Tappeto mosaico, dagli Scavi di Stabiae

L’arte calpestata, le riggiole a Castellammare

L’arte Calpestata, le riggiole a Castellammare
di Giuseppe Zingone

Articolo del 18 Giugno 2015

Riggiola 45

Riggiola 45 (segnalate da Francesco Paolo Cimmino – luglio 2018)

Il titolo di questo nuovo spazio “L’arte calpestata“, che spero si possa arricchire del contributo di quanti vorranno a modo loro implementare questo lavoro con proprie immagini, può trarre in inganno e sembrare volutamente polemico. Dunque per fugare il campo da ogni possibile errata e inutile interpretazione, diremo immediatamente che l’argomento trattato concerne pavimenti o pavimentazioni, dai più semplici a quelli monumentali.

Pavimento della basilica di San Giorgio Maggiore, 1566 Venezia

Pavimento della basilica di San Giorgio Maggiore, 1566 Venezia

Quadrati finemente decorati, in genere del formato venti centimetri per venti, realizzati su un supporto di terra cotta, con una faccia quella superiore decorata a mano, invetriata, mentre l’altra, quella inferiore lasciata grezza, in genere con la stampiglia del marchio di fabbrica ecco la “riggiola”.
Quante volte ci è capitato di vedere i bambini del mondo misurare la propria altezza agli stipiti della porta della propria camera? Noi tenacemente e impettiti ci accostavamo alle riggiole della cucina e poi ad occhio contavamo, 20, 40, 60, 80, nessun problema per le decine, erano le unità a farci litigare, i capelli, i talloni sollevati, tutto per sembrare più alti e dunque più grandi… La maiolica napoletana ha una radicata e consolidata storia nel nostro territorio, ultimamente tornata in auge. Se in un passato non molto lontano era una componente d’arredo usuale, visibile anche nelle cucina delle povere famiglie, oggi sono in tanti soprattutto estimatori ed architetti a richiedere per le proprie abitazioni o quelle dei propri clienti un supporto decorativo con disegni e colori più movimentati e vivaci delle moderne piastrelle.

Lia Abbro, riggiola decorata a mano, misure 30x30, foto e proprietà Giuseppe Zingone

Lia Abbro, riggiola decorata a mano, misure 30×30, (foto e proprietà Giuseppe Zingone)

Oltre alle riggiole della misura standard 20 x 20 o anche 19 x 19 e 22 x 22,  rappresentate dalle antiche piastrelle decorate, non è difficile oggi imbattersi in piccole riggiole della misura di cm 10 x 10, utilizzate spesso in cucina o nei bagni, addirittura nelle decorazioni di sedie e tavolini da esterno. Esistono inoltre, come nella foto, piastrelle di dimensioni più grandi ossia cm 30 x 30, si tratta perlopiù di manifatture moderne. In tempi antichi era frequente trovare anche mattonelle poliedriche, esagoni ed ottagoni. Tutto ciò è comprensibile proprio perché la riggiola non è rimasta un mero oggetto del passato caduto in disuso e perciò più adatto all’antiquariato o alla collezione. Grazie alla maestria soprattutto dei giovani ceramisti, che hanno legato insieme passato e presente, questa arte non solo non è andata perduta, ma oggi conosce una nuova stagione aurea.

Oltre al capoluogo campano viene subito in mente la vicina Vietri, ma anche, Faenza, Monte Lupo fiorentino, Santo Stefano di Camastra, Deruta, Caltagirone, Castelli e ognuna di queste località propone nella propria produzione quegli aspetti che l’hanno resa famosa, i cui principali elementi caratterizzanti sono le decorazioni e i colori.

Brevi cenni storici

La riggiola è un punto di arrivo moderno, per così dire, della storia del pavimento, giova dunque ricordare cosa calpestavano i nostri predecessori.

La parola pavimento ricorda un piano ottenuto per compressione, cioè un piano reso liscio per essere calpestato senza inciampo, questo piano inizialmente formato da semplice terra battuta venne nel corso delle tempo lastricato, inserendo a mo’ di incastro, pietre varie. Così i romani chiamarono i pavimenti opus lastricatum.

Il pavimento non aveva solo una funzione pratica negli edifici e nelle case, infatti a livello percettivo, un pavimento può rendere un ambiente più luminoso o scurirlo, renderlo più o meno profondo, apportare un senso di calore o meno, agisce cioè sui sensi.
I romani ripresero dai Greci alcune forme di pavimentazione a tasselli dette pavimentum tasselatum formati da piccole tessere cubi o parallelepipedi che formavano disegni semplici fino ad opere grandiose a noi note appunto come mosaici.

Tappeto mosaico, dagli Scavi di Stabiae

Tappeto mosaico, dagli Scavi di Stabiae, (foto Giuseppe Zingone)

Questo tipo di pavimenti a loro volta, riprendevano i tappeti dell’area mediorientale che si trovavano nelle case, nei palazzi dei nobili, ma i romani soprattutto vollero attraverso di essi realizzare qualcosa che fosse più duraturo ed anche lavabile. Tutta l’area del Mediterraneo è disseminata di pavimenti musivi. I Romani appresero ed esportarono ovunque questa tecnica. Chi da noi volesse delle conferme potrebbe tranquillamente recarsi a Pompei ed in piccolissima parte anche più vicino, agli scavi di Castellammare. A volte ripresi in piccoli spazi che fungono da tappetini che uniscono due stanze diverse (per uso) tra loro.

Cave Canem, Villa Munthe, Anacapri

Cave Canem, Villa Munthe, Anacapri, (foto Giuseppe Zingone)

Piccoli mosaici erano posti anche all’ingresso della case romane come quelli del Cave Canem. Nel tempo i mosaici vennero sempre più arricchendosi fino alle massime espressioni su tasselli dorati come per quelli Ravennati, ma anche di eccezionale bellezza come quello della Cappella di Santa Restituta all’interno del Duomo di Napoli. I luoghi per eccellenza dove questi capolavori prendevano vita furono le Chiese, le Cattedrali, le Abbazie, i palazzi nobiliari. Nel tempo le tecniche mutarono e si passò allora a lastricati in marmo, ai pavimenti cosmateschi diffusi soprattutto nell’area dell’Italia Centrale i quali spesso rappresentavano il giardino dell’EDEN. Nella simbologia cristiana la porta d’ingresso di chiese e basiliche era ritenuta Profanum dall’ingresso in poi si procedeva verso il Sacrum, in prossimità dell’altare, un movimento nel quale il fedele procedeva verso il Cristo sotto forma Eucaristica questo procedere era già un’anticipazione del Paradiso.

Veduta della Cappella Sistina, Musei Vaticani, Palazzi Apostolici Vaticani

Veduta della Cappella Sistina, Musei Vaticani, Palazzi Apostolici Vaticani

La massima espressione di questo tipo di lavorazione appartiene alla famiglia Cosmati, da cui prende nome l’intarsio di pavimenti fatto dai marmorari romani spesso recanti figure geometriche molto complesse.

Di notevole rilievo anche il pavimento ad intarsi di marmo come quello del Duomo di Siena che rappresenta la massima espressione delle capacità delle maestranze spesso anonime che dedicarono le proprie vite a questa forma d’arte spesso poco nota.1

Fu Alfonso V d’Aragona, primo Re di Napoli, conosciuto anche come il Magnanimo a portare l’arte delle maioliche a Napoli. In realtà questo spagnolo aveva già conosciuto il suo futuro regno allorché nel 1421 fu chiamato dalla regina Giovanna, la quale lo indicò quale suo erede a contrastare Luigi III d’Angiò. Ma solamente il 26 febbraio 1443, dopo decenni di conflitti e intrighi politici riuscì ad entrare trionfalmente a Napoli. Una volta insediatosi, favorì Catalani e Castigliani, nell’ampliamento dei loro commerci e traffici nel Mediterraneo a scapito dei commerci dei nobili napoletani.2 Nello stesso tempo cercò di riprodurre a Napoli la bellezza dei palazzi di corte e nobiliari di Spagna. Decise allora di convocare il direttore delle ceramiche di Manises a Valencia (Juan al Murcì), dandogli l’incarico di istituire nel suo regno fabbriche di rajoletes pintadas. L’arte della ceramica come dicevamo precedentemente è antichissima a Napoli, ancora in tempi recenti coloro che si dedicavano a quest’arte venivano chiamati in dialetto faienzari3 arte in parte diversa dall’uso di piastrellare gli edifici.4

Napoli e l’arte della Ceramica

Ma è Luigi Mosca a fornirci molte informazioni sull’arte della ceramica a Napoli. Mosca,  traccia tutto un percorso sulla storia della ceramica precisando come quest’arte fosse quasi completamente sparita dai paesi occidentali, e che tornò a rivivere grazie ai Mori conquistatori della Spagna; furono loro a reintrodurre la fabbricazione delle tegole smaltate dette dagli spagnoli Azulejos da Zuleja, Zuleich, ossia tegola verniciata; infatti gli arabi chiamavano il colore dello smaltino e del cobalto Azul.

Secondo il Mosca la parola Porcellana ha una doppia provenienza di significato dal Portogallo dove la parola porcello indica una piccola tazza, e un secondo significato cioè porcella una conchiglia univalva bianchissima e lucidissima, secondo Mosca oltre a quelle di Malaga vi erano nel mezzogiorno d’Italia e nella Sicilia fabbriche di ceramica. Infatti in queste regioni dal 582 al 900  furono vittime delle continue scorrerie di Mori e Arabi anzi alcuni di essi si concentrarono a Palermo nel 831 e ne uscirono nel 1090 per la conquista dei Normanni.5

Attraverso la Sicilia dunque l’arte della ceramica entrò anche a Napoli infatti i musulmani nell’836 strinsero con la Repubblica Napoletana relazioni con fitti scambi di amicizia, le loro conquiste di Brindisi, Taranto, Bari, (866) grazie a queste conquiste ricordiamo gli splendidi castelli fatti costruire da Federico II di Svevia in Andria e Lucera nei quali vi erano ricchi pavimenti fatti con mattonelle poligonali. Il riferimento tra i più antichi, alla parola riggiola, invece, si trova nel manoscritto Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria,6 Il cronista  Joampiero Leostello Volterrano, annota in data 28 Luglio 1484: “Hora XII, egressus lectulum et fece facciende; et audita missa andò a sua stalla et li fece collatione et ea sumpta cavalcò in castello Novo et fece facciende con lo suo Re tucto quello jorno; et quella sera cenò con lo S. Re et S. Regina et a la camera de rigiolo. Et ritornò in Castello hora tarda et lectulum ingressus est hora iij“. Aggiungiamo che castel Novo è il nome antico con il quale veniva identificato il Maschio angioino e che la sala del Re con le riggiole invetriate è quella dove qualche anno più tardi 1487 Ferdinando I (Ferrante d’Aragona) farà arrestare i Baroni e molti furono trucidati.

Ancora il Mosca sottolinea che la parola, “Rajola, è un voce antiquata del vernacolo (dialetto) arabo-ispano e suona quadrello invetriato. Era la pavimentazione eseguita con ladrillos vidriadi ed aveva il nome di Alizar. Oggi in Ispagna ogni tavoletta di legno o qualche cosa di piano ha il nome Rajuela. La parola napoletana riggiola (mattone patinato) che è pure della bassa latinità, ha certamente origine dalla parola Rajola”.7

Le Caravalle che portarono via gli ebrei cacciati dalla Spagna

Le Caravalle che portarono via gli ebrei cacciati dalla Spagna8

L’arte Islamica9

L’uso però della piastrellatura all’interno degli edifici non è spagnola bensì di provenienza islamica. I musulmani occuparono la penisola iberica nel 711 e vi rimasero sino al 1212 al momento cioè della Reconquista da parte dei regni cristiani della Spagna e del Portogallo, fatta eccezione dell’emirato di Granada che perdurò fino al 1492, questi cinquecento anni di dominazione sono ancora visibili in alcune città spagnole.
Anche per l’Islam, come per l’ebraismo, esiste però il divieto di rappresentare il sacro e il divino e se anche qualche volta questa prescrizione non venne sempre osservata è utile sottolineare che fu sempre secondaria o meramente decorativa.10

Nacque e si affermò quindi un linguaggio ornamentale ispirato alle forme geometriche, ai caratteri dell’alfabeto arabo e alle forme vegetali, dalla cui stilizzazione derivarono i cosiddetti arabeschi.
La geometria è uno dei segni che nel mondo materiale, ayat in arabo, Dio ha donato all’umanità come prova della sua esistenza. In diversi capitoli (surah) del Corano si descrive l’universo gerarchico e perfettamente ordinato, nei due reami di terra e cielo.11

Alhambra Granada, Spagna interno foto dal web

Alhambra Granada, Spagna,  (foto dal web)

All’interno del monoteismo islamico, che proibisce la rappresentazione di Dio in qualsiasi forma, la geometria è l’unico modo lecito di mettere in comunicazione la realtà umana con la trascendenza divina.
Essenzialmente l’arte islamica aveva due importanti funzioni, la prima era quella di attrarre il fedele o il viaggiatore facendo leva sul piacere dei sensi, maioliche, tappeti, oggetti d’arredo. La seconda invece, spera che chiunque si circondi di queste cose belle abbia una vita più ricca e soddisfacente.
L’uso monumentale della ceramica influenzò Bisanzio e, attraverso la Spagna, l’intera Europa dal Rinascimento in poi. Stupende ceramiche, specialmente mirabili per colore, furono prodotte in Persia.

Sull’etimologia della parola riggiola mi piace sottolineare le due tendenze di fondo una del ricercatore e glottologo della lingua napoletana, Renato de Falco (con il quale m’intrattenni in una cordiale telefonata su un altro etimo), il quale fa risalire la nostra riggiola, cito testualmente “verosimilmente originante da rubéola, cioè rossiccia, in connessione al suo specifico colore”.12

La seconda invece trova strette connessioni tra l’arabo rahal e il suo equivalente ebraico ra‘a che indicano il “condurre” e richiamando il greco orego che significa “dirigo in linea retta”, che dirige, fissa le regole e la riga.

Quali che siano le nostre inclinazioni, o simpatie sul significato, non potendo con certezza risalire al significato esatto del termine riggiola, vorrei invitare chi ne avesse il tempo ad incentrare la sua attenzione sulle opere di Guido Donatone.13

Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, maioliche XVIII secolo, Chiesa di San Michele ad Anacapri

Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, maioliche XVIII secolo, Chiesa di San Michele ad Anacapri

Nel 1990 iniziai a raccogliere scatti fotografici di quelle che erano le antiche riggiole disseminate nel Centro Antico di Castellammare. Purtroppo a quei tempi le macchine fotografiche digitali non erano per niente comuni, ero a conoscenza del fatto che negli Stati Uniti già si diffondevano ma in Italia regnava indiscusso l’analogico con pellicole da 35 mm.  Immortalai buona parte di queste piastrelle e mi mordo ancora le mani per quelle che sono sfuggite alla mia attenzione consapevole che ben presto nuove piastrelle e mai finite ristrutturazioni di quegli edifici malandati o terremotati avrebbero obliato per sempre l’arte calpestata, delle nostre riggiole.

Pasticceria Carrese

Pasticceria Carrese, il vaso dei confetti

In qualche occasione, come quando venne ristrutturato il locale di quella che era la Pasticceria Carrese ad opera della Curia, ebbi modo di salvarne alcune, ecco allora che dall’analisi di un profano quale io sono, faccio alcune considerazioni sulle riggiole.

Una delle prime cose che mi impressionarono fu il peso, delle dimensioni complessive ho già parlato, ma lo spessore di due centimetri e più, la ruvidità e la porosità davano davvero l’idea di un prodotto indistruttibile e non soggetto al logorio del tempo. Nei  quattro lati spesso erano visibili delle colature di vernice cotta e solo sotto era possibile intravedere l’argilla di un rosso sbiadito che veniva ravvivato solamente quando ci passavi un po d’acqua per pulirle. Sul fondo spesso al centro della riggiola faceva bella mostra di sé, anche il logo di fabbrica dell’azienda costruttrice.

Per ciò che concerne i disegni va subito fatta una considerazione col passare dei secoli i disegni sulle riggiole sono andati quasi a scomparire, i tratti delle più antiche sono spesso irregolari, segno del lavoro manuale e artigianale dell’azienda, qui l’imperfezione era un tangibile segno dell’originalità della maiolica, in un’azienda moderna una piastrella imperfetta è da buttare e se anche si sono fatti progressi notevoli in questo campo, con materiali a volte durissimi come il gres porcellanato, ci viene spontaneamente da osservare che i pavimenti moderni sono appiattiti, incolore, poveri, anonimi.

I disegni come vedrete sono a volte molto complessi soprattutto per le riggiole più antiche e per dare un’idea delle molteplici funzioni geometriche, ho realizzato delle gif, immagini che mostrano come un singolo, strambo o stravagante disegno realizzava a seconda dei gusti del committente mirabili e preziose opere d’arte pavimentate. Qui naturalmente entrava in scena ‘o riggiularo maestro nel suo campo, nell’arte del posare la riggiola.14

Erano molte le chiese stabiesi le cui pavimentazioni monumentali accoglievano i fedeli, ma spesso ad un attento e più costoso restauro si è preferito sostituire l’intero pavimento con piastrelle monocromatiche che più che un luogo di culto davano l’idea di essere entrati in un enorme stanza da bagno. La Parrocchia della Pace aveva un suo imponente impianto di riggiole, ricordo cesti di vimini con grappoli d’uva così come si vede in una delle ultime foto; nella chiesa di San Bartolomeo un pavimento in marmo stona con quello originale che si trova nelle cappelle laterali. Molto spesso le cripte delle chiese avevano delle originali riggiole, come quelle della chiesa di San Giacomo, che pur nella loro semplicità conservano i tratti originali del Settecento. Andate a Santa Chiara a Napoli, osservate il maiolicato sopra della chiesa di san Michele ad Anacapri. Ecco l’arte Calpestata e ciò che abbiamo irrimediabilmente perduto:

Qui in basso alcune delle riggiole di Castellammare:

Le Greche:

Chi volesse Contribuire a questa raccolta d’arte calpestata può inviare le proprie immagini a liberoricercatore@email.it o a giuseppezingone@hotmail.com 


Note: 

  1.  I Luoghi dell’Infinito, Luglio/Agosto 2014, numero 186, da pagina 8 a 33.
  2. Questa motivazione insieme ad altre legate legate alla centralizzazione del potere da parte degli Aragonesi contro i baroni del Regno è autorevolmente espressa in Camillo Porzio, La congiura de’ Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I, Napoli, Pe’ tipi del cav. Gaetano Nobile, 1859.
  3. Faienziario, da Faenza cioè un tipo di ceramica dall’impasto poroso, di colore naturale variabile dal giallo al rosso, rivestita di smalto bianco la cui lavorazione è originaria di Faenza
  4.  Franco Schiattarella, Maritaggi di Cuccagna, voce Faienzaro ossia ceramista, pag 114, edizioni E-D.A.R.T..
  5.  Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze, Le Monnier, 1854
  6. Le Effemeridi sono una cronistoria, una sorte di diario, nel quale venivano annotate minuziosamente le azioni quotidiane di un re o un nobile; una volta facente parte della Biblioteca Reale Napoletana ed oggi a Parigi, si tratta di un manoscritto cartaceo, in folio, alto 31 cm e lungo 21 ed ha al suo interno 295 carte numerate, scritte in carattere corsivo del XV secolo
  7. Luigi Mosca, Napoli e l’arte della ceramica dal XIII al XX secolo, Fausto Fiorentino editore, Napoli 1963.
  8. Immagine tratta da: Riccardo Filangieri di CandidaUna Cronaca napoletana figurata del Quattrocento, Napoli 1956, pag. 123.
  9. Nei secoli i contatti tra questi due mondi così differenti tra loro, ossia quello cristiano e mussulmano, hanno prodotto non solo attriti e scontri. Il fascino, la bellezza dell’arte dell’impero della mezzaluna ha affascinato non poco quello occidentale, per averne prova basterebbe visitare l’Andalusia, e con un occhio attento anche l’Italia meridionale. Nello specifico all’interno del Liberoricercatore, possiamo trovare altri articoli correlati anche se le argomentazioni sono diverse: La Madonna della MisericordiaNé ammice né compareSinan Pascià e le sette C; Dragut.
  10.  Fu il secondo Concilio di Nicea del 787 convocato per combattere l’iconoclastia (rifiuto delle immagini) a definire la differenza tra venerazione e adorazione delle immagini sacre, ammessa per i cristiani. L’arte islamica, a differenza di quella occidentale, non ebbe mai grande interesse per lo studio dell’anatomia e della prospettiva, conoscenze necessarie a una rappresentazione realistica ed espressiva. Per una corretta interpretazione delle immagini sacre rimandiamo anche al Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) al canone 2132: “Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato, e chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto. L’onore tributato alle sacre immagini è una venerazione rispettosa, non un’adorazione che conviene solo a Dio: Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all’immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta“.
  11. Colui che ha creato sette cieli sovrapposti senza che tu veda alcun difetto nella creazione del Compassionevole. Osserva, vedi una qualche fenditura?”  Surah 67, Del Regno. Questa citazione del Corano è incisa nella decorazione della Camera degli Ambasciatori nell’Alhambra (14° secolo) a Granada, in Spagna
  12.  Renato de Falco, Alfabeto napoletano, pag 212 Colonnese editore 1987 2 edizione.
  13. Guido Donatone è considerato uno dei più autorevoli  storici  della ceramica  antica. Egli ha il merito di aver fondato nel 1980  il  Centro studi per la storia della ceramica meridionale con sede in Napoli. Il Centro comprende una collezione privata, divenuta negli anni una prestigiosa raccolta della ceramica antica di Napoli e della Campania, che costituisce il supporto indispensabile  dello stessa ricerca sulla ceramica meridionale”. Tratto da una intervista di Gianluca Abbate, Il collezionista di ceramiche e non solo.
  14.  Guido Donatone, La riggiola napoletana. Pavimenti e rivestimenti maiolicati dal Seicento all’Ottocento, Editore Grimaldi e C.; Guido Donatone – Solima Maria Francesca, Pavimenti napoletani del XIX secolo, Editore E.S.I.

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi, come: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

2 pensieri su “L’arte calpestata, le riggiole a Castellammare

  1. Franco Iaccarino

    Molto Bello, completo e descrittivo di arte purtroppo obsoleta della quale avevo diretta conoscenza nella casa dei nonni dove capeggiava l’insegna datata 1781 costituita da 4 piastrelle fatte a Vietri.

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  2. Giuseppe Zingone Autore articolo

    Gentilissimo Franco, è sempre un piacere avere dei riscontri in merito a ciò che si scrive, tenendo sempre conto che il nostro obiettivo è la salvaguardia della memoria storica cittadina. Naturalmente come lei avrà intuito, cerchiamo la collaborazione di quanti ancora oggi potrebbero reperire tali immagini. Ricordiamoci che nel centro antico sono ancora tanti gli edifici fermi al terremoto del 1980 lì sicuramente qualche altra perla nascosta è ancora possibile reperirla.
    Ci terrei inoltre a precisare che spesso abbiamo l’errata convinzione che si tratti di manufatti di Vietri, forse perché dire Vietri è più poetico che dire Napoli, ma è a Napoli che le fabbriche di riggiole hanno introdotto questa forma d’arte ed operavano maggiormente, anche per la presenza della nobiltà spagnolo-napoletana, inoltre molte se non tutte quelle che ho ritrovato erano napoletane. Vietri ha il merito secondo me di aver salvaguardato un’arte che ben presto sarebbe sparita, cioé Vietri ha fatto delle riggiole la risorsa fondamentale del proprio futuro, mentre a Napoli pian piano le grandi aziende hanno assorbito la manodopera di un prodotto la cui richiesta è scemata nel tempo. Del resto Napoli è molto più vicina di quello che può essere Vietri, se si pensa che nel Settecento le via di comunicazioni terrestri anche con la penisola sorrentina erano poco accessibili rispetto a quelle marittime, e Napoli è di fronte a noi. Grazie! Attendo un suo contributo, anzi, dica agli amici che Liberoricercatore attende con ansia foto di riggiole presenti sul territorio stabiano….

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