Pillole di cultura: accattà

a cura del prof. Luigi Casale

Avete mai sentito un parlante napoletano che per dire “comprare”, abbia mai usato un verbo diverso da “accattà” (apparentemente calco dell’italiano “accattare”)?  No!  Perché dico “apparentemente”? Perché se così non fosse, stante il parallelismo tra le due voci,  dovrebbe risultare che per il napoletano colui che “accàtta” è un accattone. Cosa che non è assolutamente, perché non può essere. La parola “accattà” (napol.) è al di fuori di ogni possibile connotazione in tal senso. E chi parla il napoletano lo sa bene. “Accattà” del napoletano è un verbo completamente diverso dall’italiano “accattare”, perché lontano etimologicamente. Anche volendo ammettere una improbabile identità delle rispettive radici ci resterebbe comunque la diversa storia semantica delle due parole (quella latina dell’“accattare” per la forma italiana  e quella greca dell’“accattà” del napoletano). Prima di escludere definitivamente dalla discussione “accattare” del toscano, diffuso in tutta la penisola insieme al suo significato, vorrei farne in breve l’etimologia. “Accatto” – quella italiana – viene dal verbo latino ad+capto. Capto è un verbo intensivo o iterativo; [l’azione espressa da un verbo radicale (in questo caso “capio” = prendo), attraverso l’applicazione del suffisso –to aggiunge al significato originario del verbo radicale il fatto che quell’azione è più insistente oppure si ripete, è frequente. Così se “capio” è prendo, “capto” o è prendo ripetutamente, continuo a prendere, oppure prendo con violenza.] Per la cronaca, diciamo che “i captivi” sono i prigionieri di guerra; in ambiente culturale posteriore alla classicità romana (scivolamento di significato) essi diventano i condannati alle galere (i puniti – o perseguitati – dalla giustizia); in clima cristiano sono, poi, i prigionieri del demonio: “i cattivi”. Ma ci siamo capiti! “Ad+captare”,  quindi, –  “accattare”  dell’italiano – sarebbe: cercare di prendere quanto più possibile: accattare, insomma. E da qui “accattone”. Avreste la bontà di risparmiarmi “acquirere”, sinonimo di “comparare”, in quanto acquistare?  Se no, la cosa diviene troppo lunga. Solo faccio notare che anche nel caso di questa radice verbale si è determinata la coppia di due forme, una radicale e l’altra suffissale: ad-quiro (participio: ad-quisitus) e ad-quisto (participio ad-quistatus) intensivo del primo, con l’azione che si ripete o si intensifica. [Come abbiamo spiegato per “capio”]. Alla base di questi due verbi c’è “quaero” (cercare, andare in cerca, e anche cercare di guadagnare).  Vi dice niente la parola: apofonia? Ne abbiamo già parlato: il fonema “ae” che diviene “i”. Se poi pensiamo che tra tutte le parole derivanti da questa radice ci sono da una parte “questua e questura”, dall’altra “quesito” e “questione”, arriviamo facilmente fino al significato primo , quello di “domandare” e “cercare di capire”]. Passiamo ora a “comparare” [cum-paro (metto insieme)] che ha dato origine all’attuale “comprare” della lingua italiana. Del verbo “paro” (preparo) abbiamo avuto modo di parlare a proposito della voce: “paraustiello”. Il prefisso, in questo caso proverbio, (la preposizione “cum” = insieme – originariamente avverbio –),  aggiunge al significato di preparare o apparecchiare [notate: anche in quest’ultimo verbo c’è la radice del “paro”] proprio del “paro”, anche quello di “insieme”, per cui “comparo” diventa o “mettere insieme più cose ” o “metterle accostate”. E concludiamo. Se “accattà” dei napoletani non deriva da “ad-captare”, e quindi non è calco di ”accattare” (afferrare, arraffare, raccogliere), da dove verrà mai? Essa viene direttamente dal greco. Vi ho già detto (vedi il lemma “cafone”) che l’Italia meridionale ha mantenuto la parlata greca, primo per la sua condizione di isola linguistica, ma ancora per il fatto che più a lungo è stata “bizantina”. “Accattà” dunque viene dal verbo greco κτάομαι (ctáomai) = comprare. Vedi anche κτησισ (ctêsis) = possesso; κτήματα [άροσισ] = insieme delle terre lavorate].  Se potessimo procedere “ad orecchio”, vi chiederei: “Che ve ne pare?”

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Collaboratore
Classe 1943, è un insegnante di liceo in pensione, cura la rubrica "pillole di cultura" e partecipa volentieri alla produzione di "storie minime". Inoltre è presente sotto le voci: detti, motti e tradizioni locali.

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