballo. Che cosa lo affascina? Il mondo dell’ Opera e dei caffè-concerto, quello dell’ ippica e delle modelle. Ma ad una visione d’ insieme, preferisce un particolare. Il movimento, soprattutto. Un gesto. Una frase detta a metà. E una collocazione diversa. Le ballerine? Mentre, dietro le quinte, si vestono, provano un passo o si stiracchiano prima dell’ ingresso sul palcoscenico. I cavalli? Quando i fantini li blandiscono, li accarezzano o gli sussurrano nelle orecchie, qualche attimo prima della corsa o, subito dopo, quando rientrano nei box. Le vedette? In certe pose, stravaganti magari, istrioniche. Il tutto reso con straordinari accostamenti di tinte. Anzi, come ha scritto Huysmans, di «matrimonio e adulterio del colore».

Il Testo della Canzone della Polenta

LA POLENTA ( versi senza sale )

Un bel dì fra l’Oglio e il Brenta
Venne al mondo la polenta.
Nella patria d’Arlecchino
Nacque poscia il polentino
E dall’ali d’un Capone
Oggi è schiuso il polentone;
Salve o polenta piatto da re
I tuoi fedeli proni al tuo piè
Cantano in tono d’a -la-mi-rè
Polè, polè,
a-la-mi-rè
polè, polè,a-la-mi-rè
a-la-mi-rè

La gran manna del deserto
Così buona e saporita
Non era altro-ormai l’ è certo
che polenta travestita.
Era il cibo degli dei
La polenta con gli usei.

Di polenta e farinata

Noi qui siam successori,
e compongon la brigata
Vati,musici,pittori,
mimi.comici,cantanti,
Giornalisti e tutti quanti.

Di polenta cavalieri
Abbiam croci, abbiam commende.
Per insegna due taglieri,
Con un mestolo che pende;
Siam divisi in due legioni:
Polentini e Polentoni.

Il Gran turco sia lodato
Che ci da’ la sua farina…
Il più grande polentato
Dell’Europa egli è in cucina.
Guai se alcun toccar si attenta
I pascià della polenta!

Nel testo della canzone si fa chiaramente cenno ad un Capone, che come vedremo nel seguente documento è il fondatore del Circolo, Jacopo Capòn, (nel testo: “e dall’ali di un Capone”) oltre però, i versi del brano, diversamente da quanto riporta l’articolo, richiamano l’insegna di questa sodalizio composta da “Due taglieri con un mestolo che pende“. Evidentemente il Circolo della Polenta e l’ordine dei Polentoni come leggeremo erano due associazioni, nel tempo, distinte tra loro, tanto che nella canzone vien ripetuto “Siam divisi in due Legioni, Polentini e Polentoni“.

La pubblicazione a cui si fa riferimento è la numero 13 dell’Istituto Belletti Bona del Novembre 2011, (di Biella): “Jacopo Capòn detto Caponi, (Venezia 1832, San Remo 1909) trovandosi a Parigi per lavoro, fondò un “Circolo della polenta” in cui si raccolsero i “nostalgici” della patria lontana. Il circolo fu aperto anche ai Francesi. In seguito fu istituito l’Ordine dei Polentoni e il mosaicista veneziano Salviati disegnò lo stemma dell’associazione: una polenta d’oro in campo d’argento, sormontata da una schiodata di beccafichi su fondo azzurro con il motto: P.P.P.P.P.P. Che stava a significare: Per Patria Prima, Per Polenta Poi”.

Michele Esposito

II maestro Esposito con la moglie

II maestro Esposito con la moglie, collezione Fontana

Secondo la Biografia prodotta dal Comune di Castellammare per omaggiare il musicista stabiese Michele Esposito (in occasione del primo centenario della nascita) ed inserito tra gli ebook del Liberoricercatore (grazie a Gaetano Fontana), il musicista stabiese si trasferì a Parigi nel 1878, fu amico e frequentatore del salotto del celebre pittore Giuseppe De Nittis, in questo ambiente conobbe i maggiori artisti del tempo, Dumas figlio, Degas, Zola, Manet, Messenet, Rubinstein. Riportiamo il testo di riferimento: “Tra gl’Italiani stabilitisi a Parigi, fra i quali ricordiamo Luigi Denza fu fondato il Circolo della Polenta per il quale Esposito scrisse, per scherzo, un Valzer della Polenta che fu stampato da Ricordi”, (Valzer della polenta, Milano, Ricordi, 1881)  (cosi alla pagina 37 della biografia di Michele Esposito). Una ulteriore voluminosa monografia a firma Jeremy Dibble, in Inglese, sul celebre Doctor Music rinnovatore della musica Irlandese è disponibile online.

Non tutti amavano per ovvie ragioni di campanilismo o nazionalismo, come Gauguin, la presenza di uomini colti e dotati provenienti da un altro paese. Nella Parigi di fine Ottocento, inizi Novecento, gli italiani rumorosi, scherzosi, autoironici tanto da affibiarsi in tono chiaramente umoristico il titolo di Polentoni sono un elemento, agli occhi dei francesi, di rottura con la tradizione, ma Degas dimostra che si può essere figli di più culture ed apprezzare il buono di cui l’altro è portatore. Riguardo a Luigi Denza e a Michele Esposito potremmo gioire esprimendo soddisfazione per un “ein plein“, dei due compositori sulla polenta.

Per chiudere vorrei osare immaginare il buon Degas, seduto in un angolo del circolo della Polenta intento con sguardo pensoso a rimuginare le dure parole di Gauguin, e però in un impeto di liberazione elevarsi ad un tratto come le sue ballerine e chiamare i due musicisti stabiesi e nella lingua nostra dire: “Giggì, Michè, cantamme!

  1. Luigi Denza la Storia
  2. Esecuzione del Tenore Francesco Daddi Chicago 1945
  3. Biografia Lara Andriolo

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

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