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Il Venerdì Santo

Il Venerdì Santo

a cura di Tullio Pesola

Venerdì Santo

Il Cristo Morto – foto Tullio Pesola

Nella prima cappella che si apre lungo la navata destra e che incontriamo quando ci portiamo in quella che un tempo è stata la Cattedrale della nostra Città, da svariati anni è esposto al culto dei fedeli un simulacro raffigurante Cristo morto. Inizialmente (ci riferiamo, a dir poco, verso la metà degli anni ’60) era stato collocato sull’altare; successivamente si ritenne opportuno adagiarlo ai piedi dello stesso, su quei gradini che, secondo un simbolismo cristiano, rappresentano la salita al Calvario.

Di recente, poi, tale cappella, come si può immancabilmente constatare, è stata impreziosita della presenza di una statua di rara fattura della Vergine Addolorata. I lineamenti della Madonna in questa immagine lasciano trasparire, anche se con tanta compostezza, un profondo dolore, che è quello del dramma struggente, ma non esaltato, di una madre che accetta la morte ingiusta e violenta del Figlio.

E’ il volto di una Madre afflitta, della Madre di tutti noi, di Colei che è la più adatta ad indicarci la via della salvezza. Questa stupenda statua della Vergine Addolorata proviene dalla chiesa di Santa Maria della Pace. Ma…, ritorniamo al Cristo morto; ci ricordiamo qual è stata la sua funzione in passato? Io ritengo che siamo in pochi a conservarne memoria.

Per poterne parlare, però, credo, a questo punto, che sia doveroso fare un notevole passo indietro nel tempo e risalire ai primissimi anni ’60, quando il Consiglio Diocesano composto dai rappresentanti dei quattro rami dell’Azione Cattolica e da quelli della FUCI e delle ACLI che periodicamente si riunivano nell’Episcopio sotto la guida spirituale dell’allora Vescovo della Diocesi di Castellammare Mons. Agostino D’Arco, si trovò concorde nel prendere in considerazione la proposta di uno dei presenti.

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Uno dei quattro per l’Ave Maria

Uno dei quattro per l’Ave Maria

di Tullio Pesola

Uno dei quattro per l’Ave Maria è un articolo di Tullio Pesola, le chiese infatti, non sono soltanto luoghi di culto: sono presenze vive nel tessuto di un territorio, custodi di memoria, identità e comunità. Nei centri storici come nei piccoli borghi, nelle città moderne come nei paesi rurali, la chiesa rappresenta spesso il cuore simbolico e materiale della vita collettiva. È spazio di fede, ma anche di incontro, ascolto, cultura e solidarietà.

Attraverso i secoli, le chiese hanno svolto un ruolo fondamentale non solo religioso, ma anche sociale, educativo e artistico. Hanno raccolto le speranze e le paure di intere generazioni, hanno accompagnato i momenti cruciali della vita — nascite, matrimoni, lutti — e hanno contribuito a dare forma al paesaggio urbano e umano.

La Parrocchia dello Spirito Santo, incastonata nel cuore antico di Castellammare di Stabia, è molto più di un edificio sacro: è l’anima silenziosa di un quartiere che, tra vicoli e memorie, conserva il calore di una comunità vera. Le sue mura raccontano storie di fede semplice e profonda, di generazioni che vi sono cresciute accanto, cercando conforto, ascolto, speranza.

Qui lo Spirito Santo non è solo un nome: è presenza che si respira nei gesti quotidiani, negli sguardi familiari, nella solidarietà discreta che si rinnova da anni. La chiesa accoglie tutti — chi crede, chi cerca, chi semplicemente passa — e lo fa con quella dignità sobria e luminosa che solo i luoghi autentici sanno avere.

Uno dei quattro per l'ave Maria

Uno dei quattro per l'ave Maria

Uno dei quattro per l'ave Maria

Uno dei quattro per l'ave Maria

Uno dei quattro per l'ave Maria

Il territorio diocesano


 

L’eruzione vesuviana del 1805

Storia e Ricerche

L’eruzione vesuviana del 1805

a cura del dott. Tullio Pesola

A seguire rimetto copia di uno scritto tratto dal Libro VII dei Battezzati (1795 – 1806) della Parrocchia dello Spirito Santo di Castellammare di Stabia – Parroco: don Tommaso de Angelis; Viceparroco: don Nicola di Capua – dove si descrive l’eruzione del Vesuvio del 26 luglio 1805 così come di seguito riportata:

Lo scritto nella grafia originale (foto dott. Tullio Pesola)

Lo scritto nella grafia originale (foto dott. Tullio Pesola)

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Tiempe belle 'e 'na vota

Il quesito di don Salvatore Savarese

Il quesito di don Salvatore Savarese, parroco dello Spirito Santo (San Ciro)

Caro Maurizio, don Salvatore Savarese, parroco dello Spirito Santo (San Ciro), mi ha scritto che ha trovato in un locale della chiesa il fazzoletto allegato e desidera sapere di cosa si tratta. Gli ho risposto che rimandavo la richiesta a liberoricercatore. Fraternamente.

Antonio Cimmino.

Il quesito di don Salvatore Savarese, parroco dello Spirito Santo (San Ciro)

Il quesito di don Salvatore Savarese, parroco dello Spirito Santo (San Ciro)

La Risposta del dott. Tullio Pesola

“Caro Maurizio, il quesito che mi sottoponi trova subito la sua risposta: si tratta di un cimelio storico molto raro e risale alla fine degli anni ’50, epoca in cui Padre Mario (come appunto si legge in una mia riflessione su tale figura carismatica: Egli, quindi, allestì un punto di ascolto televisivo assistito da una docente che controllava la classe, otteneva l’attenzione del gruppo, raccoglieva gli elaborati e li inviava poi a Via Teulada. Fu questa una delle espressioni più significative di P. Mario nella sua lotta all’analfabetismo, che permise a tanti suoi parrocchiani di acquisire un titolo di studio -seguendo appunto corsi di avviamento professionale a distanza- che consentì loro, successivamente, di inserirsi nel mondo del lavoro.) ottenne l’autorizzazione dalla Rai ad istituire una sede di TELESCUOLA. Si tratta in sintesi dello stemma con il quale la Rai fregiava i vari punti di ascolto disseminati su tutto il territorio.

Spero di aver dissipato ogni perplessità. Ciao, Tullio“.


Tiempe belle ‘e ‘na vota

«Tiempe belle ’e ’na vota, tiempe belle addó’ state? Vuje nce avite lassate, ma pecché nun turnate?»

Con questo malinconico ritornello di Aniello Califano, riportiamo all’attenzione dei lettori una rubrica che ci è particolarmente cara. In essa raccogliamo documenti, immagini e ricordi che raccontano, con semplicità e fascino, un passato stabiese non troppo lontano. Continua a leggere