Relazione su Castellammare 1654

Storia e Ricerche

Relazione su Castellammare 7 dicembre 1654

a cura di Giuseppe Zingone

Dottor Vitaliano Fabiano, immagine AI

Era mio dovere e compito completare, credo uno dei rari lavori sugli eventi che accaddero a Castellammare nel 1654 ad opera del Duca di Guisa, ma soprattutto perchè, mancava la traduzione della:

Relacion de lo sucedido en el Reyno de Napoles por la invasione que hizo la Armada Farancesa en Castelamar. Efcrita de Napoles, en carta de fiete de Diziembre de 1654. Y traducida por el Dotor Vitaliano Fabiano

Gli altri scritti:

La venuta del Duca di Guisa a Castellammare

Armand Jean de Vignerot du Plessis e l’assedio di Castellammare

Castellammare in due commedie Spagnole del Seicento

Lamento sul Lacryma Christi

Relazione su Castellammare 7 dicembre 1654: Relacion de lo sucedido en el Reyno de Napoles

Relacion de lo sucedido en el Reyno de Napoles

RELAZIONE DI CIÒ CHE ACCADDE NEL REGNO DI NAPOLI, A CAUSA DELL’INVASIONE CHE LA MARINA FRANCESE FECE A CASTELAMAR, Governata dal Duca di Guisa, con altre particolarità relative a questo avvenimento.

Per:

Sua Eccellenza il Signor Luis Mendez de Haro So Tomajor y Guzman, Gentiluomo di Camera di Sua Maestà, Conte-Duca di Oliuares, Marchese di Carpio, Conte di Morente, Grande di Spagna, Gran Cavaliere di Sua Maestà, Gran Cancelliere delle Indie, Alcay in perpetuo degli Alcazares e Cantieri Navali di Siviglia e Cavaliere dell’Ordine Militare di Arcantara, mio ​​Signore.

Anno M. DC. LV.

ECCELLENTISSIMO SIGNORE,

Sarebbe stato errore da parte mia non cercare la protezione di Vostra Eccellenza per portare alla luce questa relazione, che ho tradotto in spagnolo da un’altra ricevuta dal Regno di Napoli in lingua italiana, nella quale si dà ampio resoconto del felice successo ottenuto dalle armi di Sua Maestà (che Dio protegga) contro i francesi. Volevo offrirgliela appena fosse stato opportuno: poiché se tutto il peso di questa monarchia poggia sulle Sue spalle, e se ai Suoi sforzi e alla Sua vigilanza si devono i continui successi e le grandi vittorie, è evidente che a Lei debba essere restituita questa relazione, che Le offro, poiché il suo esito è frutto della Sua attenta disposizione.

In così fausta occasione di rendere onore a Vostra Eccellenza, Le presento con queste modeste parole un piccolo segno della mia riconoscenza, per quanto piccolo sia il dono, tanto grande sarà per il desiderio con cui glielo offro. Che Dio protegga l’eccellentissima persona di Vostra Eccellenza: tutti noi ne abbiamo bisogno.

Bacio le mani di Vostra Eccellenza,
Il Dottor Vitaliano Fabiano

LETTERA DEL 7 DICEMBRE 1654, DA NAPOLI

Signor mio,

Le continue occupazioni e la generale turbazione che nei giorni passati ci hanno tenuti sospesi e ammirati, benché mai timorosi, causate dall’armata francese che apparve davanti a questa città, sono state la ragione per cui ho trascurato la dovuta corrispondenza. Mi giustifichi l’amicizia, e supplisca a tale omissione questa relazione dei fatti, che desidero offrirLe per riguadagnare il Suo favore. Le assicuro che la relazione è veritiera, avendola ottenuta direttamente da coloro che furono testimoni dei fatti.

Giovedì 12 novembre apparvero in questi mari ventidue navi di alto bordo. In un primo momento si pensò fossero della nostra armata, che veniva dalla Spagna per svernare in questa città. Della presenza della flotta francese si avevano solo voci, secondo le quali si dirigeva verso la provincia di Calabria o verso la terra d’Otranto, e nei giorni passati era stata vista davanti alla città di Trapani, compiendo alcuni saccheggi nella zona di Favignana. Ma si dissiparono presto i dubbi: era la flotta francese.

Il Signor Conte di Castrillo, degnissimo e vigilantissimo Viceré di questo Regno, con la sua solita prudenza e cura, ordinò che partisse della fanteria e cavalleria verso Cavallo di Baja e la città di Pozzuoli, con l’ordine che una parte di essa e dell’artiglieria presidiasse la mattina i Bagni, al comando del Generale dell’Artiglieria Don Diego de Quiroga. Parte si recò a Pozzuoli per unirsi con la guarnigione della città e con i residenti, al fine di rafforzare il Castello di Baja. Si unì anche il Marchese di Matonte, castellano della zona, che fu prontamente obbedito.

Fatta questa prevenzione, poiché la flotta continuava a costeggiare senza che se ne potesse comprendere la destinazione, il Signor Viceré ordinò che quindici galee uscissero dal porto con i loro generali: il Signor Marchese di Bayona, il Duca di Wuthy e il Signor Don Manuel de Oria, con lo scopo di intercettare la flotta. Il Viceré uscì da Napoli in carrozza accompagnato da Don Miguel Pinatelo, il Duca del Saffio, il Marchese Juan Tomás Polanco e Don Vicente Totavila, dirigendosi verso la piazza del Mercato. Dopo aver reso omaggio a Dio e alla Santissima Vergine nella Chiesa del Carmine, attraversò il ponte della Maddalena, seguito da una folla di carrozze di nobili, titolati, baroni, cavalieri, cittadini e gente comune.

Nel frattempo le galee cercavano la flotta nemica, che si ritirava verso le città di Sorrento, Vico e Castellammare. Ma una burrasca violenta impedì loro l’inseguimento e le costrinse a rientrare rapidamente al porto, in pericolo evidente di naufragio.

Relazione sul Duca di Guisa

Rientro a Napoli, immagine AI

Calata la notte, il Viceré tornò a palazzo, dove convocò i Consigli di Stato e Guerra per organizzare le disposizioni necessarie. In quel momento arrivarono due corrieri: uno da Geronimo Amodeo, Tenente Maestro di Campo e Governatore di Castellammare, che informava che il Duca di Guisa, generale della flotta francese, gli aveva inviato un trombettiere con l’intento di convincerlo a non difendere la città, sostenendo di avere con sé diecimila soldati. Prometteva che non sarebbe stato arrecato alcun danno e che l’intento era solo quello di liberare la città dall’oppressione del governo spagnolo. Ma il governatore rispose che avrebbe difeso la città nel nome del re nostro signore e del Viceré di Napoli.

Nondimeno, il Viceré ordinò prontamente la marcia di quattro compagnie di cavalleria: quella del Capitano Lucacho, del Capitano Don Alonso de Cabrera, del Capitano il Barone de las Viñas, e, oltre a queste, mandò centocinquanta soldati e circa cinquanta ufficiali riformati, spagnoli e italiani, comandati dal Sergente Maggiore del Terzo di Napoli, Don Alonso de la Puerta. Furono inviate anche molte provviste di guerra su carri e muli, con quattro pezzi di artiglieria. E per maggiore cautela e previdenza, sebbene il mare fosse agitato, ordinò di armare una galera con altri soldati e munizioni, al comando del Quartiermastro Don Fernando Carrillo, affinché per mare e per terra si potesse soccorrere la città. Allo stesso tempo mandò un corriere al Generale Franchipani, residente a Salerno, affinché si avvicinasse alla città con truppe.

Malgrado tutte queste disposizioni, l’armata francese, ricevuta la risposta negativa del governatore di Castellammare, sbarcò immediatamente le truppe sulla spiaggia. La prima parte passò il fiume dal lato che guarda alla torre dell’Annunziata, dove si effettuò il maggiore sbarco. Avanzarono con la guida di Gennaro Cerrillo, un uomo scellerato e traditore, residente nella stessa città di Castellammare, che, dopo molti anni di esilio per crimini commessi, era tornato accompagnando quella flotta come guida.

Questi guidò la maggior parte dell’esercito francese lungo il sentiero della montagna che sta alle spalle della città. Un altro contingente seguì la strada maestra, cioè quella che passa per il ponte della Borra e alcuni mulini, e va direttamente a Quartuccio, dove una parte dei soldati si avviò verso la strada di San Martino di Ruzano e di Caulonia.

Questa colonna era formata da oltre quattromila uomini, i quali, dopo essere sbarcati, si diressero direttamente verso la città per assediarla. Cominciarono a bombardarla, lanciando molti colpi di artiglieria per spaventare gli uomini che la difendevano. Contemporaneamente, si lanciarono all’assalto i forti di Santa Maria di Pozzano, del Carmine e Quartuccio.

Durante questi scontri ci furono molte morti da entrambe le parti e non pochi feriti. Ma dato che era notte e la guarnigione nella città era formata da un battaglione di civili mal armati e di scarso valore, fu sopraffatta dalla grande quantità di francesi. E poiché Gennaro Cerrillo aveva attaccato anche dal lato della montagna come guida, i soldati spagnoli, vedendosi attaccati da più fronti, furono presi dal panico e ciò costrinse il governatore a ritirarsi, riconoscendo di non poter difendere la città.

Relazione sul duca di Guisa 1654

I primi scontri, immagine AI

Si ritirò con dei compagni verso il castello, tutti feriti, dove fu necessario capitolare, sebbene fosse ancora possibile resistere, e firmare patti considerati convenienti durante la notte. Le compagnie di cavalleria e le altre truppe inviate dal Viceré non poterono arrivare in tempo per difendere la città, né poté la galera attraccare, benché avesse corso grave rischio di naufragare. Le navi francesi avevano già circondato la città.

Appena i francesi entrarono, cominciarono a saccheggiare le case e i negozi che credevano appartenere a persone benestanti. Trascinarono fuori i proprietari in camicia, e tutto quello che rubavano lo imbarcavano subito sulle navi.

Iniziarono anche a violentare le donne, alcune perfino nelle strade pubbliche e nelle case di artigiani e mercanti. Non solo rubavano le provviste senza pagarle, ma entravano con la forza anche nei conventi di monache, accusando falsamente che vi fossero nascosti soldati spagnoli. Profanarono chiese e monasteri, rubando non solo ciò che serviva al sostentamento dei religiosi, ma anche calici, argenteria e paramenti sacri.

Il duca di Guisa non fece nulla per impedire tali eccessi, che divennero sempre più gravi, soprattutto perché gran parte dell’esercito era composto da ugonotti.1 Non solo rubarono grandi quantità di legname e botti, ma versarono migliaia di litri di vino perché non avevano più contenitori in cui metterlo.

Non bastando tante barbarie, i francesi costrinsero gli abitanti a portare loro viveri e acqua, minacciandoli con le armi. Quelli che rifiutavano venivano percossi e legati, altri feriti o trascinati nudi per le strade. Si raccontano molti atti di crudeltà verso uomini e donne di ogni età. Alcuni, per proteggere le proprie famiglie, si rifugiarono nei boschi o sulle montagne, altri cercarono scampo nei conventi, ma neppure questi luoghi sacri furono rispettati.

Prima ancora che il Viceré ricevesse notizia della perdita di Castellammare, aveva già preso molte altre precauzioni. Ordinò al generale Carlos de la Gatta, che si trovava a Sessa con l’esercito, di lasciare un numero sufficiente di soldati per la difesa delle piazze della provincia e di dirigersi con il resto delle truppe verso Castellammare. Appena seppe della perdita, accelerò la marcia. Subito dopo, il Viceré nominò Provveditore Generale dell’esercito il presidente della Reale Camera, Don Giacomo Capece Galeota, degnissimo ministro.

Appena si diffuse la notizia della perdita della città, con straordinario ardore e zelo, tutti i signori, titolati, cavalieri, baroni, nobili, cittadini e popolo, così come la stessa fedelissima città di Napoli, si presentarono al Viceré offrendosi di persona, con le loro vite e ricchezze, per servire Sua Maestà. Tutti dichiararono di voler agire secondo la volontà del sovrano, non solo con parole ma con i fatti.

Così si misero subito in cammino verso Castellammare, per recuperare la piazza caduta in mano ai francesi. Si formò un numeroso esercito composto da titolati, cavalieri, baroni, cittadini e popolo, tanto che da Ponte della Maddalena fino alle vigne di Castellammare si era coperto ogni spazio con gente in armi, in una distanza di oltre tre leghe.2 Questa misura era legata alla divisione del grado di meridiano, con una lega pari a un ventesimo di grado. In pratica, una lega napoletana corrispondeva a circa 3 miglia nautiche.)

Questo esercito si accrebbe ulteriormente con l’arrivo dei generali Carlos de la Gatta e Franchipani. Ma poiché questa era una causa giusta, della fede e della santa religione, e poiché la presenza di gente così barbara era una peste sanguinaria e pericolosa per i fedeli, la divina clemenza volle che non solo fosse opposta loro una moltitudine di gente, ma anche che fosse la sola forza e guida celeste a servire come strumento per la punizione di tanta insolenza.

L’esercito in cammino verso Castellammare, immagine AI

Il duca di Guisa, lunedì 16 del mese corrente, uscì da Castellammare con circa 2500 soldati, con l’intento di occupare la città di Angri e il passo di Scafati, per interrompere il commercio della strada reale che collega Salerno a Napoli. Ma le quattro compagnie di cavalleria che presidiavano quel passo, con circa cinquanta soldati spagnoli, resistettero con tanto valore e brio che costrinsero il nemico a ritirarsi con molte perdite di morti e prigionieri.

Temendo ulteriori opposizioni, il nemico cercò di tagliare la strada verso Castellammare dalla parte del fiume, e ci riuscì rapidamente, rinforzando il numero di soldati e dirigendoli verso la torre dell’Annunziata. Il conte di Celano, informato, mandò a chiedere al sergente maggiore Don Alonso de la Puerta 150 soldati spagnoli per la difesa. Vedendo che tardavano, andò lui stesso a sollecitarli con il capitano Lucacho.

D’accordo con il sergente maggiore, decisero che egli stesso avrebbe guidato quei 150 soldati, lasciando il posto di Scafati ben difeso dal capitano Barbosa con la sua compagnia. Si mosse verso la torre dell’Annunziata con il conte di Celano. Giunsero mentre era in corso una scaramuccia tra il nemico e la compagnia del capitano Francisco de Lorenzo, del battaglione della zona di Eboli.

Affrettandosi, con quindici cavalieri della compagnia di Lucacho, il sergente maggiore si gettò con grande valore contro il nemico, la cui forza era enorme, tutta composta da truppe scelte, comandate dallo stesso duca di Guisa. Nonostante ciò, con impeto mai udito, i nostri li attaccarono, sbaragliandoli e uccidendo più di 500 uomini, facendo 200 prigionieri e infliggendo molti feriti.

Alla mischia accorse la compagnia di cavalleria del marchese di Torrecuso, accompagnata dal principe di Castellaneta, che con straordinaria audacia ferì a morte il signor de Plessis, uno dei generali dell’esercito francese, il quale morì poco dopo e fu sepolto nella chiesa dei Gesuiti di Castellammare. Il principe, malgrado i pericoli, si ritrovò nel cuore del nemico e fu fatto prigioniero. Il duca di Guisa riuscì a fuggire solo perché non fu riconosciuto.

Relazione sul duca di Guisa 1654

Jacques de Rougé du Plessis-Bellière in Galerie des Batailles at the Chateau de Versailles

Al rumore dello scontro arrivarono al galoppo i capitani Lucacho e Cabrera con le loro compagnie, che contribuirono con grande efficacia alla battaglia.

Mentre l’esercito nemico si ritirava e si preparava ad attraversare e guadare il fiume, due galee gli spararono addosso numerose scariche di moschetteria e colpi di artiglieria, causando un gran numero di morti tra i francesi.

Poco dopo, giunse anche il generale Carlos de la Gatta, che iniziò a organizzare l’esercito e a verificare quanto accaduto, predisponendo le future operazioni. A ogni momento si venivano a conoscere nuovi progressi contro il nemico: il quale, avendo cercato di impadronirsi di alcuni paesi di montagna, e in particolare della città di Gragnano, fu duramente respinto. I cittadini, dimostrando il loro valore e fedeltà, avevano portato le famiglie in salvo a Napoli per difendersi meglio. Con grande danno per il nemico, riuscirono a difendere la città e infliggere loro diverse perdite in vari scontri. I francesi, scottati, non tentarono più di passare da quella parte. La difesa fu mantenuta con coraggio e disciplina dal sergente maggiore Diego de Ancona, governatore di quella città.

Il Viceré, con grande vigilanza, provvide a tutto il necessario per l’esercito, inviando anche tutti i soldati spagnoli disponibili sotto il comando del maestro di campo del Terzo di Napoli, don Antonio Carnero, il quale già assisteva e continuò ad assistere nel campo con ogni puntualità e zelo. I francesi fatti prigionieri furono mandati subito a Sua Eccellenza, e tra essi vi erano diciassette ufficiali di alto rango.

Essi furono portati in carrozza con grande decoro a Napoli, ma fu impossibile trattenere la furia del popolo, che insultò e minacciò i prigionieri nonostante fossero protetti dalla scorta. Da ogni parte si riversava gente per la strada, gridando contro di loro e chiedendo al Viceré che fossero consegnati al popolo per essere fatti a pezzi. Soltanto l’autorità del Viceré riuscì a calmare la folla. I prigionieri, benché maltrattati, furono condotti a Palazzo, dove furono distribuiti tra diverse case di soldati e nei castelli.

Dopo il martedì in cui i francesi avevano sperimentato il valore dei napoletani e la loro ostilità, essi cominciarono a disertare in gruppi da 30 o 40 uomini, e perfino compagnie intere con i loro capi si arresero volontariamente nelle mani del generale Carlos de la Gatta. Solo nella giornata di lunedì 23 novembre si arresero circa 400 francesi. Gli ufficiali francesi ormai si occupavano più di trattenere i loro uomini che di proseguire le operazioni militari.

Si calcola che tra morti, prigionieri, disertori e feriti, i francesi abbiano perso circa 2400 uomini. Ma ciò non bastava: la notte di domenica 21 novembre si scatenò una terribile tempesta che mise in serio pericolo l’intera armata francese. Una delle loro grandi navi, con 40 pezzi di artiglieria in bronzo, affondò sulla spiaggia di Castellammare. Altre tartane si schiantarono sugli scogli, una finì sulla spiaggia di Chiaia, altre furono catturate.

Una burrasca infligge altri danni ai francesi

Martedì 24 novembre i francesi si imbarcarono in fretta, abbandonando Castellammare. Durante l’imbarco furono inseguiti dal consigliere don Antonio Navarrete e dal capitano Martello con le loro truppe, che fecero grande strage tra i nemici. Il capitano Martello, nei giorni precedenti, si era già distinto nella difesa della montagna di Castellammare, infliggendo pesanti perdite ai francesi.

Sebbene fossero sfuggiti ai pericoli di terra, non erano al sicuro per mare: le loro navi, gravemente danneggiate dalle nostre artiglierie nei due giorni precedenti, subirono nuove perdite. Un altro grande vascello francese si incagliò sugli scogli di Mondragone con 600 uomini a bordo, tra cui molti ufficiali. Altri tre bastimenti carichi di munizioni e viveri si persero sulla costa di Sessa.

Di molte altre particolarità potrei darLe conto, se non mi mancasse il tempo, poiché la partenza del corriere è imminente. Ma non voglio tralasciare di affermare che, grazie al valore, alla vigilanza, alla prudenza e alla presenza costante del Signor Viceré, e di tutti i ministri e soldati che Sua Maestà (che Dio protegga) ha destinato in questo Regno, il mondo ha potuto vedere quanto siano degni sudditi del re. Per uomini simili, la conquista è poca cosa, tanto che il francese non oserà tornare per la terza volta in queste terre, avendo ricevuto simili castighi.

Rifulge, come giusto, la fedeltà della fedelissima città di Napoli e di tutto il Regno nei suoi naturali abitanti, che non hanno mai avuto, né avranno altro fine o desiderio che quello di versare il proprio sangue al servizio del loro Re e signore naturale, senza eccezione alcuna. È testimone di questo nobile affetto e della dovuta obbedienza, lealtà e volontà, la presente occasione, e deve suscitare grande ammirazione che, in giorni tanto travagliati come questi lo sono stati per tutti, pur avendo concesso libertà a tutti i delinquenti, non si sia verificato alcun disordine.

Tutto ciò è dovuto, dopo l’aiuto di Dio e della Vergine nostra Signora di Costantinopoli, alla quale si deve ogni merito, al nostro Signore il Re. Egli, con pari accortezza, possa sempre riposare nel governo dei suoi regni, e con tanto valore e vigilanza li difenda, unendo il vigore delle armi alla prudenza delle lettere, dimostrando che mai scelta di ministro fu più felice di quella di Vostra Eccellenza, la cui opera è stata tanto giusta nei suoi inizi quanto nei suoi risultati.

Santa Maria in Costantinopoli, Napoli, foto sito web NapolidaVivere

Possiamo dunque dire che questo e tutti gli altri buoni successi che si sono avuti e potranno ottenersi si devono all’Atlante dei due mondi su cui regna il nostro grande monarca Filippo IV (che Dio protegga).

Da Napoli, 7 dicembre 1654.

Suo amico

Il testo originale da Google libri, in pdf: Relacion de lo sucedido en el Reyno de Napoles

Articolo del 27 luglio 2025


1.  Ugonotti è l’appellativo dato ai protestanti francesi di confessione calvinista presenti in Francia tra il XVI secolo e il XVII secolo.

2. Una “lega” nel Regno di Napoli corrispondeva a circa 5,555 chilometri.

2 pensieri su “Relazione su Castellammare 1654

  1. Luigi Poi

    Recuperare la memoria storica è un lavoro prezioso e meritevole.
    Complimenti.
    Come si può accedere al vostro archivio? Sono un ricercatore e scrittore di Storia Patria.
    Area di studio e competenza Massa Lubrense _ Sant’ Agata sui due Golfi.

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