Ozi di Quisisana
a cura di Giuseppe Zingone
Ozi di Quisisana è un interessante racconto di Piero Girace, pubblicato sulla Gazzetta del Golfo il 29 marzo 1959, a pag. 3.
Piero Girace, infatti, è una figura affascinante della letteratura italiana del Novecento, capace di intrecciare nelle sue opere il lirismo della parola con una profonda osservazione del reale.
Le sue pagine, inoltre, si distinguono per un senso del bello che non è mai fine a sé stesso, ma che si fa veicolo di una ricerca esistenziale, spesso velata da un sottile senso di nostalgia.
In questo contesto, in Girace convivono l’intellettuale raffinato e l’uomo profondamente legato alla propria terra, in particolare alla costiera amalfitana, che spesso fa da sfondo suggestivo alle sue narrazioni. Non a caso, la sua prosa, intensa e cesellata, riflette un’anima inquieta e contemplativa, capace di dare voce tanto alla bellezza quanto alla fragilità dell’esperienza umana.
Per questo motivo, la pagina dedicata a Piero Girace su Liberoricercatore, da me curata, rappresenta un prezioso omaggio a una delle figure più poliedriche della cultura stabiese del Novecento.
Attraverso essa, e grazie a una raccolta di scritti, fotografie e testimonianze, vogliamo restituire la complessità di Girace: scrittore, critico d’arte, poeta e paroliere, profondamente legato alla sua terra natale, Castellammare di Stabia.
Ozi di Quisisana
Quisisana è una specie di reame favoloso, dove le ore trascorrono, libere, senza il controllo dell’orologio. L’orologio non esiste quassù. La gente che vive su questa collina, dove cento sentieri portano alla montagna e numerose viuzze al mare, vuole semplicemente svagarsi.
Esistono, in luogo degli orologi, le campane delle parrocchie, che suonano il risveglio e l’angelus, chiamandosi l’un l’altra come per intesa, da tutte le piccole borgate che riposano bianche e serene sul ventre della montagna,
Le campane fanno a gara, e le onde sonore sciacquano l’aria, e piovono incessanti sulle case aggruppate ai margini del bosco, e sulla vallata che sembra un mare di nebbia, dal quale emergono a poco a poco tetti rossi, terrazzi e cupole di chiese.
Così comincia la vita a Quisisana.
Alle Fontane del Re, un vocio fresco che si mescola ai gorgoglii delle vecchie fontane si propaga in breve sui viali e sui sentieri, dove odori di erbe selvatiche e stormire di fronde accompagnano le montanare, che scendono scalze da Pimonte con un canestro di frutta o di uova fresche in bilico sulla testa.
Altri rumori di passi; altre voci. Scendono a frotte le montanare.
A San Matteo c’è S. Rita da Cascia, che si affaccia, pietosa, dal campanile massiccio, nell’opera dello scultore Rancher, che anni fa ha finito i suoi giorni in una clinica di ospedale. Le villeggianti attraversano la piazzetta tranquilla, tutta sole, e prendono la viuzza petrosa, che scende tra gli Orti, fresca e solitaria, e va a perdersi nel ginepraio delle case di Castellammare vecchia, tra tetti bassi e loggette, gradinate e vicoletti, dove un santo o una madonna fa capolino da un tabernacolo.
I monaci del convento dei cappuccini recitano il mattutino. Sulla via di Pozzano scendono, in biroccio o a piedi, le lattaie delle Camarelle. Sul vecchio vialone di Quisisana, così malamente strozzato dalla panoramica, un guardaboschi marcia con l’arma a tracolla. Ma non è don Ciro, il burbero e buon don Ciro, che raccontava le storie delle coppie da lui sorprese nel bosco, e i fasti del buon tempo antico.
Sapeva raccontare don Ciro. I forestieri trovavano in lui una specie di cantastorie di Quisisana, e le passeggiate per i boschi si tramutavano in lunghi e spassosissimi racconti.
Raccontava fra l’altro, don Ciro, di una certa contessa venuta di Francia — da Parigi dicevano — in compagnia di un poeta vagabondo, biondissimo, il quale per certe sue stranezze, effetto di un romanticismo degenere, faceva parlare di sé tutti i quisisanesi.
Oh! fu veramente scandalo grandissimo e sorpresa inaudita per don Ciro vedere un giorno, scendendo dalla boscaglia con l’arma a tracolla, con il fedelissimo restone che gli faceva da battistrada, distesa sull’erba, nei pressi delle Fontane del Re, tutta nuda e bella come un’antica divinità boschereccia, la contessa, ed accanto a lei in frac, lungo e diritto come una canna d’organo il poeta vagabondo, che suonava il violino, e guardava ispirato la Venere, mezzo assonnata, e blandita da un raggio di sole.
Quadro caratteristico alla Rousseau; senonché il doganiere pittore a quei tempi non era ancora nato.
La scena gli sembrò enorme, se non addirittura incredibile. Si stropicciò due o tre volte con le mani gli occhi.
La donna stava sempre lì, distesa sull’erba, e non era un fantasma; il poeta suonava e la sua musica non era affatto disprezzabile. Offesa maggiore di quella non era possibile fare a lui ed a tutto il reame di Quisisana.
— Illustrissimi signori, mi scusino, sono dolentissimo di dichiararvi in arresto. La contessa parve risvegliarsi dal sonno; Il poeta in frac cessò di suonare.
Nella lunga pausa dei tre personaggi, si udì come un’immenso ronzio di sussurri. Il bosco commentava l’accaduto.
L’ora scorre inosservata, Mezzogiorno sarà trascorso da un pezzo. Me lo dicono le automobili e le carrozzelle — in maggioranza quest’ultime — che ritornarono, annunziandosi di lontano con un cigolio di ruote lamentoso, di tra i viali che menano alle ville dei signori ed all’albergo reale, con i cavalli impennacchiati e insaponati di sudore, i quali di malavoglia affrontano la salita, maledicenti alle signore che parlano della passeggiata e del ballo che avrà luogo questa sera sulle terrazze dell’albergo.
Deve essere tardi, me lo dicono lo schiudersi dei cancelli delle ville ed il suono barbarico del gong dell’albergo Reale.
Queste ville — villa principe Ruffo, villa Pagliari — romantiche e musicali da destar nella mente immagini di opere liriche, fanno dimenticare il presente, e danno al pomeriggio il tono di un’antica stampa del settecento. Gli alberi di villa Ruffo, i più rari che vanti la botanica, gli alberi di villa Pagliaro si levano molli di frondi dai muri di cinta e compongono squisite partiture musicali.
Nessuna meraviglia veder apparire da un momento all’altro nel parco, dame incipriate e cavalieri in parrucche e incalzettati, che si accingono a far la siesta sotto un albero fronzuto.
Ora i raggi del sole, obbliqui, penetrano nel basco e scoprono erme, vasche addormentate in cui si specchia un denso fogliame, donne, lucertole e guardaboschi che battono i sentieri. E le fontane si lamentano.
Nei pressi dell’albergo Reale, a ridosso del parco, vi è un’antica osteria; vino pretto e salame. E’ l’osteria di Carmela, Vi approdano i gitanti di ritorno da monte Coppola o dal Belvedere, e siedono sulle panche rozze, al fresco di un pergolato verdissimo e folto. Di là dal muro di cinta dell’osteria, di tratto in tratto, a tempi regolari, il bosco di
Quisisana come un mare bonario e pigro, fa sentire la sua voce. Mi ricordo di Salvatore di Giacomo.
Da poco le campane delle due parrocchie di S. Matteo e della Sanità hanno suonato l’Angelus; ed i loro suoni, dolci estesi, si sono confusi con l’ombre, che si stendono, nere, in un’atmosfera violacea. Nella strada un parlottio incessante.
E’ sera. All’albergo Reale si balla. Che strano effetto fa veder ballare la «rumba» e sentire urlare il sassofono insieme con tutti gli altri strani e barbarici strumenti, in questa solitudine di alberi, dove l’albergo che sorge, immenso, con terrazze e parchi, proprio al margine del bosco, è una specie di porto presso cui approdano tutti i villeggianti della collina.
Terminano il ballo, alle due di notte, si vedono ombre che vagano per il parco dell’albergo. Alcuni clienti sono in procinto di partire per monte Faito.
La montagna sembra un gigante addormentato nell’ombra.
Si odono in continuazione tintinnii di bubboli, e la luce delle lanterne sbatte a terra sugli alberi addormentati ed apre voragini nella tenebra. Fra poche ore si sveglieranno le campane delle parrocchie di San Matteo e della Sanità, e Quisisana ricomincerà la sua giornata di ozi.1
Articolo terminato il 25 maggio 2025
1. Piero Girace, La Gazzetta del Golfo, periodico turistico letterario sportivo, Anno III, n° 2, del 29 marzo 1959, pag. 3.





