Anthonis van Dyck, Ritratto di Enrico di Guisa

La venuta del Duca di Guisa a Castellammare

La venuta del Duca di Guisa a Castellammare

di Giuseppe Zingone

Anthonis van Dyck - Portrait of Henri II de Lorraine

Ritrattto di Enrico II di Lorenia, Antonio van Dyck

Anche il Guisa, (Enrico II) provò, a riconquistare la terra dei suoi avi, quel Regno di Napoli oramai spagnolo. Tentò l’impresa con i suoi, la prima volta cercando l’appoggio di coloro che non avevano dimenticato gli angioini e sfruttando il malcontento popolare, a sua volta sfociato nella rivolta con a capo Masaniello, il tutto durò solo sei mesi, era l’anno 1647.1

La seconda volta con una sua armata, venne nel regno di Napoli, sempre sotto la guida vicereale degli spagnoli, e la peggio l’ebbe la nostra Castellammare. Era il 12 novembre 1654.

Si tratta di un fatto storico, infausto, per Castellammare, un evento storico forse tra i più minuziosamente descritti accaduto sotto il governo della nostra città, dei duchi di Parma, narrato nel libro di Domenico Antonio Parrino, Teatro eroico e politico dei governi de’ Viceré del Regno di Napoli, l’opera non solo è attendibilissima, perché vide la stampa solo qualche decennio dopo i misfatti di cui parliamo, ma ci sembra sia stata da molti nel tempo sottovalutata e minimizzata al solo accenno del Guisa e della data, cioé il 1654.

Il Conte di Castrillo

Il Conte di Castrillo

La venuta del Duca di Guisa a Castellammare, avviene durante il governo vicereale del conte D. Garzia D’Avellaneda et Haro, Conte di Castrillo.2

Tracceremo qui la vicenda di quella immane tragedia spesso riportata nella storia di Castellammare di Stabia,3 Inoltre, vogliamo sottolineare che si è diffusa in una certa sitografia l’idea che Castellammare fosse una Piazza d’arme quasi imprendibile, cosa che dalle parole del Parrino e da altre vicende da noi, narrate come in: Capitani di Ventura a Castellammare e il Corsaro Dragut purtroppo non si evince.

Il Conte di Castrillo pervenne in Napoli a’ dieci di Novembre 1653, Andò ad abitare in Posillipo nel Palagio de’ Duchi di Trajetto, dopo passate le solite visite scambievoli di complimento col Vicerè, e dopo essersi ritirato l’Oñatte nel Monistero di S. Martino de’ P.P. Certosini prese la possissione del Göverno a’ venti del medesirno mese con l’intervento degli Eletti della Città sù le tre ore di notte“.4Secondo il Parrino i napoletani si aspettavano un governo più attento alle necessità del popolo, rispetto a quello precedente dell’Oñatte, nel frattempo ripartito per la Spagna. Il malcontento di alcuni napoletani tra cui spiccano (secondo il Parrino) i nomi di Gennaro Cirillo ed Ippolito Pastena a favore di un intervento francese contro gli spagnoli teneva in fibrillazione il Regno di Napoli.5. Ai crescenti timori di una invasione francese, il conte di Castrillo “fece batter la cassa“,6 per meglio riorganizzare le milizie a difesa del Regno.

Il Duca di Guisa partì da Tolone, solo il 5 Ottobre del 1654, con una flotta composta da sette Vascelli d’alto bordo, quindici piccoli mercantili, sei Galee e sei Tartane, sopra le quali erano stati imbarcati settemila soldati di diverse Nazioni (mercenari dunque) e centocinquanta cavalli, oltre un gran numero d’armi, selle, briglie, ed altri ordigni, che dovevano servire ad armare tutti quelli, che sperava il Duca che dovessero dichiararsi del suo partito”.7 L’impresa cominciò male la flotta colpita da venti di Scirocco si ritrovò divisa in più luoghi, le galee approdarono a Malta dove le artiglierie tennero lontano le navi dal porto, solo grazie all’intervento del Re di Francia presso il Gran Maestro dell’Ordine, ottene gli arresti del comandante di quel Castello, i vascelli invece approdarono in Sicilia.8

Il 12 di Novembre 1654, furono avvistate molte vele e con un avviso il Governatore di Gaeta, allertò il Conte di Castrillo, il quale ordinò: “Che si ponessero all’ordine le sedeci Galee ch’erano in porto otto delle quali ubbidivano al Marchese di Bajona General della squadra del Regno: due à Giannettino Doria Generale di quella di Sicilia: due à D. Gabriele d’Errera Governatore di quella di Sardigna; e quattro à D. Carlo Doria Duca di Tursi. Furono guarnite di soldatesche tutte le marine, Città, e Terre del Golfo di Napoli e particolarmente Castello à mare sotto l’comando del Tenente del Maestro di Campo Generale Girolamo Amodeo“.9Furono inviate le Galee a tener d’occhio i movimenti degli invasori fin quando non li “videro gittar l’ancore dirimpetto Castell’ à mare“.10

Le Caravalle che portarono via gli ebrei cacciati dalla Spagna

Galee Spagnole

Dopo un’attenta descrizione della nostra città, il Parrino annota: “E’ luogo di molto traffico per la comunicazione, che tiene con tutte le Terre convicine alle quali serve come d’un picciolo Emporio, per provedersi delle merci, che vengono dalla parte del mare, e smaltire le proprie. Quindi è, che gli abitatori sono applicati la maggior parte al commercio; e come, che non portano il peso de’ pagamenti fiscali, & ubbidiscono ad un discreto padrone, com’è il Serenissimo Duca di Parma utile Signore di essi, possedono quasi tutti commode facoltà.

Questa Piazza, ch’ in se stessa non era forte, per essere un luogo aperto, e non poteva fortificarsi per cagione del síto dominato dalla montagna, era stata dal Viceré proveduta d’ottocento cinquanta Fanti, e sessanta Cavalieri di guarnigione sotto ‘l comando del mentovato Amodeo, al quale s’erano uniti quei Nobili, e Cittadini, c’havevano per difesa della lor Patria pigliato l’armi. Ciò  ch’era stato fatto per pura ragione di buon governo, conciosîacosaché niuno poteva credere, c’havesse dovuto il Guisa applicarsi all’impresa d’un luogo cotanto debole, nel quale gli sarebbe stato impossibile di mantenersi per la vicinanza della Metrópoli d’un Reame, che stava tutto in armi“.11E nonostante gli ulteriori aiuti che il Viceré mandò alla Piazza di Castellammare, questi “non giunsero à tempo, conciocosaché la sera del medesimo giorno decimoterzo di Novembre, che l’Armata Francese pervenne à vista di quella Piazza, fù dal Duca di Guisa spedito al Comandante un Trombetta per sollecitarlo ad arrendersi. Ció, che havendo l’Amodeo rifiutato di fare, con protestazione di volersi difendere fino all’ultimo spirito, cominciarono i Francesi ad entrar ne’ battelli, ed avvicinarsi alla terra al calor del cannone delle lor Navi. Quivi per tre caminí diversi s’avviarono alla Città poiché una parte di essi, guidata dal mentovato Ciriillo, e da altre persone pratiche del paese, fù condotta per una strada coperta su la montagna, che giace alle spalle di questa Piazza: altri prefero il camino ordinario del Ponte della Persica; e gli altri quello della Marina di Santa Maria à Puzzano, e del Carmine. In questa guisa Castell’ à mare rimase cinto da tutti i latí, e risospinta da ogni bada la guarnigione; la quale quantunque si fosse, porta in istato di valorosamente combattere, ad ogni modo ò fosse gente inesperta, per esser in maggior parte del Battaglione, ò fosse stata sopraffatta dal numero degl’inimici non fece tutta quella resistenza che si sperava. Il povero Amodeo vedutosi abbandonato non solo da’ suoi soldati, ma anche da’ Cittadini, si fece forte in una istrada coperta con alcuni pochi compagni: тà gli convenne di cedere al torrente degli aggressori e ritirarsi tutto ferito, ch’egli era, in un certo Casino, la dove si difese con tanto ardire fino al giorno seguente, che furono costretti i Francesi di concedergli onorevoli condizioni nella capitolazione, che fece della sua resa. Cosí fu preso Castell’ à mare, dove essendo. smontato il Duca di Guisa col seguito di cinquanta Cavalieri Gierosolimitani, e sessanta fra Staffieri e Lacchè superbamente vestiti, dopo rendute le grazie à Dio nella Chiesa del Duomo. e fattovi cantare il Te Deum, andò a riconoscer la Piazza, e la fece fortificare con nuove trincee ben guarnite di soldatesche. A tutti quelli, che non vollero rimanervi, diede amplissimo passaporto, nel quale s’intitolava Vicerè, e Capitán Generale del Rè dl Francia nel Regno. Comandò un’esatta osservanza della militar disciplina, e dell’onor delle Donne. Fè morir di capestro due temerarj, che tentarono di entrare à forza in un Monisterio di Suore, per saccheggiarlo. E fè aprir due botteghe per la vendita di diverse sorti d’armi, stivali, scarlatti, pannine, ed altre merci di Francia.

Castellammare - Gabriele Carelli

Castellammare, Gabriele Carelli

Mà non havendosi in Napoli alcun avviso di Castell’ à mare, la Domenica, che furono i quindíci di Novembre uscirono diece Galee dal Porto per ándare à salutar col cannone i Vascelli nemici. Ed in fatti venute con quattro di esse à cimento, osservarono, che la Piazza non danneggiava i legni Francesi, donde entrati i Generali Spagnuoli in sospetto di quello, ch’era già accaduto, comandarono al Capitano d’una Galea di Sardigna, che si fosse spinto più oltre per iscoprir da vicino lo stato della Città. Ma colpita questa dal cannone della Fortezza, avvedutisi i Generali, che fosse stata già occupata da’ nemici la Piazza, volarono a darne al Vicerè la notizia. Poco dopo giunse in Napoli l’Amodeo, il quale havendo dato al Conte distinta relazione di questa perdita, fù chiuso nel Castel nuovo, sotto pretesto, che vi fosse stata sua negligenza, quantunque poscia essendo stato ritrovato innocente, fù dopo alcuni mesi di prigionia liberato per ordine del medesimo Vicerè. 

L’avviso inaspettato della caduta di Castell’ à mare commosse grandemente il popolo Napolitano, al quale pareva strano, che si fosse in poche ore fatta perdita d’una Piazza tanto ben proveduta per la difesa. Ad ogni modo allorchè nel medesímo giomo uscì il Vicceré dal Regio Palagio per andare alla Chiesa del Carmine, gli si fece all’incontro una moltitudine di persone della Conciaria, e Mercato, con offerta della vita, del sangue, della robba, e de’ fígli in servigio del Rè. Ciò, che fecero parimente il Baronaggio, la Nobiltà, e la Piazza del Popolo con espressioni così sincere, che fùrono valevoli, ed efficaci à trar lagrime di tenerezza dagli occhi del Vicerè. Quindi è, che affine di prevenire quei mali, che potevano cagionarsi da’ malcontenti del Regno, si fecero imprigionare alcuni di quelli, ch’erano stati Capi de’ passati tumulti; e furono parimente fatti arrestare due Preti, due secolari, ed un Frate ch’andavano facendo pratiche à favor de’ Francesi. Et ad oggetto di tenere i nemici ristretti, e vietar loro l’usurpazione de’ luoghi circonvicini, sí fece senza, perdimento di tempo occupar la montagna, che giace alle spalle di questa Piazza dalla squadra del bandito Martello,12rinforzata da altri Cinquecento fuorusciti, li quali ottennero dal Vicerè il perdono con patto di servire in questa occasione Sua Maestà. Poscia si mandò ordine al Maestro di Campo Generale  D. Carlo della Gatta, al Principe d’Avellino, ed agli altri Offíciali, che dimoravano in Sessa, che provvedute le Piazze della Provincia di Terra di Lavoro, marciassero col grosso dell’Esercito ne’ contorni di Castell’ à mare. E finalmente íspedironsí sei Galee al Finale à prendere le soldatesche, che calavano dal Miianese: ma sequestrate dal cattivo tempo in Gaeta, non poterono passar’oltre”.13

Il principe Don Carlo della Gatta

“Аll’incontro il Duca di Guisa procurava allargarsi, al qual’ effetto portossi ad assaltare Gragnano, mà senza frutto; poich’essendo stata questa Terra ben provveduta dal Conte di Celano, ed havendo gli abitanti di essa mandato altrove le donne, e i figli, per non havere altro impaccio nel risospingere gl’inimici, fecero una resistenza così gagliarda, che convenne à Francesi di ritirarsi con grandissima mortalità. Volle ad ogni modo il Duca di Guisa ritentare l’impresa: ma havendovi ritrovata maggiore difficoltà, abbandonato Gragnano, si voltò ad Angri, e Scafato, per troncare la comunicazione. di Napoli con Salerno. Vi giunse sul far del giorno de’ 17. di Novembre con un corpo di sessanta Cavalli, e duemila, e cinquecento pedoni; e superata con non piccola uccisione de’ suoi la resistenza di quattro Compagnie di Cavalli e di cinquanta Spagnuoli, che stavano fortificati al passaggio del fiume, s’incaminò verso la Torre dell’Annunziata”.14

Qui fù più aspro il conflitto, poiché venuto il Guisa alle mani con la Compagnie de’ Fanti del Battaglione del Ripartimento d’Eboli, comandata dal Capitán Francesсо di Lorenzo, quantunque n’havesse riportato qualche vantaggio, col favore del quale, haveva continuato il camino fino ad una grande Osteria, che giace sù la strada di Castell’ à mare; ad ogni modo essendo sopragiunti cento cinquanta Spagnuoli con quindici Cavalli del Capitan Lucacchio, e con esso loro, D. Alonso della Puerta e ‘l Conte di Celano la cosa mutô sembiante. Conciosiacosaché quantunque al primo arrivo de’ nostri fossero stati ricevuti dagl’inimici à colpi di moschetto nulladimeno si restrinsero cosi bene, ed investirono i Francesi con tanto impeto, che ne lasciarono Cinquecento sul suolo, oltre ducento  prigioni, ed una quantità di feriti. Sopravvenne in sul fatto la Compagnia di Cavalli del Marchese di Torrecuso con D. Cesare Miroballo Principe di Castellaneta, il quale continuando il macello de gl’inimici ne pose à fil di spada un gran numero ed havendo malamente ferito Monsù di Plessis Bellieure,15ch’indi à pochi giorni mori, mentre con la spada alla mano caminava più oltre, fu da’ Francesi fatto prigione. Costoro vedendosi à mal partito, pensarono alla ritirata, nella quale, assaliti alla coda dalle Compagnie di Cavalli de’ Capitani Cabrera, e Lucacchio, e maltrattati dal cannone di due nostre Galee, che stavano alla foce del fiume, e gli prendevano francamente di mira, furono costretti à lasciare molti prigioni di conto in mano degli Spagnuoli, ed à ritirarsi in Castell’ à mare con perdita della metà della gente, c’haveva il Guisa condotta, séco in Campagna”.16

Busto di Jacques de Rougé, il Marchese du Plessis-Belliere di Jean Bernard Duseigneur; Galleria di battaglia del Palazzo di Versailles

Busto di Jacques de Rougé, il Marchese du Plessis-Belliere di Jean Bernard Duseigneur; Galleria di battaglia del Palazzo di Versailles

Le cose per il Viceré ed il Regno, volgevano al meglio tanto che non solo i francesi non potevano muoversi, ma molti di essi pensavano ad una pronta partenza, inoltre il Viceré dovette contenere gli animi di quanti volevano assediare ed assaltare la Piazza di Castellammare, tanto che in soli due giorni si arruolarono a Napoli con il permesso del Conte di Castrillo, diecimila uomini.

I di loro soldati havevano cominciato ad abbandonare l’insegne, adescatl dal Passaporto, che loro concedevasi dal’ Viceré col dono di due scudi per ciascheduno. Dalla parte di terra erano tenuti cosi ristretti dal General della Gatta, che non era permessa loro l’uscita, senza rischio di perdere la vita, o la libertà. E da quella del mare, se bene non v’era Armata Spagnuola, che gli havesse costretti ad abbandonare i lidi del Regno, provavano il rigore delle tempeste, le quali havevano cagionata la perdita d’un Vascello, e d’una Tartana nel luogo detto il Quartuccio, e di un’altra Tartana sù la spiaggia di Chiaja“.17

Fu così che l’impresa del Guisa “era intieramente svanita“.18

E finalmente il cartello ritrovato in Castell’ à mare, col quale si promettevano trentamila ducati à chi troncasse la testa al Guisa pose il cervello di questo Generale à partiro. Tutte quelle considerazioni fecero deliberare nel Consiglio di Guerra, che tennero gli Officiali Francesi d’abbandonare la Piazza, e di condur l’Armata in Tolone, per non lasciarla perire miseramente in quel Porto al qual’effetto furono dati gli ordini necessari per la partenza. A quest’avviso cominciaroпо le Soldatesche à saccheggiar le case de’ Cittadini; ed à spogliarle di tutti i commestibili, e masserizie, senza ne meno perdonare alle Chiese, le quali rimasero affatto ignude di tutte le suppellettili, e vasi sagri, e furono profanate con estrema empietà dalla perfidia de’ Calvinisti. Ció, ch’essendo stato rappresentato più volte al Duca di Guisa dal Padre Caracciolo Teatino, destinò soldati cattolici per custodire il Monistero di Suore dagl’insulti degli Ugonotti. Così piene le loro Navi di prede, montarono su l’Armata i Francesi la sera de’ ventisei di Novembre, lasciando nella Piazza una gran quantità di munizioni, ed ordigni di guerra, che non poterono con esso loro condurre, per essere stati caricati alla coda dalla squadra del famoso Martello, il quale insieme col Consigliere D. Antonio Navarretta fu il primo ad entrare nella Città”.19

I prigionieri rimasero nel Regno di Napoli nonostante alcuni scambi di parola tra il Conte di Guisa ed il Marchese Gonzaga fino al 1655, questi trattati comunque furono fruttuosi in quanto:  “il Padrone della mentovata Filuca, c’havea condotto il Gonzaga, portò in Castell’ à mare due sacchi, ed un cesto pieno di Statue di Santi, suppellettili, e vasi Sagri rubati da’ Francesi in quella Città, li quali gli erano stati consignati dal Cappellano del Guisa, con ordine di farne la restituzione alle Chiese, conforme  fu eseguito”.20

Anticipiamo che abbiamo recuperato uno studio degli anni venti del Novecento riferito ad un’opera in spagnolo del Seicento la quale narra e dunque conferma molti fatti narrati dallo storico napoletano,21

Mi piace anche sottolineare un affermazione dell’amico architetto Salvatore Gallo, il quale sostiene che sono uno dei pochi fortunati stabiesi (e forse uno dei primi) ad aver letto questo testo a distanza di centinaia di anni.

Nel mentre mi accingevo a completare un altro lavoro dal titolo Castellammare in due commedie Spagnole del Seicento, mi sono imbattuto in un nuovo documento, si tratta di una breve relazione di undici pagine in spagnolo scritta su carta il 7 Dicembre 1654 e poi ridotta in stampa nel 1655 dal Dottor Vitaliano Fabiano.22Questo documento che forse neanche Antonio Gasparetti ha potuto consultare direttamente, è giunto a noi grazie all’informatizzazione di nuovi inediti che ci permettono di conoscere meglio il nostro passato, anche se dal mio punto di vista, la ricerca d’archivio è molto più intrigante e reca molta più soddisfazione al ricercatore, perché più particolareggiata e calata nella singola realtà locale dell’epoca.

Vorrei sottolineare che il presente documento è coevo alla cacciata dei francesi e del Duca di Guisa ed ai fatti avvenuti nel Regno di Napoli e a Castellammare.

Relacion de lo sucedido en el reyno de Napoles

Terminato l’11 Novembre 2019;

Con aggiunta ultima sulla relazione del 1654 in data 19/01/2020;


Note:

  1. Le memorie del Duca Di Guisa sono state raccolte da Philippe Goibaud Dubois, (tradotte in italiano da Pietro della Piazza) e stampate a Colonia nel 1675. Il libro diviso in parte prima e seconda si concentra sulle gesta del Guisa a Napoli durante la rivolta di Masaniello. ne emerge un personaggio fortemente motivato nella sua impresa, ma feroce e spietato, crudele, pronto talvolta anche a gesti caritatevoli. In questi due volumi purtroppo non si fa alcun cenno della sua seconda venuta nel regno di Napoli, forse per la magra figura che emerge dal racconto del Parrino. Castellammare è citata solo una volta siamo alla pagina 467-468 libro terzo, volume Primo: “Doppo la presa dell’Anunciata, feci rivenire le truppe, che l’avevano assediata, per farle partire il giorno seguente e tentare di pigliare Castellamaro luogo, donde gli nemici trahevano gli loro viveri”. Vedi anche: Alberto Lazari, il quale scrive: Premeva al Viceré (Iñigo Vélez de Guevara) la conservatione di Castell’ a Mare e in particolare per il mantenimento delli Molini che somministrano il macinato a Napoli; in: Alberto Lazari, Motivi e Cause di tutte le Guerre maneggiate dalla Corona di Francia, tanto nel proprio Regno, quanto altrove, dall’anno MDLX sino al MDCLXXIII, Venetia MDCLXXIII, Parte Terza, pag. 635.
  2. Conte di Castrillo, Cavaliere dell’abito di Calatrava, uno de’ Cubiculari della Camera di Sua Maestà, e suo Consigliere di Stato, Presidente nel Consiglio dell’Indie, e nel presente Regno Vicerè, Luogotenente, Capitan Generale nell’anno 1653. In: Domenico Antonio ParrinoTeatro eroico, e politico dei governi de’ Vicere del regno di Napoli, Tomo Terzo, Libro Quarto, Napoli MDCXCIV, pag. 1 e ss…
  3. Francesco Alvino, Viaggio da Napoli a Castellammare, Stamperia dell’Iride 1845, pag. 95 e 96;  che tra l’altro annota la data dl 1653. Come anche Catello Parisi, Cenno storico-descrittivo della città di Castellammare di Stabia, Firenze 1842, pag. 24.
  4. Domenico Antonio ParrinoTeatro eroico, e politico dei governi de’ Vicere del regno di Napoli, Tomo Terzo, Libro Quarto, Napoli MDCXCIV, pag. 5.
  5. Oltre a questo il Parrino fa menzione di un terribile terremoto, che distrusse molte città dello Stato della Chiesa che avvenne il 3 Luglio 1654, alle quattro di notte. Da qui in poi per le note: Ibidem, pag. 9.
  6. Ibidem, pag. 9.
  7. Ibidem, pag. 11 e 12.
  8. Ibidem, pag. 12.
  9. Ibidem, pag. 13.
  10. Ibidem, pag. 14.
  11. Ibidem, pag. 15 e 16.
  12. Il vero nome del bandito Martello era Bartolomeo Vitelli, imprigionato sotto il viceregno dell’Onatte e liberato dal Castrillo, affinché sorvegliasse dalla nostra collina il movimento dei Francesi. Vedi: Domenico Antonio Parrino, Teatro Eroico e politico de’ Governi de’ Viceré del Regno di Napoli, Napoli MDCCXII, Tomo II, pag. 454. Ancora: Giovanni Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori del Regno di Napoli, Tomo X, Napoli MDCCLXX, pag. 152 e Don Niccola Palma, Storia ecclesiastica e civile della parte più settentrionale del Regno di Napoli, Volume III, Teramo 1833, pag. 137 e successivi.
  13. Ibidem, pag. 15-20.
  14. Ibidem, pag. 20.
  15. Membro della famiglia Rougé, Jacques de Rougé era figlio di René de Rougé e Marguerite de La Court. Sposò Suzanne de Bruc de Monplaisir. Morì a Castellammare di Stabia, in Italia, il 24 novembre 1654, a seguito di un infortunio ricevuto il 17 novembre in uno scontro di cavalleria a Torre Annunziata.
  16. Ibidem, pag. 21 e 22.
  17. Ibidem, pag. 24.
  18. Ibidem, pag. 24.
  19. Ibidem, pag. 24 e 25.
  20. Ibidem, pag. 26.
  21. Il racconto del Parrino è sistematicamente inserito in Giovanni Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXX, Tomo decimo, pag 171 e seguenti.
  22. Relacion de lo sucedido en el Reyno de Naploles, por la invasion que hizo la armada Francesa en Castelamar governada de el Duque de Guisa, con otras particularidades tocantes a este successo, Escrita de Napoles en carta de siete de Diziembre de 1654, y traducida por el Dotor Vitaliano Fabiano, ano MDCLV.

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

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