Piante perdute e ritrovate:
quando gli alberi raccontano la storia di Castellammare
di Ferdinando Fontanella e Maurizio Cuomo
La conferenza promossa dal CAI Stabia in collaborazione con Libero Ricercatore ha accompagnato il pubblico in un affascinante viaggio tra botanica, storia e memoria, riscoprendo gli alberi come autentici testimoni del passato stabiese.
Venerdì 10 luglio, nel giardinetto antistante la sede del CAI Stabia/CNSAS, ai piedi del Viale degli Ippocastani e a pochi passi dalla Reggia di Quisisana, si è svolta la conferenza “Piante perdute e ritrovate: storie e immagini del verde pubblico in città”, organizzata dal CAI Stabia in collaborazione con Libero Ricercatore.
L’iniziativa ha proposto un originale percorso tra scienza e memoria, affidando ai due relatori il compito di raccontare gli alberi cittadini da prospettive differenti ma perfettamente complementari: quella naturalistica, illustrata dal prof. Ferdinando Fontanella, e quella storico-documentaria, sviluppata da Maurizio Cuomo, direttore di Libero Ricercatore.
Il risultato è stato un racconto coinvolgente che ha mostrato come il patrimonio arboreo di Castellammare di Stabia non rappresenti soltanto un elemento ornamentale del paesaggio urbano, ma costituisca un prezioso archivio vivente della storia cittadina.
Imparare a vedere gli alberi
Dopo le presentazioni del presidente del CAI Stabia, l’ing. Raffaele Luise, ad aprire la conferenza è stato il professor Ferdinando Fontanella, naturalista stabiese, che ha invitato il pubblico a riflettere su un fenomeno tanto curioso quanto diffuso: la cosiddetta “cecità alle piante”.
Con questa espressione si indica la naturale tendenza dell’uomo a considerare la vegetazione come un semplice sfondo del paesaggio, ignorandone la complessità e il ruolo fondamentale negli ecosistemi. Non si tratta di una mancanza di sensibilità, ma di un meccanismo evolutivo che porta il nostro cervello a concentrare l’attenzione sugli elementi in movimento, relegando gli alberi a una presenza apparentemente immobile.
Il relatore ha spiegato come questa percezione influenzi ancora oggi il nostro modo di progettare e vivere gli spazi urbani, nei quali il verde viene spesso considerato un semplice complemento estetico anziché una componente essenziale della città.
Le piante: organismi straordinari
Nel corso dell’intervento sono stati illustrati alcuni degli aspetti più sorprendenti della biologia vegetale.
Le piante, pur prive di organi come cervello, occhi o orecchie, sono organismi estremamente sofisticati: percepiscono la luce, la gravità, i cambiamenti climatici, comunicano tra loro attraverso reti sotterranee e sviluppano strategie di adattamento che consentono loro di sopravvivere per secoli.
Da qui l’invito a superare l’idea del verde pubblico come semplice “arredo urbano” per considerarlo, invece, una vera infrastruttura ecologica capace di migliorare la qualità dell’aria, mitigare il clima cittadino, proteggere il suolo e contribuire al benessere collettivo.
Gli alberi diventano storia
Nella seconda parte della conferenza, a compendio delle spiegazioni del prof. Fontanella, sono stati inseriti alcuni aneddoti storici. Maurizio Cuomo, ha accompagnato i presenti in un viaggio attraverso fotografie d’epoca, cartoline, documenti e ricordi della Castellammare di un tempo.
Ogni albero è diventato il punto di partenza per raccontare episodi dimenticati, curiosità e frammenti della memoria collettiva.
Le palme della Villa Comunale
Tra i racconti più apprezzati vi è stato quello dedicato alle palme.
Pochi conoscono infatti la storia della loro presenza in Villa Comunale. Esse provenivano da Villa Lucia, l’antico Casino Longobardi, acquistato nel 1877 dalla principessa Lucia Saluzzo e trasformato, grazie alla passione del principe Fabrizio Ruffo e alle competenze del giardiniere Tito Mercatelli, in uno dei più importanti giardini botanici privati dell’epoca.
La collezione arrivò a comprendere centinaia di esemplari appartenenti a decine di specie tropicali e subtropicali. Negli anni Trenta una parte di quelle palme fu donata al Comune di Castellammare per impreziosire la Villa Comunale, lasciando un’eredità che ancora oggi caratterizza il lungomare stabiese. Per eventuali approfondimenti si rimanda alla lettura di: Villa Lucia a Castellammare di Stabia, articolo a cura di Enzo Cesarano.
Carlucciello, l’uomo albero
Particolarmente emozionante è stato il ricordo di Carlucciello, indimenticato personaggio popolare.
Attraverso una sua fotografia e un ricordo personale, Maurizio Cuomo ha restituito al pubblico il volto di una figura che molti stabiesi ricordano con affetto e che rappresenta ormai una pagina della memoria cittadina.
L’araucaria che superò Parigi
Tra gli episodi più curiosi della serata ha suscitato grande interesse quello relativo alla maestosa Araucaria della Villa Comunale.
Negli anni Cinquanta una rivista francese attribuì a Parigi il primato dell’albero di Natale più alto d’Europa (albero di 20 metri). La notizia spinse i dirigenti dell’allora ACST a misurare la grande araucaria stabiese, scoprendo che raggiungeva ben venticinque metri di altezza, superando quella francese e consentendo così a Castellammare di reclamare quel singolare primato.
Le rimostranze ad opera del funzionario Pandolfi, non tardarono a venire con una missiva scritta di suo pugno per rivendicare un primato tutto stabiese.
Il platano che visse la guerra
Aprendo il paragrafo “Platani colonne di Castellammare”, il naturalista Fontanella, ha voluto commemorare questo caratteristico albero che ancor oggi ritroviamo in diverse zone cittadine, che nella calura estiva allieta i passanti con la sua grande ombra ristoratrice.
Maurizio ha quindi ricordato che uno dei grandi platani della Villa Comunale, celebre per i suoi enormi rami biforcuti, venne mutilato dalle truppe alleate che avevano trasformato il viale centrale in un parcheggio per mezzi blindati. Per agevolarne il passaggio decisero di abbattere uno dei due grandi rami che si protendevano verso il mare. Un episodio poco noto che testimonia come perfino gli alberi abbiano attraversato e subito gli eventi della storia.
I lecci, nobili custodi della città
Tra gli alberi che più di ogni altro evocano il paesaggio storico di Castellammare di Stabia, un posto d’onore spetta certamente ai lecci (Quercus ilex). Sempreverdi, longevi e straordinariamente resistenti, questi alberi rappresentano da secoli un elemento distintivo dei giardini storici e degli spazi pubblici cittadini.
Nel suo intervento, il prof. Ferdinando Fontanella ha ricordato come il leccio non sia soltanto una specie tipica della macchia mediterranea, ma un autentico alleato dell’ambiente urbano. La sua folta chioma garantisce ombra, mitiga le temperature estive, contribuisce alla qualità dell’aria e offre rifugio a numerose specie animali, confermandosi una presenza preziosa per l’equilibrio dell’ecosistema cittadino.
A queste considerazioni naturalistiche si è collegato l’intervento di Maurizio Cuomo, che ha riportato l’attenzione su uno dei luoghi simbolo della città: il piccolo giardino circolare di Piazza Giovanni XXIII, conosciuto da tutti come la Canesta. Qui, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, i maestosi lecci offrivano ombra alle carrozzelle in sosta davanti al Municipio e alla Cattedrale, diventando silenziosi testimoni della vita quotidiana degli stabiesi. Ancora oggi questi alberi rappresentano un legame tangibile con il passato e contribuiscono a conservare l’identità storica di uno degli angoli più rappresentativi del centro cittadino.
La “Canesta” e l’inedita intuizione di questo toponimo
Il pubblico ha seguito con interesse anche il racconto dedicato alla Canesta, il giardino realizzato nel 1875 davanti alla Cattedrale e al Municipio, luogo strettamente legato ai cocchieri e alle celebri carrozzelle stabiesi, ma di questa inedita intuizione vi rimandiamo al seguente articolo di approfondimento: “Canesta: una nuova ipotesi sull’origine di questo antico toponimo“, ricerca storico-documentaria di Maurizio Cuomo.
Le statue dimenticate dei Boschi di Quisisana
Tra le pagine più suggestive riportate alla luce nel corso della serata vi è anche quella delle due sculture marmoree che un tempo accoglievano i visitatori all’ingresso dei Boschi di Quisisana. Realizzate agli inizi del Seicento, raffiguravano un leone nell’atto di affrontare un’idra e una leonessa intenta a proteggere i propri cuccioli, simboli di forza e custodia di uno dei luoghi più rappresentativi della città.
Dopo la rimozione dall’originaria sede posta all’ingresso dei Boschi di Quisisana, le due sculture furono lasciate in stato di abbandono lungo il viale d’accesso alla Reggia, tra sterpaglie, terreno umido e rifiuti. A restituire loro dignità fu il sovrintendente Michele Palumbo, che ne dispose il recupero e il restauro, ricollocandole sulla fontana artistica di Basilio Cecchi, inaugurata solennemente il 13 luglio 1933.
Ma anche quella sistemazione si rivelò provvisoria: con il trascorrere degli anni le statue furono nuovamente rimosse, fino a scomparire dalla vista dei cittadini.
Maurizio Cuomo e Ferdinando Fontanella hanno ricordato il compianto prof. Bonuccio Gatti, autore di un esaustivo lavoro di ricerca a tema (per eventuali approfondimenti si rimanda alla lettura di: L’Artistica Fontana della Scuola “Basilio Cecchi”).
Una storia per Liberi Ricercatori
Per concludere la conferenza, i relatori hanno scelto di affidare il loro messaggio finale non a un dato scientifico né a un’immagine d’epoca, ma a un semplice oggetto capace di racchiudere l’essenza dell’intera serata.
Nei primi anni Novanta, durante un’attività di ricerca condotta da Maurizio Cuomo insieme a Giuseppe Zingone nei locali seminterrati dell’ex Monastero della Pace, allora utilizzati come deposito comunale, i due giovani ricercatori scoprirono, tra numerosi materiali dimenticati, un antico cartello in ferro battuto appartenuto ai giardini pubblici della città.
L’immagine a seguire mostra quanto corrosa e arruginita fosse la pala su cui vi era una scritta apparentemente illegibile, ma meritevole di approfondimento e studio.
Ebbene, la ricerca sul campo è affascinante proprio perchè quando meno te lo aspetti può riservarti delle felici sorprese. Quella foto fatta senza pretese da Maurizio, è ritornata utile oggi, poichè su quella vecchia insegna era incisa una frase tanto semplice quanto attuale:
«Custode dei GIARDINI SIA il POPOLO STESSO»
Tutto torna: quel messaggio proveniente da un’altra epoca, è ancora oggi di sorprendente modernità.
Quelle poche parole racchiudono il significato più profondo dell’intera conferenza. La tutela del verde pubblico non può essere demandata esclusivamente alle istituzioni o agli addetti ai lavori: appartiene a ogni cittadino. Ogni albero, ogni aiuola, ogni giardino rappresentano un patrimonio collettivo che vive soltanto se la comunità lo riconosce come parte della propria identità.
È in questo spirito che si inserisce anche il lavoro di Libero Ricercatore.

Ferdinando Fontanella e Maurizio Cuomo relatori del Convegno Piante perdute e ritrovate (foto Enzo Cesarano)
La ricerca al servizio della memoria
Ricercare significa osservare, documentare, recuperare fotografie, ascoltare testimonianze, ma soprattutto restituire alla città frammenti della propria memoria. Così come è stato possibile ricostruire la storia delle palme di Villa Lucia, dell’araucaria natalizia, dei platani della Villa Comunale o delle statue dei Boschi di Quisisana, allo stesso modo restano ancora molte pagine da riscoprire.
La conferenza “Piante perdute e ritrovate” non si è quindi conclusa con l’ultima diapositiva.
Si è conclusa con un accorato invito del naturalista Ferdinando Fontanella.
Un invito a guardare gli alberi con occhi diversi, a riconoscerli come testimoni della storia cittadina e a diventare, ciascuno nel proprio piccolo, custodi della memoria e del verde pubblico.
Perché, come ricordava quel vecchio cartello ritrovato da Maurizio e Giuseppe dopo decenni di oblio… Custode dei giardini sia il popolo stesso.












