Pillole di cultura: Accendere (parte II)

a cura del prof. Luigi Casale

Accendere e spegnere, nella lingua italiana, trovano la loro originaria pertinenza (cioè si adattano con determinate parole affini per significato) solamente con il fuoco. Tutte le altre cose che si possono accendere o spegnere sono frutto di metafora. Quindi si accendono e si spengono tutte le cose che danno esca al fuoco. Ma se cerchiamo la radice etimologica delle due parole, avremo una grande sorpresa. Che la loro area semantica è quella della luce e del colore. Praticamente, si mette in evidenza non tanto il fenomeno chimico della combustione che per l’uomo antico è misterioso, quanto il suo effetto visivo che innegabilmente è una percezione istintiva anche per l’uomo antico.
Immaginate il rapporto col fuoco da parte degli esseri inanimati. Al confronto l’uomo, pur ignorando la causa e il fenomeno specifici del fuoco, intuisce poeticamente la differenza tra acceso e spento in termini di luminosità e di colore. Notiamo tuttavia che nelle parole che esamineremo manca il tratto semantico delle temperature (freddo, tiepido, scottante).
Accendere è parente di incendio: il primo, verbo; l’altro, sostantivo. Se ipotizziamo che all’origine entrambe le parole abbiano avuta la corrispondente mancante, quale che essa sia, ci troveremo di fronte a due coppie in cui i verbi sono: “ac-cendere” e “in-cendere”. Non è difficile constatare che sono due verbi formati con preverbio (prefisso): il primo prende la preposizione “ad” (movimento verso; prossimità); il secondo, la preposizione “in” (dentro; movimento dall’esterno all’interno). Chiarito l’apporto di significato fornito dalle preposizioni che stabiliscono la differenza tra i due verbi, ci resta di scoprire il significato del verbo radicale “-cendere”.
In uno dei lemmi, pronti in redazione, ho avuto modo di parlare dell’apofonia. Nell’attesa che il lemma “apofonia” sia pubblicato, do qui una definizione essenziale del fenomeno fonetico. In breve: l’apofonia è quel fenomeno per cui una vocale di una parola cambia il colore a seconda che si trovi in una radice verbale o in una radice nominale, oppure quando il verbo senza preverbio assume il preverbio. Es. (latino) : “facio” (italiano: faccio) / per-ficio (italiano: faccio fino in fondo, porto a termine) . Sullo schema della lingua latina, esaminiamo i participi perfetti, vivi anche in italiano: fatto / perfetto. La a è una vocale apofonica, cioè che cambia colore.
La stessa cosa capita al verbo “candere” quando prende la preposizione come prefisso. Diventa in-cendere e ac-cendere, con la a che diventa e .
[La preposizione ad- diventa ac- per assimilazione regressiva].
Il corrispondente verbo radicale *cando non è attestato; tuttavia esiste un verbo candeo: essere bianco, schiarire, illuminare. Le due radici sembrerebbero collegate. Se così fosse, pur restando per noi provvisoriamente insoluto il problema della dipendenza dell’uno dall’altro, possiamo già dire che tutte le parole italiane come: accendere, incendio, incenso, candido, candela, candidato, candeggina, ecc. appartengono alla stessa famiglia, cioè fanno parte della sfera lessicale (insieme di vocaboli) della luce, del chiarore, della luminosità, del candore, e – per le due voci che anticamente se ne sono allontanate – del fuoco e della fiamma.
Spengnere. Scusate se mi riferisco ancora al latino, ma è l’unica strada. Ex-pingere: ex (preposizione) + pingere (verbo = dipingere, dar colore, illuminare dando maggiore o minore tonalità).
La preposizione ex- davanti a “pingere” è usata con valore privativo e fa si che il verbo significhi privare del colore.
La teoria che i termini accendere e spegnere originariamente si muovessero nell’area semantica della luce e del colore è confermata dall’altro verbo: estinguere.
Spero che adesso sia più facile seguire il ragionamento seguendo la sintesi grafica.
Extinguo da ex + tinguo (sinonimo di tingo, che significa bagno [vedi le parole italiane “intingo” e “attingo”] e anche inumidisco (il colore). O che si ricolleghi, anche questo verbo, alla stessa area semantica, o che voglia aggiungere l’idea del “gettare acqua sul fuoco”, con questo metodo di ricerca qualche risultato siamo riuscito ad ottenere.

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Collaboratore
Classe 1943, è un insegnante di liceo in pensione, cura la rubrica "pillole di cultura" e partecipa volentieri alla produzione di "storie minime". Inoltre è presente sotto le voci: detti, motti e tradizioni locali.

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