Ferdinando Ughelli, Italia sacra, immagine tratta da Google libri

Stabienses seu Castri Maris EPISCOPI

Estremamente compiaciuti, accogliamo l’inedito lavoro della prof.ssa Amalia Vanacore, stabiese, esperta di lingue classiche che quest’oggi ci onora della sua apprezzabilissima collaborazione. Nello specifico la prof.ssa Vanacore ha tradotto con estrema accuratezza, e senza non poche difficoltà, la sezione I vescovi stabiesi ovvero di Castellammare contenuta nel volume VI dell’Italia sacra, opera magna dell’Ughelli (pubblicata dal 1642 al 1662). Un lavoro difficile e di fondamentale importanza che ci pregiamo di sottoporre all’attenzione di storici, studiosi e ricercatori, ma anche ai tantissimi appassionati di storia locale.
Con l’augurio che possa essere la prima di una lunga serie di collaborazioni, la Redazione tutta di L.R. dà il benvenuto e ringrazia la prof.ssa Vanacore per il preziosissimo contributo.

Maurizio Cuomo


STABIENSES seu Castri Maris EPISCOPI

a cura della Prof.ssa Amalia Vanacore

Ferdinando Ughelli, Italia sacra, immagine tratta da Google libri

Ferdinando Ughelli, Italia sacra, Roma 1659, immagine tratta da Google libri

INTRODUZIONE

Breve nota biografica su Ughelli

Ferdinando Ughelli (1595-1670), monaco cistercense, abate e storico, nato a Firenze da una famiglia abbiente, entrò molto giovane nel 1610 nel monastero dell’Ordine dei Cistercensi di Cestello in Borgo Pinti a Firenze; studiò, poi, in alcune abbazie benedettine a Milano, a Ferrara e di nuovo a Firenze. Nel 1623 completò il suo corso di studi presso il Collegio romano della Compagnia di Gesù. In seguito fu priore del monastero di Cestello (1624-1627); abate del monastero di S. Galgano presso Chiusdino, in provincia di Siena (1628-1631); abate del monastero di Nonantola, in provincia di Modena (1632-1635); abate dell’abbazia dei SS. Salvatore e Lorenzo a Settimo, in provincia di Firenze (1635-1637), fornendo all’abbazia una nuova biblioteca; infine abate dell’abbazia delle Tre Fontane a Roma.

 Abbazia di Chiusdino dove l'Ughelli fu abate, foto Giuseppe Zingone

Abbazia di Chiusdino dove l’Ughelli fu abate, foto Giuseppe Zingone

Ricoprì vari incarichi, sia in Toscana che presso la Curia Romana, dove fece anche parte della Congregazione dell’indice dei libri proibiti. A Roma ebbe come mecenate il cardinale Barberini, grazie al quale si legò al papa Urbano VIII. Si dedicò allo studio della storia dell’Ordine Cistercense, come attestano alcuni suoi manoscritti, e scrisse numerose opere in latino, tra le quali la più famosa è Italia Sacra. Morì a Roma e fu sepolto nella chiesa dell’abbazia delle Tre Fontane, di cui era stato abate; l’epitaffio sul suo sepolcro fu scritto dal cardinale Barberini.

La spada di San Galgano conficcata nella roccia, Eremo di Montesiepi, foto Giuseppe Zingone

La spada di San Galgano conficcata nella roccia, Eremo di Montesiepi, foto Giuseppe Zingone

Breve nota critica sull’opera di Ughelli Italia sacra
Italia sacra (titolo completo: Italia sacra ovvero dei vescovi d’Italia e delle isole adiacenti) è la prima opera pubblicata in Italia che tratta dei vescovi italiani raggruppati per diocesi e, appena pubblicata, ebbe una fama europea. Originariamente essa doveva essere articolata, secondo il primo progetto dell’Ughelli, in 6 volumi, divisi in 20 province ecclesiastiche dell’Italia, a partire dai vescovi romani e della provincia di Roma per passare ai vescovi delle province metropolitane con quelle suffraganee in ordine alfabetico. In base a un secondo progetto l’opera fu, poi, articolata in 9 volumi; la sezione relativa alle isole, che doveva costituire il X volume, non fu realizzata. La prima edizione, in 9 volumi, fu pubblicata a Roma dal 1642 al 1662; una seconda edizione corretta, ampliata e aggiornata, in 10 volumi, fu pubblicata a Venezia dal sacerdote e storico Nicola Coletti dal 1717 al 1722: in essa fu aggiunta nel X volume anche la serie dei vescovi siciliani, ovvero La Sicilia sacra di Rocco Pirro.
Per realizzare la sua opera, l’autore si servì di vari collaboratori: per questo motivo si notano in essa disuguaglianze e inesattezza di notizie. Come afferma lo stesso Ughelli nella prefazione, egli consultò moltissime fonti, sia quelle disponibili a stampa, sia quelle manoscritte (la maggior parte): iscrizioni ed epitaffi su lapidi; diplomi e privilegi di imperatori, re e pontefici; atti pubblici; atti notarili, cronache e opere storiche in genere; cataloghi episcopali; regesti di vario tipo. Il soggiorno a Roma fu molto utile all’abate, il quale ebbe modo di consultare facilmente gli archivi e le biblioteche romane. Tutto questo materiale raccolto dalle fonti, anche se talvolta lacunoso, è stato riportato alla lettera dall’autore. Dal punto di vista strutturale, l’argomento relativo a ogni vescovado italiano è stato così articolato: storia e descrizione delle condizioni della diocesi, serie dei vescovi con le loro biografie e inserimento dei documenti reperiti (o stralci di essi). Nella seconda edizione dell’opera pubblicata a Venezia, il Coletti non solo corresse alcuni dati, introdusse aggiornamenti e aggiunse il volume X, ma inserì anche le appendici dell’Ughelli all’interno delle singole sezioni.
La realizzazione dell’opera impegnò per circa dieci anni non soltanto lo stesso autore, ma anche numerosi eruditi ed ecclesiastici italiani, con i quali egli aveva continue relazioni epistolari e che gli fornivano su richiesta, e talvolta persino spontaneamente, notizie a lui utili, come si può rilevare dall’Epistolario dell’Ughelli, in cui si contano 1533 lettere, ora raccolte in 7 Codici Barberiniani della Biblioteca Apostolica Vaticana. Italia sacra si distingue certamente per l’erudizione e la sistematicità, per lo più costante della trattazione; è, tuttavia, di difficile interpretazione, sia per la differenza tra le diverse diocesi ed epoche, sia per la disomogeneità tra i documenti, che sono stati consultati da collaboratori dell’autore diversi e non forniti della stessa cultura. In particolare, la trattazione è dettagliata e l’apparato documentario si presenta ricco per il periodo medievale; le carenze e le inesattezze si rilevano per lo più per le epoche antiche e per le origini delle diocesi. Nonostante questi difetti, l’opera viene giudicata molto utile dalla maggior parte della critica storiografica, poiché ritenuta fonte inesauribile di notizie e punto di riferimento non trascurabile per gli studiosi di storia, e in particolare di storia sacra.
Il volume VI dell’Italia sacra (con il sottotitolo: Che comprende le Chiese metropolitane e le loro suffraganee che vengono esaminate nelle note province del regno di Napoli della Campania Felice, dell’Abruzzo e dell’Irpinia) riguarda le arcidiocesi e le diocesi della Campania, dell’Abruzzo e dell’Irpinia; di esso noi abbiamo tradotto la sezione riguardante la diocesi e i vescovi di Castellammare, tenendo presente la prima edizione dell’opera. La traduzione non è stata sempre facile, innanzitutto per la punteggiatura poco curata, poi per alcune incongruenze che a mano a mano si rilevavano, inoltre per la scarsa varietà del lessico (alcuni termini sono usati più di una volta nello stesso periodo o in periodi successivi), infine per la scrittura usata; la decodifica di alcune parole ha richiesto una certa attenzione per l’uso di abbreviazioni, sigle, segni grafici collocati su una sillaba all’interno o alla fine di una parola (per indicare la caduta di una lettera), legamenti (collegamenti tra due lettere tracciate di seguito senza staccare la penna dal foglio) e nessi (unioni di due lettere, per es. nei dittonghi, in modo che abbiano in comune almeno un tratto).
Per quanto riguarda, poi, le notizie fornite dall’autore, quelle relative ad alcuni vescovi sono pochissime e senza l’inserimento dei documenti, mentre per altri vescovi la trattazione risulta dettagliata, con riferimento di vari dati e persino, talvolta, dell’epitaffio posto sulla lapide del loro sepolcro (vedi Catello, il secondo Sergio, Palmerio con la lunga descrizione del processo relativo al possesso della chiesa di S. Angelo, frate Guglielmo, Matteo di Alagni, Marino del Giudice, Antonio Lauro, Vittorino Manzo, Clemente del Pezzo).

I vescovi stabiesi ovvero di Castellammare1

Stabienses EPISCOPI

Stabienses seu Castri Maris EPISCOPI, immagine google libri

Castellammare2 (comunemente Castello a mare) è una città della Campania Felice3 nel territorio dei (monti) Picentini, che si trova presso la foce del (fiume) Sarno vicino al mare, denominata stabiese, poiché accanto, o forse nel medesimo luogo, fu ubicata l’antica Stabia. Si trova in quel golfo molto ameno presso le falde del monte Aureo (lo definiscono Gauro), dove quello comincia a volgere verso occidente, formando il promontorio di Minerva, alla distanza di sei miglia dalla metropoli di Sorrento e di diciotto miglia dalla regale Napoli. La città di Stabia fu distrutta da Lucio Silla durante la guerra sociale nell’anno 664 dalla fondazione di Roma.4 Plinio (il Vecchio) accenna al fatto che i superstiti di essa abitarono i luoghi vicini – lib. 3, cap. 55 – ed egli così parla di Stabia: «Nel territorio campano vi fu, poi, la città di Stabia fino al consolato di (Gneo) Pompeo e Lucio Carbone, (precisamente fino) al 30 aprile6 (dell’anno 89 a.C.), giorno in cui il legato Lucio Silla durante la guerra sociale7  distrusse la città, che ora si è trasformata in ville.»

Ughelli, Vescovi di Castellammare, immagine google libri

Ughelli, Vescovi di Castellammare, immagine google libri

Citano Stabia Ovidio,8 Galeno,9 Columella10 e altri antichi scrittori; la sua origine è, tuttavia completamente incerta. Pertanto dalle antiche rovine crebbe questa nuova città di Castellammare11 e dalla rocca fondata nel medesimo luogo, che i re Carlo I e Alfonso I restaurarono con maggiore magnificenza, (la) denominarono Castello, ovvero Castello di mare, anche se i vescovi tutti senza eccezione e fino ad ora hanno preferito il titolo di stabiese. (La città) ha traffici marittimi, organizzati dai re con l’uso di un ottimo porto. La vite viene coltivata lungo il lido,12 il suolo produce legumi con molta abbondanza e alimenta tutti gli abitanti della costa circostante.13  Nella città e nei villaggi si contano circa mille capi (di famiglia), per cui si dice che in quella insenatura abitano circa cinquemila persone. Fu a lungo sotto il dominio dei re e nel (loro) demanio14 per la fedeltà con la quale essa ha seguito i re,15 fino a quando l’imperatore Carlo V, tra gli altri beni che erano pertinenti alla dote della figlia Margherita, assegnò Castellammare16 al duca di Parma Ottavio Farnese.17 Ormai (la città) è con molta fortuna sotto i successori di Ottavio e prospera. Coloro che desiderano attingere maggiori notizie intorno a questa città, agli uomini e alle famiglie nobili, vadano a consultare la Storia napoletana del Capaccio18  – lib. 2, cap. 10 -. Del resto non si è potuto scoprire sufficientemente chi abbia diffuso la fede di Cristo tra la popolazione di Stabia, chi sia stato per la medesima (popolazione) il primo vescovo, dal momento che quella Chiesa19 è priva di documenti; tuttavia, si conserva una vecchia tradizione, (secondo la quale) i discepoli degli apostoli diffusero il Vangelo lì come in altre città dei dintorni nell’anno di grazia 499. (Sempre secondo questa vecchia tradizione) Stabia ebbe come proprio vescovo Orso, che sotto il papa Simmaco sottoscrisse il (documento del) Sinodo Romano. Il vescovo stabiese dai primi tempi era sottoposto gerarchicamente al pontefice di Roma, finché i pontefici romani non lo resero sottoposto nello stesso modo all’arcivescovo di Sorrento. La cattedrale, che è di eccellente struttura e di decorosa grandezza, è consacrata alla Beatissima Vergine Maria. È insignita di cinque cariche onorifiche, delle quali la prima è (quella) dell’arcidiacono; dodici canonici con un diverso clero comune assolvono nel medesimo luogo il compito divino. L’episcopio20 è un bene contiguo alla cattedrale e sufficientemente ampio. Lì21 vi sono cinque parrocchie, otto conventi di monaci e due conventi di monache, alcune confraternite di laici, un ospizio per forestieri e altri edifici; si notano luoghi pii, ma ciò che è degno di distinzione è il Collegio della Società di Gesù22 per l’istruzione dei giovani in ogni genere di scienze. Oltre alla stessa popolazione della città e a due sobborghi la diocesi non è formata da niente altro. Nei libri della Chiesa stabiese vi è una tassa del fisco apostolico di 60 fiorini; circa 90 scudi di quella somma costituiscono il censo annuo. La serie dei vescovi di questa sede è numerosa, (serie) che abbiamo ricavato da vari documenti, ed è abbastanza scarna (di notizie).

Ughelli, Vescovi di Castellammare, 2 immagine google libri

Ughelli, Vescovi di Castellammare 2, immagine google libri

1. Il vescovo stabiese ORSO fu famoso nel primo Sinodo Romano riunitosi sotto il papa Simmaco nell’anno di grazia 499.23
2. Il vescovo stabiese LORENZO iniziò il suo episcopato nell’anno di grazia 600, oppure all’inizio dell’anno 601. Morì nel secondo anno dell’impero di Eraclio, che fu l’anno di Cristo 612. Anche questo tramanda una lapide con una iscrizione, che è conservata a Vico Equense, per testimonianza del Capaccio,24  con queste parole:

In questo sepolcro riposa il venerabile beato
Lorenzo, vescovo della santa
Chiesa della città di Stabia,
che visse circa 40 anni.25
Sedette sul trono vescovile 12 anni;
fu sepolto il 26 febbraio26
della XV indizione,27 nel secondo
anno dell’impero dell’augusto Eraclio.

3. S. CATELLO (fu) vescovo di Stabia ed (è) patrono (della città); la sua festa è celebrata il 14 gennaio.28 Visse ai tempi dei pontefici Eugenio II e Valentino (cioè) nell’anno 827. I rapporti consueti di amicizia29 con S. Antonino Abate resero più famosa la santità della sua vita e i costumi di ottimo pastore. Avendo, infatti, la barbarie del duca di Benevento distrutto il monastero di Montecassino e altri conventi della Campania, Antonino si diresse a Stabia: fu unito con Catello da tanta familiarità che, dopo aver deciso di dedicarsi all’eremitaggio sulla vetta pericolosa e sassosa del monte Gauro, chiamò a sé dalla città anche Catello. Catello, non potendo separarsi dalla familiarità abituale con il santissimo uomo, infiammato dagli ardori della contemplazione, si rifiutava di scendere in pianura; perciò, accusato dagli abitanti (di Stabia) presso il papa Eugenio II nell’anno 827, chiamato a Roma, fu gettato in carcere e poco dopo, morto Eugenio, liberato da Valentino, successore di Eugenio, ritornò a Stabia. Lì, famoso per i miracoli, morì nella grazia del Signore, divenuto patrono degli abitanti di Stabia. Di lui (vi è) una chiara menzione nell’opera Vita e imprese di S. Antonino Abate, da poco edita da Antonio Caracciolo,30 uomo eruditissimo, (tratta) da antichi esemplari e chiarita con note di Capaccio, Romero e Paolo; gli errori del periodo regio sono eliminati e corretti. Infatti si pensa che sia verosimile che il beato Antonino sia morto nell’anno 830, cioè dodici anni dopo essere fuggito a Stabia dal monastero benedettino della Campania, mentre sedeva (sul soglio pontificio) il papa Valentino. Catello è menzionato anche dal Ferrario31 nel Catalogo dei santi d’Italia e nel Martirologio dei santi, che non sono in lingua latina.
4. SERGIO visse intorno all’anno di Cristo 700.
5. STEFANO era in auge nell’anno 982; dopo di lui sono andati perduti parecchi (nomi di) vescovi di questa Chiesa.
6. GREGORIO da presbitero fu ordinato vescovo di Stabia da Barbato, arcivescovo di Sorrento, nell’anno 1110, come abbiamo precedentemente riportato da un diploma32 di Barbato, e a lui il medesimo arcivescovo concesse la chiesa di S. Angelo sul monte Gauro.
7. A Gregorio succedette SERGIO, al quale anche fu concessa dal medesimo arcivescovo Barbato la chiesa di S. Angelo con le sue pertinenze nell’anno 1120. Forse, come accenna il Capaccio,33 questo Sergio è colui che, dopo la distruzione di un tempio pagano a Sorrento, dedicato al signore Felice, vescovo di Nola, nel quale avevano trasferito il corpo di S. Baculo, poiché non volle con animo pio tenere in piedi la colonna dell’altare, sotto cui era sepolto Baculo, visse per un certo tempo oppresso da un dolore al fianco e debilitato in una metà del corpo; dopo aver versato in verità molte lacrime supplicando Baculo, fu risanato e nominato vescovo degli Stabiesi. Egli (fece) queste cose, ma parecchi secoli prima della distruzione del tempio pagano di Sorrento dedicato al signore Felice, donde ho il sospetto che di gran lunga questo Sergio sia diverso da colui che riacquistò la salute per virtù di S. Baculo.
8. Il vescovo di Stabia GIOVANNI visse ai tempi dell’arcivescovo Orso, dal quale nell’anno 1142 ricevette la conferma (del possesso) della medesima chiesa di S. Angelo, come sarà chiaro da un documento, che tra breve presenteremo.34
9. Il vescovo di Stabia PALMERIO per lungo tempo resse questa Chiesa; la sua prima menzione (viene fatta) nell’anno 1196, ugualmente (viene menzionato) nell’anno 1201 e infine nell’anno 1230, poiché per un particolare zelo in questo anno conservò completamente protetti e inviolati i diritti della sua Chiesa presso (l’imperatore) Federico II, al favore del quale egli si era maggiormente avvicinato. Riottenne35 la chiesa di S. Angelo sulla sommità del monte Gauro, completata nella costruzione dai santi Catello e Antonino Abate, che parecchi arcivescovi di Sorrento avevano concesso ai predecessori. Era sorta una controversia nell’anno 1230 (le parole sono del Capaccio),36 sotto l’imperatore Federico, con la quale un certo Guarnerio pretendeva che questa chiesa spettasse a lui. Ma, mentre Pietro, l’arcidiacono di quella chiesa, in nome del vescovo stabiese continuava a sostenere i (suoi) diritti contro Guarnerio ed Enrico di Morra, ministro della giustizia, reggeva la grande curia imperiale, alla presenza dei giudici di quella grande curia Simone ed Enrico di Tocco, Roffredo di S. Germano e Pietro di Vigna, l’imperatore stabilì che, poiché il vescovo stabiese in un pericoloso periodo di guerre affidò quella chiesa a Enrico Teutonico, prefetto della rocca di Castellammare,37 affinché non subisse alcun danno, e per molti altri motivi, Guarnerio (la) restituisse al vescovo. Intorno alla questione seguì la sentenza, nella quale, oltre ai magistrati della grande curia, e secondo il metodo delle sentenze di quel tempo, si fa menzione di Barbato e Orso, arcivescovi di Sorrento, che, come eleggevano i vescovi stabiesi, così concessero anche la chiesa di S. Angelo ai vescovi Gregorio, Sergio e Giovanni, nel modo in cui il medesimo imperatore la concesse al vescovo Palmerio e all’abate Matteo. Poiché alcuni dicevano che anche questa chiesa spettasse al re, Gualterio, arcivescovo di Catania e cancelliere del regno di Sicilia, lasciò pacificamente a Palmerio il suo possesso. Conseguentemente furono resi noti alcuni vescovi stabiesi, che in qualche modo erano sconosciuti; il documento della sentenza ne omise alcuni, esso fu redatto con queste parole:
«Pietro, arcidiacono stabiese, in luogo del vescovo stabiese, in nome dello stesso vescovo e della sua Chiesa, di cui è procuratore ed economo, ha esposto che si è costituito contro Guarnerio, che egli stesso possiede e regge la chiesa di S. Angelo del monte Aureo per lo stesso vescovo e che la chiesa stabiese è sua, che gli spetta di diritto, che il detto vescovo consegnò quella chiesa, affinché la custodisse in un periodo di disordine, a Enrico Teutonico, un tempo castellano di Castellammare,38 come servizio e carica onorifica del signore imperatore, affinché per la stessa chiesa e il luogo, in cui è ubicata detta chiesa, lo stesso signore imperatore o i suoi fedeli non potessero essere danneggiati in qualcosa; conseguentemente, poiché il disordine è cessato e detta chiesa spetta al vescovo e alla sua Chiesa, come è stato precedentemente detto, (Pietro) ha chiesto in nome del detto vescovo che la stessa chiesa gli fosse restituita dal detto Guarnerio con tutti i suoi legittimi affari e pertinenze, fatto salvo il diritto. Inoltre Guarnerio, aprendo il dibattimento, ha risposto, parlando egli stesso, che tiene in possesso la stessa chiesa richiesta con le sue pertinenze, ignora, tuttavia, che la chiesa è richiesta per il vescovo e che è pertinente alla Chiesa stabiese, fatti salvi tutti i suoi affari. Aperto, pertanto, il dibattimento, il predetto Guarnerio ha costituito suo procuratore l’illustre Benedetto di Isernia, e in verità da parte del predetto arcidiacono, per esibire delle prove intorno al diritto della chiesa, sono stati presentati nel processo certi documenti, in uno dei quali abbiamo visto che era scritto che una volta Barbato, arcivescovo della Chiesa di Sorrento, concesse detta chiesa di S. Angelo con tutte le sue pertinenze a Gregorio, allora vescovo stabiese, tra gli altri possedimenti che erano concessi al medesimo vescovo. Nel secondo documento similmente abbiamo visto che era scritto che il medesimo Barbato, arcivescovo di Sorrento, tra gli altri possedimenti che concesse a Sergio, allora vescovo stabiese, concesse la sopradetta chiesa di S. Angelo con tutte le sue pertinenze. Nel terzo documento similmente era scritto che Orso, arcivescovo di Sorrento, concesse a Giovanni, vescovo stabiese, la medesima chiesa di S. Angelo con le sue pertinenze. Il medesimo arcidiacono ha presentato anche un certo documento (redatto) per Palmerio, venerabile vescovo di Castellammare39 (nota con quanti nomi sia stata chiamata la città), con una concessione (fatta) un tempo dal detto nostro serenissimo imperatore allora re, nel quale (documento) era scritto che il medesimo nostro signore concesse e confermò al predetto vescovo la chiesa di S. Angelo con tutti i suoi statuti e possedimenti, in conformità al fatto che il medesimo vescovo e la sua Chiesa la tennero e possedettero nel modo migliore possibile. (Ciò ha fatto l’arcidiacono), mostrando anche un privilegio40 del nostro signore imperatore, nel quale abbiamo visto in modo manifesto che il medesimo nostro signore imperatore, dopo la sua felice incoronazione, concesse e confermò alla Chiesa stabiese e al predetto vescovo Palmerio la chiesa di S. Angelo, che credeva spettasse ai suoi possedimenti regali; e poiché il venerabile vescovo stabiese ha mostrato certi privilegi41 autentici redatti dal signore imperatore, (in cui era scritto) che la predetta chiesa di S. Angelo spettasse di diritto allo stesso, viste le ragioni del vescovo, il signore imperatore la consegnò al medesimo abate Matteo, fino al momento in cui, viste le lettere, assegnasse la medesima chiesa con i suoi possedimenti e affari, in conformità al fatto che era stata assegnata a lui, al predetto signore vescovo. Ugualmente ha mostrato un altro documento avvalorato dal sigillo del signore Gualterio, vescovo di Catania e allora cancelliere del regno di Sicilia, nel quale, tra le altre cose, abbiamo visto che era scritto che il medesimo cancelliere, essendo venuto in base a un incarico regio verso le parti della Terra di Lavoro,42 indagando sulle chiese e sugli altri loro affari, dopo che gli fu detto che la chiesa di S. Angelo del monte Aureo apparteneva al demanio43 della cancelleria, mentre si preparava a recarsi presso di essa, vide dei privilegi44 e altre relazioni, che il medesimo signore Palmerio, venerabile vescovo stabiese, (gli) presentò riguardo alla medesima chiesa. Visti questi (documenti), lasciò la stessa chiesa di S. Angelo del monte Aureo con tutte le sue pertinenze come spettante di diritto alla predetta Chiesa stabiese, affinché la possedesse in pieno diritto pacificamente. Ugualmente (Pietro) ha presentato un altro documento redatto in nome del signore Enrico, in quel tempo castellano di Scafati e di Castellammare,45 avvalorato dalle sottoscrizioni di Gualterio di Buclumo, giudice di Salerno, e di Gualterio, giudice di Somma, nel quale abbiamo visto che era scritto che il notaio Tommaso di Cicala, costituito procuratore dal medesimo signore Enrico in nome della curia, depose contro il signore Palmerio, vescovo stabiese, chiedendo a lui e alla sua Chiesa la cappella di S. Angelo del monte Aureo, che diceva spettare alla curia del signore imperatore; su ciò iniziato il dibattimento per la negazione del vescovo, introdotte le prove in nome del vescovo, poiché per mezzo dei privilegi46 e dei documenti è stato pienamente provato il diritto della Chiesa stabiese, il medesimo vescovo con sentenza è stato assolto dall’attacco del detto procuratore costituito in nome della curia.» L’imperatore pubblicò la medesima sentenza e assegnò la chiesa all’arcidiacono, che agiva in nome del vescovo, e ordinò che dovessero essere condannati coloro che agissero in modo contrario (alla sentenza). Questi fatti accaddero nell’anno 1230, dopo i quali intorno al vescovo Palmerio non si trova nessun’altra notizia e neppure intorno ai suoi successori si è potuto trovare qualcosa fino all’anno 1283.
10. Il vescovo stabiese TEOBALDO è nominato nel Regio Regesto47 Napoletano nell’anno 1283 e di lui, o forse di un altro, non essendo fatto espressamente il nome, viene fatta una menzione nel medesimo Regesto (Regio Napoletano) nell’anno 1295, quando in un opuscolo di supplica si espone al re da parte del vescovo di Castellammare48 la questione in favore del recupero delle decime49 della Chiesa stabiese. Nel medesimo anno (Teobaldo) fu trasferito alla Chiesa di Terracina dal pontefice Bonifacio VIII il giorno 8 aprile,50 (come si evince) dai Regesti51 Vaticani, cap. 68, foglio 16.

Ughelli, Vescovi di Castellammare 3, immagine google libri

Ughelli, Vescovi di Castellammare 3, immagine google libri

11. P., forse PIETRO o PAOLO, così viene annotato nel medesimo Regesto52 Regio (Napoletano) nell’anno 1334 e frequentemente.
12. ANDREA otteneva la Chiesa stabiese nell’anno 1309, come si evince dal medesimo Regesto53 Regio (Napoletano).
13. PIETRO morì nell’anno 1326.
14. Il napoletano frate LANDOLFO Caracciolo, nobile allievo dell’Ordine dei Minori, maestro parigino (di teologia), discepolo di (Giovanni Duns) Scoto, da custode della Terra di Lavoro, 54 diviene vescovo stabiese per nomina di Giovanni XXII nell’anno 1326, consacrato nell’anno 1328. Sedette (sul soglio vescovile) per cinque anni e fu trasferito nella sede arcivescovile di Amalfi, di cui (si legge) in quel luogo.
15.  N. succedette a Landolfo nel medesimo anno 1331.
16. Frate GUGLIELMO era in auge in questa sede nell’anno 1343, (come si evince) dal Regio Regesto55  Vaticano.
17. Il vescovo stabiese PIETRO morì nell’anno 1358 e (fu) sepolto nella vecchia cattedrale con questo epitaffio:

Qui giace il corpo del venerabile
padre signore don Pietro,
vescovo stabiese per grazia di Dio,
il quale morì nell’anno del Signore
1358, il primo giorno
del mese di maggio della II indizione,56
la cui anima riposi in pace.
Così sia.

18. MATTEO di Alagni, amalfitano discendente dalla nobilissima famiglia di questo nome, qui si aggiunge da noi immediatamente dopo Pietro, in base a due atti notarili di Amalfi redatti dal notaio amalfitano Sergio di Amurzio nell’anno 1360, il 12 agosto della XIII indizione,57 nel dodicesimo anno (di regno) del re Ludovico, nel diciottesimo (anno di regno) della regina Giovanna, nel quale il vescovo stabiese Matteo diede a suo nipote Antonello di Alagni alcuni stabili patrimoniali siti nella città di Amalfi. In un altro (atto notarile) codesto vescovo nel medesimo giorno donò altri beni a suo nipote Tucillo di Alagni, figlio di Petrillo di Alagni. Non troviamo, tuttavia, la (notizia della) elezione di questo Matteo nei Regesti58 Vaticani e di lui niente altro si trova.
19. GIOVANNI, monaco di S. Agata di Catania, era in auge come vescovo stabiese nell’anno 1366, (la notizia ci è fornita) dal nostro amico erudito Giovanni Battista de Grossis59 nel Decacordo della Chiesa di Catania, di lui non leggiamo niente direttamente nei Regesti60 Vaticani.
20. PAOLO, vescovo di questa Chiesa, morì sotto Urbano V nell’anno 1370, (come si evince) dai Regesti61 Vaticani.
21. MARINO del Giudice, canonico di Amalfi, dottore di leggi, cappellano del papa e giudice istruttore delle cause del palazzo apostolico, divenne vescovo stabiese nell’anno 1370, il 18 febbraio,62 chiamato a questa carica da Urbano V nell’ottavo anno del (suo) pontificato, (come si legge) nei Regesti63 Vaticani, lib. I; ignoro per quanto tempo egli abbia retto questa Chiesa, se sia il medesimo Marino del Giudice, che, nato a Taranto, poi divenne arcivescovo e cardinale sotto Urbano VI, sotto il (pontificato del) quale fu ucciso, sebbene secondo il mio parere sia diverso da Marino del Giudice, che morì come arcivescovo amalfitano.
22. UGONE, francese di origine, fu vescovo stabiese nell’anno 1380, ed essendo seguace dell’antipapa Clemente VII, fu privato della carica da Urbano VI.
23. GIULIANO fu nominato vescovo di questa Chiesa dal medesimo Urbano, ma, avendo poi appoggiato l’antipapa Clemente, avendo ricevuto la scomunica64 dal medesimo (Urbano), fu privato della carica vescovile; così leggiamo nel Libro delle provvigioni dei prelati.
24. Il canonico GENTILE del Tufo, amalfitano, fu nominato vescovo stabiese, in luogo di Giuliano privato (della carica), da Bonifacio IX nell’anno 1392, il 17 giugno;65 morì nel seguente anno 1393, (come si evince) dal medesimo libro (Libro delle provvigioni dei prelati).
25. Frate ANTONIO Arcamone, dell’Ordine dei Predicatori, succedette a Gentile nell’anno 1393, il 12 dicembre;66 fu a capo (della Chiesa stabiese) per quasi sei anni e morì nell’anno 1399, (come si evince) dal medesimo libro (Libro delle provvigioni dei prelati).
26. Frate GIACOMO di Galluccio, allievo del medesimo Ordine dei Predicatori, ottenne l’episcopato stabiese nell’anno 1399, il 18 giugno;67 morì nell’anno 1402, (come si legge) nel medesimo libro (Libro delle provvigioni dei prelati).
27. MARINO di S. Agata, canonico di Fermo e scrittore di lettere apostoliche, fu eletto vescovo della medesima Chiesa da Bonifacio IX nell’anno 1402, il 3 marzo.68
28. LUIGI, o ALOISIO Certa, figlio di Giovanni, cittadino stabiese, eletto vescovo della città d’origine da Martino V nell’anno 1421, il 7 settembre, promise il solito sussidio al Sacro Collegio; di lui rimane una lapide marmorea davanti all’altare della cattedrale, (in cui è definito) germano di Matteo, Martino e Giacomo Andrea Certa, (posta) nell’anno 1434.
29. LUDOVICO Certa, successore del parente Luigi, morì nell’anno 1447, (come si legge) nel Libro delle provvigioni dei prelati.
30. Si trova scritto nel medesimo libro (Libro delle provvigioni dei prelati) che NICOLA Anfora, sottodiacono di Sorrento, fu eletto vescovo stabiese nell’anno 1447, il 15 maggio.69 Egli fece decorare la basilica con una immagine con il titolo di S. Maria a mare e, finché visse per parecchi anni, si tramanda che permise che fossero alienati molti beni ecclesiastici nei pressi di Capaccio. Intervenne alla incoronazione del re Alfonso II il 2 maggio dell’anno 1494; morì nell’anno 1496.
31.  ANTONIO Flores, procuratore della Romana Rota, uomo insigne e famoso per ogni genere di virtù, fu nominato vescovo stabiese da Alessandro VI il 30 giugno dell’anno 1496 e pose come suo coadiutore, con la speranza della futura successione, il nipote Pietro nell’anno 1503, il 4 dicembre.
32. PIETRO Flores, ex coadiutore, succedette allo zio nell’anno 1510; partecipò al Concilio Lateranense sotto Giulio II, Leone X e Paolo III; fu trasferito alla Chiesa di Gaeta nell’anno 1537, di cui vedi la Serie dei vescovi di Gaeta, tomo I.
33. GIOVANNI Fonseca, spagnolo, per designazione di Carlo V, imperatore e re delle due Sicilie, fu eletto vescovo di questa Chiesa da Paolo III il 14 marzo dell’anno 1537; sotto il medesimo Paolo e Giulio III partecipò al Concilio Tridentino; morì nell’anno 1562.
34. ANTONIO Lauro, napoletano della nobile famiglia Amantea, uomo molto gradito, regio cappellano maggiore, fu fregiato del trono (di vescovo) stabiese da Pio IV nell’anno 1562, il 9 ottobre, per segnalazione di Filippo II, re di Spagna, di cui era consigliere. Per quindici anni amministrò questa Chiesa con la massima tranquillità e morì a Napoli nell’anno 1577; fu sepolto presso la chiesa di S. Maria delle Grazie con questo epitaffio:

A Dio Ottimo Massimo.
Antonio Lauro,
vescovo degli Stabiesi, discendente
dalla nobile famiglia Amantea,
primo sacerdote della cappella regia,
prefetto del pubblico Ginnasio,
primo giurista del Collegio Napoletano
esperto nella vecchia giurisprudenza,
di provata fiducia nelle questioni più importanti
per il valore del consiglio,
consigliere del re Filippo,
gradito egualmente alla città nativa,
qui è sepolto.
Visse 79 anni,
morì nell’anno 1577.
I parenti devotissimi Bartolomeo, Carlo e
Giacomo Lauro in lacrime allo zio benemerito.

Ughelli, Vescovi di Castellammare 4, immagine google libri

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35. LUDOVICO da Gravina dei Maiorano, appartenente all’Ordine dei Canonici Regolari della Congregazione Lateranense, uomo dottissimo, succedette a Lauro; da lui fu pubblicato il testo La difesa della Chiesa militante per i padri del Concilio Tridentino e il trattato Sul vero sacerdozio per la regina d’Inghilterra. Morì nell’anno 1591. Lo cita con stima il Pennotto70 nella Storia tripartita.
36. GIOVANNI Minos, spagnolo, eletto il 13 settembre 1591, fu trasferito poi alla Chiesa di Acerenza e Matera nell’anno 1598, di cui (si legge) in quel luogo.
37. VITTORINO Manzo, monaco di Montecassino, innalzato a questa Chiesa da Clemente VIII nell’anno 1599, il 1° febbraio e poco dopo trasferito alla Chiesa di Ariano, fu un uomo dottissimo, che tra i molti scritti pubblicò: Sul modo di procedere nelle cause contro i criminali del clero regolare, Sulla vanità del mondo, Sulla salda felicità dell’uomo, Interpretazione del libro di Salomone “Ecclesiaste”, Armonia teologica, Sui magistrati ecclesiastici e Sui sacramenti in genere. (Fu) sommo sacerdote degno del Senato Romano, su di lui (inserito) tra i vescovi di Ariano ritornerà il discorso.
38. GEROLAMO Bernardo de Quiros, spagnolo, monaco dell’Ordine Cistercense, uomo dotto e insigne per particolare devozione, fu nominato vescovo stabiese da Clemente VIII nell’anno 1600, il 15 gennaio. Sedette (sul soglio vescovile) per cinque anni e poi fu trasferito alla Chiesa di Pozzuoli nell’anno 1605, il 31 agosto, come abbiamo narrato (inserendolo) tra i vescovi di Pozzuoli.
39. IPPOLITO Riva, napoletano, chierico regolare, impegnato in ogni genere di discipline, fu innalzato a questa Chiesa nell’anno 1605, il 31 agosto. Per ventidue anni resse bene questa Chiesa, morì sotto Urbano VIII nell’anno 1627; riposa nella cattedrale.
40. ANNIBALE Mascambruno, beneventano, nato da una nobile famiglia, illustre per affabilità di costumi e per varia erudizione, fu collocato come successore di Ippolito il 30 agosto 1627. Scrisse Sulla esistenza del corpo di Bartolomeo apostolo presso Benevento e lasciò altri documenti del suo ingegno, ed essendo stato (sul soglio vescovile) in questa sede per circa diciotto anni, morto a Napoli per una fine improvvisa, designato dal re cattolico arcivescovo di Reggio, fu tumulato nel medesimo luogo.
41.  ANDREA Massa, ligure, succedette al defunto Annibale il 18 settembre 1645; fu trasferito poi alla Chiesa di Gallipoli il 25 settembre 1651.
42. CLEMENTE del Pezzo dei principi di S. Pio, duchi di Caianiello, nato da una nobile famiglia di Civita dei Marchionni, rinato a Milano nell’Ordine dei Chierici Regolari, erudito nelle lettere divine e umane, egregio ed eloquentissimo, divenne oratore della parola di Dio, né in lui mancò la perizia e la somma sagacia nell’agire, con le quali non una sola volta, essendo in Germania legato presso l’imperatore, portò a termine compiti di difficilissima risoluzione e meritò il favore del re. Salì alla carica sacerdotale di Filadelfiese,71 subito dopo ricevette il titolo di vescovo aquilano e poi stabiese il 27 novembre 1651; avendo svolto questo (incarico) con esimia sapienza e zelo di giustizia e devozione per pochi anni, colto da immatura morte, morì nell’anno 1652; fu deposto in un sepolcro temporaneo nella cattedrale, per essere trasferito a Napoli nella chiesa di S. Maria della Vittoria del suo ordine, e nella cappella della sua famiglia da lui stesso ornata con marmo pario e varie lapidi e dedicata al signore Gaetano Thiene, dove si legge (questa epigrafe su) un frequentato cenotafio, posto dal cugino Antonio del Pezzo, arcivescovo di Sorrento:

Al signore Clemente del Pezzo,
grande per il grado dei natali, della virtù,
delle cariche sacerdotali,
che, destinato a svolgere sommi compiti
per l’imperatore austriaco,
la corte ritenne un oratore
celebre per l’eloquenza,
e il pontefice romano per la devozione
lo volle sommo porporato,
il re di Spagna lo volle
vescovo aquilano, subito dopo stabiese.
Per l’onore di un così grande uomo,
essendo in discussione la gloria,
poiché aveva fatto costruire questa cappella
per un parente del suo ordine
per la lusinga del patrimonio,
dove conservasse i suoi resti mortali,
il signore Antonio del Pezzo,
arcivescovo di Sorrento,
fece incidere questa epigrafe,
affinché fissasse sulla pietra
il legame di amore e sangue.
1652

Lo cita con stima Giuseppe Silos, lodato non una sola volta, (nell’opera) Storia dei Chierici Teatini, p. 2.72
43. GIOVANNI Parredes, spagnolo, eletto (vescovo) il 2 agosto 1655, succedette a Clemente del Pezzo.

Ughelli, edizione di Sebastiano Coletti 1720, Venezia, tomo VI

Ughelli, edizione di Sebastiano Coletti 1720, Venezia, tomo VI, immagine google libri

                                                                                                                           AMALIA VANACORE ©73


  1.  Lett. Castello di mare.
  2. Vedi nota 1.
  3. La Campania un tempo era denominata felix nel senso di «fertile».
  4. Cioè nell’anno 89 a.C.
  5. Il passo è tratto dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), celebre autore latino e uomo politico, che morì sulla spiaggia di Stabia durante I’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. A lui è intitolato il Liceo Classico di Castellammare di Stabia.
  6. Lett. fino al giorno prima delle Calende di maggio (in base al calendario dell’antica Roma).
  7. La guerra sociale o II guerra italica fu combattuta dalla lega italica contro Roma negli anni 90-88 a.C.
  8. Metamorfosi, XV, 708-712.
  9. De methodo medendi, V, 12.
  10. De re rustica, X, 133-139.
  11. Vedi nota 1.
  12. Lett. Bacco (inventore della vite) si rallegra del lido.
  13. Lett. tutta la costa circostante.
  14. II demanio è il complesso dei beni appartenenti allo Stato o a un ente pubblico; a quei tempi era il complesso dei beni appartenenti ai re.
  15. Cioè i re Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi.
  16. Vedi nota 1.
  17. Carlo V, imperatore e re di Spagna, dopo il matrimonio della figlia Margherita con il duca di Parma e Piacenza Ottavio Farnese, nel 1541 consegnò a quest’ultimo la città di Castellammare, secondo alcuni scrittori a titolo di vendita, secondo altri a titolo di dote della figlia Margherita.
  18. Giulio Cesare Capaccio (1552-1607) fu un erudito e un letterato molto famoso ai suoi tempi. Si dedicò agli studi sull’oratoria sacra, alla critica letteraria e alla ricerca storico-archeologica. Scrisse varie opere in prosa e in poesia, tra le quali la più nota è la Storia napoletana in latino. Fu tra i fondatori dell’ “Accademia degli oziosi” di Napoli.
  19. Cioè la Chiesa stabiese.
  20. Cioè la curia vescovile.
  21.  Cioè nella città.
  22. Cioè dei Gesuiti.
  23.  Inizia qui l’elenco di 43 vescovi stabiesi, a partire da Orso fino a Giovanni Parredes. Dal punto di vista cronologico il periodo di tempo indicato dall’autore comprende g!i anni 499-1655, ma non sempre l’ordine cronologico viene rispettato, in quanto, come si può notare, il primo Sergio, nominato dopo Catello, dovrebbe essere precedente a lui; Andrea, Pietro (morto nel 1326), frate Landolfo Caracciolo ed N. dovrebbero essere nominati in ordine dopo Teobaldo; P. (Pietro o Paolo) dovrebbe essere precedente a frate Guglielmo. Bisogna, tuttavia, mettere in evidenza che nel testo di Catello Parisi Cenno storico-descrittivo della città di Castellammare di Stabia (p. 90) dopo Catello viene nominato un primo Sergio, vescovo stabiese durante l’invasione saracena nell’anno 849. Inoltre, il vescovo denominato dall’Ughelli con l’iniziale P. viene definito Pietro dal Parisi, il quale afferma che detto vescovo occupava la sede vescovile nel 1315 e moriva nel 1326.
  24. Vedi nota 18.
  25.  Secondo il Parisi (vedi nota 23) e il Milante, il vescovo Lorenzo non visse 40 anni, ma 70 anni: è, quindi, probabile
    che vi sia un errore da parte dell’Ughelli nel riportare l’epigrafe. Per quanto riguarda Pio Tommaso Milante (1689-1749),
    dell’Ordine dei Predicatori, storico, maestro di teologia, docente della Regia Università di Napoli, consigliere del re e vescovo di Castellammare (eletto nel 1743), bisogna ricordare che egli fu autore di vari scritti in latino, tra i quali
    Della città di Stabia, della Chiesa stabiana e dei suoi vescovi, opera pubblicata postuma nel 1836 e molto utile per le  numerose notizie fornite intorno ai vescovi stabiesi.
  26.  Lett. 4 giorni prima delle Calende di marzo (in base al calendario dell’antica Roma).
  27. L’indizione era un ciclo di 15 anni della datazione medievale.
  28. Qui probabilmente vi è un errore di datazione, poiché la festa di S. Catello è celebrata il 19 gennaio e non il 14 gennaio, come sostiene l’autore, affermando che essa ricorre 19 giorni prima delle Calende di febbraio (in base al calendario dell’antica Roma). Si potrebbe pensare, tuttavia, che tale festa ai tempi dell’autore era celebrata alcuni giorni in anticipo rispetto all’attuale datazione.
  29. Lett. l’amicizia e la consuetudine.
  30. Antonio Caracciolo, nato a Napoli nella seconda metà del sec. XVI da una nobile famiglia e lì morto nel 1658, fu maestro di giurisprudenza ed eloquenza e ricoprì anche la carica di ambasciatore, che gli fu conferita dal viceré spagnolo.
  31. Filippo Ferrario (o Ferrari, 1551-1626) fu autore di opere di geografia e di agiografia.
  32. Il diploma era nel medioevo un documento contenente un attestato di onorificenza.
  33. Vedi nota 18.
  34.  L’autore si riferisce a un diploma (vedi nota 32) dell’imperatore Federico II.
  35. Sott. mediante un diploma (vedi nota 32) di Federico II (diploma di cui si fa menzione precedentemente, quando si parla del vescovo Giovanni).
  36. Vedi nota 18.
  37. Vedi nota 1.
  38. Vedi nota 1.
  39. Vedi nota 1.
  40. Nel medioevo il privilegio era un documento attestante la concessione di un particolare diritto.
  41. Vedi nota 40.
  42. La Terra di Lavoro era un tempo una zona della Campania corrispondente all’attuale provincia di Caserta e alla parte pianeggiante dell’attuale provincia di Napoli.
  43. Vedi nota 14.
  44. Vedi nota 40.
  45. Vedi nota 1.
  46. Vedi nota 40.
  47. Il regesto nel medioevo era un registro, in cui erano raccolti atti pubblici o privati, riassunti o trascritti nelle parti essenziali.
  48. Vedi nota 1.
  49. Nel mondo romano antico la decima era un tributo che i coltivatori dell’agro pubblico dovevano allo Stato, nel periodo medievale tale tributo era dovuto alla Chiesa.
  50. Lett. 6 giorni prima delle Idi di aprile (in base al calendario dell’antica Roma).
  51. Vedi nota 47.
  52. Vedi nota 47.
  53. Vedi nota 47.
  54. Vedi nota 42.
  55. Vedi nota 47.
  56.  Vedi nota 27. Bisogna notare che l’indizione citata in questo epitaffio, secondo il Parisi (vedi nota 23) e il Milante
    (vedi nota 25), non sarebbe la II, ma la XI; quindi vi sarebbe un errore di trascrizione da parte dell’autore.
  57. Vedi nota 27.
  58. Vedi nota 47.
  59. Giovanni Battista de Grossis (o Grossi, ?-1666), sacerdote e storico catanese, si distinse per la sua erudizione. Fu autore, oltre che del Decacordo della chiesa di Catania, di varie opere tutte in latino.
  60. Vedi nota 47.
  61. Vedi nota 47.
  62. Lett. 12 giorni prima delle Calende di marzo (in base al calendario dell’antica Roma).
  63. Vedi nota 47.
  64. Lett. colpito con la scomunica.
  65. Lett. 15 giorni prima delle Calende di luglio (in base al calendario dell’antica Roma).
  66. Lett. il giorno delle Idi di dicembre (in base al calendario dell’antica Roma).
  67. Lett. 14 giorni prima delle Calende di luglio (in base al calendario dell’antica Roma).
  68.  Lett. 5 giorni prima delle None di marzo (in base al calendario dell’antica Roma).
  69. Lett. il giorno delle Idi di maggio (in base al calendario dell’antica Roma).
  70. Gabriele Pennotto (o Pennotti, 1574-1639), uomo molto erudito e canonico regolare della Congregazione
    Lateranense del Santissimo Salvatore, fu autore della Storia tripartita, in 3 voll., redatta in latino e pubblicata nel 1624, il cui titolo completo è Storia tripartita di tutto il sacro Ordine Generale dei Chierici Canonici. Nel vol. I si parla dell’Ordine degli Agostiniani, l’argomento del vol. II riguarda l’origine e lo sviluppo di tutto l’Ordine dei Canonici Regolari, nel vol. III si parla della Congregazione Lateranense del Santissimo Salvatore.
  71. Cioè di gran priore di Venezia.
  72.  Giuseppe Silos (1601-1674) fu un letterato che entrò nell’Ordine dei Teatini, a Bitonto, e fu autore dell’opera in 3 voll. Storia dei Chierici Teatini, pubblicata nel 1650.
  73. © Breve biografia dell’autrice: AMALIA VANACORE, stabiese, già ordinaria di Latino e Greco presso il Liceo Classico “Plinio Seniore” di Castellammare di Stabia, esperta di lingue classiche, ha pubblicato molti testi, tra cui manuali di lingua e cultura greca, manuali di lingua e cultura latina, traduzioni con analisi e commento di classici greci, presso le case editrici Loffredo di Napoli, Paravia di Torino e Bulgarini di Firenze. Varie sono anche le sue relazioni in convegni nazionali su argomenti relativi al mondo classico e numerosi gli articoli pubblicati su alcune riviste di cultura generale e di cultura classica.

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

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