Giuseppe Abbagnale, mazziniano e garibaldino gagnanese

a cura di Antonio Cimmino 21 maggio 2020
Giuseppe Abbagnale (o Abagnale) di Melchiorre, di famiglia contadina nacque a Casola il 25 novembre 1816 e, in giovane età si trasferì nell’attigua Gragnano per esercitare il mestiere di falegname. Nell’ambiente degli artigiani e dei borghesi gragnanesi l’ideale repubblicano di Mazzini stava sviluppandosi a macchia d’olio. Il giovane Giuseppe assieme ad altri amici fu avvicinato dall’avvocato Gaetano Mariconda e da Gaetano Mascolo che subito notarono questo artigiano combattivo.

Il Mascolo, mastro bottaio era anch’egli di Casola, ove era nato il 12 febbraio del 1828 e sebbene molto giovane, era ben introdotto nell’ambiente repubblicano gragnanese collegato con Castellammare di Stabia e la Capitale.   Il gruppo dei rivoluzionari era denominato “Repubblica” e, oltre al rovesciamento della monarchia assolutistica, aveva come scopo l’introduzione di una riforma agraria che abbattesse il triste fenomeno del latifondo che sfruttava i braccianti. I giovani repubblicani di Gragnano non sopportavano la tracotanza dei caporali che, per pochi “carlini” arruolavano i braccianti che attendevano di lavorare seduti a piazza della conceria o  a piazza San Leone. L’eco della partecipazione di Gragnano e di Lettere nelle fasi cruenti della Repubblica napoletane del 1799, era ancora viva in città. Gragnano, Lettere, Castellammare furono quasi distrutte dal generale MacDonald al servizio della restaurazione borbonica.
Sull’onda dei movimenti costituzionalisti che investì tutta l’Italia e parte dell’Europa, anche nel Regno delle Due Sicilie fu fortemente chiesta la Costituzione e il re Ferdinando II fu costretto a promulgarla il 3 aprile del 1848 affidando allo storico Carlo Troja (o Troya) l’incarico di primo ministro. Ma il tutto durò poco. Ferdinando II forse subodorando fronde repubblicane nello stesso governo, ritirò la Costituzione e licenziò il primo ministro.  In tutto il regno si svolsero violenti manifestazioni antiborboniche e il gruppo gragnanese dei mazziniani reagì di conseguenza. Subito i disordini furono sedati con la forza e piovvero arresti e condanne. Mariconda riuscì a sfuggire e riparare all’estero, ma furono presi e condannati “ai ferri” per aver “fatto parte di una setta detta Repubblica” a  pene varianti dai 20 ai 24 anni dalla corte criminale di Napoli, oltre  Giuseppe Abbagnale, anche Raffaele Ruocco di anni 50, Antonio Esposito di anni 49, Domenico Pozzelli di anni 35, Gaetano Mascolo di anni 26 e Alfonso Sabatino di anni 24. Era il 15 febbraio 1850. Con altri 66 detenuti Abagnale fu incarcerato nel penitenziario di Procida e successivamente in quello di Santo Stefano. (Quest’ultimo fu fatto costruire da Ferdinando IV dall’architetto Francesco Carpi allievo di Vanvitelli, secondo il metodo americano del Panopticon, cioè a struttura circolare che si sviluppava attorno ad un cortile. (Era un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo-giurista Jeremy Bentham permettendo a un unico sorvegliante di osservare – opticon-  tutti – pan-  i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se fossero in quel momento controllati o no. Il nome si riferisce anche a Argo Panoptes della mitologia Greca: un gigante con un centinaio di occhi considerato perciò un ottimo guardiano). Dopo sette anni di penitenziario, il giorno 9 gennaio 1859 in base al decreto del 27 dicembre dell’anno precedente, in occasione del matrimonio del principe ereditario, la rimanente pena dei ferri, venne commutata nell’esilio perpetuo dal Regno con la deportazione in America. Abbagnale ed altri 69 detenuti, prelevati anche da Nisida, furono imbarcati sulla pirocorvetta Stromboli. A bordo incontrò famosi prigionieri politici come Silvio Spaventa, Luigi Settembrini e Carlo Poerio. Lasciate le acque territoriali, la nave fu presa rimorchio dalla pirocorvetta Ettore Fieramosca (varata a Castellammare nel 1850). La navigazione proseguì fino a Cadice ove fu noleggiata la nave americana David Stewart, l’unica resasi disponibile per portare in America i detenuti napoletani. Il giorno 20 febbraio 1859 a 200 miglia da Capo San Vincenzo i detenuti furono trasbordati sul bastimento americano e le due unità nazionali, Stromboli e Fieramosca, ritornarono nel Mediterraneo.
Subito i napoletani protestarono con il comandante, a mezzo del figlio di Settembrini, nocchiere su un mercatile inglese alla fonda, che fungeva da interprete e che a Cadice si era imbarcato sulla David Stewart sotto false spoglie di cameriere di bordo. Essi chiesero di essere sbarcati in Europa e minacciarono il comandate di deferirlo alla magistratura di New York appena giunti in America, per sequestro di persone e per eventuali morti tra i debilitati passeggeri durante la traversata. Riuscirono a farsi sbarcare in Irlanda e precisamente a Cork, poi andarono a Londra. Qui ebbero accoglienze trionfali e anche molte sterline dai comitati antiborbonici creatisi in Inghilterra e sovvenzionati dalla massoneria americana e britannica. A Londra, accolti anche dall’Ambasciatore del Regno di Sardegna, si aprirono diverse sottoscrizioni sia sul Time e sia dai Lords Palmeston e Gladstone. Questi ultimi particolarmente attivi nell’opera di demonizzazione della dinastia borbonica con “fake news” sia sui giornali che in apposite conferenze. Gli interessi britannici nel centro del Mediterraneo, erano enormi, sia per le miniere di zolfo, sia per le proprietà e, principalmente, per la prossima apertura del canale di Suez che rendeva appetibile a molti il traballante Regno delle Due Sicilie. Lo stesso imperatore Napoleone III mirava a sostituire i Borbone con il figlio di Gioacchino Murat ex re di Napoli col nome di Gioacchino Napoleone (1808-1815). Abbagnale assieme agli altri suoi compagni, dopo una sosta a Parigi, andarono a Torino. Anche qui entusiastiche manifestazioni di popolo e di regime mentre sti stava organizzando l’invasione del Sud Italia. Organizzata la “Spedizione dei Mille“, Abbagnale volle imbarcarsi a Quarto sul vapore Lombardo e, sbarcato a Marsala, combatté a Calatafimi e Milazzo. Nell’elenco dei Mille compare con il cognome di Abbagnole. Fatta l’Italia, molti garibaldini di ispirazione mazziniana e, quindi, repubblicani entrarono in crisi e, tra questi, Giuseppe Abbagnale. Tornato a Napoli, minato nel fisico e nello spirito, venuti a mancare i suoi ideali, Giuseppe si diede all’alcool. Dall’alcoolismo cronico transitò verso gravi disturbi psicotici per cui, il 4 febbraio 1866, fu ricoverato nel manicomio di Aversa dove si spense dopo pochi giorni.
Bibliografia
AA.VV., Elenco ufficiale dei Mille Sbarcati a Marsala, Tipografia Romana di C. Bartoli, Roma, 1870
Luigi Settembrini, Ricordanze della mia vita (prefazione di Francesco De Sanctis), Napoli, Antonio Morano, 1880, vol. II, pp. 51-52
Pasquale Villani, ABAGNALE, Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 1, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1960
Panopticon – Wikipedia  https://it.wikipedia.org/wiki/Panopticon
www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-abagnale_(Dizionario-Biografico)

About 

Collaboratore di Redazione

Già dipendente del cantiere navale di Castellammare di Stabia, si interessa della storia delle navi militari ivi costruite dalla sua fondazione. Appassionato, della Marina Militare e della marittimità in genere. E' socio della locale Associazione Nazionale Marinai d'Italia.

1 pensiero su “Giuseppe Abbagnale, mazziniano e garibaldino gagnanese

  1. Luigi Totaro

    La memoria del passato rinvigorisce il presente ed è un trampolino di lancio per il futuro.
    Ricordare poi persone e fatti salienti che hanno interessato la nostra vita è un atto d’amore.

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