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Don Giacinto ‘O Presebbio

Don Giacinto ‘O Presebbio

di Antonio Greco

( articolo del compianto M° presepista stabiese, Antonio Greco,
pubblicato sulla rivista “il Presepe” numero 66 di giugno 1971 )

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Presepe napoletano: particolare della “Natività” (opera del M° Opera del M° Antonio Greco)

Don Giacinto “o presebbio” (scherzoso nomignolo affibbiatogli dagli amici intimi), era un modesto funzionario della R. Dogana, conduceva una modesta esistenza tra casa e ufficio. Un sigaro lo fumava volentieri, ma quando glielo offrivano, altrimenti non c’era verso che varcasse la soglia del tabaccaio.
Si imponeva un itinerario fisso tra casa e lavoro senza l’uso del tram, ma, se usciva dal suo abituale, faceva volentieri una passeggiata a fine mese verso S. Biagio dei Librai a curiosare sulle soglie dei fondachi di S. Gregorio Armeno: là spendeva tutti i risparmi di un mese 2.50 o al massimo 4 lire acquistando qualche figurina eccezionale o alcuni accessori o qualche animale finemente trattato.
Fatto l’acquisto si avviava felice verso casa e a chi bene lo conosceva, passando diceva: sono andato a comprare la mia razione di “toscani” e l’altro ammiccando al pacchetto maliziosamente di rimando diceva: “Don Giacì sempre ‘o presebbio!..”.

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Scanzano negli anni ’50

Scanzano negli anni ’50

di Gioacchino Ruocco

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Orologio a Scanzano

Premessa dell’autore
Non so se chi vi comunica i soprannomi che pubblicate (nella rubrica dove ho ritrovato anche l’appellativo della famiglia di mia nonna “ ‘e Chiuvetielle” , che abitava a Vicolo Sorrentino, ‘ncopp’‘o Suppuorteco), vi fornisce anche una descrizione del soggetto di riferimento, che altrimenti potrebbe restare un nome astratto o solo di conoscenza di pochi. Nella vostra carrellata ho notato alcuni soprannomi a me noti da quando ero ancora presente a Castellammare, ma tranne che per pochi, non sono sicuro di aver individuato con certezza la persona alla quale è riferito. Per quelli che vi invio ho tracciato un cenno biografico che potrebbe costituire un inizio di identikit da ampliare in una eventuale vostra pubblicazione. A me per esempio, mentre frequentavo il nautico di Piano di Sorrento, affibbiarono il soprannome di ‘o Poeta, perché scrivevo poesie in napoletano che vennero pubblicate sul giornale locale “La voce di Stabia”, ma non so quanti si ricordano di queste pubblicazioni.
A seguire metto alla vostra attenzione alcuni soprannomi storici, i personaggi e gli usi e costumi relativi al territorio di Scanzano negli anni ’50.

Personaggi di Scanzano

‘O Sissante (padre) aveva un asino con il quale effettuava trasporti di non so che genere e ‘a Sissantella (figlia) così appellata per la sua modesta altezza per l’età che aveva.

Gennaro ‘o purchiaccone che aiutava Giusuppina ‘e Milano nella fattura del pane durante la notte e durante la giornata metteva a disposizione la sua modesta abitazione di chi nel gioco delle carte dilapidava i modesti guadagni dietro modeste ricompense. Aveva litigato, forse per il vizio del gioco, con tutta la famiglia e da quel momento aveva eletto a suo esilio ‘o Suppuorteco. Un giorno mi disse che erano venti o trent’anni che non scendeva a Castellammare. Nei momenti d’ozio si sedeva vicino all’ingresso del tabaccaio e vi passava diverse ore interloquendo con tutti quelli che passavano.

Teresa ‘a lacertesa fruttivendola di modeste pretese che integrava con la sua attività i guadagni del marito che faceva il cocchiere. Viveva a piano terra nel Vicolo Sorrentino.
L’unica figlia era andata in moglie a Pauluccio ‘e maccarone, da alcuni definito guappo per i suoi comportamenti spavaldi. Abitavano nelle prossimità dell’Istituto Diocesano di Scanzano (zona “California”).

Biasina invece aveva una pasticceria su via Micheli, nella sua bottega di dolci, produceva caramelle di zucchero di forma quadrangolare di colore giallastro(1), il cui aroma adesso non so definire, forse alla camomilla.

Giggino ‘o russo negli anni cinquanta (quando il sottoscritto abitava ancora nel vicolo Sorrentino), per modificare la sua condizione che lo poneva tra chi non aveva ne arte ne parte, espatriò in Brasile con altri connazionali. Frequentò i corsi di qualificazione senza i quali era impossibile espatriare.

‘O trippone di professione fruttivendolo ambulante, abitava a Privati, con il suo carretto carico di verdura acquistate al mercato ogni mattina permetteva alle famiglie, lungo il percorso di avvicinamento a casa, di rifornirsi a buon prezzo di verdura fresca di campagna. Alcuni suoi discendenti sono ancora presenti sul ponte di Varano.

Peppe ‘o pazzo così chiamato dai miei amici più adulti, era il centauro di Mezzapietra che in sella ad una motocicletta, marca Gilera, molto potente, percorreva a folle velocità quel tratto di autostrada dove noi giocavamo a palla (il traffico a quei tempi era ridottissimo): se non era soddisfatto del modo come aveva affrontato la curva in prossimità del ponte di Mezzapietra, Peppe tornava indietro per riprovarci con maggiore velocità. Dicevano pure che aveva un negozio di moto.

‘O zione era un tipo grande e grosso che aveva una rivendita di vini gestita prima del ponte di Mezzapietra. Per chi si fermava a bere, a richiesta preparava anche delle merende “p’appuggià ‘o bicchiere ‘e vino”, che, a detta di molti, era veramente buono.

A stuccaiola la cui famiglia aveva un negozio di stoccafisso tra piazza Orologio e ‘a Scala ‘e Tatone (forse per questo l’avevano soprannominata con quell’appellativo), era un bel pezzo di ragazza: alta, formosa e appariscente. Negli anni Cinquanta si era data allo spettacolo esibendosi al Salone Margherita di Napoli con incerta fortuna.

(1) “le caramelle gialline, a quadrettini di cui parla il signor Ruocco, le chiamavamo, ‘e caramelle e sciuscelle” (e-mail del 6 agosto 2009, a firma di Frank Avallone – stabiese in Florida).

Cosa mangiavamo

Come mangiavano gli italiani negli anni Cinquanta, immagine presa dal web

Come mangiavano gli italiani negli anni Cinquanta, immagine presa dal web

Ricordo il pane caldo di forno ‘e Giusuppina ‘e Milano con sugna, al posto del burro, e alici salate che, anni dopo, mi ritrovai a consumare durante una delle prime colazioni a bordo di un dragamine del Gruppo Dragaggio di Napoli al Molo San Vincenzo;

‘E menuzzielle, che erano le teste degli spaghetti, che utilizzavamo per la pasta e fagioli i cui avanzi venivano consumati il giorno dopo averli ripassati in padella dopo che si era formata per effetto dello strutto di maiale una crosta (‘e scurzetelle).

‘E purchiacchielle, che oggi vengono vendute in vaso come piante di arredamento per terrazzi, che messi ad asciugare al sole venivano consumati nel periodo invernale assieme ad altre risultanze (melanzane, ecc.) anch’esse seccate che in famiglia chiamavamo “pacche secche” (vedi ricetta già pubblicata dal sito) con aggiunta di peperoncino e pomodori (tipo buttiglielle) conservati appesi fuori al balcone o nel sottotetto in forma di “spugnielle”.

Altro sfizio che andava di moda a Scanzano erano le briosce prodotte da un panettiere che esercitava nella zona chiamata “Abbasci’‘o Santo”, località ad alta frequentazione del “Munaciello”, come certe signore raccontavano.

Altri ricordi

Quanti ricordi affiorano alla mente, ma sento di essere stato fortunato di averli vissuti. Sull’autostrada tra località California e Vicolo Sorrentino giocavamo a pallone che più di una volta dovemmo recuperare nel rivolo che passa per la Caperrina, scavalcando la recinzione di qualche giardino per arrivare col cuore in gola al recupero non sempre fortunato della sfera che l’incosciente di turno faceva volare oltre gli ostacoli abituali.

Ricordo pure che nel mio vicolo c’era un giovane falegname che ogni anno in occasione della festa di San Nicola di Mezzapietra tappezzava la strada con un’infiorata. Guardandola dal mio balcone era uno spettacolo che m’incantava.
Lo chiamavano Filotino, ma non ricordo più il suo cognome e il suo vero nome. La casa dove abitava esiste ancora e affaccia sulla circonvallazione nel tratto in corrispondenza con Vicolo Sorrentino dove sono nato ed ho abitato fino al 1954.

Nello Lascialfari 02

‘A Caperrina anni ’50

‘A Caperrina anni ’50

di Nello Lascialfari

Nello Lascialfari 01

Castellammare di Stabia: l’artista Aniello Lascialfari (foto Antonio Busanca).

Introduzione e brevi note sull’autore
In questa pagina ospitiamo, con nostra assoluta soddisfazione, uno scritto di Nello Lascialfari (stabiese verace attualmente in pensione, amante: del jogging mattutino, della cultura locale e della poesia partenopea).
L’appassionato autore stabiese (immergendosi nei ricordi), ripercorre e delinea mentalmente i suoi trascorsi vissuti, proponendo in questo primo monologo una rivisitazione anni ’50 della celebre “Caperrina” (ovvero, un emozionante “tuffo nel passato” alla riscoperta della vera Castellammare di Stabia).

Salve mi chiamo Aniello Lascialfari, per qualche tempo ho condotto su RADIO BOOMERANG un programma dal titolo “Se cantarranno ancora”, il tema era: Monologhi e Racconti su Castellammare, ideati e realizzati da me, intervallati da canzoni e poesie di grandi autori. E appunto oggi vi voglio presentare un monologo su come era ‘a Caperrina negli anni ’50 e su come è adesso nel 2005. Io per fare tutto questo vi racconterò di un mio sogno. Ho sognato di essere ritornato nuovamente giovane, i miei capelli brizzolati, come per miracolo erano diventati neri, neri come li avevo a diciott’anni. Ho rivisto molte persone di tanto tempo fa, la mia piazza, dove ho conosciuto l’amore, quello per gioco e quello importante, dove ho riso e pianto, ma soprattutto ho sentito tanta musica, quella musica che mai nessuna orchestra mi potrà più far sentire, perché la partitura è stata strappata dal tempo, che come un vento veloce e improvviso, tutto spazza via, tutto travolge, persone, cose, costumi e abitudini ed ai superstiti di questa tempesta silenziosa, resta soltanto il ricordo e null’altro. Ma ecco che alcune volte, riviviamo nuovamente quegli attimi irripetibili, come in un film. Chissà perché, quando poi mi sveglio e torno alla realtà, mi ritrovo col cuscino bagnato di lacrime.

‘A Caperrina anni ’50

Buon giorno signò, mi sembra di avervi visto pure ieri, state qua a villeggiare?…. Ah, state facenno ‘e cure termali! Cumme va, oggi non ci siete andato allo stabilimento?… Aggio capito, vulite cunoscere ‘nu poco Castellammare. Io tante spiegazioni non ve le so dare, però si ve sfurzate ‘nu poco ‘e capì il mio dialetto vi posso presentare questa piazza. Io abito qua, ‘ncopp’‘a Caperrina”. Sta piazzetta è veramente bella, ce cunuscimmo tutte quante, ccà nun ce manca niente, ‘e negozi ‘e tenimme tutte a purtata ‘e mane, e si ‘nu magazzino non ci soddisfa, putimmo cagnà; tanto stanno tutte uno vicino a ‘n’ato. Vedite sti guagliuncielle? Mo s’hanno fatto ‘e capille, sanno fatto ‘o carusiello, pensate un po’, in questo piccolo centro ci sono tre negozi ‘e barbiere, e faticano tutte e tre, perché qua c’è molto movimento, questo è un quartiere altamente popolato e poi, nelle case private, in estate si fittano le camere ammobbigliate ai forestieri come voi che vengono a Castellammare pe ffa ‘e cure termali o pe ffa ‘e bagne ‘e mare. Sì pecché sotto Puzzano, vuje redite? Aggio capito!… Sulla Statale Sorrentina, ci sono degli stabilimenti balneari, con sorgenti di acqua sulfurea che sorgono direttamente dal mare, dal mare azzurro comme o cielo e l’acqua è accussì limpida ca v’‘a putisseve vevere! Guardate comme so belle chelli carruzzelle! ‘O cucchiere s’ ha fatto niro pecché sta’ sempe a ‘o sole. Stì carruzzelle portano ‘e furastiere o ‘o mare oppure ‘e terme; quanta storia tenene ‘e carruzzelle ‘e Castiellammare… Stu signore c’‘o berretto bianco, fa l’affittacammere; come vi dicevo, a Castellammare nun ce manca niente! Sulo, però, avessero costruì qualche altro albergo, invece vonno fa ati terme ‘ncoppa Scanzano, chi sa pecché? Cumme dicite, vulite sapé si cca stamme quiete? Stamme quiete, stamme quiete signò! Capitano sulo piccole discussione femminili ca fanno bbene sulo a ‘o bancolotto. Certo ce stà pure quacchedune che s’atteggia a guappo, ma è rrobba e chistu tipo (Canzone: “O mast”). Comunque mo ve presento ‘nu poco ‘a piazza: chella è ‘a Via Nova, a ‘o puntone ce sta’ Don Vittorio ‘o salumiere, ‘a mugliera se chiamma Bianca; sopra al negozio ce sta ‘o balcone della loro abitazione, propio di fronte ce sta ‘a salumeria Stella; ‘a padrona se chiamma Speranza e tene di tutto: a uno a trentuno, nun ce manca niente! Figurateve ca ‘o mese ‘e novembre, alloggia pure ‘e zampugnare ca veneno d’Avellino. Avita sapé ca ccà se fa ‘a nuvena dell’Immacolata e d’‘o Gesù Bambino. A Castellammare la festa dell’Immacolata è molto sentita, ci sono molte chiese che organizzano la “dodicina”, ossia dodici giorni di preghiera alla Madonna, dal 26 novembre all’8 dicembre, giorno della festa. La preghiera in ogni chiesa inizia verso ‘e cinche d’‘a matina, poi verso le sei c’é il suono delle zampogne ‘nnanze ‘a statua della Madonna, e po’, doppo, ‘o prevete dice ‘a messa. Ma chello ca è bello, è ca ce sta, in quasi ogni quartiere, una persona devota che invita la gente a se sosere ampressa, perché devono andare in chiesa a pregare. Nuje, ‘ncopp’‘a Caperrina, tenimmo ‘a Don Antonino Schiavone ca ogne matina, verso ‘e quatte, seguito da zampugnare e spare ‘e botte, dà ‘a voce che fa accussì: “Fratielle e surelle, ‘o Rusario ‘a Maronna, che bellu nomme ca tene ‘a Madonna!” E chesto ‘o ffà pe durece juorne, senza mai mancà ‘na vota, pure si chiove o fa friddo, niente, ‘e quatte d’‘a matina, lascia ‘a mugliera e ‘e figlie piccerille dint’‘o lietto e puntuale va a ffà ‘o vuto ‘a Maronna e doppo c’ha fatto ‘o giro p’‘e strade ‘e stu quartiere, se sente ‘a messa assieme all’ate e po’ va ‘a faticà. Chiste song’uommene! Che v’aggia dicere, io quanno ‘a matina sento ’a voce ‘e don Antunine, me commuovo, c’aggia fa, songo senzibile pe certi cose. Mo signò venimmo a nuje ‘o vedite stu vascio di fronte a Stella? Llà ce sta Mariuccella ca venne ‘a rrobba p’’a scola; sì pecché ‘ncoppa Santa Croce, llà, vedite pe chella sagliuta llà, ce sta’ un Istituto di suore ca fann’ascì ‘e guaglione maeste ‘e scola. So brave ‘e monache, ‘e signurinelle venene a tutte parte: a Castellammare, a Vico Equense, a Pimonte, a Gragnano… All’orario ‘e scola ‘a via ‘e Santa Croce se regne ‘e studentesse, ce stanno certi piccerelle veramente belle (Canzone: “Furture’“). ‘O lato ‘a Mariuccella ce sta’ donna Matilde ‘a tabbaccara: è ‘nu negozio piccerillo, ma ce vonno doje perzone pe spiccià ‘a gente. Ah, Signò! Si vuje nun vulite interrompere ‘e cure termali ccà ce sta’ ‘a Cummara Celeste l’acquaiola ca tene tutte ‘e qualità ‘e acqua ca stanno dint’‘e terme. ‘O lato ‘o chiosco ‘e ll’acqua, tutte ‘e matine se fermano certi cuntadine cu ‘e biciclette, venene ‘a Vuosche, ‘a Terzigne e portano a vennere certa frutta dint’‘e panare ca è ‘na vera primizia, venene ‘a matina ‘e sette e ‘o massimo ‘e nove e mmeza hanno fernuto tutte cose, difatti mo so’ ‘e diece e già nun ce stanno cchiù, fanno ampressa pure pecché ccà simme chine ‘e furastiere. Da qua inizia, a sinistra, ‘a via Coppola, nuje ‘a chiammammo ‘a scesa d’‘o Squato; chella a destra invece è via I Marchese De Turris, e nuje dicimme ‘a scesa d’‘o Quartuccio. Ué signò ‘a sentite st’addore ‘e pane frisco?! Song’‘e furne ‘e pane ca stanno sfurnanno, guardate llà: uno è ‘o furno ‘e Marfucci e ‘n’ato è chillo ‘e Porzio, chisti duje furne accummenciano a sfurnà pane ‘a matina ‘e quatte e fernesceno ‘a sera ‘e seje, nun ce sta pane c’abbasta; sti furne forniscono ‘o pane a tutte ‘e negoziante ‘e Castellammare. In verità ce sta’ pure ‘n’atu furno ca pure è famoso: se trova all’inizio di via S. Caterina e se chiamme ‘o furno d’‘o Cummendatore Cannone, signò scusate, ma quanno sento st’addore ‘e pane cavero, me veneno a mente sempe sti parole (Poesia: “Ombre e Addore”). V’è piaciuta! Chesta l‘ha scritta ‘nu paisano mio ca nascette ‘a scesa d’‘a Pace, ma che po’ piccerillo a tre o quatt’anne si trasferì a Napoli, dove poi diventò ‘nu grande drammaturgo, isso era Raffaele Viviani, pensate, grussariello e nun sapeva nè leggere e nè scrivere! Però quante capette ca stu munno nun è fatto p’‘a ggente analfabeta, se mettette a studià e diventò ‘nu grande poeta. Isso si ca sapeva dicere ‘e cose comme si deve! Qualche anno fa è muorte e Napoli ha perso n’atu grand’ommo. Signò, ‘o ssapite ‘na vota che me capitaje? P’e strade ‘e Napoli ce steva tanta neve, era ‘o ’56 e io tenevo tantu friddo. L’avevo fatta grossa e stevo luntane d’‘a casa mia, quantu chianto se facette chella mamma mia!… Muorto ‘e friddo e ‘e famma, truvaje riparo dint’‘a ‘nu furno. Ogne vota ca sento st’addore ‘e pane cavero, me pare ‘e vedè, ‘nnanze all’uocchie, chillu padrone ca me dice: “Guagliuncié trase, scarfete, mangia cu nuje, facitece ‘na pizzella ‘a stu guaglione! Io trasmette, mangiaje e doppo m’addurmiette ncopp’‘e sacche ‘e farina. Comunque vedite ‘o lato a Marfucce ce sta don Luigi ‘o Scarparo, persona sempe allera, io mi fermo sempre a parlare con lui, poi ci sta chistu negozio e frutta ‘o padrone se chiama Oscar, a vedite sta signurina vestita a nnire? Se chiamma Lina, tene ‘o negozio ‘e gravune, so diversi sore, e che brave persone ca songhe! Ched’è st’addore ‘e cipolle?… Ah! È don Eugenio ‘o Canteniere ca sta priparanno ‘a genuvese, guardate là, ‘a cantina sta all’inizio d’‘a scesa d’‘o Quartuccio; dint’a chillu locale mangiate buono e pagate poco. Uè, a furia ‘e parlà m’è venuta sete, ma vuje nun parlate maje? Me facite parlà sulo a me? E dicitela ‘na parola! Vuje m’assecondate sulo cu ll’uocchie! Venite, venite cu mme! Mo ve faccio fa’ ‘na bella bevuta ‘e acqua fresca e leggera, offerta dal Comune di Castellammare, pecché è una fontana pubblica e mmena sempe, state e vierno. Caspita, vuje me guardate e ve mettite a ridere! Avite raggione, nun me capite, jammo, jammo a bevere. ‘O vedite stu puosto ‘e frutta ca sta mmiez’‘a piazza? Chiste è ‘o puosto ‘e Rafele ‘o Vuttariello, guardate che bella frutta ha purtato d’‘o mercato! Isso sap’accattà, ha purtato pure ‘e ceveze janche; mo, vedite chelli ceveze? Si fino all’una nun l’ha vennute tutte quante, organizza ‘na corsa a ppere tra ‘e guagliuncielle d’‘a Caperrina e a ‘o vincitore le dà ‘nu bellu piatto ‘e ceveze. ‘A vi’ loco, l’acqua, dicite ‘a verità, è bella sta funtana?… Chi sa sta vasca ‘e che preta è fatta, quant’anne tene… Chi sa, ma certamente è d’‘o secolo passato. (Canzone: “Funtana all’ombra”). Signò, attenzione! Faciteve cchiù sotto ‘a vasca, stanno saglienn’‘e sciaraballe cu ‘e bidune chine ‘e latte. Mo vi spiego, ‘o vedite chillu piccolo negozio? E’ ‘nu punto ‘e vendita di latticini, ‘o commerciante se chiama Vastianino De Simone, è ‘nu caro amico mio, vuje nun sapite quanta prudotte ‘e latte venne dint’a ‘na jurnata, ‘a gente venene a tutte parte. I De Simone so’ ‘na famiglia grossa e tenene quatte laboratori ‘e latticini, uno sta a via Santa Croce, ll’ati tre stanno dint’‘o vico d’‘o Rivo. I loro prodotti ‘e venneno direttamente al pubblico nei loro negozi, però riforniscono anche molti negozi d’‘o Centro ca se vantano ‘e vennere ‘e prodotti ‘e De Simone. Uè, è arrivato pure Gaetano Santaniello! Mo ve faccio sentì ‘na bella canzona, Gaetà fermate ccà, ce penz’io p’‘a currente, Vastianì da’ ‘nu poco ‘e currente a ‘o cumplessino ‘e Gaetano, mo ve faccio vedè quanta gente se ferma! Gaetano è ‘nu bravo cantante, e sape sunà pure ‘a tammorra, e nzieme c’‘a nnammurata, va cantanno pe tutte ‘e città d’Italia, so’ veri professionisti, so’ ghiute pure all’estero! Vai Gaetano, ca si ‘a vera voce ‘e Napule! Gaetà io mo m’alluntano ‘nu poco, voglio purtà stu signore dint’‘o Rivo, tanto io a llà te sento ‘o stesso, vide quanta gente ca s’è fermata, attacca Gaetà! (Canzone: “Stella riale”). Ora vi sto portando dint’‘o Rivo; questo posto in effetti è un antico camminamento comunale addò quanne chiove scorre pure l’acqua, sta viarella porta fino a Pimonte, ‘e sotto ‘e vene d’‘a muntagna d’‘o Faito. Da qua, nei secoli passati, scennevene chille ca purtavano a vennere ‘a neve a ‘e signori, ‘e gravunare, ‘e lattare, ‘e cuntadine c’‘a frutta, chi sa sti prete ca mo stamme calpestanno quanta vote se so nfose c’‘o sudore d’‘a fatica ‘e chella gente. ‘A vedite sta chiesiella ca sta ‘mmiez’‘a natura? Ccà sente ‘e cantà sulo l’aucielle. Chesta chiesa ‘a cura ‘a famiglia De Simone, ogne juorno ce sta ‘na figlia lloro, ‘a signurina Cuncettina, che porta sempe ‘nu lumino a Gesù, e tene in ordine ‘a chiesa; poi ogni anno il giorno dopp’‘a Pentecoste organizza pure ‘na grande festa, e quanta gente ca vene, e quanta preghiere e ‘a signurina Cuncettina organizza tutto lei: chiamma ‘o fuchista, fa dicere ‘e messe, ringrazia e saluta ‘a gente che partecipa e tutti sono contenti e si complimentano con lei. Guardate, stamme a fine maggio e scorre ancora nu poco d’acqua, vedite comme è pulita chest’acqua? Sarrà ‘a neve d’‘o Faito ca se sta squaglianno, e po’ areto ‘a chiesiella ce sta ‘na piccola surgente d’acqua, nuje ‘a chiammammo: l’acqua d’aucielle, ‘o sapite pecché? Pecché loro s’‘o beveno, va’ acqua, va’, ‘o percorso tuojo è quase fernuto, a 300 metri ce sta ‘o mare, e tu puortece ‘e suspire mieje ca te trasmetto senza parlà. (Canzone: “Sciummo”). Ora vi voglio portare dint’‘a ‘nu negozio ca sta ncopp’‘a Caperrina; comme dicite? Ve site stancato? Ma mica vulite restà ccà? Ah, avevo capito male, jammo jà, attenzione, nun ghiate cu ‘e piere dint’all’acqua! Che dicite vulite sapè si songo nammurato? So’ nammurato sì, so’ nammurato caro signore mio, e mo cammenanno, cammenanno, ve conto ‘o fatto (Canzone: “Ninuccia”). Avete visto? Simm’arrivate, signò sbattite ‘nu poco ‘e piere, tenite ‘e scarpe ‘nu poco sporche ‘e fango. Mo ce renfriscammo ‘nu poco. Questo negozio è una pasticceria e nun immagginate che squisitezza ‘e gelati che ffa! Don Rafé, favoriteci duje gelati al limone! Volete pagare voi? Vedite si ‘o pasticciere se piglia ‘e solde? Cosa vi dicevo? Vuje stamattina siete mio ospite, nun ce penzate e gustateve ‘o gelato. Il proprietario ‘e stu negozio è don Raffaele D’Arco, vecchia tradizione di pasticceria di Castellammare, qua si fanno sfogliate e Babà chine ‘e crema, ca so’ ‘a fine d’‘o munno! Guardate dint’‘a vetrina che delizia ce sta, sti dolci tenene ‘nu profumo ca te fa girà ‘a capa, signò so’ comm’‘a chelli guaglione, guardate llà, e chest’ata ca tene ‘o sottogonna mpusumato… me pare proprio ‘nu dolce ‘e Caflisch ‘e Napule. Ué perzeca doce e guardace ‘nu poco! (Canzone: “Nanassa”). Scusate signò, ma quanno ce vo ce vo. Qua c’é un’altra chiesa, anche se piccola è molto frequentata dai fedeli d’‘a Caperrina. Questa è la chiesa di Maria Madre di Nostro Signore Gesù. Sul marciapiede di fronte ce sta ‘o puosto ‘e Michele ‘o fruttaiuolo, isso è de Puortece, ‘o lato ce sta ‘a Sezione del P.C.I. una sede di operai e disoccupati, davanti a chella sede, quando spararono a Togliatti, c’erano ‘a coppa a 3000 persone e pe se infurmà e cose comme jeveno sta piazza ‘a verite, era chiena ‘e ggente, io ero piccerillo e nun avevo mai visto a tanta ggente assieme. C’avite ditto. vulite sapé si se fanno ancora ‘e serenate? Se fanno, se fanno signò. Proprio ieri sera n’aggio sentiuta una ‘a sagliuta ‘e San Giacomo, ‘a vedite chella strada llà, ‘o vedite chillu balcone cu ‘e panne spase? Llà ce sta ‘e casa ‘na guagliona ca è veramente bella, tutte ‘e sere vene ‘nu bellu giuvinotto a corteggiarla, ma essa nun vo fa carte. Appunto ajeressera, verso ‘e diece, stu giuvinotto s’é presentato cu ‘nu cuncertino e ‘nu cantante, e se miso a sunà sotto ‘o balcone d’‘a guagliona. Che voce ca teneva ‘o cantante, ‘a canzona era chesta: (Canzone: “Torna maggio”). ‘A guagliona nun s’é affacciata, anzi s’é sentuta pura ‘na voce ‘nu poco minacciosa, chi sa stu fatto comme va a fernì… io faccio ‘o tifo p’‘o giuvinotto. Venite, mo vi porto ‘a scesa d’‘a Pace; ‘o vedite stu locale ca sta ‘o lato ‘a pasticceria, questa è una salumeria cantina e tene nu sacco ‘e clienti affezionati, ‘o proprietario ‘o chiammaveno Zerillo ‘e fuosso. Sulla nostra sinistra ce sta ‘a salumeria Cavallaro, di fronte ce sta questa grossa cantina “Vini ed Olii” ‘e chiammavene Chille d’appetito, ‘nu figlio si chiamma Leopoldo, che bravo giovane che è. Isso cura ‘a chiesa d’‘a Madonna d’‘a Caperrina. Signò io ccà ve vulevo purtà, a vedite sta lapide ‘e marmo? E’ stata messa da pochi giorni, questa sta ad indicare che in questo palazzo è nato Raffaele Viviani, ‘nu grande stabiese, un uomo che ha dato voce a tanta gente e a chelli persone cumm’a mme ha lasciato per eredità una propria esperienza di vita (Poesia: “Guaglione“). Dicite ‘a verità, che parole, che significato! Ué Antò, addò vaje cu sti valigie? Che dice?! Staje partenno p’‘o militare? Nun te preoccupà Antò, tanto ‘o tiempo passà e tu te truove cu ‘n’esperienza ‘e cchiù. Jammo cummara Rosa, nun chiagnite e tu Nannì ‘a fernisce? ‘O vì ca ‘o ‘nnammurato tuojo se sta facenno ‘nu pizzico, justo justo, se sta ritiranne don Vicienzo ‘a tiella cu ‘a carruzzella… don Vicié! Don Vicié! Venite, accumpagnate ‘o cumpagno mio ‘a ferrovia; saglie, saglie Antò, nun te preoccupà, pe pavà ‘o cucchiere ce penz’io. Don Vicié v’aspetto ‘o ritorno, jate, jate ca si no pierde ‘o treno, Antò damme ‘nu vaso, mi raccomando appena arrivi, scrive! (Canzone: “‘O surdato ‘nnammurato”). Ma ched’é, signò vi siete commosso? Vuie chiagnite, vi siete emozionato, vi capisco, vuje a Milano non siete abituato a chesti scene! Io comme me chiammo? Io me chiammo Aniello, e vuie signò, comme ve chiammate? Catiello?! Vuje che dicite? Site partuto a Castiellammare cinquant’anni fa, a diciott’anne, e mo ccà a chi tenite? Nun avite truvate cchiù a nisciuno? Ma ccà ce stamme nuje, don Catié abbracciateme!

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Castellammare di Stabia: l’artista Aniello Lascialfari (foto Antonio Busanca).

E a questo punto mi son svegliato, il caldo incominciava a farsi sentire, ma il sudore era troppo per un pomeriggio di fine maggio, i miei occhi erano rossi e pieni di lacrime, l’emozione era stata troppo forte, non per il fatto che mi son rivisto giovane, ma perché io sognavo in dormiveglia, perché mentre rivedevo come in un film la mia piazza di un tempo, la mia mente la confrontava con la piazza di oggi, con i suoi palazzi vuoti, dove sono state murate le entrate, case abbandonate alle intemperie dove la natura sta facendo il suo corso, erbacce, e animali di ogni specie, la piazza è abbandonata a sè stessa, qua e la ci sono carcasse di frigorifero, materassi inzuppati di pioggia, anche la fontana ci rinfaccia il suo degrado. Di tante attività commerciali, citate all’inizio, ne è sopravvissuta solo qualcuna: c’è un solo negozio di barbiere, due alimentari e Sisto De Simone che con il suo laboratorio di latticini continua il suo mestiere, mentre la piazza va sempre più in abbandono. Questo che vi sto dicendo accade sotto gli occhi di tutti, maggiormente delle Autorità, che forse hanno fatto proprie le parole di questa canzone: …e io ca me n’addunavo, facevo finta ‘e nun ‘o sapè.

76_immagini_terremoto

Fuite ‘o terremoto!

Fuite ‘o terremoto!

di Ferdinando Fontanella

Da 76 immagini del terremoto a Castellammare. di Antonio Colonna e del compianto Lilino Diogene

Da 76 immagini del terremoto a Castellammare. di Antonio Colonna e del compianto Lilino Diogene

Il naturalista stabiese Ferdinando Fontanella ci scrive nel novembre 2008 in occasione del 28° anniversario del disastroso terremoto del 1980, un evento catastrofico, fondamentalmente imprevedibile, che quando colpisce genera un forte stress che in breve tempo sconquassa radicalmente il “normale” corso delle cose.

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