Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

di Giuseppe Zingone

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Statua del Pastore, foto Giuseppe Zingone

Il Museo Libero D’Orsi, precede di qualche giorno, questo nuovo articolo il quale ha lo scopo di ricongiungere epoche molto distanti tra loro. La statua del Pastore, della villa omonima a Varano e il sarcofago posto sotto l’altare di San Catello.

Questa splendida scultura (oggi custodita al Museo Archeologico Libero D’Orsi di Castellammare di Stabia) raffigura un anziano pastore abbigliato con una ruvida veste di pelle “exomis“, con un capretto sulle spalle teneramente appoggiato “guancia a guancia” al volto dell’uomo, “crioforo“, inoltre ha una lepre nella mano destra e un cestino di primizie appeso al braccio sinistro da cui s’intravede dell’uva. Infine, reca sul retro una bisaccia, da cui fuoriesce un pane tipico del mondo greco-romano. Secondo Maria Cristina Napolitano, la statua era in origine policroma.1

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Pastore, rivisitato a colori, AI

Opere come questa della Villa del Pastore (risalente al I sec. d.C.) non avevano una valenza religiosa nel senso moderno, ma rispondevano a un preciso ideale etico ed estetico del mondo greco – romano.
L’immagine del pastore rientrava nel genere rustico o bucolico, concepite prevalentemente per la decorazione residenziale “horti“, ninfei, portici di ville, come le grandi “villae otium” stabiane.

Evocavano l’ideale della “paideia” ellenistica e della felicità rurale “bucolica“, “pax rustica“, cara alla letteratura classica da Teocrito a Virgilio.
Rappresentavano inoltre, la prosperità, la generosità della natura “abundantia” e una vita serena e contemplativa, lontana dai tumulti della città.

Sculture di vecchi pastori, pescatori o contadini intenti al lavoro o al trasporto di piccoli animali “moschoforoi“, “kriophoroi“, erano diffuse in tutto l’Impero.
Esempi celebri di figure bucoliche e realistiche si conservano al Museo Nazionale Romano e al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN).

Il territorio o “Ager Stabianus” era la zona di campagna attorno all’antica città romana di Stabiae.2 Affacciata sul Golfo di Napoli, era un’area famosa per il paesaggio, l’agricoltura, le acque termali e il latte (citati anche da Plinio e Galeno), prima di essere distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ma note anche successivamente nel corso dei secoli.

Plinio il Vecchio, sottolinea le qualità terapeutiche delle acque minerali dell’ager Stabiano, citando in particolare l’acqua detta Dimidia, considerata efficacissima per la cura della calcolosi renale (calculi).

Galeno, (e più tardi la tradizione medica antica) elogiò l’aria balsamica e i pascoli rigogliosi delle colline del Mons Lactarius (gli attuali Monti Lattari) sovrastanti l’ager Stabianus. Il latte e i latticini prodotti dagli armenti nutriti con le erbe medicinali di queste montagne venivano prescritti dagli antichi medici come vera e propria terapia curativa contro la tisi e le malattie respiratorie.

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Stabiae e Ager Stabianus, fonte AI

Il mondo romano che si era ispirato alle tradizioni elleniche, all’Iliade, aveva fatto proprio Hermes Crioforo, il portatore di ariete o figure di offerenti che recavano un animale al sacrificio, Hermes era il protettore delle greggi e guida delle anime “psicopompo“.

Con l’avvento del cristianesimo, tra il II e il IV secolo d.C., quando le prime comunità cristiane iniziarono a produrre arte nelle catacombe, sui sarcofagi e poi nelle basiliche, non inventarono un linguaggio visivo del tutto nuovo. Ma spesso adottarono i modelli della tradizione greco-romana per veicolare i propri messaggi religiosi: L’immagine del pastore che si prende cura degli animali e porta la pecorella sulle spalle si prestava perfettamente a illustrare la figura di Gesù Cristo, come descritto nel Vangelo di Giovanni 10, 1-16: “Io sono il buon pastore” e la parabola della pecorella smarrita (Luca 15).

L’inculturazione cristiana è quel processo in cui il messaggio del Vangelo entra in una cultura ne accoglie e valorizza tutto ciò che c’è di buono (come la solidarietà, la famiglia, il rispetto, anche l’arte e scarta ciò che è negativo o contrario all’amore di Cristo come l’ingiustizia o la violenza, trasformando quella società dall’interno.

L’animale sulle spalle (pecora o ariete) divenne nel contesto cristiano, il simbolo dell’anima salvata che Cristo porta verso la vita eterna.

Molte delle prime rappresentazioni cristiane del “Buon Pastore” (come la famosa statuetta del Museo Pio Cristiano nei Musei Vaticani o i mosaici della Basilica di Aquileia mantengono abiti, posture e stiletti identici alle figure profane romane.
Per i primi cristiani si trattava anche di un’immagine “velata” o neutra, tollerata dalla società romana prima dell’Editto di Milano (313 d.c.).3

La statua della Villa del Pastore di Stabia è una pura testimonianza della decorazione idillico-sacrale delle dimore patrizie.
Pur non essendo un’opera cristiana, ne costituisce l’immediato “precursore figurativo“: dimostra come la cultura romana possedesse già quell’alfabeto visivo di protezione, cura e pace campestre che il cristianesimo avrebbe presto riutilizzato per dare forma all’immagine di Cristo Salvatore.

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Sarcofago sotto l’altare di San Catello, foto Giuseppe Zingone

Il Sarcofago del Buon Pastore di Castellammare di Stabia, vedi anche: Catellus, rappresenta la più antica testimonianza della presenza dei cristiani nell’antica città di Stabiae. Il reperto in marmo bianco è databile tra il III e il IV secolo d.C. (intorno al 300-324 d.C.), fu rinvenuto nell’area christianorum della città ricostruita dopo la devastante eruzione del Vesuvio del 79 d.C..

Mons. Francesco Di Capua, nelle sue opere dedicate alla storia della Chiesa stabiese e alle iscrizioni paleocristiane (in particolare negli Appunti archeologici e storici sulla Chiesa di Stabia e negli scritti dedicati al culto di San Catello e alle necropoli cittadine), così descrive il reperto:

«Questo sarcofago, in cui era sepolta una cristiana di nome Cornelia Ferocia, è uno dei più antichi sarcofagi cristiani con il simbolo del Buon Pastore. La figura centrale del Pastore che reca sulle spalle la pecorella smarrita attesta la presenza e la vitalità della prima comunità cristiana stabiana già tra il III e il IV secolo d.C.» — Mons. Francesco Di Capua4

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

L’iscrizione e la riproduzione del sarcofago, MUDISS

CORNELIAE FEROCIAE,

Q(UAE) VIX(IT) ANN(IS) LVIIII, M(ENSIBUS) XI, D(IEBUS) XVI,

CORNELIUS CARPOPHORIAN(US)

MATRI DVLCISSIMA. F(ECIT)

Lin. 2: XV (CIL)

Datazione: fine III – inizi IV sec. d.C.5

Pastore e Buon Pastore

Il documento marmoreo al MUDISS

L’opera è custodita ed esposta presso l’Altare di san Catello, all’interno della Concattedrale di Santissima Maria Assunta e San Catello. Altre importanti testimonianze epigrafiche legate alla storia del reperto (come l’iscrizione con dedica a Cornelia Ferocia) fanno parte del patrimonio storico della diocesi, presso il Mudiss.

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Altare San Catello, presso la cappella omonima, foto Giuseppe Zingone

Il manufatto fu intercettato il 4 agosto 1879, in quel periodo la Concattedrale di Castellammare di Stabia era oggetto di imponenti interventi di ampliamento strutturale.

Scavando in profondità per gettare le fondamenta della nuova area absidale e dei transetti, gli operai aprirono un varco nella sottostante Area christianorum, la necropoli paleocristiana della città post-eruzione.

La sistemazione cadde sulla Cappella del Santo Patrono, Catello. Il sarcofago in marmo venne inserito al di sotto della mensa per fungere da paliotto6 dell’altare (il pannello decorativo frontale), costruito nel 1879 su progetto di Ignazio Rispoli.

I responsabili della diocesi ravvisarono nel reperto il simbolo perfetto per l’altare del vescovo e patrono locale. L’iconografia del Buon Pastore (Cristo che guida e protegge i fedeli) si legava idealmente alla figura del vescovo inteso come pastore della comunità stabiese, sancendo una continuità spirituale millenaria tra la prima comunità cristiana del III-IV secolo e la devozione moderna.

La defunta (figura centrale del sarcofago) viene rappresentata con il volumen (il rotolo) in mano, attributo che nell’epigrafia e nell’iconografia romana indicava la cultura, la sapientia o la dignità sociale, e che nel contesto cristiano assume il valore della meditazione sulle Scritture e della testimonianza della fede.

La presenza della fanciulla / bambina accanto alla figura matronale suggerisce che la sepoltura potesse accogliere la giovane Cornelia Ferocia insieme a un piccolo membro della famiglia, oppure che l’iconografia intenda sottolineare la pietà familiare e la trasmissione della fede all’interno del nucleo domestico.

Qui in allegato la scheda del sarcofago del Buon Pastore del Catalogo generale dei Beni Culturali

Articolo del 7 agosto 2026


1. Maria Cristina Napolitano, Statua del pastore, Marmo pentelico, inv. 63908, altezza: 66 cm; larghezza 28 cm, Villa del Pastore, giardino 1, Castellammare di Stabia, I sec. d.C.

La statua in marmo pentelico riproduce una figura maschile stante. La calvizie che interessa la parte superiore della testa e la fronte segnata dalle rughe ne definiscono l’aspetto non più giovanile. L’abbigliamento, gli attributi e gli animali consentono di riconoscere il personaggio rappresentato come un pastore; sul braccio sinistro piegato regge un cestino in vimini decorato con una trama romboidale e colmo di uva, spighe e frutta dalla forma arrotondata; sulle spalle conduce un capretto, nella mano destra tiene per le zampe una lepre morta. L’uomo è vestito con una corta tunica di pelle caprina che lascia spalla e pettorale scoperti. Al polpaccio destro è legato un nastro nella parte anteriore, forse per un’arma. Dietro le spalle, reca una bisaccia contenente una pagnotta circolare in cui sono conservati tre punti e una X (..X.).

La scultura conserva tracce dell’originale policromia: azzurro nella veste, giallo nei capelli, nella bisaccia, nelle spighe e nel cestino; rosso nell’uva e nella benda.

L’origine del soggetto, il kriophoros (l’uomo portatore di un animale sulle spalle), potrebbe inserirsi nella corrente bucolica del periodo medio e tardo ellenistico; tale tipo, forse sotto l’impulso dell’arte alessandrina, verrà utilizzato ben oltre l’epoca romana. Durante quest’ultima epoca il soggetto si trova spesso ripetuto in pitture di paesaggio e in scenette di genere con significato pastorale in cui compaiono divinità, semidei, pastori mitici o semplici pastori con un animale sulle spalle; in epoca augustea sarà altresì adoperato in connessione con la politica di propaganda dell’imperatore e con gli scritti virgiliani (Di FRANCO 2022, pp. 167-168). Lo schema e il soggetto continueranno ad avere continuità di utilizzo tra medio e tardo impero quando assumeranno i contorni del Buon Pastore nell’ambito della simbologia cristiana.

M. C. Napolitano, “Statua del pastore”, in: Il Museo Archeologico di Stabia. Catalogo, M. Rispoli, G. Zuchtriegel (a cura di), Castellammare di Stabia 2025, p. 302.

2. Per gli antichi, l’Ager Stabianus, indicava il comprensorio geografico-agricolo compreso tra il Vesuvio, il fiume Sarno, la piana di Nuceria e i Monti Lattari.

3. Il Cristo Pastore

Per le ragioni sopra citate, Cristo non è rappresentato attraverso un ritratto, un’immagine che si ritiene riproduca i suoi tratti, ma mediante una figura simbolica. Le più note sono quelle del Buon Pastore e dell’Agnello. Tra le sole pitture catacombali, se ne contano centoquattordici del Buon Pastore, ossia il doppio della figura di Giona, che occupa il secondo posto nella statistica elaborata da Mons. Martimort. La rappresentazione del Buon Pastore, cosi popolare tra i primi cristiani, trae origine dall’unione di due influenze, biblica e pagana. La fonte originaria è la metafora utilizzata da Gesù stesso: «Io sono il Buon Pastore», in Giovanni 10,11, come pure la parabola del pastore partito alla ricerca della pecorella smarrita: «Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento» (Luca 15,3-7). Per i Padri, come Ireneo, «la pecorella smarrita era l’uomo».  L’immagine del pastore che guida il suo gregge è una analogia di Dio che guida il suo popolo (Salmi 23: Isaia 40,11). Essa si adatta quindi al suo rappresentante, il re d’Israele, come pure al futuro re messianico: «Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore» (Ezechiele 34,23). La metafora si adattava dunque particolarmente a Cristo. L’immagine del pastore abbonda pertanto nella letteratura patristica.

Quando i primi artisti cristiani vollero rappresentarla, trassero naturalmente ispirazione dalle scene pastorali che si trovavano nelle pitture romane e, in particolare, dalla rappresentazione di Hermes con le sembianze di pastore crioforo, cioè di pastore che porta sulle spalle un ariete. Presso i Romani, le scene pastorali rappresentavano l’armonia del mondo e la felicità dei beati nell’aldilà. Il vantaggio di questo prestito era evidente in tempo di persecuzioni: l’immagine aveva significato cristiano solo per gli iniziati. Com’è ovvio, essa trovava una collocazione privilegiata nelle catacombe, che sono cimiteri, e ugualmente sui sarcofagi, poiché il Cristo Buon Pastore era colui che portava la salvezza e pro-curava la vita eterna ai defunti («il buon pastore offre la vita per le pecоrе», Giovanni 10,11). Una delle più belle raffigurazioni si trova a Ravenna nel mausoleo di Galla Placidia. Essa ci fa pensare al «Pastore grande delle pecore» della lettera agli Ebrei (13,20). Allo stesso modo, nella cultura coeva, sui sarcofagi pagani con scene mitologiche del II e III secolo, il pastore crioforo simboleggia la felicitas, vale a dire la vita beata nell’aldilà. Nell’immagine del pastore si cela quella del Cristo Salvatore. Spesso presente sui soffitti delle catacombe all’interno di una cornice paradisiaca, essa evoca la vita eterna e, contemplandola, ogni battezzato può identificarsi nella pecora salvata. In sintesi, il pastore è l’immagine dell’umanità di Dio rivelata in Gesù, della sua «filantropia». Talvolta la simbologia cristiana del Buon Pastore si arricchisce della figura di Orfeo che incanta gli animali, immagine della pace edenica nella nuova creazione compiuta da Cristo. In: Gerard-Henry Baudry, Simboli cristiani delle origini, I-VII secolo, Jaca Book 2009, pag. 37-39.

4. Monsignor Francesco Di Capua, San Catello e i suoi tempi, tipografia Lanzaro e figlio, 1932, pag. 32. 

Pastore e Buon Pastore a Castellammare

Mons. Francesco Di Capua, San Catello e i suoi tmpi, pag. 32

5. A. V., La collezione epigrafica dell’Antiquarium di Castellammare di Stabia, Nicola Longobardi editore 2002, volume I, pag. 20-21.

6. Il paliotto, noto anche come antependium dal latino, “ciò che pende davanti” è l’elemento decorativo che riveste e orna la parte frontale della mensa d’altare nelle liturgie cristiane.

Nato sia con funzione pratica (proteggere e celare il vano sottostante l’altare o il sepulcrum contenente le reliquie dei santi) sia con funzione decorativa e simbolica, il paliotto rappresenta una delle espressioni più ricche dell’arte sacra.

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