Surrentino ‘o spiziale

articolo del dott. Tullio Pesola

Siamo rimasti in pochi, credo, a ricordarci che anni addietro in via Brin sorgeva, proprio attigua al Bar Umberto, un’affermata pasticceria, da molti classificata “prima” in bontà e genuinità dei suoi prodotti, non solo su tutto il territorio stabiese, bensì anche tra le diverse cittadine circostanti.

Ubicazione (fotomontaggio a cura del dott. Tullio Pesola)

Ubicazione (fotomontaggio a cura del dott. Tullio Pesola)

L’ingresso era per metà occupato da una modesta vetrina in legno, dove c’era da perdersi tra pasta di mandorla, mostaccioli, dolci al liquore e cannoli. Sul piano base, invece, bene in vista, sfoggiavano tutta la loro bellezza due vassoi di gustosissime sfogliate ricce e frolle. Quanti bambini si fermavano col naso appiccicato al vetro, facendo resistenza alle sollecitazioni delle madri, come se non si volessero mai più separare da quel posto!
Il locale adibito alla vendita era piuttosto limitato, per cui, per poter realizzare un adeguato laboratorio, si pensò bene, in epoca alla quale non ci è dato risalire, di spingersi nell’androne del palazzo ed ampliare il suo retro con un corpo aggiuntivo che colmasse le carenze dell’ambiente e soddisfacesse le esigenze dell’attività.

Androne del palazzo (foto dott. Tullio Pesola)

Androne del palazzo (foto dott. Tullio Pesola)

Il vano per la vendita era arredato con cura ed eleganza e la gentilezza del personale, altamente professionale e disponibile, era un ulteriore incentivo. Soffitto con cassettoni decorati, bancone in legno sormontato da una spessa lastra di marmo bianco, specchi e lampade, tutto concorreva a creare un’atmosfera unica. Questa pasticceria, che è stata per anni una certezza e per qualità dei prodotti e per la cortesia dei conduttori, era la rinomata “Pasticceria F.sco Sorrentino & Figli”.

Tale attività ebbe inizio nel piccolo ed accogliente quartiere dell’acqua della Madonna, nei pressi del porto, ad opera del titolare Francesco Sorrentino, che un giorno decise di porre in essa tutta la sua sapienza e la passione di una professionalità appresa da ragazzo. La piccola azienda fin dalla sua nascita fu e rimase a carattere prettamente familiare. Non poche furono le difficoltà iniziali che il giovane Francesco si trovò a dover superare, ma, per fortuna, ben presto questo splendido angolo della nostra Castellammare s’inebriò del profumo di sfogliatelle, babà, cannoli, zuppette e tante altre delizie. La bontà dei prodotti era garantita dal rispetto delle tradizioni: sfogliatelle ricce, babà erano il frutto di metodi artigianali, ottenuto seguendo le antiche usanze della pasticceria napoletana in ogni fase della lavorazione. L’impiego di materie prime di altissima qualità, poi, contribuì al successo di questa piccola azienda, trasformandola in una tappa imperdibile, in quanto divenuta simbolo della nostra Città ed emblema del buon gusto.
Nulla cambiò quando subentrarono gli eredi, che vollero di comune accordo che l’esercizio continuasse a portare il nome del Capostipite. E così è stato fino a quando ha avuto vita questa piccola impresa. Allorché a metà degli anni ’50 il noto Bar Umberto, esercizio commerciale che confinava con la pasticceria in argomento, cessò di esistere, il locale fu rilevato dalla famiglia Sorrentino. Imponenti lavori di ristrutturazione diedero alla pasticceria omonima una svolta epocale, una svolta che dava inizio ad una nuova era. I due ambienti vennero unificati e resi comunicanti tra loro; il primo fu ampliato dall’eliminazione del vecchio laboratorio e venne destinato a bar ed a punto vendita dei propri prodotti, mentre nel secondo si realizzò un grande laboratorio con una stupenda vetrina di esposizione a fronte strada.

Vetrina fronte strada (fotomontaggio a cura del dott. Tullio Pesola)

Vetrina fronte strada (fotomontaggio a cura del dott. Tullio Pesola)

Ogni domenica, a Natale, a Pasqua, in ogni occasione importante la pasticceria si presentava gremita di persone il cui aspetto mostrava chiari segni di compiacimento per gli acquisti fatti o che ci si accingeva a fare. Si pensi che a soddisfare le innumerevoli richieste erano ben cinque persone tra gli eredi Sorrentino: don Antonino (da tutti chiamato “principale”, titolo con il quale all’epoca si designava una persona di rispetto preposta – come nel caso contingente – alla direzione di un’azienda) ed il figlio Ciccio; don Umberto ed il figlio Francesco, e don Giuseppe. Era un continuo alternarsi tra il laboratorio ed il locale vendita. Don Antonino, “primus inter pares”, persona, come ho poc’anzi detto, alla quale era riconosciuta la dignità di capo nell’ambito di un gruppo di persone di pari dignità, non era molto loquace, anzi… per niente. Ciò non lasci intendere, però, che fosse poco socievole o pieno di sé. Tutt’altro! Il suo era solo un aspetto che lo accompagnava forse da sempre e che ad una persona piuttosto attenta avrebbe offerto la possibilità di affermare che si trattava di una particolare forma di controllo nell’esprimersi e anche nel comportarsi. Era rimasto vedovo pochi anni dopo essersi sposato, per cui si trovò giovanissimo a dover badare all’esercizio commerciale e contemporaneamente ad allevare due figli in tenera età. Ebbe la fortuna di sposare in seconde nozze una donna di classe, educata e raffinata nei modi e nei gusti: una signora, una vera signora, che si prese cura dei ragazzi con un amore che superava quello che avrebbe profuso se fossero stati figli suoi. Di tanto in tanto, quando, cioè, la sua attività commerciale in determinati momenti del giorno gli permetteva di concedersi sospirate pause di riposo, non mancava il sempliciotto di turno che gli offrisse occasione di farsi inconsapevolmente, anche se pur sempre in modo molto bonario, immolare sull’altare dell’umorismo. Ricordo, infatti, di essere stato io stesso, un giorno, spettatore involontario di una scenetta dalla conclusione, a dir poco, insolita o quanto meno imprevedibile. Era un caldo pomeriggio d’agosto ed io ero al banco del bar intento a sorbire una fresca batida de coco, quando la mia attenzione, che, al gusto di quel liquore che parla d’estate, aveva agevolato per magìa la mia fantasia facendomi immaginare le bianchissime spiagge del mar dei Caraibi, fu riportata alla realtà da una curiosa ed alquanto enfatizzata conversazione che don Antonino, il Principale, stava tenendo con un suo conoscente. Non essendo mai stato avvezzo a lasciarmi coinvolgere inopportunamente da faccende che non mi riguardassero, peggio ancora se poco chiare o che potessero dar noie, provai a riportare l’attenzione alla mia bevanda, scambiando, altresì, qualche opinione con il barista Emilio, acceso tifoso della squadra Partenopea, su quanto avrebbe offerto il calcio quell’anno con l’imminente approssimarsi del campionato. Mio malgrado, però, vuoi perché il dialogo si stava disarticolando nelle mie immediate vicinanze, vuoi per il risalto profuso da entrambi nell’argomento trattato, sta di fatto che mi fu impossibile esimermi dall’ascoltare. Dal loro parlare intuii, quindi, che il primo aveva formalmente chiesto a don Antonino di fargli da padrino di cresima. Non vi dico il “compiacimento” del Principale per la scelta fatta cadere proprio su di lui! Si definiva “lusingato”, “onorato”, documentandosi, intanto, sulla data e sul luogo dove si sarebbe dovuta svolgere la cerimonia. La proposta era stata, quindi, accolta e tutto sembrava scorrere liscio, se, nell’accomiatarsi dal richiedente, il Principale non avesse lasciato intendere con una serie di mezze parole che tale rito gli sarebbe certamente valso a sfatare una… certa dicerìa che si portava addosso, che finalmente si sarebbe liberato di un… qualcosa che lo tormentava da tempo e che con aria apparentemente smarrita mostrava che gli fosse involontariamente sfuggito di bocca. Un concetto detto e non detto aveva prodotto, però, un’eco o, per meglio dire, delle perplessità, delle curiosità che andavano doverosamente soddisfatte. Occorreva, quindi, inevitabilmente spiegare. Il Principale provava a schernirsi, sostenendo con fermezza che non intendeva parlarne (come voleva che l’altro credesse) e che non l’avrebbe mai fatto, ma il suo interlocutore incalzava. Così, a seguito delle incessanti pressioni, don Antonino, simulando una resa, prese a dire, colorando le parole con toni, espressioni del viso e cadenze di circostanza, che egli avvertiva come se su di sé incombesse una insolita maledizione, perché – strana coincidenza! – tutti coloro ai quali negli anni addietro aveva fatto da padrino, nel giro di pochi mesi… avevano visto concludersi la loro esistenza terrena. Sarebbe difficile descrivere il terrore che d’improvviso si stampò sul volto del richiedente, che, tra lo stupore e l’incredulità dei pochi presenti, sono certo che si sentisse alla stessa maniera di quel pugile che viene colpito dal suo avversario con un gancio inatteso: frastornato e sostenuto da gambe molli. Il “povero” don Antonino dava l’idea che volesse porre rimedio al suo “involontario” errore; di sicuro, però, non era questo ciò che voleva. Intanto il malcapitato, facendo di tutto per non lasciarlo intendere, non vedeva l’ora di uscire da quella situazione imbarazzante, alla quale non pensava che mettere un punto fermo, senza volere in alcun modo ritornare sui propri passi. Dopo tanti “ne riparleremo…, mi farò sentire…” e simili, riuscì, finalmente, nel suo intento, anzi successivamente sembrò che si fosse addirittura dileguato, visto che di lui non si ebbe più notizia. Appena il campo di battaglia fu sgombro della presenza del nemico, il Principale mostrò pian piano di riprendersi, finché con un sospiro di sollievo e con l’accenno ad un sorrisino da furbetto ritenne doveroso ritornare in argomento. Esordì con una solenne premessa, affermando che secondo i canoni il padrino era (come lo è ancora oggi e lo sarà sempre) una persona investita di alto valore, in quanto è tenuta ad affiancare la famiglia nell’educazione religiosa dei figli. Purtroppo, egli notava che le richieste gli venivano fatte da persone, a suo avviso, inadatte e scarsamente o per niente consapevoli del ruolo di un padrino, che è quello di formare il figlioccio dal punto di vista educativo e della fede. A questo punto, però, intervenne il figlio Ciccio, che fino ad allora aveva seguito il tutto ridendosela a brevi tratti, per più volte, con suono alquanto smorzato, ma per lo più con intenzione ironica, in quanto ne conosceva già la conclusione, ed invitò il padre ad indicare l’unica vera spiegazione al tutto. E fu così che don Antonino prese a dire che per lui era palese che tali frequenti proposte avevano come unico scopo il “regalo”, che, tra l’altro, doveva risultare “molto costoso”; e se egli le avesse accettate, sarebbero diventate per lui quasi un peso, un obbligo economicamente impegnativo da assolvere. Per eludere, quindi, tali situazioni che si sarebbero rivelate certamente problematiche, aveva preso ad adottare tale escamotage, l’unico ed efficace deterrente capace, come ebbe modo di aggiungere, di demolire i più ostinati baluardi. Ciccio, come si diceva poc’anzi, era figlio di don Antonino, quello a cui spettava di collaborare nell’azienda di famiglia, mentre l’altra figlia, la femmina, era tenuta, come era consuetudine del contesto storico del tempo a cui ci riferiamo, ad attendere alla gestione della casa insieme a sua madre. Spettava a lui, quindi, designato fin dalla nascita con l’imposizione, tra l’altro, del nome del capostipite, attivarsi per prolungare nel tempo la tradizione di famiglia.

Ciccio Sorrentino

Ciccio Sorrentino

Persona dal carattere mite e alla buona, accoglieva tutti con la sua naturale bonomìa. Come si può intuire dall’immagine, era notevolmente in sovrappeso: gli mancava poco, infatti, al raggiungimento dei 2 quintali. Si muoveva a fatica, aveva problemi nel salire le scale di casa. Abitava, per sua fortuna, al primo piano nel “Palazzo del Gran Mogol”, di fronte alla pasticceria di famiglia. Quando rincasava, per affrontare le scale più agevolmente, prendeva la rincorsa all’ingresso del fabbricato, percorreva il lungo androne di volata, per lanciarsi in ultimo sulla scalinata che superava quasi per inerzia. Inutile dire che amava mangiare. Ogni qualvolta entrava nel laboratorio, ne usciva quasi sempre masticando qualcosa. A poco valevano le occhiate di monito che il Principale gli lanciava, non potendo redarguirlo con richiami verbali alla presenza della clientela. Purtroppo l’inappagabile desiderio di cibo gli faceva mettere da parte il buon senso, al punto che un giorno ne fece una veramente fuori dall’ordinario. In previsione dell’arrivo di ospiti che si sarebbero fermati anche a pranzo, sua madre aveva preparato diverse prelibatezze, tra cui ben 40 polpette, delizie di ineguagliabile raffinatezza per il palato di Ciccio. Incoraggiato dalla rassicurante quantità di questi squisiti bocconi, cominciò con un assaggio e terminò col lasciare letteralmente spazzolato l’enorme tegame. Non oso immaginare lo sconforto che avvertì la signora Sorrentino alla vista del padellone completamente vuoto. Intendiamoci: “sconforto” non certo per le polpette, ma di sicuro per lo stato di salute del figlio, minacciato dai risvolti che sarebbero potuti derivargli nel tempo da una tale ed incontenibile sensazione di fame! Per fortuna, arrivò il tanto sospirato giorno in cui Ciccio, resosi conto che per l’enorme peso il suo stato di salute sarebbe andato inevitabilmente incontro a serie complicazioni, maturò l’idea di affrontare il problema seriamente e non più con empirici tentativi. E fu così che un giorno comunicò ai pochi intimi che sarebbe stato ospite di un affermato Centro in Svizzera, dove avrebbe risolto il suo annoso problema. Sparì, quindi, per qualche tempo e, quando si fece riveder, devo ammettere che non fu affatto facile per noi riconoscerlo in un corpo sottile e slanciato, in quella silhouette che era l’esatto opposto del suo vecchio involucro da mongolfiera. Al cugino, figlio di don Umberto, era stato assegnato il compito di curare la gestione di un’apprezzabilissima confetteria di famiglia che aveva sede al corso de Gasperi, in quella che un tempo era considerata l’area industriale della nostra Città, visto che in tale zona periferica sorgevano l’Asborno, la Meridbulloni, l’AVIS, i C.M.I., la Cirio, i mulini Daunia, una Cartiera, la Conceria di pelli e cuoi “Arienzo”… In questa fabbrica di confetti, quindi, si realizzavano piccole dolcezze, che nascevano da mandorle sgusciate, pelate e rivestite di uno strato sottilissimo di zucchero, ottenuto da adeguate bagnature. Così lavorati, i confetti Sorrentino mantenevano la forma del seme di mandorla, fortemente appiattito, e si presentavano senza screziature e lesioni. La superficie esterna, inoltre, era decisamente liscia e con riflessi porcellanati. Tale attività, come ho avuto modo di dire poc’anzi, era curata dal figlio di don Umberto, che chiamiamo col suo nome di battesimo, “Francesco”, distinguendolo, così, da “Ciccio”, figlio di don Antonino. Non so per quanti anni Francesco portò avanti il suo incarico nel quale profuse grande impegno. So per certo, però, che con pari dedizione aveva effettuato un brillante percorso universitario di cui ignoro, però, la conclusione. I miei ricordi si fermano, infatti, a quando egli era arrivato ad un passo (un esame) dalla laurea in ingegneria. Riuscì a coronare il suo sogno? Non trovo risposta e non saprei nemmeno aggiungere con quali mansioni abbia svolto la sua carriera lavorativa presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Don Umberto, suo padre, era una persona molto brillante. Non era certo molto loquace, ma riusciva a relazionarsi con la clientela più di quanto riuscissero a fare il Principale e l’altro fratello, don Giuseppe. Di quest’ultimo, infatti, nonostante mi sia dato da fare per scartabellare negli anfratti più remoti della mia memoria, non riesco a fornire alcun tratto, lineamento o altro che possa esaltarne le caratteristiche. E queste sono state le colonne portanti di tale azienda, della Pasticceria Sorrentino, che ha mantenuto alto il suo decoro per tre generazioni con la sua arte pasticcera ottenuta dall’amore per la tradizione dolciaria e da un’attenta e professionale conduzione familiare, elementi che hanno costituito gli ingredienti fondamentali validi a rendere unico il carattere di questa affermata impresa, la cui produzione per molti anni è stata di alto livello. Purtroppo, non c’è stato spazio per la quarta generazione, in quanto o per errate valutazioni, o per decisioni inopportune, o per incidenti di percorso, o per altro motivo tale impresa ha subito un tracollo, senza che le fosse più possibile di riprendersi. Per chi l’ha conosciuta resta la nostalgia di un ambiente accogliente e caldo, un luogo ideale per una dolce pausa, dove assaporare prodotti artigianali realizzati con cura, passione e dedizione.
Nel ricordo di pochi è ancora viva l’immagine dei suoi accoglienti spazi, in cui poter accompagnare con un buon caffè, un the o un cappuccino queste delicatezze o, nel periodo estivo, farsi catturare dal sapore irresistibile delle granite e del buon gelato artigianale. Il clima era sempre allietato dal buonumore; Ciccio, persona sempre disponibile, era l’amico di tutti; il servizio era veloce e garbato. La clientela era quanto mai variegata: in primis gli abitanti della zona e poi gente di ogni tipo, che arrivava da tutta la Città, ma arrivavano anche tanti forestieri, in estate perché presenti in città per le cure termali, in inverno, invece, unicamente perché attratti dal desiderio di allietare il loro palato col gusto unico ed eccezionale dei dolci della Pasticceria…

Pasticceria Francesco Sorrentino & Figli

Bar – Pasticceria Francesco Sorrentino & Figli

dott. Tullio Pesola

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Amante della diffusione nel tempo di memorie, notizie, testimonianze e costumi del passato della nostra Città, è autore di diverse riflessioni, frutto di assiduo impegno, di grande passione e di accurate indagini storiche.

1 pensiero su “Surrentino ‘o spiziale

  1. Giuseppe tramparulo

    Grazie Professore di questo meraviglioso ricordo, io sono un “ragazzo” di 57 anni nato a via strettola , anch’io mi sono deliziato dei buonissimi dolci di don Ciccio e ho ricordo anche di on Dulino (don Antonino). Mio padre che forse lei ha conosciuto Rafele ‘o nasecane ha lavorato nella pasticceria

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