Giganti stabiesi

Giganti stabiesi
di Frank Avallone

Il Corso Garibaldi di Castellammare

Il Corso Garibaldi di Castellammare

Il 30th Presidente degli Stati Uniti, Calvin Coolidge 1872-1933, coniò una frase intitolata “Press On”:
# 1 “Nothing in this world can take the place of persistence. Talent will not, nothing is more common than unsuccessful people with talent”;

# 2 Genius will not, unrewarded genius is almost a proverb;

# 3 Education will not, the world is full of educated derelicts;

# 4 Persistence and determination alone are omnipotent;

# 5 The slogan “press on” has solved and always will solve the problems of the human race!
TRADUZIONE

# 1 Niente al mondo può sostituire la persistenza. Il talento non può, non c’è nulla di più comune di persone senza successo, ma con talento;

# 2 Il genio non può, il genio incompreso è quasi proverbiale;

# 3 La cultura non può, il mondo è pieno di derelitti in possesso di cultura.

# 4 Solamente persistenza e determinazione sono onnipotenti.

# 5 Lo slogan del Presidente Coolidge “continua a spingere”, ha risolto e continuerà a risolvere i problemi dell’umanità!
* * *

Ora, certamente, vi chiederete il perché di questo slogan, in inglese e in italiano. La risposta è molto semplice: voglio raccontarvi di alcuni personaggi della mia fanciullezza (molti ricorderanno che ho già scritto della persona di “Carluccio d”e ricuttelle”) che questo slogan, anche se non lo avevano mai letto o sentito, lo avevano nel proprio DNA, faceva parte della loro personalità, come marchio di qualità ed eccellenza e continuarono, tutta la loro vita, a spingere con persistenza e determinazione fin quando divennero un esempio, da imitare, dai loro figli e da tutti noi!
Invito tutti i lettori ad ampliare questa pagina, aggiungendo eventualmente il ricordo di qualche altro “gigante stabiese” (al fine di rivalutarne la memoria).

Ferdinando r”e cane
Ferdinando, aveva un cane corso, che sembrava un leone, però mansueto. Quando lo portava a fare la passeggiatina formavano una coppia ben assortita. Ferdinando, camminando, spostava il peso del suo corpo, ora sulla gamba destra ed ora sulla sinistra; come una barca, cullata dalle onde del mare; così camminava anche il suo cane; insomma si potrebbe dire che si barcamenavano. Nel 1948, Ferdinando, era un uomo di mezza età, non aveva figli, per cui adottò una bambina di nome Maria; figlia r”a Maronna, come si diceva all’epoca.
Io non ho mai sentito parlare Ferdinando; ” ‘Ngiulinella “, la moglie invece era molto amichevole, aperta, schietta; era anche una bella donna.
Ogni domenica mattina, prestissimo, Ferdinando andava, con remi in spalla, secchio in mano ed altri attrezzi, all’Acqua della Madonna, dove prendeva la sua barchetta e andava a pescare. Verso le undici e mezza ritornava a casa. Io spesso l’osservavo e capivo, dal suo atteggiamento, se la pesca era andata bene o male!! Saliva dal vicolo dell’Acqua ferrata, che era fra il Palazzo del Marchese e il Palazzo del Mulino. Quando stava per sbucare a Piazza Grande, se aveva pescato spostava alla sua mano destra il secchio con dentro il bottino, sulla spalla sinistra metteva i remi, poi si avvicinava, quasi rasente, al lato destro del vicolo, per cui, quando spuntava in piazza, passava, vicinissimo a Mariagira r”a zuffritta; posava il secchio a terra, spostava i remi sulla spalla destra, riprendeva il secchio con la mano sinistra e senza dire una parola, si spostava, col suo passo alla marinaia, verso casa nostra, che era all’angolo della salita ponte, dove lui viveva, nel Palazzo del Serraglio. Ora il secchio lo posava per terra vicino casa nostra; ancora scena muta, ma l’eloquente silenzioso discorso era questo: “Guardate che sto purtanne a ‘Ngiulinella mia”.
Ferdinando era, certamente, molto innamorato di sua moglie; no che l’abbia mai detto, forse neanche e lei, ma il suo atteggiamento, palesava amore e devozione per ‘Ngiulinella soia!!!
La moglie mi voleva un sacco di bene ed il suo sogno era che da grande sposassi Maria. Discorso molto strano per un bambino di nove anni, comunque io e Maria eravamo ottimi amici, anche in virtù del sue bel carattere.
Ho un gran bel ricordo di questa famiglia, che faceva parte di un grande gruppo di brava gente, che viveva tranquilla, con poche cose materiali, ma con tanta dignità, amore, dedizione alla famiglia e rispetto del vicinato. Questa era a Funtana Grande nel 1948.

Cicco d’oro
Il primo personaggio è “Cicco d’oro”, conosciuto da tantissimi, se non tutti, gli stabiesi. Molti lo ricordano per la sua statura e lo giudicavano per il suo aspetto fisico; questi stabiesi farebbero bene a ripensarci, perché lui era molto di più, e ripensando a lui, alla sua vita, ai suoi successi, si arriva alla conclusione che era un uomo eccezionale.
Il carissimo amico Maurizio Cuomo, qualche mese fa, mentre si parlava del più e del meno, mi chiese il significato del nome di questo personaggio. Non so dare una risposta certa, ma credo di avere una spiegazione, molto vicina alla realtà: a piazza “Fontana Grande”, quando una madre era orgogliosa del proprio figlio maschio, soleva chiamarlo “‘O cicco ‘e mamma soia”. Da ciò presumo che “Cicco d’oro”, non era solamente “‘o cicco ‘e mamma soia”, ma qualcosa di più prezioso, perché considerato d’oro.
Ciò non era del tutto sbagliato se si considera che questo grande-piccolo uomo, riusciva con intelligenza, caparbietà e inventiva, a provvedere finanziariamente al benessere di tutta la sua famiglia. Questo era un figlio d’oro, di cui ogni mamma poteva essere orgogliosa!
Lo ricordo, sempre indaffarato, ora con i fichi d’India e la sporta ed il coltello per “appizzare”, ora con i lupini, che teneva a mollo a mare, nei pressi dell’Acqua della Madonna. A volte con le noccioline americane o le castagne; insomma si inventava mille mestieri, per poter guadagnare il fabbisogno quotidiano, necessario alla sua mamma e alla famiglia tutta. Una sola cosa non avrebbe mai fatto: chiedere, a mano tesa un aiuto a qualcuno. Cicco D’ORO era un uomo orgoglioso, integro, che con persistenza e determinazione, riuscì a conquistare il rispetto di tutti coloro che ebbero il piacere di conoscerlo. Perciò, cari amici, quando lo ricordiamo, pensiamo a lui come l’uomo eccezionale che era, come marito, padre (mi dicono di due figli), ricordiamolo come figlio di una famiglia molto povera, che lui aiutò enormemente. Ricordiamo pure che molto spesso il vino buono è in piccole botti. Io lo ricorderò sempre con affetto e con l’ammirazione dovuta a un UOMO degno del massimo rispetto.

Cinciniello
Il secondo personaggio, che viveva lo slogan del Presidente americano, lo chiamavano “Cinciniello”. Aveva la rivendita di mitili a fianco della gelateria-abitazione di mia nonna Girella. Aveva i suoi vivai all’Acqua della Madonna, alla fine dei ponti franchi, dove mio cugino Tommasino Cesino, oggi ha una marina per barche e motoscafi. Lo chiamavano Cinciniello, perché era fisicamente di piccola statura, ma aveva un cervello e una caparbietà da gigante. Lo ricordo, quasi sempre, scalzo, pantaloni arrotolati fino al polpaccio, una canottiera di lana. Sembrava che fosse in moto perpetuo, lavorava duramente e con persistenza, per cui incominciò ad accumulare una fortuna. Ricchezza che agli occhi del vicinato si moltiplicava per cento. Una storiella che circolava nel rione era, che un pomeriggio di domenica, andò a bussare alla porta della Marchesa, che ancora abitava in uno stabile di sua proprietà, il “palazzo del marchese”. La cameriera andò ad aprire, non conoscendo Cinciniello, gli disse di aspettare; andò a dire alla marchesa che c’era un questuante alla porta. La marchesa le diede alcuni spiccioli da dare al mendicante. La ragazza offrì quindi le monetine, che Cinciniello chiaramente rifiutò dicendo: “Dicite ‘a marchesa ca Cinciniello è venuto a negoziare”. Sentito ciò la marchesa disse: “Fallo entrare, quello alla porta è Cinciniello che è venuto per discutere l’acquisto dei due appartamenti che ho messo in vendita”. Morale “non giudicare la pentola per il coperchio”.
Ora non so se questa storia sia vera o no, ma questo vi dà un’idea di come era visto nel vicinato: IL RE MIDA VESTITO ALLA BUONA.
Mi dicono che i suoi figli e nipoti hanno continuato nella tradizione famigliare e che, verso il Rione Spiaggia hanno un grande allevamento di mitili, con vasche per la depurazione. Buon sangue non mente e la frutta cade non lontano dall’albero che l’ha generata. A loro auguro tutto il successo che il loro cuore desidera! Questi sono alcuni dei giganti stabiesi che io ricordo.

Gigi Nocera
(prima parte)
Sono trascorsi appena 16 giorni da quando il caro amico Gigi, ci ha lasciati. Sentiamo la sua mancanza, il vuoto è incolmabile! Tanti lo ricordano con rimpianto (l’affetto che sentivamo per lui, ci fa sentire ancor più la sua mancanza!). Alcuni lo ricordano con rabbia perché si sentono traditi, abbandonati; fra questi il sottoscritto: “Gigi avevamo un patto noi due; Nuie ‘a ‘cca nun ‘nce muvimme!”, avevamo promesso. Però la morte infame non rispetta nessuno e il nostro patto non ha retto alla legge della vita!
In preda a grande emozione, un caro amico nostro mi ha detto: “Non voglio più affezionarmi a una persona anziana; poiché oggi il dolore della perdita di Gigi è enorme, troppo forte!”. Gli ho risposto: “Guaglio’ nun pazziamme, pecché pur’io me sto facenno viecchie e oggi più che mai, ho bisogno di amicizia e di tanto affetto; perciò pienzece buone! Sarebbe come dire, non amerò più, perché ho subito una delusione in amore. L’amore e la morte sono due cose che capitano a tutti e non vi sono garanzie contrattuali, su cui possiamo fare affidamento! L’unica cosa sicura e che dobbiamo goderci il momento e farne tesoro!”. L’amicizia con Gigi ci ha arricchiti profondamente e questo vale molto di più del dolore provato!
Ma chi era Gigi e perché ci manca tanto? Cos’é che lo rendeva caro e prezioso? Perché ha lasciato un vuoto così grande? Le risposte a queste domande le troviamo leggendo i due libri che ci ha lasciato. I suoi racconti sono vibranti, veri, sinceri; La signora Lucia Amendola dice che questi fanno di lui uno scrittore; io sono pienamente d’accordo con lei: “Cara Lucia; qual’è il compito dello scrittore, se non raccontare un avvenimento e farcelo vedere, vividamente davanti agli occhi?”

'O lunneri 'e puzzano, cartolina di Enzo Cesarano

‘O lunneri ‘e puzzano, cartolina di Enzo Cesarano

 Per esempio in “Llunnerì a Puzzano”, il padre che prende in mano la situazione e dice: “Mo’ ‘nce fermmamme cca’”, l’irrequietezza dei bambini, che scomparivano e riapparivano ai loro, preoccupati genitori, le esclamazioni “addò si’ state?”, “Puozze jettà ‘o sanghe”; Il racconto r’‘a banchina ‘e zi’ Catiello in cui sembra vedere Gigi e i suoi amici, nascondere il pantaloncino e la maglietta, negli scogli (lo so perché l’ho fatto pure io), vederli tuffarsi dagli scogli, ridere, giocare, prendersi in giro e lo loro facce ridenti, colme di gioia ed il piacere di vivere”. I racconti che ci ha lasciato, ci aiutano a capire come si viveva a Castellammare negli anni 30/40, ma perché è importante saperlo? Questo ce lo dice lui stesso alla fine del suo scritto “DALLA VITA SI IMPARA A VIVERE”, lui aveva appreso tutto dalla vita; i suoi studi interrotti e poi ripresi ci danno un’idea di come si era formato; in sostanza Gigi era un autodidatta, la sua cultura era fatta di letture ed esperienze personali; leggeva di tutto, perché curioso di sapere, era sempre attento, ed aveva la grande passione di conoscere, capire e di vivere, insomma era ‘nu scugnizzo re’ nuoste!
La sua grandezza era nella sua umiltà; un uomo del popolo che non si era mai sentito superiore
a nessuno, ma allo stesso tempo, neanche inferiore. Certamente si sarebbe meravigliato di tutto il tempo e le parole che gli stiamo dedicando. Ora dorme nella morte, in pace e tranquillità. Se potesse parlare certamente direbbe: “Guagliu’ ched’è chest’ammuina, state allere; nce simme cunusciute, vuluto bbene, accuntentammece ‘e cheste… è meglio ‘e niente, vvuie m’avite regalate mumente belle, amicizia, affetto; M’avite date ‘a vuluntà ‘e campà cchiù a lluonghe; io m’accuntento ‘e chesto; penzateme quacche vvota, arricurdateve r’‘e tiempe belle passate assieme… avite fatte felice ‘nu vicchiariello, che vi abbraccia e vi ringrazia tanto, cari amici!!!”.

(seconda parte)
Parlare al telefono con Gigi era un piacere indescrivibile; non si esprimeva mai con luoghi comuni, il suo dire era originale e di una semplicità disarmante. Aveva vissuto una vita interessante e variegata; i suoi princìpi lo avevano guidato ad una serenità di pensieri ed azioni. C’é un modo di dire in America che recita: “THINK OUT OF THE BOX” (PENSA FUORI DALLA SCATOLA” un motto curioso se tradotto letteralmente che significa “Pensa autonomamente, pensa in maniera differente dal pensare comune, sii te stesso, non imitare gli altri, sii originale”. Ecco, Gigi pensava fuori dalla scatola, pensava a modo suo. Anche la sua vita era sicuramente originale; forse una canzone di Frank Sinatra ce la può descrivere “I DID IT MY WAY” (HO FATTO A MODO MIO).
Nell’ultima telefonata, fattagli ai principi di marzo, mi fece capire di essere stanco e credo avesse deciso di uscire dalla scena della vita a modo suo: “I did it my way” non voleva continuare a vivere da invalido; voleva lasciarci nella pienezza delle sue facoltà mentali. Come un grande campione che si ritira imbattuto, e credo volesse dedicare alla morte “’nu fischio e dduje pernacchie”.
Personalmente partii per New York l’otto di marzo e rientrai in sede il 19, non cercai notizie nel libero ricercatore, come faccio per consuetudine, ma aspettai il giorno dopo; avevo paura di leggere cattive notizie e non mi sbagliavo; purtroppo il caro Gigi non era più con noi; il colpo fu duro, ma purtroppo questa è la vita. Io ringrazio Dio per avermelo fatto conoscere; la sua amicizia mi ha arricchito, la sua semplicità mi aiuta a capire me stesso ed il mondo che mi circonda e mi rende migliore, come padre, come marito e come membro dell’umanità! Grazie Gigi e riposa in pace!

P.S.: un caro amico mi chiese cosa si potrebbe fare in memoria di Gigi; un monumento, una lapide, che altro? Io credo che dall’alto della sua modestia, lui non avrebbe voluto nulla di tutto ciò, se non chiederci un semplice, ma doveroso atto: continuare a scrivere la storia della nostra bella città (così come ha fatto lui nel ricordo dei suoi “Anni ’30”). A Castellammare ci sono tante persone anziane, che possono raccontare la loro storia e tante cose che vanno dette e ricordate alle nuove generazioni. Alcuni anni fa vidi un vecchio pescatore che riparava le reti, dietro al Circolo Nautico, beh, per dare un degno prosieguo all’operato di Gigi, si potrebbe certamente iniziare a chiedere a lui o a qualche suo coetaneo di raccontare: il suo passato, come si viveva ai suoi tempi, di ricordare le storie e le tragedie avvenute nella nostra città, ecc. ecc. Questo, io credo, potrebbe essere il più bel monumento da dedicare al nostro caro Gigi, perciò amici miei datevi da fare, c’é molto ancora da scoprire e voi siete tutti ricercatori… e come ben sapete i ricercatori “CERCANO!!!”

Un saluto affettuoso, il vostro amico (in Florida). Frank

1 pensiero su “Giganti stabiesi

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