Fra Bartolomeo Rosa e il rinvenimento del Crocifisso, foto Enzo Cesarano

Il Crocifisso di Pozzano e l’eruzione del 1631

Il Crocifisso di Pozzano e l’eruzione del 1631

di Giuseppe Zingone

Si ringrazia il Signor Enzo Cesarano per la gentile concessione delle foto

L'arrivo del Crocifisso, Foto Enzo Cesarano

L’arrivo del Crocifisso, Foto Enzo Cesarano

Abbiamo già accennato alla Basilica di Pozzano ed alla sacra immagine della Patrona di Castellammare, il lavoro non sarebbe completo, però, senza la storia del Crocifisso di Pozzano. Questo antichissimo manufatto ligneo è legato alla Basilica e alla sua storia, nonché a quella dei Padri Minimi, che nel convento di Santa Maria di Pozzano hanno ancor oggi la loro residenza.

Fu un evento catastrofico di cui non è rimasta quasi traccia nella storia della Città di Castellammare, come del resto tanti furono i terremoti e le eruzioni, la cui ombra ha da sempre oscurato la vita dei nostri avi, ma l’eruzione del Vesuvio del 1631 è da sempre legata al ligneo crocifisso di Pozzano. Dalle notizie che ci provengono dall’INGV Osservatorio di Napoli,1sappiamo che si trattò di un’eruzione subpliniana, secondo alcuni studi, quasi 400 metri del cono del vulcano collassarono  alle sue pendici. Le vittime furono oltre quattromila2

Ecco un brevissimo stralcio registrato da Francesco Balzano: “Il più di tutti terribile, fu quello di questo nostro secolo, nell’anno trentuno di esso, del quale molti di quelli, che soprauissero, non possono senza lagrime ricordarsene; e chi nol vidde, se da curiosità è spinto, può hauerne notitia da quelli, che in quei tempo distintamente ne scrissero, e frà gli altri, li Padri Recupito, e Mascolo, ambedue Gesuiti; Cesare Braccini, il Giuliani, & il Padre Carafa, Chierico Regolare”.3

Fra Bartolomeo Rosa con il Crocifisso, Foto Enzo Cesarano

Fra Bartolomeo Rosa con il Crocifisso, Foto Enzo Cesarano

Il Cardinale di Napoli, Francesco Boncompagni, nel principio dell’eruzione del 1631, era a Torre del Greco e decise prontamente di spostarsi a Napoli via mare, così racconta (in maniera quasi epica, n.d.a.) Giulio Cesare Capaccio(Egli)  ricorse al Dio della Natura, al sommo Creator Dio, fe pompa ne i sacri Altari del Santissimo Sacramento dell’Eucharistia, terror dell’inferno, conuocò tutti i soldati della Chiesa, tutti i Religiosi, claustrali, e secolari, fè spiegare, i Labari con pomposissime processioni, diede à tutti la tessera militare col nome di Giesù, di Maria, fè vscir fore per la Città, ogni Reliquia sacra, ogni sacra, e diuota Imagine, diede, ampia podestà ad ogni Sacerdote, che ascoltasse le confessioni, & assoluesse da peccati tutto il popolo ch’in mezo alle publiche strade, quasi moribondi chiedeuano misericordia à Dio, già che tutti haueano presente il giorno finale del Giuditio; & esso in mezzo à gli hinni, à i pianti alle mortificationi, a i cilitij, alle battiture, alle voci, e gridi di tutti, che si faceuano vdire insino a i piedi di CRISTO nostro Signore, vestitosi la corazza del manto Ponteficale, postosi in testa la celada della sacra Tiara, presa in vna mano la spada del misterioso Pastorale, in vn’altra imbracciato lo Scudo del miracolo sangue del Glorioso S. Gennaro, quasi nouello Gedeone, con viva fede, fè più merauiglia che se hauesse fatto fermare il Sole, perchè comandò a i diauoli che ritornassero indietro, ne vomitasse più fiamme la voragine, e cessò il foco, e sì rassenerò il Cielo, e così miracolosamente col vigor del Sangue beato, e con tre sue sante benedittioni, restò salua la sua bella Napoli, la quale hebbe più felice il contento, quando in vna parte della Chiesa, vidde tutto il corpo del Santo Tutelare Pontificalmente vestito, che benedicendo daua segno di consolatione“.4
Fu questo un evento disastroso anticipato da terremoti e dissesti idrogeologici che coinvolse una grandissima fetta di territorio intorno al Vesuvio, molte come dicevamo furono le vittime, ma furono tantissimi a perdere ogni cosa circa 50000. Le parole usate dal Capaccio, sono figlie di un contesto fortemente religioso, come quello del 1600,5

La storia del Crocifisso di Pozzano è narrata da Padre Serafino De’ Ruggieri nel suo Istoria dell’Immagine di Santa Maria di Pozzano.

I Padri minimi la cui presenza era una certezza per i devoti di San Francesco di Paola erano diventati un punto di riferimento importante per gli abitanti della Città di Castellammare di Stabia.6

Il Crocifisso di Pozzano, foto Enzo Cesarano

Il Crocifisso di Pozzano, foto Enzo Cesarano

Ecco il testo  di Padre Serafino de’ Ruggieri

Dell’invenzione della Immagine del Santissimo Crocifisso di Pozzano
CAPITOLO XVII

Egli il Monte Vesuvio rinomato per le sue dannose eruzzioni sin da tempi del Padriarca Abramo, dopo l’umana redenzione più formidabile e più famoso si rendette, poiché con più frequenza vomitò fuoco, e più gravi fece a molti pruovare i suoi dolorosi effetti, cominciando dell’Anno ottantunesimo di Gesù Christo nell’imperio di Tito Vespasiano, allorchè e’ ruinò e colle copiose infocate sue ceneri atterrò le Città di Ercolana, Pompejana, e le reliquie della già distrutta Stabia: e ben dodeci altre volte in varj tempi (siccome alla Divina volontà piacque di castigarne per mezzo di esso) vomitò acceso bitume, che ‘a guisa di rapidissimo torrente abbattuto quanto incontrava; lasciò sempre delle cose da lui fatte a’ posteri gran memoria. Nessuna però di tali eruazioni fù più terribile, o di più gran danni cagione, quanto quella nell’anno mille secento trentuno avvenuta; conciosia, che questo monte eruttò bituminoso fuoco ben otto continui giorni con tal scotimento, che fece sentire sin nell’Asia minore il suo strepíto; e la minuta cenere in tal copia col suo empito fece in aria salire, che oscurando colla sua densità il Sole, faceva ch’il Mondo restasse privo della sua luce, nei torchi accesi, ne le candele davano il lor consueto lume; laonde in queste nostrere Regioni si vivea tra le tenebre palpabili dell’Egitto.
Cessato era perciò ogni mestiero, impedito il traffico, perduto l’umano commerzio, ed ogni cosa di orrore e miseria ripiena. Più della felice Campania, e, più di Napoli temeva Stabia, la quale per essere molto prossima più imminente le era il pericolo dell’ultima sua desolazione. In tanta publica calamità dolente oltremodo il Vescovo Stabiano Annibale Mascambruno, a pietà mosso del suo popolo, deposta perciò la mitra, e tutti i sacri ornamenti, ‘a piè scalzi, con fune al collo, vestito di Ciliccio girava le strade, a placare il divino sdegno il suo gregge essortando: i maggiori Sacerdoti pallidi in volto, aspersi di cenere predicavano cogl’essempli non men che colle parole la penitenza: Nobili e plebei di ogni sesso ed età, in un giusti e peccatori confusi e misti facendo delle lor membra aspro governo, chiedevan a Dio misericordia, e di lor colpe perdono. Eran in fine, tali e tanti i gemiti, i singhiozzi, le lagrime e grida, che empivan di un mesti suono l’aria e cagionavan orror tale, che giunto essere il giorno estremo creduto averesti.

Governava da Superiore il nostro Convento di Pozzano in quel tempo calamitoso, il Venerabile Padre Fra Bartolomeo Rosa Uomo per Santità di costumi e per lettere molto illustre, il quale vedendo Dio sdegnato, che già preso aveva in mano il flagello per punire il nostro Regno, mosso a compassione del vicino comun pericolo e specialmente di Castellammare sua Padria, volle ancor egli (oltre le penitenze ed orazioni che secretamente faceva) concorrere con publica supplicazione a priegare la Divina misericordia, acciò rendesse l’ira sua placata; intimando perciò,a suoi frati una penitente processione, colla quale alla maggior Chiesa delle Città si condussero. Ivi giunti, salì egli in pulpito e con zelo veramente Appostolico cominciò un divoto sermone con tal fervore, che pentrando le di lui parole, dalla divina grazia ajutate, nel cuor degl’Uditori, si compunsero, ed umiliarono in tal modo
che conosciuti i loro falli, con lagrime di vero dolore piangevano. Ma non potè il buon Frate condurre a fine la fruttuosa predica, poiché da improvisa estasi sorpreso, ed in altissima contemplazione rapito, immobile lungo tempo, si tacque: tutti intanto con ansia aspettando vedere qual fusse di tal avvenimento la fine, ed ecco, che il venerabile Uomo come rivenne, così con oscure e per allora non ben intese parole, disse: andiamo, Fratelli, a prendere il Figlio, che viene a ritrovar su Madre. E ciò detto, accompagnato da’ medesimi suoi Frati e da tutto quel numeroso Popolo (al quale la Santità dell’Uomo di Dio era ben nota) verso il lido del mare, che è prossimo al nostro Conveento prese il cammino; e mentre ivi inginocchiato sua breve orazione faceva, viddesi a galla dell’acqua venire un Crocifsso di legno che appressatosi al luogo, dove e’ si trovava orando, depositossi nelle sue mani, e fece con ciò, e a lui, e alla fortunata Città, ed al Convento di Pozzano di se stesso un benefico dono.
Era egli il Crocefisso un corpo nudo d’incognito legno senz’alcun colore, ma di non mediocre artifizio di scoltura, alto quattro palmi, e senza alcuna croce ove fosse conficcato; tenendo però le braccia distese, il capo chino, e gl’occhi chiusi rappresentante il Figliuolo di Dio sul duro salutevol legno della Croce già morto. L’infiammato predicatore adunque allegro molto con divozione il prese, umilmente baciollo, e poscia in alto alzandolo, con que’ medesimi, che stavan ivi presenti di nuovo alla Città avviossi.
Grandissima fù l’allegrezza e non meno il pianto del Popolo Stabiese al vedere quella Santa Immagine fuor d’ogni espettazione lor mandata dal Cielo, correndo ogn’uno curioso e divoto a guardarla ed a riceverne la benedizzione, con ferma speranza, che il Signore per mezzo di essa Immagine averebbe lor liberati da sì gran flagello dal quale venivano allora castigati. E vie più lor conceputa speranza si accrebbe, allorchè co’ proprj occhi viddero calar un raggio di luce dal Cielo, che sopra del capo del Crocifisso fermandosi, mai da quello si partì, accompagnandolo in tutto il cammino, che il Frate per la Città fece, e con esso la benedisse: finalmente il detto raggio dilatossi di maniera, che fe dileguare le caliginose nubbi, e con ciò il bel giorno sereno apparve, che riempiendo di gioja ogni cuore, tutte le cose nel lor primiero stato e quiete ritornò. Il nostro Frate intanto carico di un tal celeste tesoro nel Convento di Pozzano portollo, e nel Noviziato di esso il dipose, dove con ogni culto e venerazione sinora si conserva.
In memoria di una tal grazia miracolosa la Città di Stabia nel di diecesettesimo di Novembre (nel qual’giorno tali cose avvennero) si obligò con voto di farne ogn’anno in nostra Chiesa cantar Messa solenne, ed altre preci solite a dirsi in rendimento delle grazie dal Signor nostro ricevute; qual pio costume ancorché sia già trascorso un secolo, religiosamente tuttora si mantiene”.7

Inseriamo inoltre in nota un interessante documento di Orazio Feltri Patrizio Napoletano datato Napoli, 4 febbraio 1632 dal quale risultano meglio descritti gli accadimenti della terrificante eruzione del 1631.8

Completato il 2 Luglio 2018


Note

  1. Nella pagina che segnaliamo uno dei primi documenti sulla terribile eruzione che a dire il vero è ben documentata, in altri testi d’epoca, La Lapide di Portici, a firma del Viceré Emanuele Fonseca Zunica conte di Monterey.

    Ecco una traduzione presa dal Web.

    Posteri, posteri
    è nel vostro interesse, l’esperienza vissuta ammaestra la vita a venire
    Vigilate
    Venti volte da che brilla il sole, è storia, non favola
    fu in eruzione il Vesuvio
    sempre con immane strage di quelli che hanno indugiato
    Ammonisco perché d’ora in poi non ghermisca gli incerti.
    Questo monte ha gravido il ventre
    di bitume, allume, ferro, zolfo, oro, argento, nitro e fonti d’acque
    Presto o tardi sarà incandescente
    e con gli influssi del mare li partorirà
    Però prima dell’eruzione si sconvolge e scuote la terra
    manda fumo, lampeggia, vomita fiamme, squassa orribilmente l’aria
    emette muggiti, boati, tuoni: fa allontanare dalle loro terre i vicini
    Spicca il volo finché ti è consentito
    da un momento all’altro scoppia, e rompe impetuosamente. 
    Vomita un lago di miscela di fuoco
    precipita in celere corsa, preclude la fuga tardiva
    Se ti ghermisce è finita: sei morto!

    Nell’anno di salute 1631, il 16 dicembre, regnando Filippo IV ed essendo viceré Emanuele Fonseca Zunica, conte di Monterey.

    Verificatasi nuovamente la calamità dei tempi passati
    ed essendo provveduto con grande umanità e munificenza
    ai relativi soccorsi
    (Si rinnova il monito)
    Il Vesuvio, temuto, ha serbato in vita.
    Non tenuto in considerazione, ha fatto strage
    degli incauti e degli avidi
    per i quali la casa e le masserizie contavano più della vita
    Allora, se hai giudizio, presta ascolto a questa lapide eloquente
    non curarti della casa, non badare ai bagagli:
    fuggi, senza alcuna esitazione!

    Essendo il marchese Antonio Suarez Messia Marchione vicesoprintendente alla cura dei ponti e delle strade”.

  2. Nel 1748 secondo Pio Tommaso Milante la popolazione di Castellammare contava circa novemila persone, abbiamo perciò ragione di credere che nel 1631 la popolazione di Castellammare non superasse le cinquemila unità.
  3.  Francesco Balzano, Ovvero Ercolano e la Torre del Greco tolta all’oblio, Napoli 1688, pag. 99-100.
  4.  Giulio Cesare Capaccio, Il Forastiero, Incendio di Vesuvio, Napoli 1634 pag. 66-67.
  5.  Forse a noi fa sorridere il fatto che gli uomini del tempo pensassero di fermare una eruzione con lacrime, preghiere e processioni, ma del resto quali strumenti avevano a disposizione? Non bisogna inoltre dimenticare che l’evento durò soli due giorni. Può l’uomo davvero avere pieno controllo sulla natura? Non sta a noi rispondere, ma di certo ci si può provare.  Oggi le parole del Vangelo ci sono estranee ma queste erano riferimenti di vita per i cristiani: Se vuoi leggi: La tempesta sedata: Vangelo di Marco 4,35-41, al brano ognuno dia risposta secondo buona volontà e coscienza. Riporto qui solo alcuni versetti: “Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?»”.
  6. Marcella Campanelli, Gli insediamenti dei Minimi nel Regno Di Napoli fra XV e XVII secolo, pag. 171.“Altro polo devozionale era a Castellammare di Stabia, dove nella chiesa intitolata alla Madonna di Pozzano si veneravano un’effigie della Madonna ed i corpi di Andrea Pepoli e di Bartolomeo Rosa, padri minimi morti in concetto di santità”.
  7. Padre Serafino De’ Ruggieri, Istoria dell’Immagine di Santa Maria di Pozzano, Napoli MDCCXLIII, pag. 106-109. Vedi anche Catello Parisi, Cenno storico descrittivo della Città di Castellammare di Stabia, Firenze 1842, pag. 89.
  8. All’Ill.mo e Rev.mo Sig. Pro.ne Col.mo Mons. Card. Francesco Maria Brancaccio

    Di tutti gli incendi del monte Vesuvio che tante volte ha reso la Campania disgraziata, nessuno è stato più funesto di quello del 16 dicembre 1631, compreso quello che ebbe luogo sotto Tito Vespasiano e di cui Plinio il giovane e Dione Cassio fanno una scrupolosa descrizione. Si ebbero allora, difatti due città, Ercolano e Pompei, distrutte per il fuoco; questa volta non sono solamente Torre del Greco e Torre dell’Annunziata, le due città che sorsero dalle ceneri di Ercolano e di Pompei, ma tutti i borghi e villaggi giacenti intorno al Vesuvio che vediamo incendiati e distrutti, quali i villaggi di Trocchia, di Massa, di Pollena, di S. Sebastiano, di S. Anastasio, di Palma, di Bosco, di Resina, di Cremano, questo bruciato per la seconda volta, dei borghi di Somma, di Ottaiano, di Lauro. In quanto al borgo di Marigliano, al villaggio di Saviano e all’antica città di Nola, inondati dalle le acque sgorgate di recente dalla montagna, non hanno sofferto molto meno degli altri. Il monte Vesuvio alza la sua doppia cima nel mezzo della Campania una volta felice, in riva al mare. Non lontano dalla cima che guarda Stabia e che si estende verso mezzogiorno, si apre un baratro immenso da dove solitamente vomita fiamme dalle sue viscere, e per dove si poteva scendere fino in basso nell’interno della montagna: è al di sotto di questa cima che è nello stesso tempo un baratro che, il 16 dicembre 1631, montò un’immensa nuvola di fumo nero e caliginoso che nascose improvvisamente la luce del giorno. Questa novità spaventò tanto più maggiormente in quanto era stata preceduta durante la notte da due violenti terremoti: uno verso le ore cinque, l’altro verso la dodicesima. Durante tutta questa giornata, tuttavia, il Vesuvio non ha preso nessuno a tradimento, si accontentò di minacciare senza colpire, ma non senza spaventare: egli lanciava fumo, liquefaceva i suoi materiali interiori, muggiva orrendamente come nei dolori da parto: temibile avvertimento dato a tutti gli abitanti affinché placassero la collera di Dio e scongiurassero il flagello che si stava alzando su di loro.
    Durante la giornata il Vesuvio, per il suo fumo ed i suoi ruggiti, fece tremare i Campani; con l’inizio della notte li fece morire quasi di paura. Questo fumo si trasformò in lapilli e sibilanti fiamme; inoltre gli strepiti dell’acceso Monte si sentivano come un cupo tuono e ai numerosi boati si scuoteva il suolo, che frequentemente tremava, a tal punto che i tetti della città di Napoli sembravano crollare piuttosto che oscillare; tutti gli abitanti lasciavano le case per non essere schiacciati sotto le macerie. La maggior parte si teneva all’aperto o nelle carrozze. Un grande numero si rifugiava nei templi; le vie erano piene di persone che correvano gridando; dai templi pieni di folla riecheggiavano le preghiere; si aspettava il ritorno del giorno, che funestissimo sopraggiunse.
    La catastrofe fu annunciata ancora da un temporale misto ad una grande quantità di ceneri: i tetti, le strade, i vestiti dei passanti erano sporchi di cenere; una spessa nuvola di cenere velava il sole e faceva un’orribile tenebra; ma verso le ore quattro del giorno il Vesuvio, dalle squarciate cavità sotterranee, fatta più larga l’antica voragine, sembrò vomitare tutte le sue viscere, a tal punto che le città e i borghi enumerati prima furono seppelliti fino alla cima dei tetti sia dalla cenere e dal bitume liquefatto, che dalle pietre infuocate; le persone erano oppresse o soffocate dal denso fumo.
    Scorreva un alluvione, come si vide, di bituminoso torrente, che sembrava un incendio in un fiume d’acqua, inghiottendo, bruciando tutto nel suo passaggio, travi, tegole, alberi, greggi e animali domestici. Si vedevano uomini immersi nel fango; pesci in secco e nuove scogliere sulla spiaggia costiera del Vesuvio. Si è visto il mare presso Stabia e nel porto piccolo di Napoli ritirarsi, come se le navi navigassero nel solido, ma poco dopo riversarsi con lo stesso fragore.
    Intorno a questo Vesuvio, là dove la Campania stendeva poc’anzi felice fecondità ogni suono, dove Pomona e Bacco prodigavano i loro doni, il fuoco e l’acqua hanno devastato tutto: i campi hanno perso il loro manto verde e il fogliame; i confini sono stati spostati o sono spariti sotto uno spesso strato di cenere; è ormai una terra di nessuno senza divisioni, senza proprietari, appare come il deserto libico squallido e arenoso.
    La montagna, che si riconosceva da lontano per la sua mole e altezza, appare adesso mutilata e decapitata, infatti negli incendi precedenti aveva divorato solamente le sue viscere, ma questa volta ha consumato e divorato la sua cima e i suoi vasti fianchi e giornalmente continua a rodere ed a mangiare se stesso.
    Ora che sono trascorsi cinquanta giorni, né ha cessato di esalare fumo, né talvolta ceneri, o ogni tanto di scuotere la terra”.

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi tra cui: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

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