Pillole di cultura: Accendere (parte I)

a cura del prof. Luigi Casale

Chi segue il nostro lavoro di liberiricercatori con una certa assiduità, avrà notato la nascita di questa sezione in cui vengono presentate modeste pagine di semantica (scienza dei significati). Non è niente di importate. Una cosa di cui si può fare a meno, come di tante altre cose, e continuare a vivere bene. Non ho detto “si può fare volentieri a meno”, perché molti, non sapendo che esiste (la semantica), non possono neppure sceglierla, o rinunciarvi. Però tra tutti quelli che potevano esercitare questa facoltà di scelta, ve ne sono stati alcuni (molti più del previsto) che hanno mostrato interesse e curiosità. Da questo è nato in loro anche il desiderio di porre domande per soddisfare questa curiosità. Poiché – in mancanza di una esplicita dichiarazione – devo supporre che le domande siano rivolte alla mia persona in reazione al mio lavoro, mi preme precisare che qui non troverete né una macchina elettronica che ha tutte le risposte già programmate, né un accademico che per dovere professionale deve far fronte a tutti i possibili quesiti di carattere scientifico che attengono alla sua disciplina, di cui si dice competente. A comprendere lo spirito del mio lavoro inviterei i lettori a leggersi o a rileggersi l’introduzione al Convivio di Dante (Convivio I, 1).
E chiedo scusa se qualche volta non sono esauriente nella trattazione degli argomenti che affronto. D’altra parte, nella presentazione della rubrica, nelle lettere alla redazione, nelle risposte agli interpellanti, nella esposizione dei lemmi, nella stessa corrispondenza privata e di lavoro con la Direzione, vi sono tante mie dichiarazioni, che, non dico giustificano, ma almeno definiscono la portata e l’ambito di questa attività di ricerca.
Detto questo passiamo al soggetto “accendere e spegnere” sollecitatomi da Frank Avallone, prezioso collaboratore del sito. Intanto senza entrare nel merito dei significati, vorrei fare una considerazione di metodo. Quello che noi facciamo è definire il fenomeno, descriverlo, fotografarlo (è una metafora!), capirlo. Ma non tracciamo proiezioni in avanti, come fanno certi politici e certi economisti che senza capire il presente, si affannano a far previsioni, … e intravedono solo “crisi”. Noi non abbiamo strumenti d’intervento. Rispetto al “come dovrebbe essere” che tanto tormenta Frank, non abbiamo risposte. Ci limitiamo a descrivere il presente. Al massimo andiamo all’indietro. E’ come chiedersi perché per dire che ho capito qualcosa devo usare il verbo “comprendere” o per dire che ho un’idea devo dire “concepire”.
E’ la convenzione linguistica! (Un giorno spiegheremo anche questa). Capito il trucco, ne troverete tante di simili situazioni linguistiche.
Perché lo strumento per scrivere continuo a chiamarlo “penna”? E non solo io, ma anche i francesi, gli inglesi, i tedeschi, ecc. Nella loro lingua, naturalmente! E il calamaio perché era calamaio? (Quando c’era; oggi i ragazzi non sanno neppure che cosa sia). Se non conteneva più al suo interno le “cannucce”?
Due sono i motivi: o un nome si lega ad un oggetto e si conserva anche quando quest’oggetto si trasforma per vari motivi – miglioramenti tecnologici, cambio di destinazione, ecc. – oppure, di fronte ad un oggetto di nuova invenzione o su cui la lingua (i parlanti) dimostra un interesse nuovo, dovendogli dare un nome, si utilizza la metafora. Cioè si va a reperire una parola di un’altra sfera lessicale, di un’altra famiglia di parole, di un’altra area semantica, e per una sorta di parallelismo a volte coerente a volte ingiustificato, si appiccica al “nuovo” oggetto da designare. Nuovo, relativamente alla designazione linguistica.
Perché l’imbarcazione abbiamo cominciata a chiamarla “vapore”? E poi abbiamo continuato anche quando il vapore non c’era ormai più?
Nel caso di accendere e spegnere, propri del fuoco, i due verbi, sono passati prima alla lampadina (dove c’era ancora del fuoco), dalla lampadina al gesto che si fa sull’interruttore (chi si ricorda che si diceva anche “chiudere la chiavetta”?), dall’interruttore poi a tutti i macchinari elettrici che hanno un interruttore. In chiesa, non ricordo se la notte di Pasqua o il giorno della Candelora, mi è capitato di sentire dire dal prete, rivolto al chierichetto: “Accendi il popolo!”. Questa è la lingua: una cosa viva. Come sono vivi i parlanti, e i pensanti. Creativi! (Pensanti, non “pesanti”, come il prof. Casale).
Con questo non voglio esimermi (vi ricordate: esimio?), non voglio dispensami, dal fornire una probabile etimologia ad accendere e spegnere. Ma per il bene comune è meglio che ne parliamo domani.

About 

Collaboratore
Classe 1943, è un insegnante di liceo in pensione, cura la rubrica "pillole di cultura" e partecipa volentieri alla produzione di "storie minime". Inoltre è presente sotto le voci: detti, motti e tradizioni locali.

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